Marco Anghileri: alpinista dialogante

Marco Butch Anghileri: alpinista dialogante
di Alberto Benini
(pubblicato su Vertice n. 40, 2025)

Penso di essere stato il primo a parlare al grande pubblico di Marco Anghileri fuori dall’ambiente lecchese. Ovviamente non per merito oppure acuta preveggenza, ma perché la redazione di Alp mi spedì a intervistare la famiglia Anghileri al gran completo, diciamo a causa della mia prossimità territoriale. Era il 1993.

A Torino certo non immaginavano che quella prossimità fosse ancora maggiore del supposto, visto che abitavamo praticamente di fronte, dai due lati del tratto più alto di via Carlo Cattaneo, ad un passo dalla stazione ferroviaria di Lecco.

L’intervista oggi disponibile su Gognablog, ovviamente era focalizzata sul “vecchio leone” Aldo (Anguilla, Temelin i suoi nomi di battaglia) e sulla storia di Giorgio (anni 23) che si stava affermando come uno dei migliori giovani scalatori italiani.

Marco (anni 21) rischiava di fare una figura di secondo piano. Addirittura era legittimo sorgesse il dubbio che potesse essersi spinto a cimentarsi nel campo alpinistico, condizionato dal contesto familiare. Chiamato, anche un po’ inconsciamente, a fare la sua parte nel mondo dell’alpinismo. Non dimentichiamo che anche il padre e il fratello di Aldo erano due alpinisti di un certo valore.

Me ne andai dalla sede della ditta Ande con il nastro registrato, il quaderno degli appunti e una maglietta viola con disegni nepalesi. Non ricordo come ci regolammo per le immagini, certo, dato il tempo, stampe o diapositive.

L’Aldo, certo come molti padri, cercava di dare l’impressione di non preoccuparsi più di tanto. Però in cuor suo chissà cosa c’era davvero… E alla fine dell’intervista glielo avevo proprio chiesto: “Ma di notte dorme un padre con due figli così?”.

Marco non aveva, o non mostrava, l’atteggiamento fuori le righe che tutti ricordano di suo fratello Giorgio. E continuò così anche dopo. Anche alpinisticamente erano differenti: Giorgio cercatore di vie nuove, assatanato alla caccia dei percorsi dei suoi miti. In confronto costante con le vie di suo padre.

Marco incamminato per una strada diversa in breve diventò un innovativo ripetitore. Un atteggiamento che si sarebbe precisato dopo, in un’evoluzione continua, molto personale fra la riscoperta e l’archeologia alpinistica. Se Giorgio era lotta, lui era dialogo.

Entrambi in competizione e confronto con un padre che provava a tenere la giusta distanza. Marco non aveva, o forse teneva a freno l’aggressività che era dell’Aldo e del Giorgio. Magari la incanalava nel metodo, nell’ostinazione dell’allenarsi. Nel non cedere mai, anche quando l’incidente quasi gli tolse il completo utilizzo di un braccio.

Era decisamente più tranquillo. E quel Butch che gli hanno appiccicato sembra attribuirgli atteggiamenti e motivazioni aggressive che non erano sue. Tanti non sanno o fanno finta di dimenticare che derivasse dal familiare Baciccia, soprannome guadagnato per i suoi tratti, all’inizio almeno, più “arrotondati” rispetto agli altri componenti della famiglia.

Alpinisticamente Marco non apriva, Marco reinventava con un modo tutto suo di godersi la vita senza troppa aggressività, muovendosi a suo agio, ma con occhi nuovi, sulle montagne di casa. Marco era sociale e socievole: chiedeva, si interessava, ma con partecipazione. Sul serio, non per educazione, che per un alpinista lecchese suona come qualcosa di inconsueto.

Una volta aveva incontrato un mio amico vicino a Pradello:
– Da dove arrivi? – gli aveva chiesto.
L’altro, indicando l’amica che era con lui: – Siamo saliti dai Pizzetti e siamo scesi dai Tecett.
– Scesi dai Tecett? Bravi!

Il mio amico se lo ricorda il sorriso un po’ stupito di Marco per un percorso non comune. Sentirselo dire dal Marco Anghileri…

Somigliava in questo a Riccardo Cassin: orecchie alzate. Entrambi ben attenti a quel che succedeva in giro: più attento all’utile il Riccardo, più partecipe il Marco.

Anche il reinterpretare aggiornandoli dei gesti antichi era il suo modo di stare nella tradizione, dialogando con essa e aggiungendoci qualcosa. Il chiodo della Solleder che Casimiro Ferrari gli aveva regalato al Meeting dei Ragni era diventato quello che lui aveva recuperato sulla via dei Ragni alla Torre Cecilia e regalato a Dino Piazza che lo aveva piantato 50 anni prima.

Dentro il suo locale ai Piani Resinelli con il nome che schiacciava l’occhio alla Grignetta lì sopra (dall’altro lato della strada il muretto dove un tempo “si formavano le cordate”) c’era un clima goliardico e alpinistico insieme perché Marco sapeva stare con le persone. E sapeva apprezzarle per quello che erano.

Marco ha continuato ad essere giovane anche con dei figli a carico e superata la soglia dei 40. Con i tempi moderni una soglia più psicologica che fisica, ma pure sempre una soglia.

Tanti elementi convivevano, non sempre pacifici, in lui. L’ostinazione, molto lecchese, per il lavoro.

La capacità di immaginare nuovi approcci a cose consuete: i concatenamenti-omaggio al Det (Giuseppe Alippi, NdR) o a Cassin, o ad altri grandi del passato. Il legame fra cose diversissime che la sua narrazione sapeva legare con un filo inconsueto: le invernali alla Segantini in Grignetta e alla Solleder in Civetta.

Rincorrere il sole fra le guglie della Grigna, risolvere d’istinto (e da arrampicatore di gran classe) un passaggio estremo senza assicurazione al termine di una solitaria: quale migliore applicazione del dass a trà (darsi da fare)? Di un dialogo rivelatore con sé stesso?

La capacità di creare situazioni di consapevolezza felice (o forse di consapevole felicità) in posti assurdi.

Capace di dividere e moltiplicare la sua felicità tramite fulminei sms, condividendo pressoché in diretta, pensieri, sensazioni e sentimenti. Fino all’ultimo messaggio, quasi in cima al Pilone del Frêney…

Manca alle persone che gli hanno voluto e continuano a volergli bene. Ma manca anche all’ambiente alpinistico per la sua capacità di fare ponte fra il vecchio e il nuovo. Mostrando che questi due estremi altro non sono che le stesse cose viste da angoli differenti. E queste per chi sa e sa ascoltare non sono contraddizioni: piuttosto occasioni di inventarsi e poi di vivere sempre nuove avventure.

Marco Anghileri: alpinista dialogante ultima modifica: 2026-11-03T05:56:00+01:00 da GognaBlog

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2 pensieri su “Marco Anghileri: alpinista dialogante”

  1. Ci siamo visti a una sua serata a Pietrasanta . Bella e simpatica serata. Gli ho dedicato una mia solitaria invernale sulla nord del Pizzo delle Saette.

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