Medio oriente: l’importanza dell’aliyah
di Carlo Crovella
Per comprender a fondo la situazione in Medio Oriente occorre chiarire, seppur sinteticamente, l’importanza del fenomeno chiamato “aliyah”.
Si tratta del flusso di ebrei che si trasferiscono in Israele, o per studiare o per lavorare. Spesso di stabiliscono là e assumono doppia cittadinanza, accoppiando alla loro originaria quella israeliana. Si tratta di ebrei sia europei che americani, ma a noi interessano quelli europei, per le ripercussioni, seppur indirette, che tale fenomeno sta producendo sulla precedente liason “ebrei-europei-sinistra europea”. Infatti (non si hanno statistiche, ma riferisco info da parte dei miei amici) una corposissima fetta del flusso che dall’Europa si dirige in Israele è costituto da giovani generazioni (max 30 anni): sono quindi i “figli” di ebrei europei, figli che si stabiliscono là, formano famiglie, hanno a loro volta figli e nipoti per gli ebrei stanziali in Europa, ecc. Per loro il loro futuro è “là”, in Israele. Il legame del sangue è più forte della eventuale precedente convinzione politica (sinistrorsa, per il post olocausto). Un attacco a Israele è percepito dai genitori europei come un attacco antisemita, non solo antisionista.

Segnalo un interessante articolo, pubblicato su La Stampa del 9 marzo 2024 e intitolato Ruspe e civili armati, in Cisgiordania l’avanzata dei coloni: “È la nostra casa”. Nel cappello dell’articolo si legge: “L’aliyah, il ritorno degli ebrei da Europa e Usa, è cresciuta del 142 per cento. Arrivano in migliaia ogni mese e hanno bisogno di case, in Cisgiordania. È così che crescono gli insediamenti: «I palestinesi? Vadano nei Paesi arabi».
L’aliyah è uno dei due motori della sensibile crescita demografica della cittadinanza israeliana. L’altro è la natalità diretta, sia perché le famiglie di ebrei ortodossi mettono abitualmente al mondo 8-10 anche 12 figli, sia perché i giovani europei. Che si stabiliscono là, a loro volta figliano. Il mood dominante in Israele è la fiducia per il futuro (specie in termini di sviluppo economico, ma anche personale), per cui anche le giovani famiglie, anche non ortodosse, mettono comunque al mondo 2-3-4 figli…
Il tutto si inquadra in uno scenario di sensibile crescita economica. Il clima emotivo israeliano è in grande fermento, un po’ come in Occidente negli anni Ottanta: Tel Aviv è da tutti definita la piccola New York dei nostri giorni. Piccola, ma viva e, soprattutto, in espansione: attira le nuove generazioni di ebrei che vedono in Israele chance di crescita professionale e personale, come invece NON vedono in Europa. Per cui il flusso di ebrei che si spostano in Israele sarà sempre più crescente nel tempo.
Lo sviluppo economico israeliano si articola in modo ampio e variegato, ma si basa su due settori cardine: quello tecnologico di alta gamma e quello agricolo (se fate mente locale vedrete sempre maggiori confezioni di frutta israeliana anche nei nostri supermercati…Inizialmente era più che altro frutta esotica – avocado, papaia – oggi ci sono frutti in diretta concorrenza con i nostri: anche arance, limoni, kiwi, ecc.
Il primo settore (e più in generale l’attività di business) si sviluppa in aree metropolitane, come Tel Aviv, Ascalona, ecc. Queste aree metropolitane sono sempre più destinate a uffici e la gente ha “bisogno” di altri spazi per le abitazioni. Il secondo settore (agricoltura) ha direttamente bisogno di nuovi spazi, per utilizzarli come campi da coltivare. Gli israeliani li hanno quasi saturati, gli spazi per l’agricoltura, considerato che hanno portato i kibbutz a pochi km da Gaza (come i kibbutz attaccati il 7 ottobre 2023) e, a nord, i kibbutz si sono spinti fino a lambire il confine con il Libano, nonostante il rischio di attacchi missilistici da parte di Hezbollah.
Sia per nuove abitazioni, sia per nuove coltivazioni, Israele ha “bisogno” di disporre totalmente per sé di territori aggiuntivi, cioè Gaza e soprattutto la Cisgiordania. Ecco perché Israele sta “spingendo” i palestinesi ad andarsene.
Tutto ciò prescinde dal tema terrorismo-Hamas, ecc. Certo, esiste ANCHE questo problema, ma non è la causa principale dell’azione israeliana che spinge i palestinesi fuori dai territori. Hamas è un problema in più. Ovvio che gli israeliani (e, a monte, i genitori che risiedono in Europa…) vogliono togliersi definitivamente il rischio di attacchi e attacchini terroristici, che in qualsiasi momento possono coinvolgere anche semplici passanti per le strade di Tel Aviv, ecc. Ma spingere i palestinesi fuori dai territori NON è la risposta al solo problema Hamas, anzi. E’ la naturale conseguenza dei, già citati in precedenza, tre fattori chiave: 1) spazi geografici ristretti; 2) crescita demografica (sia interna che per l’aliyah); 3) crescita economica volto vivace che richiama e richiamerà sempre più ebrei (specie giovani) da Europa e USA.
La politica israeliana, che storicamente puntava a garantire la “sopravvivenza di Israele”, da qualche anno in qua è mutata, diventando ogni giorno sempre più espansionista e imperialista. Questo carattere si accentuerà sempre più, fino alla totale estromissione dei palestinesi dai territori.
Un punto in particolare non è chiarissimo a molti osservatori europei (non ebrei): questa polita espansionista NON è figlia di scelte aprioristiche di un Governo di destra (e con premier Netanyahu, per capirci), in quanto Israele agirebbe comunque così perché è “condannata” a farlo al seguito della correlazione dei tre citati fattori chiave. In altre parole, anche un governo israeliano di sinistra (=socialdemocratico), seguirebbe comunque una politica espansionista. Forse possiamo sostenere che, per far sloggiare i palestinesi, un governo israeliano di destra usa carri armati e bombardamenti aerei, mentre uno di sinistra (laburista) ricorrerebbe, quanto meno in modo parziale, alla trattativa, al negoziato, forse al riconoscimento di risarcimenti economici… Comunque l’obiettivo politico di Israele è chiaro, seppur sottinteso: spingere i palestinesi fuori sia da Gaza (verso il territorio egiziano) che dalla Cisgiordania (verso la Giordania e/o altri stati arabi che li accetteranno). Timing stimato (dai miei amici ebrei): 10-15 anni, massimo 20 anni.
Tutto ciò porta a una conclusione. È vero che gli ebrei europei non hanno tutti dei figli e quindi una compagine della comunità ebraica europea NON si sente e non si sentirà coinvolta nel citato processo emotivo. Inoltre alcuni, a titolo individuale, hanno una concezione di sinistra così profonda e genuina che non la abiureranno mai. Bene, questi ebrei europei resteranno in qualche modo collegati al mondo della sinistra. Ma si tratta quasi sempre di individui delle generazioni passate, quindi anagraficamente anziani (prospetticamente prossimi a non esserci più…) e, spesso, senza eredi di famiglia e quindi anche sena eredi di pensiero.
Viceversa, poiché il flusso di giovani ebrei che si sposta in Israele prende doppia cittadinanza è atteso in ulteriore vistosa crescita, aumenterà la componente di ebrei europei (sia i suddetti giovani che si spostano sia i loro genitori/parenti, che pure restano in Europa) che si sentiranno sempre più emotivamente coinvolti nelle sorti di Israele. Per questa schiera di ebrei si accentuerà la percezione (già in essere) per cui ogni attacco antisionista è da loro vissuto come un attacco antisemita. Siccome lo scenario europeo vede ormai la sinistra schierata pro palestinesi, ecco spiegato come mai la frattura fra una consistente rappresentanza degli ebrei europei e il mondo della sinistra europea difficilmente si ricucirà e anzi probabilmente si amplierà nel tempo.
Non arrivo a sostenere che gli ebrei europei si metteranno a votare in massa per i partiti europei di destra, ma magari non andranno più a votare (nelle elezioni tenutesi in Europa, intendo) e quindi sottrarranno i voti che in passato davano ai partiti di sinistra (in Italia, in genere al Pd). Di conseguenza non sosterranno i partiti di sinistra nel confronto elettorale con quelli di destra.
Tutto ciò, seppur in modo molto indiretto, è uno dei tanti fattori socio-politici che contribuiscono a quella evoluzione che io chiamo la “destrizzazione” dell’Europa.
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“L’atteggiamento , ora piu’ allo scoperto e senza “proxy” , dell’Iran”
Dell’Iran?
Dopo che gli hanno bombardato un’ambasciata facendo 11 morti?!
Va bene essere filoisraeliani, però magari mantenere un filo di dignità intellettuale…
L’atteggiamento , ora piu’ allo scoperto e senza “proxy” , dell’Iran , oggi evidenzia bene in che mondo si muove Israele.
.
Un attestato di merito a Barak Obama , gia’ premio Nobel per la pace sulla parola , che con grande sagacia ha firmato un accordo che permette a questi pacati personaggi lo sviluppo di tecnologie nucleari.
Ancora questa storia dell’Iran! E le bombe atomiche di Israele, che tutti sanno esistere, ma mai ammesse dallo Stato israeliano che, ovviamente non ha mai sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare, in buona compagnia di India e Pakistan… Come se fosse uno Stato canaglia con il nucleare nascosto…
E’ ovvio che siano solo le autorità sportive a impedire la partecipazione di chichessia.
A te in realtà va benissimo che il boicottaggio venga imposto (suggerito, forzato) alle autorità sportive vengano dall’autorità politica o richiesto dai media (quelli main stream, ovviamente!), mentre non sopporti che possa chiederlo l’uomo qualunque, il cittadino bolli che tu bolli come “facinoroso”.
Questa è l’unica differenza vera.
Expo, sono d’accordo: non c’è nessun motivo di boicottare eventi sportivi o collaborazioni universitarie, soprattutto se di tipo umanistico. Nel caso delle collaborazioni tra università, però, con una discriminante, e cioè la possibilità che la ricerca sia destinata ad uso bellico, in presenza di misure cautelari o sanzioni ai danni del paese che, come effetto, potrebbe trarre vantaggio dalle tecnologie così sviluppate. L’esempio più facile è l’Iran: è ammesso che un ricercatore europeo collabori con un’università iraniana in materia di fisica o, in generale, di tecnologia? Non credo.
Ora, dirai tu, non c’è paragone: Iran e Israele non sono la stessa cosa, se non altro perché Iran potrebbe usare la tecnologia contro di noi. Certo. Resta però il fatto che Israele in questo momento è sottoposto a misure cautelari per “evitare il genocidio”, dunque chiunque gli fornisca armi, o collabori a progetti di sviluppo di tecnologie impiegabili in guerra, può essere accusato di complicità.
La cosa piu’ ridicola era che dopo l’invasione russa dell’Ucraina qualche pirla volesse boicottare anche i corsi di letteratura russa nelle universita’.
Questa gente non puo’ essere presa sul serio.
A titolo personale io sono contrario ai boicottaggi sportivi e quindi auspico che gli atleti russi possano partecipare alle gare internazionali. C’è però una differenza: tali “estromissioni”, fondate o meno, sono deliberate da autorità sportive ufficiali (CIO, Federazioni mondiali ecc), mentre le azioni che sembrano profilarsi al Giro/Tour sono interventi di “facinorosi” durante lo svolgimento di competizioni ufficialmente autorizzate al 100%. Insomma c’è uno spartiacque: quello della legittimazione delle autorità preposte.
“A meno che qualcuno non pensi che la colpa di essere un ciclista israeliano meriti una lezione in mondo visione”
Mentre invece un qualunque atleta russo merita di essere punito, giusto.
Come nel passato, per molti anni, hanno meritato gli atleti sudafricani…
Ecco la falsità degli imbecilli schierati.
@ 20.I “cervelli” espatrieranno anche , ma i coglioni restano sempre saldamente in Italia , spesso in politica nelle scuole e nelle università..Mattarella : ma quanto è sopravvalutato questo personaggio ?Non è che ci serva una sua conferma per dire che l’acqua è bagnata : alla coglioneria del boicottaggio della ricerca universitaria israeliana chi si arrivava facile..
A fronte dell’esplicita posizione di Mattarella contro il boicottaggio delle università italiane verso Israele, emergono inquietanti iniziative opposte. Dall’odierno Libero Quotidiano: “A sette mesi dal tragico 7 ottobre c’è chi sta progettando di rovinare altri due eventi sportivi di portata internazionale: il Giro d’Italia e il Tour de France. È il movimento “BDS: Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” contro Israele, fondato quattordici anni e spalleggiato da molti personaggi del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo. “Road closed to genocide”, strada chiusa al genocidio, è il nome della campagna lanciata in settimana che ha come obiettivo il team Israel – Premier Tech. La mobilitazione riguarda da vicino l’Italia perché quest’anno il Tour attraverserà nella prima fase la Toscana, l’Emilia-Romagna e il Piemonte. BDS può contare in Italia su molti sostenitori provenienti dagli ambienti di sinistra: centri sociali, collettivi studenteschi, ma non solo. Nell’ottica delle democrazie occidentali, la libertà di dissentire è – giustamente – ritenuta sacrosanta. Allo stesso modo, dovrebbe esserlo la libertà di partecipare ad eventi sportivi, evitando di punire gli atleti per le politiche dei loro Stati. A meno che qualcuno non pensi che la colpa di essere un ciclista israeliano meriti una lezione in mondo visione, mettendone a rischio l’incolumità fisica. Una specie di marchio di cui vergognarsi: un approccio che ricorda qualcosa di inquietante.” Eccolo, il fascismo degli antifascisti.
Conoscendo gli ebrei e come ragionano, non mi stupirei ad apprendere, che, già adesso, hanno nel cassetto i progetti ingegneristici per la ricostruzione di Gaza come quartieri residenziali per gli israeliani che lavorano nella “city” dell’area Tel Aviv. Che poi ottengano ciò grazie all’uso dei tank Merkava o attraverso accordi e negoziazioni, poco rileva. Se anche la sinistra israeliana ha “mollato” i palestinesi (vedi articolo citato), non ci sono dubbi sul trend. Lo stesso dicasi per la Cisgiordania.
CROVELLA: I tank più tecnologici al mondo li fermano con degli RPG fatti in casa. Poi guarda un po’ cosa il mondo occidentale ha detto degli aiuti all’Ucraina.
Leopard, cambieranno le sorti della guerra. FIASCO
Challenger II, cambieranno le sorti della guerra. FIASCO
Abrams, cambieranno le sorti della guerra. FIASCO.
Patriot, cambieranno le sorti della guerra. FIASCO.
La verità è che tutta ‘sta roba “tecnologica” o “superiore” NON HA MAI AVUTO un avversario alla pari. Iraq, Afghanistan, Libia. Poi incontrano un esercito e fanno la figura dei cioccolatai…
Non inventarti sempre cose per tirare l’acqua al tuo mulino….
Non sarà accettabile, ma se loro entrano in quell’ottica (e la mia sensazione è che sia GIA’ entrati in quell’ottica) chi li può fermare? Gli USA? ma dove? Se vince trump se ne laverà la mani (America Firs) e lascerà campo libero. Se vincerà Biden lo dovrà in un certa misura all’appoggio della comunità ebraica USA… L’Europa? che facciamo, mandiamo i nostri soldati contro i tank più tecnologici del mondo? Lasciamo spazio ai russi che fermino loro gli israeliani? ai cinesi, agli indiani? alla fine vedrai che la comunità internazionale (quella USA-centrica intendo), pur di togliersi la patata bollente, avvallerà il progetto israeliano o addirittura contribuirà allo stesso, trovando accordi con i paesi arabi circostanti ($, tecnologie, infrastrutture…). basta aspettare e la realtà dirà cosa verrà fuori…
@ CarloIo sono stato a Tel Aviv diverse volte e non ho dubbi sulla capacità imprenditoriale e sul dinamismo tecnologico degli israeliani ; qui però la questione è etica e politica : quello stupido fazzoletto di terra è condiviso dagli anni di Pippo da 6/7 etnie in cui gli israeliani sono quella egemone , ma non necessariamente quella con più diritti.Se legittimiamo questo legittimiamo che uno stato più forte tecnologicamente / economicamente /militarmente possa pacificamente “rubare” terreni e risorse ai vicini handicappati.Forse è sempre stato così , ma non trovo sia accettabile da nessun punto di vista.
1) Anche la sinistra israeliana sta abbandonando i palestinesi, i loro diritti, il perseguimento della convivenza pacifica: https://www.corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/24_aprile_05/che-fare-se-neppure-sinistra-israeliana-crede-piu-palestinesi-650f6286-f355-11ee-b06f-c4e88d1f1340.shtml Per cui la politica israeliana non cambierà granché sul tema palestinesi. 2) A prescindere dal saldo attivo fra immigrazione ed emigrazione, i nuovi arrivati in Israele vengono “caldamente” indirizzati in Cisgiordania e quindi “premono” sui palestinesi lì presenti. Questo perché le aree urbanizzate (Tel Aviv, Haifa, ecc) sono ad alta densità antropica. In particolare si preferisce convertire queste aree a unità immobiliare per il business (uffici), trasferendo altrove le residenze degli israeliani già presenti (figurarsi i nuovi!). Non c’è da stupirsi se vedremo l’area di Gaza, rientrata in possesso israeliano, che diventerà la zona residenziale di chi lavora di giorno a Tel Aviv. Gli ebrei non ci mettono né “a” né “ba” a ricostruirla con tali caratteristiche e magari la collegano con Tel Aviv con un treno ad alta velocità. Per cui chi dorme nella “nuova” Gaza, ci impiega mezz’ora per andare in ufficio a Tel Aviv e altrettanto la sera. In fondo chi ha famiglia a Torino e ufficio a Milano, impiega 45 min di TAV e 10 di Metro…
Ma la cosa più ridicola è che TUTTO si basa sulla Bibbia ebraica, come fosse uno strumento storico incontrovertibile, dimostrabile e indiscutibile.
L’aliyah è uno dei due motori della sensibile crescita demografica della cittadinanza israeliana. L’altro è la natalità diretta, sia perché le famiglie di ebrei ortodossi mettono abitualmente al mondo 8-10 anche 12 figli, sia perché i giovani europei. Che si stabiliscono là, a loro volta figliano. Il mood dominante in Israele è la fiducia per il futuro (specie in termini di sviluppo economico, ma anche personale), per cui anche le giovani famiglie, anche non ortodosse, mettono comunque al mondo 2-3-4 figli…
Per cui, ce la meni con la riduzione demografica ma per gli ebrei israeliani fai un’eccezione… Complimenti!
Al singolo dato riportato in quest’articolo (l’aliya è cresciuta del 142%), su cui si basano tutti i ragionamenti dell’articolista, è necessario aggiungere altri elementi fattuali.
1. dal 1948 al 2022 sono immigrati in Israele oltre 1,900,00o ebrei, di cui circa 1,390,000 dall’ex Unione Sovietica, con picchi di quasi 200,000 persone agli inizi del 1990 e valori dieci volte inferiori in tutti gli anni successivi.
2. nell’ultimo anno vi è stato un incremento degli ingressi, sulla spinta degli incentivi governativi (esiste un Ministero per l’aliya) e del patriottismo suscitato dalla strage del 7 ottobre. Non lo si può certo definire un trend.
3. in parallelo però, il tasso di emigrazione degli ebrei israeliani verso il resto del mondo (lo yerida) ha sempre costituito un problema per i governi israeliani, tanto che nell’ultimo anno si è avuto un saldo negativo di ben -30,000 persone.
Questa la verità storica dei fatti. Il resto sono solo personali interpretazioni dell’articolista.
Gli interventi di Crovella sono sempre talmente prolissi e banali che non perdo mai tempo a leggerli. In questo caso però, un intero articolo basato su un singolo dato estrapolato da un articolo di giornale (“l’aliya è cresciuta del 142%”) è talmente condito di sciocchezze che si impone una verifica fattuale.
E i dati sono questi: dal 1948 al 2022 sono immigrati in Israele oltre 1,900,000 persone, di cui circa 1,390,000 dall’ex Unione Sovietica, con un picco di quasi 200,000 persone agli inizi del 1990 e valori dieci volte più bassi in tutti gli anni successivi. (https://www.jewishvirtuallibrary.org/total-immigration-to-israel-by-country-per-year).
Nell’ultimo anno vi è stato un incremento degli ingressi, motivato essenzialmente da pesanti incentivi governativi (esiste un Ministero per l’aliya) e dal patriottismo suscitato dalla strage del 7 ottobre. Non si può certo definire un trend.
In parallelo però, il tasso di emigrazione da Israele verso il mondo (lo yerida) ha sempre costituito un problema per i governi israeliani, tanto che nell’ultimo anno si è avuto un saldo negativo di -30,000 persone (https://en.globes.co.il/en/article-israels-emigration-rate-jumps-as-it-learns-to-count-1001472157).
Questa la verità storica dei fatti. Il resto esiste solo nella testa di Crovella (per inciso, a noi sabaudi piace ragionare sui dati, non fare chiacchiere da bar).
Carlo, ringrazio per la volontà di condividere la propria visione, ma da dove le innumerevoli parole scritte in maiuscolo e gli altrettanti “ecc.” e puntini?
Per i contenuti, mi pare che nessuna terra sia di nessuno e che nessun essere vivente, se non attaccato, possa arrogarsi il diritto di scacciare qualcun altro, pena conseguenti disequilibri che prima o poi pagherà.
All’ultima riga del mio commento #8, ovviamente si legga “Per il resto SI veda ….”.
Errore di battitura.
Non contento di aver ripetuto la stessa zuppa nei suoi (alla data di questo commento) 178 commenti (su 583, praticamente 1 su 3) a Lettera agli ebrei italiani, Crovella la ripropone per l’ennesima volta in forma di articolo.
Al solito, una tesi non diventa più vera né più provata ripetendola immutata ad libitum.
Qui mi associo ai commenti #1, #5, #6 e #7. Per il resto di veda il link qui sopra.
Del resto non sarebbe opportuno deportare neppure i coloni ebraici. Due stati? Non sarebbe saggio ripetere gli errori che portarono alla creazione di uno stato ebraico in Palestina. Per costituire uno stato arabo e mussulmano in Cisgiordania sarebbe necessario garantire in quei territori l’integrazione democratica dei coloni europei ed ebraici. Altrimenti si moltiplica l’odio etnico e religioso senza alcuna prospettiva di pace e di convivenza reciproca.
Quindi la soluzione sarebbe la deportazione.
E dove andrebbero deportati?
“Per gli israeliani (e per la maggioranza degli ebrei in generale), Gaza e Cisgiordania NON sono territori di un altro stato: sono territorio “loro”.”
Ah già, che distratti ce ne eravamo dimenticati…colpa nostra!
E quindi?
Anche i russi sono convinti che l’Ucraina sia loro, come i tedeschi erano convinti che Danzica fosse tedesca (con buone ragioni, peraltro) e D’Annunzio Fiume (e meno ragioni)…
Se le “ragioni” di qualcuno sono da considerarsi di per se’ sufficienti e valide per opprimere, uccidere, deportare e scatenare guerre semm a post!
@1 E’ sfuggita l’esplicita precisazione nell’articolo, ma perché la do per scontata. mi pare così ovvia. Per gli israeliani (e per la maggioranza degli ebrei in generale), Gaza e Cisgiordania NON sono territori di un altro stato: sono territorio “loro”. L’ipotesi “due popoli, due stati”, ipocrita fin dall’inizio, non regge: questo conferma la storia di decenni e decenni. Inutile insistere, si procrastina solo il massacro dei palestinesi.
Vero!!
in quegli anni durante le vacanze estive, lavoravo al mercato all’ingrosso di frutta e verdura di Lido di Camaiore . Eravamo invasi dai pompelmi Jaffa.
Articolo decisamente schierato, come poteva ben essere previsto, interessante per la continua commistione di verità e falsità, il tutto condito da informazioni errate.
Ne segnalo una sola, anodina e ininfluente e credo dovuta a pura ignoranza:
“Inizialmente era più che altro frutta esotica – avocado, papaia – oggi ci sono frutti in diretta concorrenza con i nostri: anche arance, limoni, kiwi, ecc.”
In realtà le coltivazioni in Israele sono partite dagli agrumi più classici (arance) iniziando studi sistematici sugli agrumi e la loro coltura, arrivando una vera università degli agrumi.
Ricordo distintamente che negli anni ’70 tra i primi frutti da Israele furono i pompelmi (esotici solo per noi polentoni!) da Jaffa.
Et de hoc satis, perché il resto dell’articolo è abbastanza inutile e inutilmente provocatorio, come ben ha colto il primo intervento.
Ok la realpolitik , ma Israele non può invadere uno stato vicino e cacciare gli abitanti , perche’ la sua popolazione sta aumentando.
Che cosa diremmo se la Francia facesse la stessa cosa con la Svizzera ?