Mi ricordo… al rifugio Monzino
di Ugo Manera
Estate 2026, il programma del Corso di Alpinismo della scuola di alpinismo Giusto Gervasutti prevede una uscita nel Monte Bianco avente come base il rifugio Monzino. Mi piacerebbe andare ancora lì con loro, ma ormai non me la sento più di partecipare neanche come semplice accompagnatore fino al rifugio.
Quel rifugio e le montagne che lo circondano fanno affiorare in me tanti ricordi accompagnati da un po’ di nostalgia: quante volte ci sono salito a vivere intense avventure e quanti personaggi si affollano nella mia mente quando ripenso a quelle avventure. Sono ricordi di momenti vissuti con entusiasmo ma anche di sfumature tristi, tutto ancora ben radicato in me, a volte ripensandoci mi viene in mente il titolo del celebre film di Fellini: Amarcord.
L’ultima volta che sono salito al Monzino risale a parecchi anni fa, l’obiettivo era la ripetizione di una delle vie tracciate da Manlio Motto sull’Aiguille Croux, ma giunti alla Brogliatta non scendemmo neanche sul ghiacciaio del Frêney causa il sopraggiungere del maltempo.
Pensandoci bene, però, forse oggi non avrei neanche voglia, al di là dei limiti fisici imposti dall’età, di trovarmi immerso in quei luoghi ad ammirarli: troppi i danni che la montagna subisce causati dal riscaldamento globale. Complice la mia probabile scarsa apertura mentale, ho sempre identificato come massima espressione di bellezza l’alta montagna, ora rivederla da vicino spoglia di neve e ghiaccio, con le goulottes scomparse e tracce di crolli diffuse ovunque, mi arreca dolore e, non essendo più in grado di compiere salite su quelle pareti, preferisco ricordarmi il Monte Bianco come l’ho vissuto e come appare nelle fotografie che ho scattato.
La prima volta che sono salito ove oggi c’è il rifugio Monzino data 18 luglio 1964, ero con il mio compagno di cordata di allora: Gian Carlo Ricompensa ed altri due amici. Il nostro obiettivo era la via Ottoz-Hurzeler sulla parete sud dell’Aiguille Croux e pernottammo nella vecchia capanna Gamba accolti dalla guida Aldo Ollier che ne era il custode.
La capanna Gamba era stata la base di partenza di grandi imprese alpinistiche sul più severo versante del Monte Bianco ed in quella capanna giunsero i tre unici superstiti della tragedia del Pilone Centrale del Frêney nel 1961. Posta un po’ più in alto del rifugio Monzino, venne abbattuta dopo la costruzione di quest’ ultimo nel 1965.
Salimmo la via Ottoz il giorno dopo ed io rimasi affascinato dalle pareti che si potevano scorgere dalla cima dell’Aiguille Croux. Raggiunsi nuovamente quella cima 12 anni dopo, nel 1976, al termine della salita (non programmata) di un’altra via di Arturo Ottoz: la parete est-nord-est. Pietro Giglio ed io eravamo saliti al Monzino con l’obiettivo di ripetere la via Boccalatte-Gervasutti al Picco Gugliermina, era l’11 agosto ed era appena terminato un periodo di maltempo. Il giorno seguente quando, giunti al colle dell’Innominata e stava albeggiando, notammo che la parte alta del Gugliermina era abbondantemente innevata (allora il maltempo estivo portava quasi sempre abbondanti nevicate in quota). Lì eravamo e qualcosa bisognava ben fare, mi venne in mente la via di Ottoz sulla parete est-nord-est dell’Aiguille Croux, scendemmo perciò sul Ghiacciaio del Frêney e traversammo fin sotto la Croux. Non avevamo relazioni tecniche della via, ma individuammo ugualmente il percorso che trovammo molto bello ed impegnativo. In vetta fummo concordi nel non rimpiangere il Gugliermina.
Arturo Ottoz è stato grande guida e grande alpinista, numerose le vie da lui aperte nel massiccio del Monte Bianco ad iniziare dalla prima salita del Père Eternel all’Aiguille della Brenva, 7 agosto 1927, fino alla parete est della Tour des Jorasses salita con Piero Ghiglione e Alfred Gregory il 10 agosto 1956, dieci giorni prima di venire travolto da una valanga nel canalone centrale della Brenva mentre era diretto con un cliente alla via Major.
La prima volta che pernottai al Monzino fu per salire una via celebre: la Ratti- Vitali sulla ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, ero con Ennio Cristiano, ma quando fummo a metà parete cominciò a piovere e dovemmo ripiegare con conseguente poco piacevole riattraversata del ghiacciaio del Frêney e risalita al colle dell’Innominata. Ritornai nell’ agosto del 1972 per ripetere quella via con un giovane allievo e poi istruttore della Gervasutti: Francesco Morra, che si era distinto per la sua abilità nell’arrampicata su roccia, ma non aveva mai salito grandi vie in alta montagna. Era in vacanza con la madre nella casa della Giovane Montagna ad Entreves ed io quasi lo strappai dalle attenzioni della genitrice preoccupata per la sorte del figlio.
Quando giungemmo ancora di notte al Colle dell’Innominata, mentre approntavamo la corda doppia per la discesa sul Frêney, ebbi la malaugurata idea di fargli notare un chiodo con fissato all’occhiello un fiore di plastica, dicendogli che attaccato a quel chiodo era morto di sfinimento Andrea Oggioni. Già intimorito da quell’ambiente severo e nuovo per lui, quella notizia lo mise in crisi ma poi lo convinsi a scendere sul ghiacciaio. Superato l’attimo di sconforto sulla via, si comportò molto bene salendo anche alcuni tiri da primo di cordata. Purtroppo quel caro ed entusiasta amico perse la vita alla Carra Saettiva in val Sangone alcuni anni dopo.
Una volta, al Monzino ci arrivammo dall’alto: era il 9 agosto del 1973, Roberto Bianco ed io avevamo salito la parete nord dell’Aiguille Blanche de Peutérey con l’intenzione di proseguire fino in vetta al Bianco. Lungo la via, però, eravamo sfuggiti per pochi minuti ad una caduta di seracchi. L’episodio aveva raffreddato il nostro entusiasmo e giunti in vetta alla Blanche decidemmo di scendere sul Frêney per il canale che scende dal colletto delle Dames Anglaises e raggiungere il rifugio attraverso il passaggio della Brogliatta. Le condizioni della montagna erano ottime con ancora molta neve e riuscimmo a compiere il percorso piuttosto rischioso senza grossi problemi.
Al Monzino fummo accolti da Franco Garda, guida alpina e custode del rifugio, che si fece raccontare la nostra avventura. Parlammo a lungo di scalate, e Franco ci raccontò che pochi giorni prima aveva salito la Cresta dell’Innominata con un cliente ed aveva ammirato a lungo il Pilastro Rosso del Brouillard. Non si dava pace che la via esistente su una struttura così bella contasse solo 2 ripetizioni da quando era stata aperta da Bonatti ed Oggioni 14 anni prima. Ci esortò a fare visita al Pilastro Rosso. Garda fu molto convincente, così quattro giorni dopo eravamo nuovamente al Monzino diretti al Pilastro. Fu lo stesso Garda a prepararci la colazione a mezzanotte perché avevamo deciso di partire direttamente dal rifugio senza pernottare al bivacco Eccles; al bivacco ci fermammo per farci un tè alle prime luci dell’alba.
Fu una bella avventura condotta con un po’ di apprensione inseguiti dal temporale. Il nostro programma prevedeva un bivacco in cima al pilastro, ma quando vi giungemmo dietro di noi in valle già si scorgevano i lampi di un temporale in arrivo. Continuammo, perciò, e salimmo tutta la notte al pallido chiarore della luna piena che filtrava dalle velature che si stavano addensando in cielo. Giungemmo in vetta al Bianco alle nove del mattino con il cielo ritornato sereno dopo che il temporale ci aveva raggiunti sul Mont Blanc di Courmayeur: 33 ore di scalata continua. Il Pilastro Rosso mi aveva conquistato e già allora mi proposi di ritornare a tracciarvi una nuova via più diretta.
Avevo conosciuto Franco Garda alle Courbassere in valle di Lanzo nella seconda metà degli anni ’60. Giuseppe Dionisi, fondatore e direttore della scuola Gervasutti, aveva organizzato una lezione di aggiornamento per istruttori sulle manovre di corda ed aveva invitato a tenerla Franco Garda, il maggior esperto di quel periodo. Io ero entrato alla scuola come istruttore da poco tempo e rimasi molto colpito dagli insegnamenti di Garda, tanto che riempii un quaderno di appunti che in seguito sviluppai e mi consentirono di pubblicare il manualetto: Nozioni di alpinismo edito dal Sottosezione GEAT del CAI Torino. Garda era una persona eccezionale, poteva apparire burbero e di poche parole, ma nei confronti di chi si avviava verso le sue montagne con intenzioni serie era molto disponibile e prodigo di utili consigli, indipendentemente dal fatto che fossero professionisti o dilettanti come noi. Ricordo ancora il suo magnifico cane lupo, mi pare si chiamasse Wolf, che a tante ricerche di travolti da valanghe ha partecipato.
Malgrado non fossi un grande appassionato delle vie celebri, un po’ del fascino del Pilone Centrale aveva colpito anche me, due volte sono salito al Monzino con quell’obiettivo ed ambedue le volte il maltempo ha interrotto i tentativi per cui decisi di lasciare il Pilone al suo destino e rivolgermi ad altri obiettivi. La prima volta eravamo in quattro, era periodo di ferie ed avendo tutto il tempo a disposizione, decidemmo perciò di salire al Monzino nelle ore fresche della mattinata. Franco Garda quella volta non c’era e la moglie a mezzogiorno ci preparò una bella polenta. A pranzare seduti vicino a noi vi erano due ragazzi con un adulto. Terminato il pasto noi salimmo a riposare nelle brandine prima di partire nel pomeriggio verso il bivacco Eccles. Eravamo appena appisolati quando mi senti chiamare con voce concitata dalla signora Garda: “Ugo… Ugo… è successo un disastro, uno de ragazzi è caduto dalle catene del sentiero ed è morto…”. Ci precipitammo giù a rotta di collo e quando arrivammo nel luogo dell’incidente il povero ragazzo era già stato posto nel sacco per cadaveri. Alternandoci nel trasporto, lo portammo verso valle fino ad incontrare il gruppo di guide cha saliva dal fondo per il ricupero. Rattristati dal triste episodio risalimmo al rifugio.
In serata, comunque, in un clima non più di allegria ma di tristezza, raggiungemmo il bivacco ove pernottammo. All’alba ci ritrovammo avvolti da una fitta nebbia con qualche fiocco di neve che volteggiava nell’aria. Roberto Bianco ed io partimmo ugualmente, ma dopo un po’ ci rendemmo conto che il tempo si era guastato irrimediabilmente e dovemmo rinunciare.
Con Roberto ritornai al Monzino qualche tempo dopo sempre per il Pilone, avevamo deciso di raggiungere il Col de Peutérey passando dal Ghiacciaio del Frêney ed i Rochers Gruber. Le previsioni meteorologiche erano incoraggianti ma, ad ogni buon conto, Garda volle che prendessimo una delle sue radioline rice-trasmittenti per tenerci in contatto. Ci portammo sul ghiacciaio attraverso la Brogliatta e proseguimmo in salita tra un dedalo di crepacci e torri di ghiaccio. Intanto, smentendo le previsioni, il cielo si era coperto di nubi minacciose e cominciava ad udirsi il brontolio dei tuoni. Quando giungemmo sotto la parete dell’Aiguille Blanche decidemmo di fermarci ed attendere gli eventi. Ci sistemammo in un crepaccio che con il suo labbro superiore ci proteggeva da eventuali scariche provenienti dalla Blanche ad attendere l’evoluzione del tempo. Non si verificarono mutamenti, così decidemmo di attendere il giorno seguente e dopo una notte caratterizzata dal rumore di crolli diffusi, il sorgere del giorno si presentò ancora con condizioni di tempo minaccioso, così ritornammo sui nostri passi rientrando al Monzino. Questa delusione pose fine alle mie ambizioni per il Pilone Centrale.
Il mio ritorno al Pilastro Rosso avvenne nell’agosto del 1980 ed i miei compagni erano Flaviano Bessone, Isidoro Meneghin e Mario Pelizzaro. Il giorno 4 ci trovammo di buon mattino in Val Veny alla partenza della teleferica di servizio del Monzino per farci trasportare i sacchi e salire leggeri al rifugio. Di servizio alla teleferica vi era una giovane guida di Courmayeur che mi conosceva. Ci chiese dove eravamo diretti ed io restai un po’ sul vago lasciandomi sfuggire comunque il nome del Pilastro Rosso. Le mie nebbiose risposte non trassero, però, in inganno l’interlocutore che diffuse la notizia che vi era una cordata diretta ad aprire una nuova via sul Pilastro Rosso di Bonatti. Questo si tradusse in una sorpresa per noi quando fummo di ritorno al rifugio dopo la salita. La Via dei Dilettanti (questo il nome della nostra via sul Pilastro Rosso) ci riservò una gran bella avventura nei due giorni che impiegammo a salirla, accompagnati da un tempo meraviglioso, in uno dei luoghi più belli delle Alpi.
Di ritorno al rifugio, la moglie di Garda (Franco era sceso a valle) mi pregò di mettermi in contatto con un giornalista che continuava a telefonare al rifugio per avere nostre notizie. Evidentemente il nome di Bonatti era ancora un nome magico per la stampa e la storia della nostra via sul “suo” Pilastro Rosso finì anche sul giornale.
Ritornai al Monzino nel luglio del 1985 con Franco Ribetti e Claudio Sant’Unione per la via di Gervasutti e Boccalatte sul Picco Gugliermina. Ho sempre avuto una grande ammirazione per questi due scalatori e di Gervasutti, oltre a vie minori, avevo ripetuto nel 1978 la via sull’Ailefroide nell’Oisans e due volte ero partito dalla Val Ferret diretto alla Est delle Jorasses, ambedue le volte respinto dal maltempo.
Era un fine settimana ed avevamo solo il sabato e la domenica a disposizione. Giungemmo al rifugio nel pomeriggio, un elicottero era posato sul piazzale apposito, aveva appena ricuperato il cadavere di uno scalatore francese caduto mentre tentava in solitaria una via sui Piloni del Monte Bianco.
La via sul Gugliermina non ci riservò sorprese, eravamo ben allenati e fummo veloci, ero già stato contagiato dalla mania della “libera” e tentai due volte di superare il celebre traverso in libera, ma non ci riuscii ed alla fine mi appicciai. Alle 18.30 del pomeriggio della domenica eravamo già al rifugio e potemmo rientrare agevolmente a Torino senza rischiare i nostri impegni di lavoro del lunedì.
Rivisitando questi miei Amarcord giunge spontanea una considerazione: quanti casi mi viene da citare di persone che hanno perso la vita in montagna: ad ognuno le proprie conclusioni.
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Che dire: alpinismo d’altri tempi, montagne che non sono più quelle di una volta ma il fascino di questi racconti è immutabile e altissimo.
Suggerirei a Manera, se possibile e se disponibile, di intensificare la frequenza dei suoi contributi a questo blog: tutti gli amanti della montagna gliene saranno grati.
Bell’articolo, bei ricordi e belle foto di una montagna orma mutata irreversibilmente, almeno nel breve periodo; come ricordava il grande John Maynard Keynes, nel lungo periodo siamo comunque tutti morti. Qualcuno, come ricorda qui l’autore, il lungo termine non ha potuto goderselo. Grazie a Ugo Manera
“ho sempre identificato come massima espressione di bellezza l’alta montagna, ora rivederla da vicino spoglia di neve e ghiaccio…mi arreca dolore….preferisco ricordarmi il Monte Bianco come l’ho vissuto e come appare nelle fotografie che ho scattato.”
Ad un livello alpinistico infinitamente inferiore la penso come il signor Manera.
Caro Ugo. Si purtroppo l’alta montagna non è più la stessa e forse nemmeno noi siamo più quelli di allora ma i tuoi racconti ci trasportano ancora in quella dimensione. Grazie
Mamma mia! Come erano belle le montagne con tutta quella neve!
Bello ,giorni grandi tanta invidia ,franco garda tra l’altro anche uno dei fondatori del soccorso alpino