Nomad – In cammino con Bruce Chatwin

Nomadi, anatomia dell’irrequietezza
di Ercole Giammarco
(pubblicato su itacatheoutdoorcommunity.it il 14 gennaio 2021)
Foto: photo © Nomad – In cammino con Bruce Chatwin

“Nella terra degli sherpa ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi (Bruce Chatwin)”.

Se avete letto e amato i libri di Bruce Chatwin e visto con passione i film di Werner Herzog è molto probabile che siate tipi inquieti, e che la vita stanziale a volte vi sia stretta. E se siete tipi inquieti e la vita stanziale a volte vi sta stretta vi consiglio di vedere tutti i film di Herzog e leggere tutti i libri di Chatwin, nel malaugurato caso non l’abbiate già fatto.

A cominciare da Nomad – In cammino con Bruce Chatwin l’ultimo lavoro di Wener Herzog, che il cineasta tedesco ha dedicato ad uno dei suoi amici più cari. Potete vederlo fino su ITACA on Demand. È un film lento come un viaggio a piedi, dove la dimensione che premia non è la durata, ma la profondità dell’esperienza. Vi consiglio di non perderlo. E quando inizia prendetevela con calma.

Quei due uomini, Herzog e Chatwin, non potevano non incontrarsi. Entrambi grandi viaggiatori e instancabili camminatori, entrambi con una vita spesa a cercare il senso profondo dell’Uomo, fuori dai confini protettivi della propria casa e dalla comfort zone della stanzialità nella quale ci siamo rifugiati da quando da cacciatori – raccoglitori (nomadi) siamo diventati contadini (stanziali), più di cinquemila anni fa.

Werner Herzog e Bruce Chatwin (a destra)

Il viaggio come ricerca di se stessi ma anche come modalità immersiva ed estrema di scoprire e capire il mondo.

Scrive Robert Byron, autore de La via per l’Oxiana (una Bibbia per ogni scrittore di viaggio, Chatwin compreso): “Certo ci sono altri modi per fare la conoscenza del mondo. Ma il viaggiatore è uno schiavo dei propri sensi; la sua presa su un fatto può essere completa solamente quando è rafforzata dalla prova sensoriale; egli può conoscere davvero il mondo soltanto quando lo vede, lo sente e lo annusa”.

Capire il mondo vedendolo, sentendolo e annusandolo: è uno stile di ricerca che costringe ad immergersi dentro il suo oggetto, ad esporsi a sollecitazioni che non sono guidate dal nostro pensiero, ma che in qualche modo subiamo nella loro imprevedibilità e nella loro forza.

Cercare viaggiando (… e farlo a piedi) richiede il coraggio di esporsi ad un destino che abbiamo deciso di non governare più, di non condizionare con i nostri tempi, le nostre necessità, i nostri progetti. Quando iniziamo un vero viaggio accettiamo di essere in balia delle cose che accadono lungo la strada. Vale lo stesso per la nostra vita, che diventa un vero viaggio solo quando gettiamo la spugna del controllo e accettiamo gli imprevisti come un dono della strada. e non come ostacoli che si frappongono alla nostra Meta.

Anche questo spiega il particolare fascino che l’idea del viaggio ha sull’uomo moderno, che da un lato vuole controllare il mondo e il proprio destino (e si illude di poterlo fare), ma dall’altro ha nostalgia del Fato (il Mistero, per i cristiani), che è sale della vita, e si chiama anche Libertà.

​Tutti i personaggi dei film e dei documentari di Herzog sono uomini che cercano un altrove, spesso estremo, rispetto ad una vita tranquilla, prevedibile, sicura ma morta come l’acqua di una pozzanghera. Da Grizzly Man, la storia vera (che non finisce bene) di un americano che decide di vivere tre mesi all’anno insieme a un branco di grizzly giganti; a La grande estasi dell’intagliatore Steiner l’incredibile storia del campione svizzero di volo con gli sci, fino a Fitzcarraldo, l’epopea folle e romantica dell’uomo che, fra ottocento e novecento, decise di costruire un teatro lirico nel cuore dell’Amazzonia. L’elenco consideratelo semplificativo ma non esaustivo: Herzog di pellicole ne ha prodotte più di cinquanta…

Anche Chatwin, in tutti i suoi libri, cerca di rispondere a una sola domanda che darà il titolo al suo ultimo libro Che ci faccio qui?

Viaggia in tutto il mondo, sempre a piedi, nell’Australia degli aborigeni, nelle pianure della Patagonia, nelle antiche terre d’Europa e nelle steppe dell’Asia centrale. E poi Africa, Cina, Estremo Oriente. Durante i suoi viaggi, soprattutto in Africa, incontrò le ultime popolazioni nomadi sopravvissute al progresso, e rimase affascinato dal loro distacco rispetto ai beni materiali, e dalla libertà e gioia che questo procurava loro.

I suoi appunti di viaggio (tutti scritti su block notes Moleskine, azienda che ha fondato la sua fortuna proprio sul mito di Bruce Chatwin) non sono accurati, scientificamente rigorosi. L’occhio dello scrittore prende il mondo che gli scorre davanti mentre è in cammino e lo deposita ai piedi della sua anima, che lo trasfigura, lo ricostruisce e lo rende esperienza soggettiva.

Con buona pace dei suoi detrattori, io adoro quel suo modo “poco oggettivo” di scrivere: “Così il giorno dopo, mentre l’autobus attraversava il deserto, guardavo assonnato i brandelli di nuvole d’argento che si spostavano in cielo, e il mare grigioverde di sterpaglia spinosa sparsa sulle ondulazioni del terreno e la polvere bianca che il vento sollevava dalle saline e, all’orizzonte, la terra e il cielo che si fondevano, mescolando e annullando i loro colori”

Più che la descrizione di un paesaggio australiano, è la descrizione di un paesaggio interiore. Per questo è un grande scrittore.

Qualche suggerimento, su Herzog e su Chatwin
Del grande regista tedesco comincerei proprio con Nomad – In cammino con Bruce Chatwin che è una bellissima storia di amicizia, un ritratto commosso e affettuoso di uno degli scrittori più noti del secolo scorso, e il tentativo di studiare le radici dell’inquietudine che porta i grandi viaggiatori ad essere costantemente altrove.

Poi andate avanti con Fitzcarraldo, di cui ho già parlato nelle pagine precedenti, che forse è il suo film più potente; Grido di Pietra (la storia di una sfida sul Cerro Torre fra un grande alpinista e un climber); e La grande estasi dell’intagliatore Steiner una riflessione profonda sulle ragioni che spingono alcuni uomini a superare i propri limiti umani.

Ma Herzog ha scritto anche un paio di libri. Uno di questi è imperdibile. Naturalmente è un diario di viaggio, si intitola Sentieri di ghiaccio (Guanda) e racconta il suo viaggio a piedi, d’inverno, da Monaco a Parigi, per raggiungere il capezzale di una sua amica molto malata, dono votivo per salvarle la vita. Se non avete letto Chatwin vi consiglio di cominciare con Che ci faccio qui che è una antologia di suoi scritti sparsi, e contiene delle belle pagine sulla sua teoria del nomadismo, poco scientifica ma molto affascinante; poi continuerei con In Patagonia, che racconta il suo lungo viaggio in quella terra per ricostruirne storie, vere e leggendarie, che aveva cominciato a raccogliere in Patria. E, ancora, La via dei canti, secondo me l’unico suo libro in cui la sua tendenza a trasfigurare la realtà è poco coerente con gli obiettivi di quel lavoro che voleva essere uno studio di antropologia culturale. Ma se lo leggete come fosse un romanzo, ne resterete abbagliati.
E se leggerete il primo, temo che continuerete con tutti gli altri titoli che vi ho consigliato perché Bruce Chatwin fa parte della razza di scrittori ipnotici che portano irrimediabilmente alla dipendenza.

12
Nomad – In cammino con Bruce Chatwin ultima modifica: 2021-07-27T05:40:00+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Nomad – In cammino con Bruce Chatwin”

  1. 1

    Che combinazione. Anatomia dell’irrequietezza di Chatwin è il mio libro preferito e che ho letto più volte. Fitzcarraldo occupa lo stesso posto nella mia precaria ma sentimentale lista dei film che ogni tanto riguardo con gusto. Non è esatto dire che Chatwin fosse un gran camminatore, perché non faceva di certo grandi camminate a piedi (basta leggere i suoi libri per capirlo), ma era uno che si spostava senza l’assillo ignorante del collezionista di luoghi e distanze. Quando trovava qualcuno o qualcosa che lo interessava, vi si immergeva in profondità e la dimensione del tempo per lui lasciava il posto a quella della necessità del sapere. Quindi il suo viaggiare non era affatto programmato ma bastava un pretesto (anche letterario) per partire che lui partiva.  Si pensi alla pelle di milodonte di In Patagonia. Tutti gli irrequieti (e gli inquieti. La differenza è che i primi vanno mentre i secondi scappano) sentono il bisogno di mettere nella propria vita un bel pezzo di “cammino nomade” perché assecondano il proprio istinto. 
    L’uomo stanziale, e oggigiorno il Sistema che ci vuole mentalmente fermi e concentrati a consumare, hanno atrofizzato la primordiale necessità umana dello spostarsi e dell’incertezza che da serenità. Per me vale sempre: ci stanno provando ma non ci riusciranno.

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.