“Banniamo Bunn”, ovvero limiti e privilegi: un’analisi dialettica dell’alpinismo.
“Banniamo” Matthew Bunn
di Yuri Vladimirovich Koshelenko
(pubblicato sulla pagina fb di Yuri Koshelenko)
Il sociologo Matthew Bunn, che ha studiato l’habitus (l’insieme dei tratti esteriori, della struttura o delle abitudini radicate di un soggetto) degli alpinisti ad alto rischio sulla base di comunità nordamericane di scalatori e alpinisti su ghiaccio, formula una tesi che merita di essere analizzata seriamente, anziché essere liquidata con un semplice gesto di diniego: la montagna estrema non si contrappone al comfort della quotidianità; essa ne è parassita, ne è il prodotto, non la sua negazione. Si tratta di una critica diretta alla lettura romantica dell’alpinismo (1).
Analizziamo questa tesi secondo il metodo del classico dibattito filosofico della tradizione indiana: pūrva-pakṣa (la posizione dell’avversario, esposta in tutta la sua forza); uttara-pakṣa (la sua confutazione); siddhânta (la tesi conclusiva).
Pūrva-pakṣa: la tesi di Bunn
L’alpinismo è una pratica interamente determinata dal sistema borghese. L’incontro con il limite, descritto dall’alpinista, è solo un’illusione generata dal privilegio di classe. Non per caso, non in virtù di circostanze storiche, ma strutturalmente, per sua stessa natura.
Il limite (vivere il rischio come scelta, e non come condizione di esistenza) è possibile solo sullo sfondo di una base garantita. Chi rischia la vita perché altrimenti morirebbe di fame, semplicemente vive. Il lavoro al limite (edgework) nasce proprio quando il rischio è volontario: quando c’è qualcosa da perdere e c’è un posto dove tornare.
La narrativa romantica sull’alpinismo come fuga (la ‘linea di fuga’ di Gilles Deleuze) dalla vita borghese verso qualcosa di più autentico è un autoinganno. La stessa possibilità di questa fuga è stata ottenuta proprio grazie a quella vita da cui si fugge.
La linea di fuga di Deleuze presuppone l’esistenza di una stratificazione: senza stratificazione non c’è linea, c’è solo caos. Il cacciatore nella savana non fugge. Sopravvive. La differenza è fondamentale.
Anzi: la ricerca dell’esperienza estrema in condizioni di sicurezza garantita è un sintomo, non una virtù. Un sintomo di una società in cui la vita quotidiana è talmente neutralizzata che l’uomo è costretto a ricreare artificialmente il pericolo per sentirsi vivo. L’alpinismo è una terapia per chi è stanco della civiltà. Una protesi della vitalità perduta.
E l’alpinismo commerciale non è una perversione di questa logica, ma la sua onesta conclusione. Se la sete di esperienze estreme è un prodotto della stabilità borghese, perché non venderla direttamente? Il cliente paga, prova la sensazione di raggiungere la vetta, torna in ufficio. Il simulacro non è meno reale dell’originale, perché l’originale, a rigor di termini, non è mai esistito. C’è sempre stato solo l’acquisto. Semplicemente, prima si acquistavano l’attrezzatura, i biglietti e il permesso, mentre ora si acquista anche l’accompagnamento fino alla vetta.
Storicamente, l’alpinismo nasce come passatempo borghese nel senso più letterale del termine. L’Alpine Club (1857, Londra) era composto da gentiluomini con un’istruzione universitaria, avvocati, medici e sacerdoti, che disponevano del tempo e del denaro necessari per recarsi in Svizzera e assumere guide locali. Jonathan Simon, analizzando gli avvocati e gli alpinisti vittoriani, lo dimostra non come metafora, ma letteralmente: l’assicurazione sulla vita come istituzione e l’alpinismo come pratica del rischio sono nati dalla stessa classe sociale — persone che potevano permettersi di calcolare il rischio, perché avevano qualcosa da perdere e i mezzi per assicurarlo (2).
L’alpinismo commerciale d’alta quota contemporaneo è completamente monetizzato: contratti di sponsorizzazione, industria delle guide, diritti mediatici sulle spedizioni, tour di conferenze — tutto il capitale simbolico dell’alpinista viene riconvertito in capitale di mercato.
Si può portare questa logica alle sue estreme conseguenze in questo modo: l’alpinismo è una forma di legittimazione dell’ordine borghese, una dimostrazione del fatto che l’uomo può essere libero, può confrontarsi con i propri limiti, può essere se stesso a condizione che abbia un’assicurazione e torni a casa; la stessa possibilità di vivere il rischio come una mancanza desiderata, e non come una minaccia alla sopravvivenza, è un privilegio di classe.
Quando un cacciatore del Paleolitico partiva per la caccia, non aveva alcuna garanzia di ritorno: un insuccesso significava fame per la famiglia. Quando un alpinista moderno parte per una scalata, sa che, se sopravviverà (e la probabilità di sopravvivenza è circa del 99%), lo attendono una casa calda, medici, amici, denaro. È proprio questa garanzia psicologica che gli permette di affrontare con serenità il limite. Il cacciatore lo affronta in uno stato di disperazione, senza alcuna garanzia, e per questo il suo limite è più crudele e più reale.
Ecco, se la si guarda senza romanticismi, la vera faccia dell’alpinismo: un teatro che permette all’uomo borghese di sentirsi vivo, senza uscire dai confini del sistema.

Uttara-pakṣa: la mia risposta
Prima obiezione: la sostituzione della condizione con l’essenza
L’argomentazione di Bunn si basa su un’operazione logica impercettibile: la condizione di possibilità si trasforma in definizione dell’essenza. Sì, l’alpinismo serio richiede risorse. Ma da ciò non ne consegue che esso sia l’espressione di tali risorse o che si riduca ad esse.
Umberto Eco, nel Pendolo di Foucault, presenta una tipologia accurata delle persone che si recano dall’editore con i propri manoscritti: il cretino, l’imbecille, lo sciocco e il pazzo.
Il cretino è privo del dono della parola — gorgoglia, sbava, non è pericoloso per l’editore.
L’imbecille parla di cani quando tutti discutono di gatti; è fastidioso, ma non pericoloso.
Lo sciocco: ecco dove inizia il bello. È intelligente, logico, coerente; i suoi sillogismi sono costruiti in modo formalmente corretto, ma alla base c’è una sottile sostituzione di termini. Proprio per questo è quasi impossibile smascherarlo senza rileggere il ragionamento dall’inizio.
Il pazzo è il tipo più pericoloso: per lui tutto è collegato a tutto, qualsiasi obiezione viene integrata nel sistema come una sua stessa conferma.
Ora ricostruiamo il sillogismo di Bunn (prima premessa, seconda premessa, conclusione).
Prima premessa: l’estremo richiede una base stabile affinché il rischio sia una scelta e non una necessità. Seconda premessa: gli alpinisti contemporanei hanno una base stabile e neoliberista. Conclusione: l’alpinismo è un prodotto di questa stabilità, non la sua negazione.
Formalmente coerente. Ma l’espressione «richiede una base stabile», nella prima premessa, indica una condizione di possibilità. «È il prodotto», nella conclusione, indica una dipendenza sostanziale, una riduzione. Si tratta di affermazioni diverse, e il termine «prodotto» sostituisce silenziosamente il termine «condizione».
Un classico esempio dello stesso errore: il pensiero è possibile grazie al cervello e, di conseguenza, il pensiero è un prodotto della neurochimica e le è debitore.
La filosofia richiede tempo libero, diceva Aristotele: da ciò non ne consegue che la filosofia sia un prodotto del tempo libero.
[Altro esempio di sillogismo: “tutte le capre hanno la barba; Socrate ha la barba; dunque Socrate è una capra”. Oppure: “se piove, la strada è bagnata; la strada è bagnata; dunque piove”. L’errore sta nel confondere una condizione necessaria con una condizione sufficiente. Questa “fallacia formale” si chiama affermazione del conseguente (affirming the consequent), NdR].
L’esperienza mistica di Teresa di Lisieux è stata possibile grazie al monastero, che era sostenuto dalla Chiesa, a sua volta sostenuta dai fedeli: da ciò non ne consegue che la sua esperienza fosse una funzione della contabilità ecclesiastica.
Nella tradizione indiana questo errore è chiamato savyabhicara — un ragionamento di portata eccessiva, in cui un segno viene attribuito a un numero di casi maggiore di quelli che in realtà copre.
Seconda obiezione: dedurre un’affermazione universale da un caso particolare
Bunn osserva un fenomeno reale — l’alpinismo occidentale contemporaneo è effettivamente prevalentemente borghese — e ne ricava una conclusione universale sulla natura dell’esperienza estrema in quanto tale. Si tratta di un ragionamento logicamente inammissibile: non è possibile dedurre una conclusione universale da premesse particolari.
Mikhail Khergiani, maestro di sport sovietico originario della Svanezia (Georgia nord-occidentale), confuta questa universalità con il semplice fatto della sua esistenza. Egli non godeva di alcuna stabilità neoliberista. Il suo alpinismo non era una terapia per persone benestanti. L’alpinismo era una necessità culturale, il linguaggio con cui gli Svani, e suo padre in particolare, dialogavano con il mondo e con se stessi. Molti alpinisti di grande livello dello spazio post-sovietico scalavano senza essere benestanti, per mancanza di altre prospettive, in una cultura in cui le montagne erano uno dei pochi spazi accessibili in cui trovare dignità. La loro estrema dedizione non parassitava sul comfort: esisteva al posto di esso.
Il nostro progetto «La via russa – le pareti del mondo» («Русский путь – стены мира», traslitterato: «Russkij put’ – steny mira»), dal 1997 al 2000 ha realizzato ascensioni di livello mondiale autofinanziate: lo stesso caso.
Il cacciatore nella savana confuta l’argomento in modo ancora più radicale. Per lui non esisteva alcuna sicurezza quotidiana. Ma il fascino dello spazio pericoloso, la capacità di interpretarlo e quella particolare qualità di presenza al suo interno non sono scomparsi. L’estremità dell’antica borghesia. Non è una sua invenzione…
Terza obiezione: una pietra da affilare, non una protesi
Bunn definisce la ricerca dell’esperienza estrema un sintomo — una protesi della vitalità perduta. È un’osservazione arguta.
Ma questa descrizione si applica a qualsiasi pratica nata in risposta a una carenza: la meditazione è nata laddove la vita quotidiana non offriva silenzio interiore.
L’uomo si rifugiava nella meditazione non per sfuggire al rumore esterno, ma al flusso infinito di pensieri, paure, desideri e angoscia esistenziale.
L’ascesi, in qualsiasi tradizione, è la ricreazione artificiale delle condizioni necessarie per violare consapevolmente i programmi biologici di base; una rottura che la mente indagatrice esigeva per raggiungere la vera conoscenza. Definire questo fenomeno un sintomo significa definire sintomo l’intera pratica spirituale dell’umanità. E se la civiltà ha davvero «guarito» l’uomo dal rischio autentico, allora la pratica che restituisce tale rischio non è un sintomo della malattia, ma una cura contro la cura.
Il mio amico e compagno di scalate Aleksandr Odintsov una volta ha detto: «L’alpinismo per me è una pietra per affilare, su cui affino la mia percezione della vita».
Non è una fuga, non è una protesi e tanto meno un simulacro di autenticità. La pietra non sostituisce la lama: lavora con essa, ridona affilatura a ciò che si è smussato.
Senza lama, la pietra non ha senso, e senza la vita là sotto non c’è motivo di tornare dalla montagna trasformati. L’uomo parte per la parete e torna con una percezione più acuta — a volte diventa persino un filosofo. La montagna e la vita non si contrappongono, sono parti di un unico ciclo: come la caccia e la tribù, come il rischio e il ritorno, come la marea alta e quella bassa. Il cacciatore torna alla tribù non per fuggire di nuovo a caccia alla prima occasione, ma per vivere, anche se in modo leggermente diverso.
Siddhânta: una posizione personale
Bunn ha individuato un fenomeno sociologico reale e ne ha tratto una conclusione ontologica illegittima. L’alpinismo occidentale contemporaneo sta davvero diventando sempre più una pratica borghese, e l’alpinismo commerciale ne è la logica conclusione: l’acquisto letterale di un’imitazione del lavoro al limite.
Ma la totalità in quanto tale (quella qualità della presenza in cui non vi è alcun divario tra percezione e azione, dove l’abilità affronta la sfida alla pari) non è un’invenzione della borghesia.
L’estremo è antico ed è alla portata sia del cacciatore, sia dell’asceta, sia dell’alpinista sovietico della Svanezia, sia della mia amica austriaca Daria Krenn, che va in montagna per provare commozione nel cuore con le sue articolazioni ormai logore.
La differenza è fondamentale. Si possono acquistare un permesso, l’attrezzatura, una guida che ti conduca in vetta. Ma il momento in cui, su un’altra corda di un percorso sconosciuto, ti rendi conto che il passo successivo è un’incognita (e lo fai comunque) non si può comprare. Questo momento non è un prodotto della stabilità borghese. È ciò per cui non c’è bisogno di ricordarsi della stabilità.
Note
(1) Bunn, Matthew, 2016. Habitus and Disposition in High-risk Mountain-climbing. Body & Society 22 (1): 92–114.
(2) Simon, Jonathan, 2005. «Edgework and Insurance in Risk Societies: Some Notes on Victorian Lawyers and Mountaineers». In Edgework: The Sociology of Risk-Taking, a cura di Stephen Lyng, 203–226. New York: Routledge.
Per citare questo articolo: Matthew Bunn (2017): Defining the edge: choice, mastery and necessity in edgework practice, in Sport in Society, DOI: 10.1080/17430437.2017.1284800
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Ricordarsi sempre una società per quanto equilibrata non potrà mai fare a meno delle elite,se si lascia l’insieme dell’uno vale uno,potrà accadere di trovare chi eccelle,ma sarà raro e lo farà solo per se stesso solo i gruppi organizzati ,preparati,le elite possono fare la differenza,e se ben ispirate e motivate ne trarranno vantaggio anche gli altri.Nell’alpinismo ê successo piû o meno lo stesso agli inizi,anche perchê la società,le società,questo indicavano
Per molti però l’alpinismo è stata un’attività di riscatto. Basta pensare al periodo subito finita la seconda guerra mondiale. Molti giovani di allora, che non avevano un soldo in tasca, si sono buttati a capofitto nell’alpinismo. Vestiti con calzettoni e maglione di lana fatti dalla nonna e come passamontagna una busta di carta del pane con due buchi per gli occchi. Con zero soldi, vestiario e scarpe rimediate, scarse attrezzature, ma tanto entusiasmo hanno affrontato e risolto le più impegnative pareti e sono diventati alpinisti che hanno fatto la storia, fondando anche gruppi che ne rivendicavano l’origine sociale operaia e non certo borghese. Un esempio i Pell e Oss.
E’ innegabile che i privilegi di classe influenzino le possibilità di un individuo, ma un elemento che mi pare manchi alla discussione è che conosciamo l’alpinismo come “passatempo borghese” perché ha avuto i suoi cantori, a differenza di altri alpinismi..
Un buon punto.
La cosa che fa propendere me per la visione di Bunn , è la vita grama del montanaro rispetto a quella del “villeggiante”.In un articolo di qualche mese fa’ si parlava di un ragazzo malenco che si era caricato in groppa una stufa di 90 Kg e l’aveva portata al rifugio 1300 metri disl. più in alto , o che dal letto diceva :” Speriamo che piova” per non dovere anche oggi andare su e giù dal Disgrazia con i clienti.Qualche piccola scheggia di queste considerazioni me la ricordo : mio nonno che veniva criticato dalla nonna perchè si era addirittura comprato una carabina da camoscio per la sua grande passione , o quella volta che si era spaccato una gamba e non aveva potuto lavorare per un mese , il culo che la nonna gli aveva fatto.Un altro parente era stato criticato in paese , perchè a 80 anni ( quindi già morto secondo la vox populi ) , si era fatto fare una dentiera che non avrebbe consumato…Ecco , questo secondo me si sposa male con un’attività costosa , rischiosa , ed inutile , che poteva rendere bene solo ad alcune guide.
Ecco un cantore che la canta diversa:
Controstoria dell’alpinismo
Andrea Zannini
Cito dall’articolo (tesi di Matthew Bunn):
E’ innegabile che i privilegi di classe influenzino le possibilità di un individuo, ma un elemento che mi pare manchi alla discussione è che conosciamo l’alpinismo come “passatempo borghese” perché ha avuto i suoi cantori, a differenza di altri alpinismi.
Ritornando al tema,certo che le condizioni sociali possono di molto modificare gli orizzonti,la necessità di meglio alimentarsi portava,alcuni indigeni, abitanti locali,ad esercitare la caccia,spesso quella alta,cervi,camosci etc.questo non significava che gli stessi non provassero una particolare attrazione o curiosità per vette prettamente alpinistiche,il manifesto era di per se implicito ed esponenzialmente pronto,necessitava,di una molla di qualsiasi natura,che si rese manifesta con l arrivo di stranieri facoltosi e interessati.Questo vale anche per chi pensa che il contadino di asperrime lande non possa a sua volta contenere tutti gli elementi di potenziale cultura e conoscenze anche complesse,a meno non ci si trovi a fronte di deficit organici,ma questo vale ovunque..buon incedere
albertperth io sarò anche un superficiale cavatore apuano , te invece sei una emerita TESTA DI CAZZO!!
Quanto a rapporti umani non hai da insegnare nulla a nessuno tanto meno a me.
Sei solo un provocatore che non ha il coraggio di firmarsi con nome e cognome, che si sente ganzo ad usare termini come “sesquipedale” . Cosa ci vuoi far sapere che sei dotto? Che invece di usare vanga e bidente, hai studiato?
Sei una testa bollita, i calli invece che nelle mani ce l’hai nel cervello.
sig.Antonio non aver riflettuto sul resto del pensiero,l’orto vuole l’uomo accorto,poichê cosi darà i suoi frutti,cosï come nei rapporti umani,significa non aver compreso il concetto,definire l orto vuole l’uomo morto,ê un esagerazione sesquipedale,dettata piû dall ignoranza,ribadita peraltro dal cavatore della appuane,inserita poi senza costrutto dallo stesso e da Lei egregiamente raccolta,perseverate di mazza e superficialità ,..ohhh diletti cavatori
Vi ringrazio per aver tradotto e pubblicato questo contributo. Davvero notevole.
Dire che l’orto vuol l’uomo morto è un pensiero sciocco vuol dire non sapere nemmeno da che parte è il manico della vanga figuriamoci fare l’orto, la saggezza contadina è un patrimonio di conoscenze pratiche osservazioni ed esperienze tramandata dai nostri nonni, nati lavorando la terra giorno dopo giorno, non si impara sui libri e tanto meno sul cellulare ma con la vita all’aria aperta a contatto con la natura.
Mi sembra assolutamente ridicolo affrontare questo discorso non contestualizzandolo….
Il pescatore polinesiano nell’anno 1000 che alpinismo poteva praticare?
Tanto per intenderci.
Ogni epoca è ogni luogo hanno avuto e avranno un loro spirito del tempo e un loro spirito del luogo , se non ragioniamo con riferimenti spazio temporali a mio avviso sono seghe mentali…..
Sig.Matteo convengo con la sua considerazione e se lo riterrà dia una lettura all testo dell’autore…buon proseguire
Parla di Lei Signore???
Ma allora è anziano!! Ahi ahi Benassi, bisogna avere rispetto degli anziani.
“il soggetto aveva le stesse identiche capacità ma doveva svilupparle nella primaria ricerca dell’acqua e/o del cibo”
Albertperth, è ovvio, aveva le stesse capacità e le stava sviluppando.
Quindi è semplicemente sbagliato sostenere che potesse solo affrontare la caccia in uno stato di disperazione o che potesse solo sopravvivere. Ovviamente non se ne potrà avere mai la prova provata, ma come proprio il cacciatore raccoglitore ha iniziato a distaccarsi dalla mera animalità, non si può escludere che non lo facesse anche in altri modi, magari sfidandosi in gare inutili o salendo un’altura solo perché era lì.
Mettere alla base del proprio ragionamento questa assunzione dimostra solo una sorta di razzismo culturale: se sei povero non puoi capire, non puoi fare. Il medesimo che albergava nei nobili inglesi di inizio ottocento, direi.
….della serie..il piccolo dizionario medico..ed.tascabili…buona norma specie con l’avvanzare della senescenza,non alzarsi repentinamente dal letto sia di notte che di mattino,sostare almeno un paio di minuti,poi se in casa posizionare un saturimetro e verificare frequenza e saturazione,e se tutto a posto ,fatta colazione…proseguire…meglio senza farsi troppe domande,spesso innutili…dati i tempi che incedono e che ci restano..
Mi scusi Signore se mi permetto, Le faccio notare Signore, che forse qui si è distratto.
Non si scrive così: hai hai.
Ma così: ahi ahi.
Di nuovo Signore perdoni il mio azzardo sicuramente Lei si è solo distratto.
Buongiorno Signore, vede come sono educato !!! Trasuda di cultura Lei, addirittura le citazioni di mister Rischiatutto!! Posso solo inchinarmi a tanta sapienza.
Abbia pazienza con me, non sono come Lei Signore, sono un povero e ignorante contadinotto, un campagnolo toscano.
Forse non ha capito la domanda? Colpa mia mia sicuramente… non mi so spiegare, mi contraddico.
Mi perdoni per aver osato importunarla con le mie SCIOCCHEZZE.
Mi creda non è superbia la mia, è che ci tengo molto al suo dotto sapere di vita contadina, capisco tra le righe che Lei Signore se ne capisce, quindi provo a ripeterLe la mia umile domanda:
Ha mai vangato lei? Ha mai preso in mano una vanga Signore?
Spero nella sua gentile e dotta risposta. Magari con un’altra bella citazione. Da Lei Signore, un contadinotto come me, può solo imparare.
Quanto ê ridondante ovvio e puntuto,prima afferma una tesi,poi la contesta per avere di nuovo una diversa ragione sul soggetto,che aveva solo rimarcato la superficialità della prima…hai hai Sig.Benassi mi ê caduto sull’orto. ( cit. Mike Bongiorno)
Sig. Albert, mi permetta, ma il detto ‘l’orto vuole l’uomo morto” non è affatto sciocco. È un proverbio che nasce dalla sapienza popolare. E come tutti i proverbi popolari hanno un bel fondo di verità, perchè nascono dalle esperienza di vita. Capirne il significato è abbastanza facile. La terra è bassa e la vanga è pesa. Lavorare la terra è fatica e richiede cure continue, le ferie non sono ammesse. Lei Sig. Albert ha mai vangato?
Sig. Albert la mia è una battuta che si usa dire. Sono nato e cresciuto in campagna in mezzo a campi coltivati a frutta e verdura. I miei nonni erano contadini. La mia mamma coltivava fragole. Mio padre aveva un orto super fornito di tutto. Era diventata la sua passione da pensionato. Riforniva tutti di verdura e di frutta ottima ecsenza far uso di roba chimica. Quindi lo so benissimo che un orto ti può dare tanto, ma lo devi anche curare tanto! E come diceva la mia nonna contadina: la terra e bassa è la vanga è pesa.
Invece al Sig.Benassi desidero precisare..l’orto non vuole l uomo morto…pensiero sciocco..l orto vuole l uomo accorto..se lo curi e lo coltivi ti da i suoi frutti..come i rapporti umani..tratta l orto alla…..e i rapporti umani idem..e avrai lo stesso risultato..buona serata
Riferito a quanto espresso dal Sig.Matteo nel lavoro di J.Goody in l Addomesticamento del Pensiero Selvaggio tra le tante si riflette se mai ai tempi di Platone vi fosse un analogo in una savana o consimili…ebbene il ragionamento sostiene e a ragion veduta..il soggetto aveva le stesse identiche capacità ma doveva svilupparle nella primaria ricerca dell’acqua e/o del cibo…buon procedere
Non capisco. Perchè avere tempo da dedicare ad un’attività senza lucro, che non serve a riempirti la pancia ne il portafoglio, ma ti piace e siccome ti piace, ti fa bene, fa bene al tuo fisico e al tuo cervello, perchè ti tiene attivo e non rincoglionisci a stare su una panchina o a fare l’orto che vuole l’uomo morto, sarebbe tempo perso o comunque senza scopo?!?!?
Si può andare per mille scopi: il cacciatore con quello di uccidere una preda, il pastore con quello della ricerca di nuovi pascoli.
Solo l’alpinista lo fa senza nessuno scopo se.non salire la montagna.
Quindi l’alpinismo nasce perché gente con tempo da perdere, e non un mestiere da praticare, voleva salire le.montagne.
L’idea che il senso di avventura sia un privilegio dei ricchi, perché i poveri devono pensare a lavorare/mangiare/riprodursi, farà voltare nella tomba Bonatti e Cassin, e pure Messner potrebbe farsi una risata. Due operai, l’altro contadino, che cosa ci facevano a rischiare le loro ossa proletarie sulle crode? Perché la domenica non se ne stavano a casa, distrutti dalla catena di montaggio, a covare rabbia di classe invece che pestar ghiacciai? Non gliel’hanno spiegato che la conquista dell’inutile è un vezzo da borghesi con la pancia piena?
Per fortuna l’uomo non è così semplice. Per fortuna, davvero, un tornitore della Falk può leggere Jack London e poi partire per la Grigna sognando che sia l’Alaska. Per fortuna il ragazzo della malga ha alzato gli occhi e si è detto: domani, dopo che ho finito di mungere, magari faccio una corsa lassù.
Beh …ma c’è gente che ancora si fa le seghe mentali su queste cose….sono quasi sconvolto…..
Sicuramente.
Del resto già qualcuno parlò, in modo sintetico ma chiaro, di conquistatori dell’inutile.
Anche i miei genitori mi hanno sempre detto ma perchè vai a rischiare ? Ti pagano? Poi se ti fai del male c’e anche da sentirsi dire se l’è cercata.
Redazione: il Matthew Bunn di cui è pubblicata la foto è un omonimo statunitense del Matthew Bunn in questione, che invece è un ricercatore ed insegnante universitario australiano.
Qui il suo profilo e l’elenco delle pubblicazioni, in cui compare anche quella citata e confutata nell’articolo (“Habitus and Disposition in High-risk Mountain-climbing“): https://portfolio.jcu.edu.au/researchers/matthew.bunn.
Io penso che i cacciatori in montagna ci andassero per una ragione concreta , e fare una parete non ti faceva portare a casa più camosci , dovevi avere altre molle.
.
Personalmente vado in montagna con tanti “paracadute” : il fatto che ho tempo libero in cui non devo necessariamente lavorare , il fatto che probabilmente mi vengano a riprendere se ho un incidente grave , il fatto che se mi faccio male ho medici che mi curano , e posso permettermi di stare a casa dal lavoro per uno o più mesi senza morire di fame o lasciare in ristrettezze la mia famiglia.
Immaginate una fiera nella savana che per gioco assalta una preda troppo pericolosa per lei e ritorna sciancata…
Poi muore di fame.
.
Per questo , secondo me , molti alpinismi nascono da persone con la pancia piena.
L’alpinismo non è nato borghese e nemmeno scentifico, è nato valligiano da cacciatori dietro ai camosci, da pastori alle ricerca di pascoli. Quindi soprattutto per necessità, ma poi chi lo dice che qualcuno di questi valligiani non sia stato anche semplicemente curioso? La curiosità fa parte di noi. Poi è diventato borghese se non addirittura aristocratico. Faceva alpinismo colui che aveva tempo e soldi da spendere per divertirsi. Ma poi anche questo è cambiato. L’alpinismo è diventato per qualcun’alyro un modo per riscattarsi. Le classi operaie sono diventate una grande fonte di alpinisti di punta. Durante la settimana semplice operaio alla catena di montaggio, mentre nei fine settimana alpinista alla ricerca dell’impresa che lo rendesse anche famoso. Cosa che la catena di montaggio non avrebbe mai potuto fare. Da qui c’è chi è rimasto un operaio alpinista ( anche famoso) , chi invece, è diventato un professionista della montagna. Riscatto?? Oppure solo due modi diversi di intendere l’alpinismo??
Alpinismo uguale gioco, oppure alpinismo uguale lavoro?
Il cacciatore va nella pericolosa savana perchè deve sfamare se stesso e la sua famiglia. Quindi mettersi in gioco è una necessità vitale. Ma a suon di andarci chi lo dice che non si sia anche incuriosito, che non ci abbia provato gusto? Chi lo dice che non sia stata anche una forma per affermarsi, per arricchire la sua famiglia?
Non mi sento di negare alcune delle conclusioni di Bunn, ma la generalizzazione mi pare assolutamente indebita.
Oltretutto parte da alcune immagini stereotipate e ideologiche per costruire una contrapposizione che, seppur affascinante, in realtà è infondata.
Il cacciatore neolitico, che affronta la caccia in uno stato di disperazione, il cacciatore della savana che non fugge sopravvive, non tiene in conto che facevano ben altro, dipingevano caverne, costruivano attrezzi, amuleti e gioielli, tutte cose che un disperato non fa, e avrebbero anche potuto scalare un roccione solo per gioco, per guardarsi intorno o per dimostrare agli altri di esserne capaci.
Così come mi pare indebito pretendere che ciò che la maggioranza degli alpinisti ritiene una deviazione aberrante (le spedizioni commerciali) sia una conseguenza stessa della natura dell’alpinismo.
Oltretutto non tiene conto di una discreta quantità di alpinisti (di punta, ma non solo) di cui si può dire tutto tranne che abbiano una confort zone, una situazione di sicurezza a cui tornare. Senza andare tanto lontano, Honnold ha vissuto per anni in un furgone; è ben vero che la società americana gli ha permesso di farlo materialmente, ma non spiega affatto perché non lo facciano in tanti (se è una conseguenza diretta della società) o perché lui non abbia usato il surplus a cui ha accesso, comprando auto, casa, aggeggi elettronici e cazzate inutili come tutti gli altri.
Quella di Bunn mi pare più una provocazione che un’analisi.
Ogni cosa va contestualizzata. Bunn parla di ambiente alpinistico nordamericano e Yuri risponde con l’esempio dell’alpinismo sovietico. Mele e pere?! Resta il fatto che per andare per monti tu debba avere la pancia piena, come pure la tua famiglia. Anche se lo fai da professionista, cambia solo la scala di lettura: solo una società che soddisfa i bisogni primari può permettersi professionisti della montagna. Nessuna voglia di demonizzare l’andar per monti ma non cerchiamo di venderci lucciole per lanterne
Bunn ha ragione sul 90 % dei temi ; l’autore cavilla sul residuo 10%.
Un pensierino va a Mountain Wilderness