Aria buona, panorami fantastici, tracce di cultura e di storia, possibilità di incontrare stambecchi e camosci (e magari anche un orso) sono attrattive importanti che negli ultimi decenni hanno fatto registrare un notevole successo al turismo d’alta quota. E se fino a qualche anno fa esso ruotava attorno a funivie e piste da sci, concentrandosi dunque in inverno, oggi la montagna è sempre più vissuta anche in estate. Un’occasione che potrebbe contribuire alla rinascita di molti borghi d’alta quota, ma anche un rischio per un ambiente così delicato come quello montano.
Overtourism d’alta quota
di Stefano Ardito
(pubblicato su Micromega 5/2025)
L’alpinismo romantico esiste ancora?
Nella primavera del 2025, quattro alpinisti britannici hanno compiuto un’impresa degna di Phileas Fogg, il protagonista del Giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne. Garth Miller, Alastair Carns, Anthony Stazicker e Kev Godlington sono partiti il 16 maggio dall’aeroporto londinese di Heathrow, hanno raggiunto Kathmandu e hanno immediatamente proseguito in elicottero verso i 5350 metri del campo-base dell’Everest.
Da lì, insieme a cinque guide sherpa, i quattro hanno proseguito a passo di carica verso la vetta dell’Everest, 8848 metri, dove sono arrivati alle 7.15 del 21 maggio, in una mattina “serena ma con vento violento”, come ha reso noto il capospedizione Lukas Furtenbach. Sono tornati per la stessa via dell’andata, e quando sono atterrati a Londra dalla partenza erano passati 6 giorni e 13 ore.
Sull’Everest, Miller, Carns, Stazicker e Godlington hanno trovato abbondante compagnia. Secondo il blogger americano Alan Arnette, la migliore fonte di informazioni sugli Ottomila, quest’anno la cima è stata raggiunta da 846 persone, tra le quali 362 clienti paganti e 484 guide sherpa e di altre etnie.
Oltre all’exploit degli inglesi, entreranno nel prossimo Guinness dei primati le quattro ascensioni in un mese della giovane guida nepalese Tashi Gyalzen Sherpa, l’ascensione numero 31 del suo esperto connazionale Kami Rita Sherpa e la numero 19 della guida inglese Kenton Cool, il record per un alpinista nato fuori dai confini del Nepal.
Come il 99% degli altri aspiranti alla vetta, i quattro britannici sono saliti sull’Everest con respiratori e bombole, utilizzando le corde fisse e i campi preparati da squadre di portatori d’alta quota. In più, prima di decollare verso l’Himalaya, si sono sottoposti a un’inalazione di Xenon, un gas normalmente usato come anestetico, che facilita la produzione di eritropoietina nel sangue e quindi l’acclimatazione all’alta quota.
La World Anti-Doping Agency ha vietato nel 2014 l’uso dello Xenon negli sport olimpici. La Commissione medica dell’Unione internazionale delle associazioni alpinistiche, che raggruppa tutti i club alpini del mondo, lo ha sconsigliato perché «non validato e potenzialmente pericoloso». Ma Lukas Furtenbach, guida alpina austriaca e titolare della Furtenbach Adventures, ha risposto che «l’alpinismo non è uno sport olimpico».
Le spedizioni all’Everest si svolgono tra aprile e maggio, e quest’anno l’agenzia di Furtenbach ha portato sulla montagna un centinaio di clienti paganti. Alcuni hanno acquistato il pacchetto “normale” (5 settimane, 75 mila euro), altri quello “fast” (3 settimane, 105 mila euro) dove l’uso di tende ipobariche a casa nei mesi precedenti la partenza riduce il periodo necessario per acclimatarsi sul posto.
Se nei prossimi mesi Miller, Carns, Stazicker e Godlington non avranno problemi di salute legati allo Xenon, nella stagione 2026 Furtenbach potrebbe proporre ai suoi clienti anche l’Everest “superfast” con l’inalazione del prezioso gas, che da sola costa circa cinquemila euro. Sul prezzo si possono fare solamente illazioni, ma è noto che per i clienti delle spedizioni commerciali, che arrivano soprattutto da Cina e India (terzi gli Usa, ma a distanza) il tempo è denaro.
L’epoca di Edmund Hillary e Tenzing Norgay, che per compiere la prima ascensione dell’Everest nel 1953 impiegarono cinque mesi, è davvero molto lontana. Negli anni tra le due guerre mondiali, durante i primi tentativi di ascensione, la base della montagna si raggiungeva passando per Calcutta, Darjeeling e l’interminabile altopiano del Tibet. In tutto, servivano sei o sette mesi. L’8 giugno 1924 due di quei coraggiosi pionieri, George Mallory e Andrew Irvine, partirono da una tenda a 8.170 metri, salirono verso la cima e scomparvero. Fu una delle tragedie più note di un alpinismo romantico che oggi sembra passato di moda.
Attualmente le agenzie nepalesi, a iniziare dalla Seven Summit Treks che quest’anno ha portalo 103 clienti sull’Everest, hanno in programma tutti e 14 gli “ottomila’’ (incluso il pericoloso K2) e le cime più alle dei sette continenti. L’avventura resiste sulle montagne più basse, come i “seimila” e i “settemila” dell’Himalaya e del Karakorum, dove l’aria più densa, i costi minori e la burocrazia meno ossessiva consentono di compiere exploit importanti su vette e pareti imponenti, spesso senza incontrare altre spedizioni.
Ogni autunno, alcune ascensioni di questo tipo vengono premiate con i Piolets d’or (“Piccozze d’oro”), gli “Oscar” dell’alpinismo, riconoscimenti francesi assegnati da una giuria internazionale che si consegnano a San Martino di Castrozza, in Trentino.
Il 4 maggio 2025, tre settimane prima della galoppata dei quattro inglesi sull’Everest, i friulani Nives Meroi e Romano Benet e lo slovacco Peter Hámor hanno compiuto senza bombole, portatori d’alta quota e corde fisse la prima ascensione della parete Ovest del Kabru I 7412 m, una gigantesca e sconosciuta vetta del Nepal. L’alpinismo romantico esiste ancora.
Quando l’alpinismo va in prima pagina
In Italia, va detto, i telegiornali, i quotidiani e l’informazione sul web prestano poca attenzione agli Ottomila e alle altre vette dell’Asia. Anche delle ascensioni più importanti compiute ogni anno sul Monte Bianco, sulle Dolomiti o sul Cervino si parla di rado.
A portare l’alpinismo e l’escursionismo in prima pagina, da anni, sono soprattutto gli incidenti e le relative operazioni di soccorso.
Nel 2024, le squadre di terra e gli elicotteri del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico (CNSAS) sono intervenuti per 12.063 volte, recuperando 11.789 persone, tra le quali 466 escursionisti e alpinisti deceduti.
Tra i casi più noti del 2024 la ricerca di Sara Stefanelli e Andrea Galimberti, ritrovati senza vita a settembre a 4500 metri sul Monte Bianco, e il complicato recupero della speleologa lombarda Ottavia Piana, che ha richiesto l’intervento di 130 volontari e ha suscitato polemiche sui costi. Negli ultimi giorni dell’anno, è arrivata in prima pagina la ricerca di Luca Perazzini e Cristian Gualdi, due esperti alpinisti romagnoli scivolati dopo un’ascensione sul Gran Sasso, e ritrovati cadaveri dopo che la bufera aveva bloccato per quattro giorni i soccorsi.
I numeri sono impressionanti e dimostrano l’importanza del CNSAS, che è presente in tutte le regioni e le province autonome, e che interviene in ambiente montano, in grotta e in caso di calamità naturali con più di settemila operatori specializzati. Compiono interventi analoghi, con numeri più bassi, il Soccorso alpino della Guardia di finanza e l’Aiut Alpin Dolomites.
Secondo il CNSAS, i numeri delle missioni di soccorso e delle persone recuperate confermano l’esistenza di «una pressione costante sul sistema di soccorso in montagna» ed «evidenziano quanto sia necessaria una costante attività di prevenzione, sensibilizzazione e formazione per ridurre i rischi e limitare gli incidenti (1)».
Nel 2024 i tecnici del Soccorso alpino sono intervenuti per un totale di 183.846 ore/uomo. Le cause delle chiamate di soccorso sono invariate rispetto agli anni precedenti: cadute e scivolate sono alla base del 43,2% degli interventi, seguiti da incapacità a proseguire (26,5%), malori (12,7%) e maltempo (4,1%). Le valanghe, che spesso arrivano in prima pagina, fanno partire solo lo 0,7% delle missioni di soccorso.
L’escursionismo, con il 44,3% dei casi, è la principale causa di incidenti. Seguono lo sci alpino e nordico (14%), la mountain-bike (6,8%), l’alpinismo (5,9%), l’attività su vie ferrate e falesie (3,6% in tutto) e la ricerca di funghi (3,4%). Percentuali più basse riguardano la caccia, gli sport dell’aria (parapendii e deltaplani, voli in tuta alare, alianti) e la speleologia. Un numero piccolo ma significativo di interventi (2,6%) riguarda le attività lavorative ad alta quota.
Nel 2024, il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico ha riportato a casa 466 morti, 1.431 feriti gravi, 5.288 feriti lievi, 4.187 illesi mentre 118 persone sono rimaste disperse. Dopo gli italiani (80,4% dei casi) le persone soccorse arrivavano soprattutto da Germania (6,8%), Francia (1,6%) e Austria (1%). L’età prevalente è tra i 50 e i 60 anni (16,36%), seguiti dagli over 60 e dai giovani tra i 20 e i 30 anni. Gli uomini costituiscono il 67,9% delle persone soccorse.
La metà degli interventi si è concentrata nei mesi di luglio (14,4%), agosto (18%) e settembre (8,6%). I territori più coinvolti sono stati le regioni e le province autonome alpine, nell’ordine Piemonte (15,9%), Valle d’Aosta (14,3%), Trentino (11,7%), Alto Adige (10,9%), Lombardia (10,4%) e Veneto (9,2%), seguite da Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Abruzzo e dal resto del Centro-Sud.
Il 91,4% delle persone soccorse nel 2024 non era iscritto al Club Alpino Italiano: solo l’8,6% degli interventi ha dunque riguardato i quasi 400 mila soci del CAI. Un dato che rimane costante da anni, e che mostra quanto sia importante il ruolo di questa associazione in materia di prevenzione degli incidenti in montagna.
Il confronto con gli anni precedenti mostra un leggero trend positivo: tra il 2023 e il 2024 le missioni sono scese da 12.349 a 12.063 e le vittime da 504 a 466. È un piccolo segnale di ottimismo, che non deve però dar luogo a illusioni.
L’impreparazione di molti escursionisti, l’attrezzatura sbagliata, la sottovalutazione delle previsioni meteo e delle condizioni della montagna restano un cocktail micidiale, e contribuiscono a creare emergenze, come si è visto più volte nell’estate appena conclusa.
Il grazie ai volontari, ai medici e ai paramedici, ai piloti di elicottero e ai dirigenti del Corpo nazionale soccorso alpino non può sostituire un ennesimo invito alla prudenza.
“Per il beneficio e il piacere delle persone”
«Migliaia di persone stanche, esaurite, ipercivilizzate, stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è tornare a casa, che la natura selvaggia è necessaria, e che i parchi e le riserve montane non sono utili solo in quanto fonti di legname e di acqua per irrigare, ma come fonti di vita». Così, nel lontano 1901, John Muir, nato in Scozia nel 1838 ed emigrato nel Wisconsin a undici anni, spiegava nel suo celebre libro Our National Parks l’importanza delle aree protette per la vita dell’essere umano.
Muir traversò a piedi l’America per migliaia di chilometri, scrisse altri volumi famosi come The Mountains of California e A Thousand-Mile Walk to the Gulf. Si batté per la difesa della natura del West contro gli eccessi nel taglio dei boschi e nella costruzione di dighe. Furono istituiti grazie a lui i parchi nazionali del Mount Rainier (1899), del Grand Canyon (1919) e di Sequoia e King’s Canyon (1940).
Già prima di John Muir e dei suoi libri, nel 1872, una legge firmata dal presidente (ed ex-generale) Ulysses Grant aveva deciso la tutela di Yellowstone, il primo parco nazionale del mondo. Sono due paginette che si trovano facilmente sul web, leggerle è una boccata d’aria fresca rispetto ai provvedimenti di oggi che richiedono migliaia di parole.
Una frase spiegava che il provvedimento di tutelare geyser, animali e foreste al confine tra il Wyoming, l’Idaho e il Montana era stato preso dal Congresso di Washington «for the benefit and the enjoyment of the people», «per il beneficio e il piacere delle persone».
I primi parchi nazionali italiani, quelli del Gran Paradiso e d’Abruzzo (oggi d’Abruzzo, Lazio e Molise) sono nati tra il 1922 e il 1923, mezzo secolo dopo la legge che ha deciso la tutela di Yellowstone. L’odierno sistema dei parchi italiani, 26 in tutto, è nato grazie alla legge 391 del 1991, che il nostro parlamento ha varato dopo interminabili discussioni.
A spingere per la sua approvazione, e a far inserire nell’elenco territori magnifici come il Pollino, il Gran Sasso, le Dolomiti Bellunesi e i Monti Sibillini, non è stato solo il lavoro delle associazioni ambientaliste (Wwf, Italia nostra e Legambiente su tutte), di giornalisti combattivi come Antonio Cederna e di una parte del mondo politico. A rendere possibile la salvaguardia di quelle aree, fermando i progetti di strade, impianti di risalita e insediamenti residenziali che le avrebbero deturpate per sempre, è stato anche un movimento “dal basso”, formato da escursionisti e ambientalisti. In quegli anni, nonostante al suo interno non tutti fossero d’accordo, il CAI ha deciso di impegnarsi più di prima per la tutela dei monti, ed è stato affiancato da una piccola ma battagliera associazione come Mountain Wilderness.
A Campo Pericoli sul Gran Sasso, in Val di Bove sui Sibillini, sul Monte Marsicano nel Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, a battersi contro gli scempi sono stati proprio i fruitori di quei luoghi. Dal 1980 ai Prati di Tivo ad Amatrice e in altri luoghi, gli amanti della montagna hanno dato vita a occupazioni e manifestazioni. In quella del 1986 a Frontignano, sui Sibillini, sedevano uno accanto all’altro Franco Bassanini, Antonio Giolitti, Stefano Rodotà e Massimo Teodori, quattro uomini di cui, negli anni successivi, si è parlato come di possibili presidenti della Repubblica.
Nonostante questo fervore dal basso, però, nella legge-quadro italiana del 1991 il riferimento «al beneficio e al piacere delle persone» del provvedimento che ha istituto Yellowstone non c’è. La maggioranza degli Enti Parco, negli anni, si è data da fare lo stesso per sistemare sentieri, rifugi e altre infrastrutture per i visitatori.
Qualche area protetta, invece, ha imboccato la via della chiusura.
Nonostante questo problema, negli ultimi decenni, i Parchi nazionali e regionali dell’Appennino e delle Alpi, insieme a quelli provinciali dell’Alto Adige/Südtirol e del Trentino, sono stati investiti da un impressionante aumento di escursionisti e altri appassionati.
Aria buona, panorami fantastici, tracce di cultura e di storia, possibilità di incontrare stambecchi e camosci (e magari anche un orso) sono diventati attrattive importanti. Sentieri come quello che sale al Corno Grande del Gran Sasso, o l’anello intorno alle Tre Cime di Lavaredo, sono diventati casi emblematici – accanto all’Everest delle spedizioni commerciali – del nuovo overtourism d’alta quota.
I numeri dell’escursionismo
Ma quanti sono gli escursionisti (e gli alpinisti, i ciaspolatori e gli scialpinisti) in Italia? Il Club Alpino Italiano, fondato da Quintino Sella e dai suoi compagni di ascensioni nel 1863, è passato da poche centinaia di soci ai quasi 400 mila di oggi, e la grande maggioranza frequenta attivamente la montagna.
Il CAI, organizzato in 521 sezioni, cura (con un contributo statale di meno di un euro a chilometro) 70mila chilometri di sentieri. E possiede oltre 700 tra rifugi gestiti e bivacchi sempre aperti, a quote comprese tra i 46 metri del rifugio Premuda sul Carso e i 4554 della Capanna Margherita del Monte Rosa. Sulle Dolomiti e non solo, escludendo i rifugi-ristorante sulle strade e accanto alle piste da sci, esistono poi centinaia di rifugi privati.
Ai soci del CAI si affiancano molti altri appassionati. Ci sono i soci di club storici come la Giovane Montagna (di ispirazione cattolica) o l’Unione operaia escursionisti italiani, legata al movimento operaio. Ci sono i gruppi e le associazioni che aderiscono alla Federazione italiana escursionismo, a Federtrek e ad altri organismi.
Ci sono i clienti delle circa 1.100 guide alpine italiane, presenti in quasi tutte le regioni, e delle migliaia di guide ambientali escursionistiche e accompagnatori di media montagna (due figure professionali simili e che potrebbero essere unificate). Ci sono gli appassionati dei cammini, che tra una Francigena o un viaggio verso Santiago si cimentano tutto l’anno in escursioni in giornata.
Ci sono anche – e sono le più difficili da censire – le molte migliaia di persone che non praticano l’escursionismo tutto l’anno, ma che vanno a camminare sui sentieri quando trascorrono una vacanza in Valle d’Aosta, sulle Dolomiti o altre zone. Tutte le categorie che ho elencato sono cresciute durante gli anni del Covid-19, quando piscine e palestre erano chiuse, e i sentieri sono diventati gli unici spazi per muoversi.
Certo, censire gli escursionisti non è facile. Mentre il numero degli sciatori di pista si deduce da quello degli skipass venduti, ai sentieri italiani ed europei si accede liberamente. Nei parchi nazionali degli Usa, dove si paga un biglietto d’ingresso, il numero dei visitatori è conosciuto.
In Africa, nelle Americhe e in Asia, con lo stesso metodo, si può conoscere il numero dei camminatori diretti a mete all’interno di parchi come il campo-base dell’Everest (80mila trekker all’anno), del Kilimanjaro, del Cerro Torre e del Fitz Roy nella Patagonia argentina.
Le rare ricerche effettuate sul numero degli escursionisti in Italia hanno usati metodi indiretti, come il numero totale di scarpe da trekking o di zaini venduti. In tutti i casi, la stima degli appassionati dei sentieri ha oscillato tra il mezzo milione e il milione. Un numero enorme, che porta altrettanto enormi benefici all’economia, ma del quale chi gestisce il territorio si occupa solamente di rado.
Nelle regioni e nelle province alpine, soprattutto in quelle autonome dove ottenere i fondi è più facile, molte amministrazioni locali continuano a spingere per nuovi impianti di risalita (è il caso dell’alto Comelico tra Alto Adige e Veneto, del Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, del comprensorio di Sella Nevea in Friuli-Venezia Giulia) anche se questi interventi ridurrebbero lo spazio per gli escursionisti dell’estate.
La stessa logica resiste nei progetti delle amministrazioni locali nel Lazio (Terminillo), in Abruzzo (Altopiano delle Rocche e Maiella) e sul crinale tra Emilia-Romagna e Toscana nei pressi dell’Abetone e del Cimone.
Nessun progettista, nessuno studio economico dedicato al territorio, dopo aver calcolato il possibile aumento degli skipass d’inverno, inserisce nella colonna dei “meno” la riduzione dei frequentatori della montagna senza neve. L’escursionismo e la montagna estiva, in questi casi, non esistono proprio.
Completiamo il quadro
Per concludere questa riflessione, è utile citare altri due tipi di dati. I primi arrivano dall’organizzazione mondiale della sanità, che da decenni sottolinea l’importanza dell’esercizio fisico per la salute, e consiglia di camminare, correre o pedalare per almeno mezz’ora, almeno tre o quattro volte a settimana.
Secondo l’OMS, la soglia del benessere, per gli adulti in buone condizioni fisiche, è intorno ai diecimila passi al giorno. Circa dieci chilometri se si va a passi lunghi e distesi, più o meno la metà con passo cittadino e tranquillo. Ricerche più recenti, realizzate dal CNR e da altri, hanno ridotto la quota necessaria a 5.500-6.000 passi al giorno.
Una ricerca condotta dall’American Heart Association su 2.110 adulti negli Usa ha mostrato che chi non camminava aveva un rischio di patologie potenzialmente mortali come l’ictus tra il 50% e il 70% superiore a chi si avvicinava alle prescrizioni dell’Oms.
Ricordiamo che, secondo una recente rilevazione dell’Istat, il 34% degli italiani adulti non compie alcuna attività fisica. Nel 2000 la percentuale dei sedentari era del 41%, quindi stiamo lentamente migliorando. Parchi urbani, piste ciclopedonali, sentieri a poca distanza dalle città non sono solamente spazi di svago, ma danno un contributo alla salute.
«Da anni, i finanziamenti dello Stato italiano al Club alpino passano per il ministero del Turismo. Se rifletto sull’importanza dei nostri 70mila chilometri di sentieri, penso che dovremmo essere legati al ministero della Salute», ha detto a Roma, nella Giornata internazionale della Montagna 2024, il presidente generale del CAI Antonio Montani. Mi sembra una riflessione corretta.
Gli ultimi dati che è importante citare arrivano dal Rapporto Montagne Italia 2025, presentato il 24 giugno 2025 dall’Unione nazionale dei comuni e delle comunità montane (Uncem). Secondo questo studio, tra il 2019 e il 2023 il numero dei nuovi residenti in montagna ha superato di quasi 100 mila unità quello di chi nello stesso periodo ha deciso di scendere in città e in pianura.
Sono numeri piccoli, se si pensa che nei 3.471 comuni della montagna italiana vivono 8.900.529 persone, pari al 14,7% del totale. Sono numeri disomogenei, perché il “ritorno alla montagna” è forte al Nord-ovest (Emilia-Romagna, Toscana, Liguria e Piemonte), mentre nel Mezzogiorno il saldo resta ampiamente negativo. Nel dopoguerra, però, è la prima volta che la tendenza allo spopolamento si inverte.
Tra le motivazioni dell’aumento dei residenti in montagna Marco Bussone, presidente di Uncem, cita l’aumento del costo della vita in città, il miglioramento dei trasporti, la buona gestione dei fondi del Pnrr, l’arrivo della banda ultralarga che consente di lavorare o studiare online.
Il progetto di legge sulla montagna che è al vaglio delle Camere, presentato da Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, stanzia per l’Appennino e le Alpi 200 milioni di euro, soprattutto nella sanità e per la scuola. Una cifra tutto sommato modesta, ma può essere un buon inizio.
L’Uncem nota che le filiere produttive della montagna sono «particolarmente resilienti e capaci di fare squadra». I temi al centro del Rapporto, com’è giusto, sono l’organizzazione dei servizi, e poi settori come l’agroalimentare e il legno, che ad alta quota hanno dei punti di forza.
Per tutto il secondo dopoguerra, il turismo delle seconde case, delle funivie e dello sci di pista ha fatto girare molti soldi sull’Appennino e sulle Alpi, ma ha portato benefici durevoli solo in pochissime zone, e si è concentrato in cinque o sei mesi all’anno.
Camminare, andare in bici e praticare altre attività a scarso impatto ambientale è sempre possibile. Percorsi, servizi e strutture ricettive dedicate potrebbero accelerare la rinascita di molti borghi d’alta quota.
Note
(1) “Disponibili i dati 2024 delle attività del Soccorso Alpino e Speleologico”, Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, 26 marzo 2025.
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Mi sa che ognuno ha spazio per esprimersi, al netto di insulti e offese, per cui sbagliate tutti e due.
abbiamo appena finito di dire che non sono scaramucce locali, e tu non hai perso occasione per dimostrare quanto poco ci arrivi. Capo, torno a ripetertelo: censura un commento come quello di Bagnasco, commento che oltre ad apportare valore ZERO al tuo blog, contribuisce a favorire un clima teso e inutili battibecchi. I provocatori sono proprio questi nobili con la puzza sotto al naso, il mio commento del culo sotto al naso era molto più sopraffino del suo. Rifletti, Capo.
Basta però di rompere i cosiddetti a tutti con le vostre scaramucce locali.
Non so quanti anni avete ma sembrate quei rincretiniti che parlano di tacche e spit come una religione.
Qui sul blog non ce ne frega niente di Tessari e dintorni. Avete avuto fin troppo spazio con articoli dedicati e fiumi di parole profuse, spesso fuori luogo, nei vari commenti qua e là.
Io sono certo di non aver mai provocato; ho dissentito dalle tue azioni e evidenziato le incongruenze.
Questo è visto come provocazione solo da chi non vuole confrontarsi ma solo imporre.
I manifesti sono l’unica cosa di cui siamo responsabili. I commenti qui sono troppo ingarbugliati. Nei manifesti trovi il mio pensiero in primis, ma anche quello dei miei colleghi schiodatori, il quale non credo possa essere tacciato di incongruenze, piuttosto il contrario. Dal canto tuo invece, soprattutto inizialmente, molte provocazioni e molte riduzioni dell’argomento alle scaramucce, cosa profondamente falsa. L’escalation che ne è seguita è un effetto di come siamo partiti.
certamente. Noi ci siamo occupati infatti del “fenomeno Tessari” come emblema di un piccolo abitato sottomesso alle dinamiche domenicali dei “plaisir”, dinamiche in tutto aliene alla tranquillità della vita pre-Valdalponi. Mai parlato di spit (al netto che fa veramente cagare spittare i sassi su un sentiero di bosco, ma questo è un parere personale…)
“E’ un errore in cui hai indotto anche il Capo, che lo ha ribadito durante la sua serata a Brentino”
Io al massimo ho condiviso un giudizio con il Capo, non ho indotto nessuno.
E ho semplicemente notato e segnalato le molte e svariate irragionevolezze nelle tue/vostre/loro affermazioni e nelle tue/vostre/loro azioni e l’incongruenza tra le tue/vostre/loro affermazioni e azioni
Secondo me lo spit nel generare sovraffollamento arriva fra gli ultimi, ben dopo strade , sentieri e rifugi.
fermo restando che NESSUNO di noi ha mai fatto crociate contro gli spit, cosa che non ci interessa minimamente (lo spit è uno dei mezzi del sovraffollamento, fra i tanti, queste cazzate etiche da chiodatori non ci riguardano)
90% troppo, direi 65% allo stato attuale. Comunque sono gli effetti di averci sminuito e banalizzato al tempo, cercando di vedere nelle schiodature quello che non c’è (i dispettucci fra chiodatori, cosa che noi assolutamente non siamo). E’ un errore in cui hai indotto anche il Capo, che lo ha ribadito durante la sua serata a Brentino (si, eravamo presenti anche noi). Una parte della mia reazione è quindi un effetto del tuo, vostro atteggiamento, Matteo. @Pix, “Battistina” non ero io, purtroppo in quel calderone tessarese ci sono finiti in molti, alcuni emuli, altri occasionali.
@ FaustoPer me ha più senso come parli adesso , rispetto a quando ti chiamavi “Battistina” e facevi delle crociate sugli spit ai Tessari
io premerei, con in testa una logica completamente diversa di sviluppo, ma ovviamente i molti cittadini che ora con il lago ci guadagnano, per non parlare dei politici, ti direbbero il contrario, spiegandoti di come il turismo sia una risorsa economica. Il bello è che queste persone sono le stesse che portano avanti le tradizioni, le radici, per poi sostenere l’abbandono e la svendita dei luoghi (cos’è rimasto di autentico a Garda? a partire dagli abitanti…). Come ho espresso fin da subito nel nostro manifesto: bisogna difendere la vita delle piccole comunità dagli abusi del capitale e del mercato. Peccato che subito qualche fenomeno intellettuale ci abbia visto le scaramucce tra chiodatori, cose che non ci riguardano minimamente (e lo stiamo dimostrando con questa lunga pausa). Noi siamo contro i modelli di sopruso del territorio, e i Valdalpone ne sono un esempio. L’arrampicata è collaterale, e nel mondo vero conta meno di un cazzo (arrampicatori compresi).
Il Garda è un bell’esempio di come si può concepire il turismo- : se avessimo un pulsante magico per fare sparire il 60% delle costruzioni , del turnover , delle imposte locali e statali dal Lago di Garda , lo premeremmo perchè abbiamo in mente un’alternativa credibile , oppure ci penseremmo un po’ ?
Ti do pienamente ragione Matteo. E me ne vergogno molto. La verità è che sono molto preso dal lavoro ultimamente, sto seguendo un grosso progetto. Ma non voglio accampare scuse, sono poco attivo ed è una colpa grave. Tornerò senz’altro, è solo una questione di tempo, con i miei “colleghi” ci siamo detti che questa è una lenta battaglia che andrà vinta per sfinimento. Anche perché Tessari ultimamente è sempre peggio, davvero uno scandalo che tutto ciò sia permesso, e davvero schifoso che lobby dei trapani e GGAA, oltre che storici veronesi e non, strizzino locchio a questo scempio e questa visione miope del futuro. La valorizzazione dei territori attraverso il turismo è una merda. Prendiamo il Lago di Garda: svenduto a 4 crucchi del cazzo che lo stanno cementificando per bene con lapprovazione dei veronesi. E ci sono politici che parlano di “anima del territorio”. Pattume.
“io per esempio la pratico già perché le battaglie non le combatto solo nella mia testa o sui blog”
ma nemmeno nel tuo comune o nella tua provincia…e mi sembra anche che ultimamente tu ti sia un po’ impigrito.
Io sono abbastanza convinto che la montagna si ribellerà. La natura troverà il modo per renderla non adatta agli esseri umani. Per esempio tutte le pareti saranno caratterizzata da immani frane. Oppure la temperatura mefia le renderà incandescenti. Faccio degli esempi a caso, perché neppure io so bene cosa succederà, come la natura troverà il modo, ma sono convinto che lo troverà…
Ecco gli “argomenti” dei blogghisti della prima ora, basta nulla per farli sparire. Dura riflettere eh? Dovreste ringraziarci: qualche giovane è arrivato a mettere in discussione le vostre decennali credenze. D’altronde si sa che la vecchiaia è l’età della conservazione, idee innovative non possono certo venire da questa categoria sociale, che piuttosto mira a giustificarsi per mantenere benefici, ricchezze e benessere accumulato nel tempo. Bisogna tornare a anteporre l’ideologia allutilitarismo mascherato da impegno di facciata. Ci stiamo provando.
La domesticazione della natura è un bisogno che ci ha portati qui: ci è proprio, ci appartiene come specie.
È per questo che alcuni fanatici, che hanno in odio se stessi, amano la natura in modo smodato. È odiano i propri simili.
Bisogna avere pazienza.
A costoro consiglio, non auguro attenzione, di cercare di contrarre un cancro, insomma di confrontarsi con una manifestazione non ancora addomesticato della natura.
Ovviamente di rifiutare le cure.
Comunque per perdonarti e verificare le tue effettive buone intenzioni puoi andare nel rifugio più vicino a casa tua e incominciare a smontarlo.
Faustino, non puoi rivolgerti a me per dire che mi stai ignorando. Riesci a comprendere la contraddizione?
Inoltre avevo parlato genericamente di “provocatori”, non di Faustino. Ti sei sentito parte in causa, vero?
In fin dei conti anche il boia mica che ce l’aveva con Luigi XVI, lui gli ha tagliato la testa per lavoro.
Cominetti, mi aspettavo un:
” Ma io lo faccio per lavoro!”
Era quasi una scusa buona.
è un’idea Matteo, io per esempio la pratico già perché le battaglie non le combatto solo nella mia testa o sui blog.
P.S. Bertoncelli rilassati, lo stiamo già facendo con te, ma grazie per ricordarcelo.
Ho letto che nei forum della Rete i provocatori vanno ignorati.
“e quindi smetterla di considerare normale la bellavita, il tempo libero, le vacanze”
E perciò cosa proponi? Lavorare di più? Produrre di più? Non uscire dal proprio comune?
altra banalità. La vera soluzione è riconsiderare i nostri modelli di vita (e quindi smetterla di considerare normale la bellavita, il tempo libero, le vacanze). Le rivoluzioni si fanno da fuori, vecchi. P.S.: tranquillo Cominetti, non avevamo dubbi che quando il gioco si fa duro, tu ti fai da parte.
@ 30
Carlo, purtroppo la montagna non si ribellerà.
La montagna subirà. Farà la fine della Riviera Adriatica.
Valle di Fassa e Val Gardena = Rimini e Riccione.
Io non ho soluzioni dirimenti se non quella di far tornare la montagna “scomoda” (come ho argomentato migliaia di volte: le masse detestano la scomodità e quindi non accederebbe più alla montagna). Ivviamente si pestano i piedi a molti operatori che, nei diversi ruoli, portano a casa la pagnotta. Ma se non si dà una cistosa sterzata, sarà la natura stessa a creare un cataclisma che renderà le montagna non più “attraenti” o per tutti o per per la maggior parte degli attuali frequentatori. E da lì si riprenderà una frequentazione più sana della natura (il discorso vale per ogni tipo di ambiente).
Circa i “cannibali”, ma non li leggete i giornali? La scorsa estate in Dolomiti c’è stato il festival del cannibalismo: ogni giorno un episodio diverso e sempre più sconcertante O meglio sui quotidiani (e di rimbalzo anche qui sul Blog) sono state riportate, praticamente gni giorno, notizie di comportamenti cannibaleschi. Una cosa è l’overtourism inteso come aumento assoluto degli accessi in montagna, un’altra cosa la qualità comportamentale di tali accessi. Sì, affermo senza reticenze che i comportamenti “rispettosi ed educati” (come il mio, ma io non sono l’unico) siano più degni della montagna rispetto ai cafoni maleducati. Tuttavia anche se fossimo tutti “perfettini” il numero degli umani che assalta le montagna è ormai insostenibile e prima o poi la montagna si ribellerà.Ci pernserà lei a rimettere a posto le cose.
Non ne ho voglia.
Mario, sono anni che cerco di far capire loro queste cose, c’è poca speranza. Ti metto in guardia da metterti contro il circolino, subirai anche tu il fenomeno di bullismo da blog. A parte ciò, noto che c’è poca/nessuna speranza di far capire loro la condizione in cui versano: si chiudono a riccio e fanno fronte. Però io non demordo, fosse solo perché sono contrario alla sistemica banalizzazione di ogni argomento. Ci sono dei campioni in questo (tipo Benassi, Cominetti, Matteo), altri hanno un po’ più di pudore, ma siamo lì. Passano dall’interesse per gare da benestanti come le ultramaratone con gli sci di Bursi alle manifestazioni in piazza proPal: sono un po’ confusi. Da qui anche le incongruenze di un Caminetti, ma mettitela via che non capirà mai il punto che hai sollevato…
Cominetti: “raderesti al suolo funivie e rifugi.”
Ma non eri tu quello che usciva dal tunnel dell’Aguille di Midi e andava ai Cosmiques nell’articolo precedente????
O è omonimia?
Ma credete che io sia felice o semplicemente indifferente al degrado di certe zone iperfrequentate?
Fosse per me raderei al suolo funivie e rifugi, tanto per cominciare, e le mie battaglie contro certi scempi le ho fatte e le continuo a fare.
Ma non ho la soluzione in tasca atutti i Mali mentre voi che restate inorriditi vi tenete ben lontani dal problema e, a parte lamentarvene, non avete neppure un briciolo di soluzione.
Oltretutto conoscete il problema per sentito dire. L’overtourism è molto meno di quanto viene raccontato ed è molto enfatizzato, anche se esiste, mica lo nego.
Sacrifichiamo quei tre posti e ci restano tutti gli altri. Siete contenti?
Ma figurati🙄.
Ah, dimenticavo: sicuramente Stefano Ardito è fonte di vasto sapere, tuttavia mi sembra poco informato sulla formazione di accompagnatori di media montagna e guide naturalistiche.
Fausto, ciò che hai scritto equivale a un tafferuglio o a una parolaccia. Rifletti!
Non sono tanto d’accordo con Marcello, dato che gli umani stano progressivamente invadendo e degradando qualunque luogo. Vista la tendenza attuale, penso che altrettanto progressivamente tante aree verranno precluse ai più e, parallelamente, verrà ridotta drasticamente la possibilità di spostarsi con tanta facilità.
Neppure con la piacevolezza di lettura dell’articolo che, in un sol pezzo, ha condensato argomenti che avrebbero meritato uno spazio a sé: in questo modo, essendo il testo così lungo, non risulta di facile divulgazione.
Michele Piccolo, se sei ancora etneo fatti vivo! Vivo e lavoro sulle pendici della Montagna.
D’accordissimo con Marcello Cominetti, sto facendo il cammino della via Normanna da Palermo a Messina , pochi umani e ambienti formidabili (Etna innanzitutto) accoglienze in gran parte ottime (qualcuna lascia desiderare) però come sempre ci vuole un po’ di fantasia e la scoperta del viaggio mi sta dando tanto in termini di umanità dei luoghi . Fuori traccia questa è la formula giusta , per non sentirsi pecore.
Indipendentemente dai motivi che hanno creato l’over tourism in montagna, l’over è posizionato dove si arriva comodamente e dove ci sono servizi … diversamente è pieno di posti ancora totalmente selvaggi da poter frequentare, comprese prime invernali ancora da fare. Open your mind!
E quindi?
Assodato che siamo in troppi in montagna (ma anche al mare, al lago e in collina per non parlare delle città) quale soluzione proponete voi che credete di essere gli unici ad avere le idee chiare? Dite delle cose cosi ovvie…
Se andare dove non c’è gente non viene accettato come soluzione (che io pratico senza pentimento alcuno) cosa proponete? Alla luce del fatto che dovreste trovare un impiego alternativo a chi vorreste lasciare senza lavoro?! Riflettere, ok. Gia fatto.
E poi?
Fausto, visto che il Capo non mi ha bannato, forse hai torto.
Oppure potresti non frequentare il gognablog. Certo che in val d’Adige tira una brutta aria. Non la conosco ma da quello che scrivete qui dev’essere un postaccio mal frequentato.
E – ça va sans dire – i “tanti in più“, i “cafoni“, i “cannibbali” sono sempre gli altri. Mai noi stessi.
Perché noi frequentiamo la montagna nel modo giusto. Ovvero: il nostro 🙂
@17 Sì, certo. Sono due trend che si correlano (purtroppo) negativamente. tra loro. Da un lato sono esplosi in assoluto gli accessi alla montagna e già questo è negativo perché “tante persone = tanta confusione e tanta sporcizia”, anche se fossero tutti perfettini ed educatissimi. Dall’altra in questi “tanti in più” (rispetto al passato), la gran parte è composta da cafoni, maleducati e gente che cmq non è appassionata di montagna, ma pratica sport di montagna (in sintesi: “cannibali”). Nella differenza fra queste due ultime definizioni c’è il grosso “danno” per la montagna. Ma è la correlazione negativa fra i due mega trend è ciò che ha determinato lo sbagasciamento della montagna, ovvero: tanti umani (rispetto al passato) e fra questi tanti cannibali.
“C’è di che riflettere.”
Hai proprio ragione: dovresti provarci qualche volta.
Qui quelli che si ritengono senza macchia perché lavati con Ava sono ben pochi. Direi che la zebra a pua’ sia il profilo dominante, a parte i Savonarola e gli Inquisitori della “mollezza” etica, di fronte ai quali il peccatore non può che inchinarsi cospargendosi il capo.
Crovella, io ritengo che non sia neanche più tanto un discorso di tanti e pochi in montagna, ma proprio approccio e frequentazione della stessa; siamo partiti proprio da ciò che tu proponi, la montagna per pochi, e oggi siamo arrivati a questo; è un po’ come il turismo lento, sembra una soluzione intelligente, eppure è arcinoto che non si fanno le rivoluzioni dall’interno di un sistema. Quindi c’è un doppio filone di contestazione: da una parte il disimpegno di chi minimizza il problema consigliando di frequentare altri lidi, dall’altro proprio l’incapacità di uscire dalla dinamica del benessere e del tempo libero. L’aggravante è che, sulla carta, queste istanza vengono portate avanti da persone, come molti qui, che si credono senza macchia. C’è di che riflettere.
Ma che c’entro io? Manco so chi sia il Fausto (non che importi il cognome, ma magari se lo specifichi male non fa). Per quanto riguarda me, che la montagna per tanti sia “sputtanata” lo affermo pubblicamente da decenni. Altrettanto che questo modello, in continua crescita numerica, non potrà reggere all0’infinito e prima o poi capiterà qualcosa che lo smembrerà di colpo…
argomentazioni livello portineria, per citare il caro Matteo. Con queste uscite, di fatto vi qualificate e non serve nemmeno il mio intervento. Di nuovo, grazie ai Benassi e ai Caminetti, i quali ci dimostrano come una vita a scalare porta con se le gravi conseguenze di non aver adeguatamente alimentato altri collegamenti nervosi, ben più importanti quando si vorrebbe avere un qualche peso di opinione.
Prenditi una vanga e gira un po di terra che è meglio.
Salotto??!?!?
Ma se te non levi il culo dalla poltrona davanti dal PC!!!
Anonimo Fausto, ma che caspiterina ne sai tu di me e il capitalismo? Io parlo di quello che conosco, fallo anche tu che è meglio, va.
richiedo di censurare posizioni triviali. La tua non è nemmeno classificabile quale opinione. So che, come hai appena ampiamente dimostrato, il tuo approccio è quello di relativizzare i problemi. Io sono qui per cercare di contestare questo atteggiamento borghese, benestante, da salotto.
fantastico, grazie davvero. Una fotografia perfetta del Disimpegno
Grazie ancora. C’è chi nega questi approcci quando si contesta la filosofia del sovraffollamento. Meno male che tu, con due commenti ben assestati, hai messo le cose in chiarissimo, semmai qualcuno avesse ancora qualche dubbio sul tuo approccio capitalistico e sovraffollatore. Non importa se poi a parole, negli atteggiamenti da salotto o nella tua testa credi di sostenere il contrario: come ricordavo anche a Pasini, è il vostro smidollo etico ad essere più che eloquente.
Ah, dimenticavo: ieri il parcheggio di Braies era pieno di auto.
Ma quelli sono posti, come Tre Cime, Seceda, lago Sorapiss dove vanno ormai solo gli asiatici da selfie, quindi basta non andarci. A meno che i nostri eroi da salotto abbiano soluzioni diverse. Sulla montagna scabra di Crovella ci va chi è capace ma di tutta la massa che va su quella comoda cosa ne facciamo? La sterminiamo? E tutti quelli che resterebbero disoccupati cosa farebbero per sopravvivere?
Dico questo perché in quei posti ci vivo ma vado poco più in là dove non c’è nessuno. Trovatevi anche voi una soluzione ma lasciate in pace gli altri. Pur pensandola come voi, da tempo mi sono messo l’anima in pace.
Ora me toca.
Crovella nel suo mondo & Fausto che crede alle favole. Siamo messi bene.
La richiesta al gestore del blog di censurare l’opinione di chi è in disaccordo con la propria, oltre a denotare poca intelligenza sarebbe un chiaro esempio di anti democrazia che limita l’altrui libertà d’espressione. Credo proprio che Alessandro Gogna non censurerebbe mai quello che ho scritto.
Infine, penso che tutti noi diamo peso a un’affermazione a seconda della provenienza. Essendo Fausto un anonimo che si nasconde, quando non scrive scemenze a vario titolo, il suo parere conta come il due di picche.
La tua reazione mi lusinga, perché è stata notata e capita.
a partire da questa scemenza. Capo, intervieni con la censura, sono questi cali repentini di livello intellettivo che squalificano profondamente il tuo blog. Non certo qualche tafferuglio o parolaccia. Rifletti.
Mah… la ricetta è sempre la stessa: “più montagna per pochi”. Questo modello non reggerà, capiterà qualcosa, anche di imprevedibile (disastri naturali ecc), per cui la “moda” della montagna passerà di moda.
Emblematico. Grazie. Non è più necessario commentare il resto.
Commentando la situazione descritta dall’articolo, invece, sono giunto alla conclusione che l’overtourism sia un fenomeno positivo perché porta lavoro e resta circoscritto a zone già degradate sotto vari punti di vista. Siccome l’unica soluzione sarebbe la riduzione della popolazione mondiale, rassegnamoci considerando che questi affollamento durano pochissimi giorni l’anno. Per fare un esempio sono 10 giorni abbondanti che il tempo su tutte le Alpi è bellissimo. Mi è capitato di girare tra le zone di Adamello, Chamonix e ovviamente le Dolomiti dove vivo. Quasi nessuno in giro, tranquillità e bellezza in abbondanza. I pochi esercizi aperti sono gestiti con serenità e zero stress…cosa chiedere di più?
Certo che affollarsi a Ferragosto nelle località più note e poi lamentarsi per il caos, la natura profanata e sfruttata, sono capaci tutti, anche quando ne sono inconsapevoli attori.
Infine, riguardo l’Everest in una settimana resto inorridito come alpinista ma allo stesso tempo affascinato per cosa riesce a fare l’essere umano come prestazione al limite. Non esistesse l’antidoping sarebbe tutto normale e sicuramente meno esasperato, ma sai quante careghe salterebbero lasciando a piedi schiere di burocrati incapaci? Credo che la massima prestazione raggiungibile dall’essere umano debba essere riconosciuta indipendentemente da quanto e come si droga chi la ottiene. Intanto l’atleta si droga lo stesso alimentando, grazie a regole di convenienza di chi le emana, una sarabanda di veri delinquenti che ne traggono guadagno monetario.
Del resto la legge punisce chi spaccia cocaina, solo per fare un esempio tra i più a portata di mano, ma non chi ne fa uso. Il mercato e la produzione esistono a causa dell’utenza, ma quest’ultima resta impunita e sedicentemente goduta. Se non è assurdo tutto questo…
Ora me ne vado a rampegar.
Grazie Stefano! Una panoramica completa di piacevole lettura per chiunque e quindi di notevole valore divulgativo.
Si sente subito quando un giornalista conosce a fondo l’argomento di cui tratta.
Ho il piacevole ricordo di quando negli anni a cavallo tra i ’90 e i primi 2000 a Kathmandu da Pilgrims Book House, ai tempi sicuramente una delle più affascinanti librerie del pianeta, c’erano in vetrina i libri di Stefano Ardito tradotti in numerose lingue. Ricordo anche i numerosi viaggi fatti assieme, i caffè sorseggiati all’ombra dei pipal sempre a “caccia” di storie e informazioni con il nostro amico Cristiano.
Fram.