Aria buona, panorami fantastici, tracce di cultura e di storia, possibilità di incontrare stambecchi e camosci (e magari anche un orso) sono attrattive importanti che negli ultimi decenni hanno fatto registrare un notevole successo al turismo d’alta quota. E se fino a qualche anno fa esso ruotava attorno a funivie e piste da sci, concentrandosi dunque in inverno, oggi la montagna è sempre più vissuta anche in estate. Un’occasione che potrebbe contribuire alla rinascita di molti borghi d’alta quota, ma anche un rischio per un ambiente così delicato come quello montano.
Overtourism d’alta quota
di Stefano Ardito
(pubblicato su Micromega 5/2025)
L’alpinismo romantico esiste ancora?
Nella primavera del 2025, quattro alpinisti britannici hanno compiuto un’impresa degna di Phileas Fogg, il protagonista del Giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne. Garth Miller, Alastair Carns, Anthony Stazicker e Kev Godlington sono partiti il 16 maggio dall’aeroporto londinese di Heathrow, hanno raggiunto Kathmandu e hanno immediatamente proseguito in elicottero verso i 5350 metri del campo-base dell’Everest.
Da lì, insieme a cinque guide sherpa, i quattro hanno proseguito a passo di carica verso la vetta dell’Everest, 8848 metri, dove sono arrivati alle 7.15 del 21 maggio, in una mattina “serena ma con vento violento”, come ha reso noto il capospedizione Lukas Furtenbach. Sono tornati per la stessa via dell’andata, e quando sono atterrati a Londra dalla partenza erano passati 6 giorni e 13 ore.
Sull’Everest, Miller, Carns, Stazicker e Godlington hanno trovato abbondante compagnia. Secondo il blogger americano Alan Arnette, la migliore fonte di informazioni sugli Ottomila, quest’anno la cima è stata raggiunta da 846 persone, tra le quali 362 clienti paganti e 484 guide sherpa e di altre etnie.
Oltre all’exploit degli inglesi, entreranno nel prossimo Guinness dei primati le quattro ascensioni in un mese della giovane guida nepalese Tashi Gyalzen Sherpa, l’ascensione numero 31 del suo esperto connazionale Kami Rita Sherpa e la numero 19 della guida inglese Kenton Cool, il record per un alpinista nato fuori dai confini del Nepal.
Come il 99% degli altri aspiranti alla vetta, i quattro britannici sono saliti sull’Everest con respiratori e bombole, utilizzando le corde fisse e i campi preparati da squadre di portatori d’alta quota. In più, prima di decollare verso l’Himalaya, si sono sottoposti a un’inalazione di Xenon, un gas normalmente usato come anestetico, che facilita la produzione di eritropoietina nel sangue e quindi l’acclimatazione all’alta quota.
La World Anti-Doping Agency ha vietato nel 2014 l’uso dello Xenon negli sport olimpici. La Commissione medica dell’Unione internazionale delle associazioni alpinistiche, che raggruppa tutti i club alpini del mondo, lo ha sconsigliato perché «non validato e potenzialmente pericoloso». Ma Lukas Furtenbach, guida alpina austriaca e titolare della Furtenbach Adventures, ha risposto che «l’alpinismo non è uno sport olimpico».
Le spedizioni all’Everest si svolgono tra aprile e maggio, e quest’anno l’agenzia di Furtenbach ha portato sulla montagna un centinaio di clienti paganti. Alcuni hanno acquistato il pacchetto “normale” (5 settimane, 75 mila euro), altri quello “fast” (3 settimane, 105 mila euro) dove l’uso di tende ipobariche a casa nei mesi precedenti la partenza riduce il periodo necessario per acclimatarsi sul posto.
Se nei prossimi mesi Miller, Carns, Stazicker e Godlington non avranno problemi di salute legati allo Xenon, nella stagione 2026 Furtenbach potrebbe proporre ai suoi clienti anche l’Everest “superfast” con l’inalazione del prezioso gas, che da sola costa circa cinquemila euro. Sul prezzo si possono fare solamente illazioni, ma è noto che per i clienti delle spedizioni commerciali, che arrivano soprattutto da Cina e India (terzi gli Usa, ma a distanza) il tempo è denaro.
L’epoca di Edmund Hillary e Tenzing Norgay, che per compiere la prima ascensione dell’Everest nel 1953 impiegarono cinque mesi, è davvero molto lontana. Negli anni tra le due guerre mondiali, durante i primi tentativi di ascensione, la base della montagna si raggiungeva passando per Calcutta, Darjeeling e l’interminabile altopiano del Tibet. In tutto, servivano sei o sette mesi. L’8 giugno 1924 due di quei coraggiosi pionieri, George Mallory e Andrew Irvine, partirono da una tenda a 8.170 metri, salirono verso la cima e scomparvero. Fu una delle tragedie più note di un alpinismo romantico che oggi sembra passato di moda.
Attualmente le agenzie nepalesi, a iniziare dalla Seven Summit Treks che quest’anno ha portalo 103 clienti sull’Everest, hanno in programma tutti e 14 gli “ottomila’’ (incluso il pericoloso K2) e le cime più alle dei sette continenti. L’avventura resiste sulle montagne più basse, come i “seimila” e i “settemila” dell’Himalaya e del Karakorum, dove l’aria più densa, i costi minori e la burocrazia meno ossessiva consentono di compiere exploit importanti su vette e pareti imponenti, spesso senza incontrare altre spedizioni.
Ogni autunno, alcune ascensioni di questo tipo vengono premiate con i Piolets d’or (“Piccozze d’oro”), gli “Oscar” dell’alpinismo, riconoscimenti francesi assegnati da una giuria internazionale che si consegnano a San Martino di Castrozza, in Trentino.
Il 4 maggio 2025, tre settimane prima della galoppata dei quattro inglesi sull’Everest, i friulani Nives Meroi e Romano Benet e lo slovacco Peter Hámor hanno compiuto senza bombole, portatori d’alta quota e corde fisse la prima ascensione della parete Ovest del Kabru I 7412 m, una gigantesca e sconosciuta vetta del Nepal. L’alpinismo romantico esiste ancora.
Quando l’alpinismo va in prima pagina
In Italia, va detto, i telegiornali, i quotidiani e l’informazione sul web prestano poca attenzione agli Ottomila e alle altre vette dell’Asia. Anche delle ascensioni più importanti compiute ogni anno sul Monte Bianco, sulle Dolomiti o sul Cervino si parla di rado.
A portare l’alpinismo e l’escursionismo in prima pagina, da anni, sono soprattutto gli incidenti e le relative operazioni di soccorso.
Nel 2024, le squadre di terra e gli elicotteri del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico (CNSAS) sono intervenuti per 12.063 volte, recuperando 11.789 persone, tra le quali 466 escursionisti e alpinisti deceduti.
Tra i casi più noti del 2024 la ricerca di Sara Stefanelli e Andrea Galimberti, ritrovati senza vita a settembre a 4500 metri sul Monte Bianco, e il complicato recupero della speleologa lombarda Ottavia Piana, che ha richiesto l’intervento di 130 volontari e ha suscitato polemiche sui costi. Negli ultimi giorni dell’anno, è arrivata in prima pagina la ricerca di Luca Perazzini e Cristian Gualdi, due esperti alpinisti romagnoli scivolati dopo un’ascensione sul Gran Sasso, e ritrovati cadaveri dopo che la bufera aveva bloccato per quattro giorni i soccorsi.
I numeri sono impressionanti e dimostrano l’importanza del CNSAS, che è presente in tutte le regioni e le province autonome, e che interviene in ambiente montano, in grotta e in caso di calamità naturali con più di settemila operatori specializzati. Compiono interventi analoghi, con numeri più bassi, il Soccorso alpino della Guardia di finanza e l’Aiut Alpin Dolomites.
Secondo il CNSAS, i numeri delle missioni di soccorso e delle persone recuperate confermano l’esistenza di «una pressione costante sul sistema di soccorso in montagna» ed «evidenziano quanto sia necessaria una costante attività di prevenzione, sensibilizzazione e formazione per ridurre i rischi e limitare gli incidenti (1)».
Nel 2024 i tecnici del Soccorso alpino sono intervenuti per un totale di 183.846 ore/uomo. Le cause delle chiamate di soccorso sono invariate rispetto agli anni precedenti: cadute e scivolate sono alla base del 43,2% degli interventi, seguiti da incapacità a proseguire (26,5%), malori (12,7%) e maltempo (4,1%). Le valanghe, che spesso arrivano in prima pagina, fanno partire solo lo 0,7% delle missioni di soccorso.
L’escursionismo, con il 44,3% dei casi, è la principale causa di incidenti. Seguono lo sci alpino e nordico (14%), la mountain-bike (6,8%), l’alpinismo (5,9%), l’attività su vie ferrate e falesie (3,6% in tutto) e la ricerca di funghi (3,4%). Percentuali più basse riguardano la caccia, gli sport dell’aria (parapendii e deltaplani, voli in tuta alare, alianti) e la speleologia. Un numero piccolo ma significativo di interventi (2,6%) riguarda le attività lavorative ad alta quota.
Nel 2024, il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico ha riportato a casa 466 morti, 1.431 feriti gravi, 5.288 feriti lievi, 4.187 illesi mentre 118 persone sono rimaste disperse. Dopo gli italiani (80,4% dei casi) le persone soccorse arrivavano soprattutto da Germania (6,8%), Francia (1,6%) e Austria (1%). L’età prevalente è tra i 50 e i 60 anni (16,36%), seguiti dagli over 60 e dai giovani tra i 20 e i 30 anni. Gli uomini costituiscono il 67,9% delle persone soccorse.
La metà degli interventi si è concentrata nei mesi di luglio (14,4%), agosto (18%) e settembre (8,6%). I territori più coinvolti sono stati le regioni e le province autonome alpine, nell’ordine Piemonte (15,9%), Valle d’Aosta (14,3%), Trentino (11,7%), Alto Adige (10,9%), Lombardia (10,4%) e Veneto (9,2%), seguite da Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Abruzzo e dal resto del Centro-Sud.
Il 91,4% delle persone soccorse nel 2024 non era iscritto al Club Alpino Italiano: solo l’8,6% degli interventi ha dunque riguardato i quasi 400 mila soci del CAI. Un dato che rimane costante da anni, e che mostra quanto sia importante il ruolo di questa associazione in materia di prevenzione degli incidenti in montagna.
Il confronto con gli anni precedenti mostra un leggero trend positivo: tra il 2023 e il 2024 le missioni sono scese da 12.349 a 12.063 e le vittime da 504 a 466. È un piccolo segnale di ottimismo, che non deve però dar luogo a illusioni.
L’impreparazione di molti escursionisti, l’attrezzatura sbagliata, la sottovalutazione delle previsioni meteo e delle condizioni della montagna restano un cocktail micidiale, e contribuiscono a creare emergenze, come si è visto più volte nell’estate appena conclusa.
Il grazie ai volontari, ai medici e ai paramedici, ai piloti di elicottero e ai dirigenti del Corpo nazionale soccorso alpino non può sostituire un ennesimo invito alla prudenza.
“Per il beneficio e il piacere delle persone”
«Migliaia di persone stanche, esaurite, ipercivilizzate, stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è tornare a casa, che la natura selvaggia è necessaria, e che i parchi e le riserve montane non sono utili solo in quanto fonti di legname e di acqua per irrigare, ma come fonti di vita». Così, nel lontano 1901, John Muir, nato in Scozia nel 1838 ed emigrato nel Wisconsin a undici anni, spiegava nel suo celebre libro Our National Parks l’importanza delle aree protette per la vita dell’essere umano.
Muir traversò a piedi l’America per migliaia di chilometri, scrisse altri volumi famosi come The Mountains of California e A Thousand-Mile Walk to the Gulf. Si batté per la difesa della natura del West contro gli eccessi nel taglio dei boschi e nella costruzione di dighe. Furono istituiti grazie a lui i parchi nazionali del Mount Rainier (1899), del Grand Canyon (1919) e di Sequoia e King’s Canyon (1940).
Già prima di John Muir e dei suoi libri, nel 1872, una legge firmata dal presidente (ed ex-generale) Ulysses Grant aveva deciso la tutela di Yellowstone, il primo parco nazionale del mondo. Sono due paginette che si trovano facilmente sul web, leggerle è una boccata d’aria fresca rispetto ai provvedimenti di oggi che richiedono migliaia di parole.
Una frase spiegava che il provvedimento di tutelare geyser, animali e foreste al confine tra il Wyoming, l’Idaho e il Montana era stato preso dal Congresso di Washington «for the benefit and the enjoyment of the people», «per il beneficio e il piacere delle persone».
I primi parchi nazionali italiani, quelli del Gran Paradiso e d’Abruzzo (oggi d’Abruzzo, Lazio e Molise) sono nati tra il 1922 e il 1923, mezzo secolo dopo la legge che ha deciso la tutela di Yellowstone. L’odierno sistema dei parchi italiani, 26 in tutto, è nato grazie alla legge 391 del 1991, che il nostro parlamento ha varato dopo interminabili discussioni.
A spingere per la sua approvazione, e a far inserire nell’elenco territori magnifici come il Pollino, il Gran Sasso, le Dolomiti Bellunesi e i Monti Sibillini, non è stato solo il lavoro delle associazioni ambientaliste (Wwf, Italia nostra e Legambiente su tutte), di giornalisti combattivi come Antonio Cederna e di una parte del mondo politico. A rendere possibile la salvaguardia di quelle aree, fermando i progetti di strade, impianti di risalita e insediamenti residenziali che le avrebbero deturpate per sempre, è stato anche un movimento “dal basso”, formato da escursionisti e ambientalisti. In quegli anni, nonostante al suo interno non tutti fossero d’accordo, il CAI ha deciso di impegnarsi più di prima per la tutela dei monti, ed è stato affiancato da una piccola ma battagliera associazione come Mountain Wilderness.
A Campo Pericoli sul Gran Sasso, in Val di Bove sui Sibillini, sul Monte Marsicano nel Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, a battersi contro gli scempi sono stati proprio i fruitori di quei luoghi. Dal 1980 ai Prati di Tivo ad Amatrice e in altri luoghi, gli amanti della montagna hanno dato vita a occupazioni e manifestazioni. In quella del 1986 a Frontignano, sui Sibillini, sedevano uno accanto all’altro Franco Bassanini, Antonio Giolitti, Stefano Rodotà e Massimo Teodori, quattro uomini di cui, negli anni successivi, si è parlato come di possibili presidenti della Repubblica.
Nonostante questo fervore dal basso, però, nella legge-quadro italiana del 1991 il riferimento «al beneficio e al piacere delle persone» del provvedimento che ha istituto Yellowstone non c’è. La maggioranza degli Enti Parco, negli anni, si è data da fare lo stesso per sistemare sentieri, rifugi e altre infrastrutture per i visitatori.
Qualche area protetta, invece, ha imboccato la via della chiusura.
Nonostante questo problema, negli ultimi decenni, i Parchi nazionali e regionali dell’Appennino e delle Alpi, insieme a quelli provinciali dell’Alto Adige/Südtirol e del Trentino, sono stati investiti da un impressionante aumento di escursionisti e altri appassionati.
Aria buona, panorami fantastici, tracce di cultura e di storia, possibilità di incontrare stambecchi e camosci (e magari anche un orso) sono diventati attrattive importanti. Sentieri come quello che sale al Corno Grande del Gran Sasso, o l’anello intorno alle Tre Cime di Lavaredo, sono diventati casi emblematici – accanto all’Everest delle spedizioni commerciali – del nuovo overtourism d’alta quota.
I numeri dell’escursionismo
Ma quanti sono gli escursionisti (e gli alpinisti, i ciaspolatori e gli scialpinisti) in Italia? Il Club Alpino Italiano, fondato da Quintino Sella e dai suoi compagni di ascensioni nel 1863, è passato da poche centinaia di soci ai quasi 400 mila di oggi, e la grande maggioranza frequenta attivamente la montagna.
Il CAI, organizzato in 521 sezioni, cura (con un contributo statale di meno di un euro a chilometro) 70mila chilometri di sentieri. E possiede oltre 700 tra rifugi gestiti e bivacchi sempre aperti, a quote comprese tra i 46 metri del rifugio Premuda sul Carso e i 4554 della Capanna Margherita del Monte Rosa. Sulle Dolomiti e non solo, escludendo i rifugi-ristorante sulle strade e accanto alle piste da sci, esistono poi centinaia di rifugi privati.
Ai soci del CAI si affiancano molti altri appassionati. Ci sono i soci di club storici come la Giovane Montagna (di ispirazione cattolica) o l’Unione operaia escursionisti italiani, legata al movimento operaio. Ci sono i gruppi e le associazioni che aderiscono alla Federazione italiana escursionismo, a Federtrek e ad altri organismi.
Ci sono i clienti delle circa 1.100 guide alpine italiane, presenti in quasi tutte le regioni, e delle migliaia di guide ambientali escursionistiche e accompagnatori di media montagna (due figure professionali simili e che potrebbero essere unificate). Ci sono gli appassionati dei cammini, che tra una Francigena o un viaggio verso Santiago si cimentano tutto l’anno in escursioni in giornata.
Ci sono anche – e sono le più difficili da censire – le molte migliaia di persone che non praticano l’escursionismo tutto l’anno, ma che vanno a camminare sui sentieri quando trascorrono una vacanza in Valle d’Aosta, sulle Dolomiti o altre zone. Tutte le categorie che ho elencato sono cresciute durante gli anni del Covid-19, quando piscine e palestre erano chiuse, e i sentieri sono diventati gli unici spazi per muoversi.
Certo, censire gli escursionisti non è facile. Mentre il numero degli sciatori di pista si deduce da quello degli skipass venduti, ai sentieri italiani ed europei si accede liberamente. Nei parchi nazionali degli Usa, dove si paga un biglietto d’ingresso, il numero dei visitatori è conosciuto.
In Africa, nelle Americhe e in Asia, con lo stesso metodo, si può conoscere il numero dei camminatori diretti a mete all’interno di parchi come il campo-base dell’Everest (80mila trekker all’anno), del Kilimanjaro, del Cerro Torre e del Fitz Roy nella Patagonia argentina.
Le rare ricerche effettuate sul numero degli escursionisti in Italia hanno usati metodi indiretti, come il numero totale di scarpe da trekking o di zaini venduti. In tutti i casi, la stima degli appassionati dei sentieri ha oscillato tra il mezzo milione e il milione. Un numero enorme, che porta altrettanto enormi benefici all’economia, ma del quale chi gestisce il territorio si occupa solamente di rado.
Nelle regioni e nelle province alpine, soprattutto in quelle autonome dove ottenere i fondi è più facile, molte amministrazioni locali continuano a spingere per nuovi impianti di risalita (è il caso dell’alto Comelico tra Alto Adige e Veneto, del Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, del comprensorio di Sella Nevea in Friuli-Venezia Giulia) anche se questi interventi ridurrebbero lo spazio per gli escursionisti dell’estate.
La stessa logica resiste nei progetti delle amministrazioni locali nel Lazio (Terminillo), in Abruzzo (Altopiano delle Rocche e Maiella) e sul crinale tra Emilia-Romagna e Toscana nei pressi dell’Abetone e del Cimone.
Nessun progettista, nessuno studio economico dedicato al territorio, dopo aver calcolato il possibile aumento degli skipass d’inverno, inserisce nella colonna dei “meno” la riduzione dei frequentatori della montagna senza neve. L’escursionismo e la montagna estiva, in questi casi, non esistono proprio.
Completiamo il quadro
Per concludere questa riflessione, è utile citare altri due tipi di dati. I primi arrivano dall’organizzazione mondiale della sanità, che da decenni sottolinea l’importanza dell’esercizio fisico per la salute, e consiglia di camminare, correre o pedalare per almeno mezz’ora, almeno tre o quattro volte a settimana.
Secondo l’OMS, la soglia del benessere, per gli adulti in buone condizioni fisiche, è intorno ai diecimila passi al giorno. Circa dieci chilometri se si va a passi lunghi e distesi, più o meno la metà con passo cittadino e tranquillo. Ricerche più recenti, realizzate dal CNR e da altri, hanno ridotto la quota necessaria a 5.500-6.000 passi al giorno.
Una ricerca condotta dall’American Heart Association su 2.110 adulti negli Usa ha mostrato che chi non camminava aveva un rischio di patologie potenzialmente mortali come l’ictus tra il 50% e il 70% superiore a chi si avvicinava alle prescrizioni dell’Oms.
Ricordiamo che, secondo una recente rilevazione dell’Istat, il 34% degli italiani adulti non compie alcuna attività fisica. Nel 2000 la percentuale dei sedentari era del 41%, quindi stiamo lentamente migliorando. Parchi urbani, piste ciclopedonali, sentieri a poca distanza dalle città non sono solamente spazi di svago, ma danno un contributo alla salute.
«Da anni, i finanziamenti dello Stato italiano al Club alpino passano per il ministero del Turismo. Se rifletto sull’importanza dei nostri 70mila chilometri di sentieri, penso che dovremmo essere legati al ministero della Salute», ha detto a Roma, nella Giornata internazionale della Montagna 2024, il presidente generale del CAI Antonio Montani. Mi sembra una riflessione corretta.
Gli ultimi dati che è importante citare arrivano dal Rapporto Montagne Italia 2025, presentato il 24 giugno 2025 dall’Unione nazionale dei comuni e delle comunità montane (Uncem). Secondo questo studio, tra il 2019 e il 2023 il numero dei nuovi residenti in montagna ha superato di quasi 100 mila unità quello di chi nello stesso periodo ha deciso di scendere in città e in pianura.
Sono numeri piccoli, se si pensa che nei 3.471 comuni della montagna italiana vivono 8.900.529 persone, pari al 14,7% del totale. Sono numeri disomogenei, perché il “ritorno alla montagna” è forte al Nord-ovest (Emilia-Romagna, Toscana, Liguria e Piemonte), mentre nel Mezzogiorno il saldo resta ampiamente negativo. Nel dopoguerra, però, è la prima volta che la tendenza allo spopolamento si inverte.
Tra le motivazioni dell’aumento dei residenti in montagna Marco Bussone, presidente di Uncem, cita l’aumento del costo della vita in città, il miglioramento dei trasporti, la buona gestione dei fondi del Pnrr, l’arrivo della banda ultralarga che consente di lavorare o studiare online.
Il progetto di legge sulla montagna che è al vaglio delle Camere, presentato da Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, stanzia per l’Appennino e le Alpi 200 milioni di euro, soprattutto nella sanità e per la scuola. Una cifra tutto sommato modesta, ma può essere un buon inizio.
L’Uncem nota che le filiere produttive della montagna sono «particolarmente resilienti e capaci di fare squadra». I temi al centro del Rapporto, com’è giusto, sono l’organizzazione dei servizi, e poi settori come l’agroalimentare e il legno, che ad alta quota hanno dei punti di forza.
Per tutto il secondo dopoguerra, il turismo delle seconde case, delle funivie e dello sci di pista ha fatto girare molti soldi sull’Appennino e sulle Alpi, ma ha portato benefici durevoli solo in pochissime zone, e si è concentrato in cinque o sei mesi all’anno.
Camminare, andare in bici e praticare altre attività a scarso impatto ambientale è sempre possibile. Percorsi, servizi e strutture ricettive dedicate potrebbero accelerare la rinascita di molti borghi d’alta quota.
Note
(1) “Disponibili i dati 2024 delle attività del Soccorso Alpino e Speleologico”, Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, 26 marzo 2025.
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Crovella, io ritengo che non sia neanche più tanto un discorso di tanti e pochi in montagna, ma proprio approccio e frequentazione della stessa; siamo partiti proprio da ciò che tu proponi, la montagna per pochi, e oggi siamo arrivati a questo; è un po’ come il turismo lento, sembra una soluzione intelligente, eppure è arcinoto che non si fanno le rivoluzioni dall’interno di un sistema. Quindi c’è un doppio filone di contestazione: da una parte il disimpegno di chi minimizza il problema consigliando di frequentare altri lidi, dall’altro proprio l’incapacità di uscire dalla dinamica del benessere e del tempo libero. L’aggravante è che, sulla carta, queste istanza vengono portate avanti da persone, come molti qui, che si credono senza macchia. C’è di che riflettere.
Ma che c’entro io? Manco so chi sia il Fausto (non che importi il cognome, ma magari se lo specifichi male non fa). Per quanto riguarda me, che la montagna per tanti sia “sputtanata” lo affermo pubblicamente da decenni. Altrettanto che questo modello, in continua crescita numerica, non potrà reggere all0’infinito e prima o poi capiterà qualcosa che lo smembrerà di colpo…
argomentazioni livello portineria, per citare il caro Matteo. Con queste uscite, di fatto vi qualificate e non serve nemmeno il mio intervento. Di nuovo, grazie ai Benassi e ai Caminetti, i quali ci dimostrano come una vita a scalare porta con se le gravi conseguenze di non aver adeguatamente alimentato altri collegamenti nervosi, ben più importanti quando si vorrebbe avere un qualche peso di opinione.
Prenditi una vanga e gira un po di terra che è meglio.
Salotto??!?!?
Ma se te non levi il culo dalla poltrona davanti dal PC!!!
Anonimo Fausto, ma che caspiterina ne sai tu di me e il capitalismo? Io parlo di quello che conosco, fallo anche tu che è meglio, va.
richiedo di censurare posizioni triviali. La tua non è nemmeno classificabile quale opinione. So che, come hai appena ampiamente dimostrato, il tuo approccio è quello di relativizzare i problemi. Io sono qui per cercare di contestare questo atteggiamento borghese, benestante, da salotto.
fantastico, grazie davvero. Una fotografia perfetta del Disimpegno
Grazie ancora. C’è chi nega questi approcci quando si contesta la filosofia del sovraffollamento. Meno male che tu, con due commenti ben assestati, hai messo le cose in chiarissimo, semmai qualcuno avesse ancora qualche dubbio sul tuo approccio capitalistico e sovraffollatore. Non importa se poi a parole, negli atteggiamenti da salotto o nella tua testa credi di sostenere il contrario: come ricordavo anche a Pasini, è il vostro smidollo etico ad essere più che eloquente.
Ah, dimenticavo: ieri il parcheggio di Braies era pieno di auto.
Ma quelli sono posti, come Tre Cime, Seceda, lago Sorapiss dove vanno ormai solo gli asiatici da selfie, quindi basta non andarci. A meno che i nostri eroi da salotto abbiano soluzioni diverse. Sulla montagna scabra di Crovella ci va chi è capace ma di tutta la massa che va su quella comoda cosa ne facciamo? La sterminiamo? E tutti quelli che resterebbero disoccupati cosa farebbero per sopravvivere?
Dico questo perché in quei posti ci vivo ma vado poco più in là dove non c’è nessuno. Trovatevi anche voi una soluzione ma lasciate in pace gli altri. Pur pensandola come voi, da tempo mi sono messo l’anima in pace.
Ora me toca.
Crovella nel suo mondo & Fausto che crede alle favole. Siamo messi bene.
La richiesta al gestore del blog di censurare l’opinione di chi è in disaccordo con la propria, oltre a denotare poca intelligenza sarebbe un chiaro esempio di anti democrazia che limita l’altrui libertà d’espressione. Credo proprio che Alessandro Gogna non censurerebbe mai quello che ho scritto.
Infine, penso che tutti noi diamo peso a un’affermazione a seconda della provenienza. Essendo Fausto un anonimo che si nasconde, quando non scrive scemenze a vario titolo, il suo parere conta come il due di picche.
La tua reazione mi lusinga, perché è stata notata e capita.
a partire da questa scemenza. Capo, intervieni con la censura, sono questi cali repentini di livello intellettivo che squalificano profondamente il tuo blog. Non certo qualche tafferuglio o parolaccia. Rifletti.
Mah… la ricetta è sempre la stessa: “più montagna per pochi”. Questo modello non reggerà, capiterà qualcosa, anche di imprevedibile (disastri naturali ecc), per cui la “moda” della montagna passerà di moda.
Emblematico. Grazie. Non è più necessario commentare il resto.
Commentando la situazione descritta dall’articolo, invece, sono giunto alla conclusione che l’overtourism sia un fenomeno positivo perché porta lavoro e resta circoscritto a zone già degradate sotto vari punti di vista. Siccome l’unica soluzione sarebbe la riduzione della popolazione mondiale, rassegnamoci considerando che questi affollamento durano pochissimi giorni l’anno. Per fare un esempio sono 10 giorni abbondanti che il tempo su tutte le Alpi è bellissimo. Mi è capitato di girare tra le zone di Adamello, Chamonix e ovviamente le Dolomiti dove vivo. Quasi nessuno in giro, tranquillità e bellezza in abbondanza. I pochi esercizi aperti sono gestiti con serenità e zero stress…cosa chiedere di più?
Certo che affollarsi a Ferragosto nelle località più note e poi lamentarsi per il caos, la natura profanata e sfruttata, sono capaci tutti, anche quando ne sono inconsapevoli attori.
Infine, riguardo l’Everest in una settimana resto inorridito come alpinista ma allo stesso tempo affascinato per cosa riesce a fare l’essere umano come prestazione al limite. Non esistesse l’antidoping sarebbe tutto normale e sicuramente meno esasperato, ma sai quante careghe salterebbero lasciando a piedi schiere di burocrati incapaci? Credo che la massima prestazione raggiungibile dall’essere umano debba essere riconosciuta indipendentemente da quanto e come si droga chi la ottiene. Intanto l’atleta si droga lo stesso alimentando, grazie a regole di convenienza di chi le emana, una sarabanda di veri delinquenti che ne traggono guadagno monetario.
Del resto la legge punisce chi spaccia cocaina, solo per fare un esempio tra i più a portata di mano, ma non chi ne fa uso. Il mercato e la produzione esistono a causa dell’utenza, ma quest’ultima resta impunita e sedicentemente goduta. Se non è assurdo tutto questo…
Ora me ne vado a rampegar.
Grazie Stefano! Una panoramica completa di piacevole lettura per chiunque e quindi di notevole valore divulgativo.
Si sente subito quando un giornalista conosce a fondo l’argomento di cui tratta.
Ho il piacevole ricordo di quando negli anni a cavallo tra i ’90 e i primi 2000 a Kathmandu da Pilgrims Book House, ai tempi sicuramente una delle più affascinanti librerie del pianeta, c’erano in vetrina i libri di Stefano Ardito tradotti in numerose lingue. Ricordo anche i numerosi viaggi fatti assieme, i caffè sorseggiati all’ombra dei pipal sempre a “caccia” di storie e informazioni con il nostro amico Cristiano.
Fram.