Parlo un po’ di me

“Posso apparire pecora nera ma, molto più semplicemente, vivo e penso agendo con la mia testa (Giovanni Pagnoncelli)”.

Parlo un po’ di me
di Giovanni Pagnoncelli
(pubblicato sulla sua pagina fb il 23 giugno 2026)

A 11 anni cominciai a seguire le tracce di salita delle pelli di foca di mio papà, non mi piaceva faticare in salita ma soffrivo in silenzio pensando al divertimento in discesa. Mi fece poi provare la scalata ma mi piaceva solo scendere in corda doppia e salire, se troppo esposto, mi spaventava. In Grignetta, sulla Cresta Segantini in lacrime, diedi l’addio alla scalata e mi dedicai allo sci. Mio papà cominciava a perdere qualche colpo così mi aggregò ai suoi amici. Ricordo con piacere Giancarlo Langini ancora in attività e @Alberto Paleari, mitologica Guida Alpina, istruttore delle guide e scrittore/divulgatore.

Nel ’95 frequentai il servizio di leva a La Thuile, Claudio Arbore, forte alpinista abruzzese, fu incaricato dal Tenente Saccaro di formarci alpinisticamente. La prima salita in ambiente fu la Grande Assaly attraverso una via di cresta classica. Fui folgorato da questa attività e iniziai a scalare ed allenarmi, durante il restante periodo di leva ma, soprattutto, una volta a casa.

Nell’estate del ’96, dopo aver acquistato attrezzature varie, scalai con un amico e collega di lavoro con meno formazione e buon senso (e spirito di sopravvivenza) di me, la parete nord della Punta Grober, del Ciarforon (quando ancora c’era il seracco) e la Goulotte Valeria. Su quest’ultima ricordo di aver scalato con una mezza corda di mio padre di 40 m. Per qualche miracolo non ci siamo uccisi in salita, una volta alla Brèche du Roi du Siam ci siamo resi conto che con quella corda non si poteva scendere e per qualche altro e aggiuntivo miracolo, siamo riusciti a scendere dal canale del Petit Capucin e dalla terminale senza ucciderci. Il fastidio dell’esposizione al vuoto però continuava ad accompagnarmi e lo sentivo spesso presente e fastidioso. Nel ’99 scalai con Cesare Maestri e Cesarino Fava il Campanil Basso per il centenario della sua conquista e componendo l’ultimo della cordata più lunga del mondo (100 componenti uniti insieme). Il terrore fu presente dall’inizio alla fine ma quello era un limite che dovevo e volevo vincere e le Dolomiti sarebbero successivamente state il mio laboratorio per superare, un centimetro alla volta, questo mio limite.

Queste avventure hanno preceduto milioni di metri verticali su neve, roccia, ghiaccio e misto. Migliaia di persone si sono legate a me nei decenni, tra quelle che più mi hanno fatto crescere, Monica Gemelli e Davide Broggi, poi diventato Guida Alpina.

A cavallo del 2000 frequento il corso del CAI come Istruttore di Scialpinismo, nel 2003 un corso propedeutico per il corso Aspiranti Guide Alpine con Marco Giorgetti, poi scemato perché preferivo scalare le montagne per me stesso. Quando poi incontrai Fabrizio Pina nel 2020, io no, ma lui si ricordava di me. Spirito inquieto e desideroso di provare mille esperienze (insieme a brevetti di bagnino, di subacquea e accompagnatore MTB), passai le selezioni per entrare come operatore di Soccorso Alpino ma dopo aver frequentato i primi impegni mi resi conto che quegli impegni mi avrebbero tolto tempo ed energie per la mia attività quando io volevo continuare a scalare per me stesso.

Cominciai ad affrontare grandi salite e negli anni a seguire fu un consapevole crescendo di obiettivi portati a casa aiutato dall’allenamento nelle gare di scialpinismo. Obiettivi sulle Alpi, in giro per il mondo con viaggi e spedizioni, in Val d’Ossola dove mi trasferii nel 2004 e che mi diede slancio e passione per l’esplorazione, l’apertura di nuovi itinerari e la divulgazione. Ad ispirarmi in questo ultimo punto sono stati sicuramente Luca Maspes e Hervé Barmasse che frequentai in quegli anni.

Giovanni Pagnoncelli con il padre Antonio

A cavallo del 2010 iniziai a convincermi che l’arrampicata sportiva, che odiavo, poteva aiutarmi ad affrontare le grandi salite con maggiore piacere e margine di sicurezza e allora provai ad appassionarmici. E in parte ci riuscii! Così in primavera provai la selezione per il corso Aspiranti GA in Valle d’Aosta. Sci, bene, ghiaccio, bene, poi venne il momento della roccia. Rudi Janin estrasse per primo il mio nome, i tiri erano stati chiodati la sera prima, non un segno di magnesite. Primo tiro bene, anzi benissimo, secondo tiro parto carico, scalo bene e sento che scalo bene, verso la fine un passo boulder difficile da interpretare mi ghisa e mi ferma. Mancava uno spit alla sosta, un cazzo di unico spit che mi avrebbe, probabilmente anche se in parte, cambiato il destino. Una lettera di rammarico a Guido Azzalea non fu mai risposta.

Negli anni a seguire alternai la mia costante attività ad altri tentativi alle selezioni in VdA, Piemonte e Trentino. Tra le tante persone di riferimento con cui ho condiviso tante avventure fuori e dentro le Alpi Marcello Sanguineti e gi Accademici fratelli Enrico che conobbi sul Pilone Centrale del Frêney (rientrai dal tunnel con Stefano Perrone che si ricordava ma io no, ultimo istruttore che mi ha esaminato) e che mi introdussero nel Club Alpino Accademico nel 2012. Nel frattempo conobbi Silvia con la quale mi legai e che mi diede il primogenito Andrea nel 2015. La selezione del Trentino capitò alla scadenza della nascita di mia figlia Mia. Prova di sci, bene. La prova di ghiaccio si svolse il giorno in cui era programmato il parto di Mia così chiesi a Martino Pederlongo, direttore del corso, se potevo partire per primo perché da Sottoguda a Varese mi separavano 5 ore d’auto. Per fortuna arrivai appena in tempo per vederla nascere. Prova di roccia capitanata da Mabboni che ci regalò 2 tiri di 8a addomesticati a 7b/b+ con prese artificiali. Alessandro Beber non poteva dirlo ma anche lui mi pareva sostenesse fossero ‘duretti’. Comunque, prova ovviamente fallita così abbandonai l’idea della Guida Alpina. Nonostante la scalata alpinistica in ambienti severi rappresentasse la mia grande passione, la scalata sportiva non era il mio, forse per il motivo che richiedeva troppo tempo e sacrifici per allenarmi. E a me non piaceva allenarmi ma semplicemente andare in montagna!

Per quanto la corsa alle grandi salite di riferimento non fosse finita, cominciai a perdere qualche stimolo. Credo non volessi fare la fine di quelli che rincorrono un alpinismo di buon livello amatoriale senza mai trovare pace e senso di soddisfazione. Paolo Grisa, nel dicembre del 2019, mi disse di voler provare le selezioni in Lombardia. Io avevo messo da parte l’idea ma ne parlai a Silvia che mi consigliò con una certa insistenza di provarle per l’ultima volta, 45 anni era il mio tempo limite. Le selezioni si sarebbero svolte consecutive in 3 giorni. Con le aspettative a zero e voglia di buttar via ancora tempo ancora meno. In piena campagna vendita, mi dessi una settimana di preparazione con Paolo e così feci. Alla prova di arrampicata ricordo di essermi presentato al tiro del mio turno sul bellissimo praticello inglese alla base della falesia con le infradito. Perentorio, Yuri Parimbelli – Guida Alpina, mi chiese di cambiarmi e indossare un paio di scarpe. Che coglione penso oggi, all’epoca forse non capii, oggi è incredibile come abbia un’altra visione delle cose.

A febbraio 2020 passai inaspettatamente queste selezioni. Ovvio lo facevo per me in primis ma mi sentivo ancora in tempo per portare a mio papà questa soddisfazione. ‘Lock down’ globale, partimmo con lezioni teoriche a distanza. Durante una di queste, ricevetti una chiamata dalla RSA dove era ricoverato mio papà per essere avvertito di raggiungerlo velocemente perché in un paio d’ore avrebbero iniziato la terapia di fine vita ed entro sera si sarebbe spento. A giugno partimmo con il corso.

Le prime settimane furono tra le più dure della mia vita alternate tra momenti di motivazione e momenti di sconforto e senso di inadeguatezza. In aggiunta ai miei limiti tecnici e fisici, soprattutto se confrontati a quelli dei miei compagni di corso molto più giovani e forti, dovevo combattere con la necessità di mettere da parte la mia esperienza cancellando le mie abitudini regresse – che in quella situazione rappresentavano più un limite che un’opportunità – per riscrivere da zero una lavagna piena di appunti, esperienze e automatismi inadeguati a quella nuova situazione. Incastrare e far convivere poi questo durissimo percorso per cui normalmente un giovane dedica il 100% del proprio tempo ed energie con lavoro, la costituzione di una società di professionisti della montagna, due bambini piccoli, problemi famigliari, una ristrutturazione, la rottura di un legamento, la delusione di 2 bocciature, mi fece vivere 3 anni al limite della sopravvivenza e della tenuta fisica e mentale. Il clima e il modo in cui ho vissuto il corso non è stato positivo ma oggi, che tengo il buono rimuovendo il brutto, posso dire che mi ha dato fondamentali strumenti per l’avvio ad una professione ad altissimo rischio e con grande responsabilità derivata da istruttori e un programma intensivo di altissimo livello. A novembre 2023 venni abilitato alla professione di Aspirante Guida Alpina, il 2 gennaio seguente con Francesca, condussi la prima giornata guida. Non voglio sembrare arrogante ma mi sentii sicuro e a mio agio, forse anche complice il fatto che Francesca si fidava di me come se fossi guida da sempre. Nelle successive 220 giornate guida, ho vissuto esperienze tecniche e umane incredibili (qualcuna meno positiva ovviamente ma trascurabile) in cui ancora adesso fatico ad abituarmi alla piacevole e sorprendente situazione in cui qualcuno si affida a me, si fida, mi stima, mi cerca per nuove esperienze o, anche solo, per un consiglio. Senza contare dei messaggi di apprezzamento, dei regali, dei pensieri che ricevo o, per ultimo, della chiamata di qualche minuto fa in cui il marito di Mag mi chiede di portarla via qualche giorno per qualsiasi destinazione non importa dove, quando e a che cifra perché se lo merita per il suo impegno in famiglia.

A febbraio ’26 inizio il corso per passaggio a guida con il polo interregionale che concludo a Torino l’8 giugno. Contenuti tecnici, istruttori ed organizzazione di altissimo livello anche qui, grande crescita professionale che si aggiunge alla precedente. Il corso guida ti cambia la visione dell’andare in montagna, lo confermo io dopo che l’hanno confermato tutti coloro che sono passati da questo percorso. Trasformare un alpinista in un maestro, un formatore, un punto di riferimento per tutte le attività in ambiente è una sfida ma qualcosa che ai corsi guida riesce in soli 150 giorni.

Giovanni Pagnoncelli

Se faccio una retrospettiva vedo me e gli altri rapportarsi con le guide con estremo rispetto e venerazione da super eroe e nei confronti di chi pare non dimostri mai, parlando di montagna, alcuna incertezza. E da mio papà ho ricevuto lo stesso spirito di rispetto verso di esse. Se una guida consigliava o asseriva qualcosa quello era legge, la guida ha un rapporto con i servizi della montagna diversi e privilegiati, l’immagine e la figura sono un riferimento non solo per vantaggi personali ma come figura di collaborazione reciproca.

Ecco, ora, faccio anche io parte di questa categoria, mi onora, voglio contribuire a portarne valore, reputazione e il giusto riconoscimento che si merita e che in tanti casi non è compreso né adeguatamente ricompensato.

L’unico rammarico quello di non essere arrivato in tempo per poter regalare una spilla a mio papà, anch’egli alpinista e divulgatore. Non mi ha mai detto bravo una volta ma venivo a sapere dai suoi amici che parlava di me sempre con profonda ammirazione. Chissà cosa direbbe ora! Sicuramente porterebbe in mano il trofeo per aver cresciuto un figlio alpinista oggi Guida, sarebbe talmente fiero da essere felice come se guida fosse diventato lui stesso.

Ringrazio tutti gli istruttori del Corso Lombardo, il direttore Daniele Fiorelli e tutti i compagni di corso con cui ho condiviso momenti sinceri (non tutti e non sempre), altrettanto tutti gli istruttori del corso del polo Interregionale, il direttore del corso Matteo Canova e tutti i miei colleghi che insieme a me non hanno solo raggiunto un obiettivo professionale ma il coronamento di un sogno, di un qualcosa che va oltre e che si posiziona a metà strada tra il professionista e la mitologia.

L’avevo già fatto tre anni fa ma mi ripeto e ringrazio tutti coloro che hanno contribuito a farmi crescere come alpinista e persona, i compagni di corda, Consuelo Antonio Bonaldi amante della lettura oltre che della montagna, e Stefano Finazzi che mi hanno permesso di conciliare i corsi con il lavoro, i miei clienti che mi hanno dato fiducia, tanti dei quali oggi amici, tutti gli amici e conoscenti che hanno tifato per me e credo per primo l’amico per la vita e collega Marco Tosi e ultimo ma non ultimo, Silvia Tassera che, per quanto viviamo alti e bassi come credo in tutte le coppie del mondo, ha tenuto duro insieme a me, ci sopportiamo ma supportiamo e rispettiamo.

Non ne abbia a male chi non è stato nominato e avrebbe avuto piacere ad esserci ma sappia che molto probabilmente verrà nominato nel libro in uscita nel 2050 (già pronto a metà…).

Parlo un po’ di me ultima modifica: 2026-07-08T05:18:00+02:00 da GognaBlog

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7 pensieri su “Parlo un po’ di me”

  1. Senza entrare nel merito delle storia e dei suoi soggetti di volta in volta citati,l’articolo o pseudo cronaca,una pena infinita.meglio così per i non menzionati

  2. Se fosse, non lo direi Fabio. Semplicemente perché sono fatti miei e suoi. E tanto la posizione di Cesarino tutti la conoscono. Mi ha parlato invece dei suoi piedi amputato e del miele che produceva in Argentina. Ah, non era la cordata Fava-Vegetti… 😀

  3. Cordata Vegetti-Fava!
    Silenzio: parla la Storia.
     
    P.S. Hai provato a domandargli del Cerro Torre 1959?
     
     

  4. Forte. A quella cordata più lunga del mondo c’ero anche io, legato con Mario Manica, Antonella Cicogna e Cesarino Fava, con il quale sono sceso tornando al Brentei… Diavolo, 1999, un secolo fa!
     

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