Parole come fotografie
A cura della Redazione del notiziario di Mountain Wilderness
(pubblicato sul notiziario diMountain Wilderness, 1-2026
Concluso l’evento olimpico e paralimpico sembra si sia vissuta solo euforia, perfezione organizzativa. Riportiamo solo alcuni passaggi traslati dai media italiani o di politici nazionali: “Le Olimpiadi italiane: le migliori di sempre” – “La ricaduta di legacy sarà importante, un incentivo allo sport, un invito ai giovani a praticarlo” – “Ci sarà un ritorno di cinque miliardi a fronte dei tre spesi”- “L’Italia ai vertici del mondo”-. Prima, durante e dopo l’evento si è respirato tanto nazionalismo, tanto “Spirito italiano”. Politici, dirigenti di federazioni, tanti atleti ci hanno trasferito un’ubriacatura di entusiasmo travolgente. Si è vinto, siamo cresciuti, siamo forti, siamo ai vertici dello sport mondiale.
Mountain Wilderness propone una lettura dell’evento più realistica, oggi leggibile nei territori che hanno ospitato le gare: la lettura offerta dai tanti comitati che si sono opposti alla distruzione delle valli e che hanno invocato trasparenza, la lettura di quanti la montagna e le sue reali esigenze la conoscono, studiando. Per descrivere raccogliamo le fotografie che descrivono una realtà che si vuole rimuovere. Al paziente lettore assicuriamo che abbiamo usato prudenza, riportato i costi veri, per ogni opera: quando e se sarà ultimata e gestita saranno maggiori.
Le Olimpiadi delle strade
Ogni grande evento, specialmente in Italia, è occasione per inserire nel programma delle opere un po’ di tutto. Le Olimpiadi invernali italiane avevano previsto una spesa per strutture sportive di poco superiore ai 200 milioni di euro. Si diceva che il 92% delle strutture era presente, -”con qualche ritocco si è pronti all’evento olimpico”-. La realtà è stata diversa, solo per le opere sportive al momento abbiamo superato i 900 milioni di euro di spesa. Nell’insieme le 98 opere olimpiche ci costeranno almeno 5 miliardi di euro, nel 2023 erano stati previsti 3,5 miliardi. Si è investito in ferrovie (modesti interventi in stazioni ferroviarie e ben poco sulle linee, acquisti di nuovi treni già tecnologicamente superati e ad alto consumo energetico in quanto le linee rimangono poco potenziate). Si è investito negli aeroporti di Malpensa e Verona, in linee di trasporto dell’energia (Terna), per lo più interrate, specie in Trentino e in Alto Adige, quasi dimenticata la Valtellina e la Provincia di Belluno.
Per la mobilità siamo ancora fermi al pensiero unico dello sviluppo del nostro paese: strade, ancora strade. Quindi circonvallazioni, rotatorie, in tutte le località che hanno ospitato le gare: Valtellina, Lombardia, nel Cadore come in Val Pusteria, Trentino. Questo solo capitolo che ci costerà quasi 3 miliardi di euro. Potenziare la viabilità stradale ha come scopo accelerare l’accesso alle montagne dai grandi centri urbani verso le montagne, incentivare quella forma di turismo che si dice vada superata: il turismo dei fine settimana, del mordi e fuggi. Chi sostiene la lobby delle strade? Le associazioni imprenditoriali tutte, una lobby diffusa. Chi ci guadagna realmente oltre ai costruttori di strade? Il mondo degli impiantisti, un mondo che ha bisogno di aumenti significativi di passaggi, che reclama denaro pubblico per incidere le alte quote e consumare paesaggi e natura libera, urbanizzando creste e pascoli.
Tutto questo nel caso olimpico è avvenuto invocando “l’interesse generale”. Sulle strade spenderemo fino al 2033: per questo motivo si è prorogata la vita a Infrastrutture MiCo2026 fino al 31 dicembre 2033. Per garantire procedure amministrative veloci, per favorire le deroghe, per impedire a noi cittadini trasparenza e controllo sulle decisioni e nei progetti. Probabile che la vita di questa società pubblica e del potere dei commissari, quindi di ANAS e Ferrovie italiane (sponsor olimpici), venga prorogata ancora. Vedremo cosa accadrà dopo il 2033. Non è stato casuale che nel maggio 2026 il governo abbia affidato a questa società anche la gestione del potenziamento della costruzione di abitazioni.
I treni: un mezzo di trasporto trascurato
L’ambientalismo è il partito del SI’. Accanto a decisi NO si sono sempre proposte soluzioni alternative a minore impatto ambientale, minori costi, anche nella programmazione della mobilità pubblica.
Fino a dieci anni fa nel Triveneto si discuteva seriamente dell’anello ferroviario delle Dolomiti. Utilizzando la linea del Brennero per poi da Trento inserirsi nella Valsugana, potenziando la linea ferrovia Trento – Venezia, da elettrificare, con doppio binario, e poi risalire verso Feltre, Belluno, Calalzo e proseguire verso Cortina e arrivare in Val Pusteria. Un servizio di eccellenza offerto a residenti e ospiti. Un percorso appetibile per il turista-viaggiatore e per i residenti tutti. Sul progetto è caduto il silenzio.
Una lodevole associazione, Transdolomites, sostiene da anni una nuova linea ferroviaria (ideata fin dal 1891), da Trento a Canazei. Altre proposte coinvolgono i territori del bellunese, come quelli dell’Alto Adige (si pensi al prolungamento della ferrovia della Val Venosta in Engadina). Il dovere di ammodernare la ferrovia Lecco- Tirano. Si è fatto qualcosa, ma non si è costruito un progetto di mobilità pubblica che coinvolga anche il trasporto su gomma, che raggiunga i paesi isolati. Eppure del tema se ne discute da decenni. Le Olimpiadi sulle Alpi potevano diventare un’occasione irripetibile per proporre e avviare questi progetti. Certo costosi, certo non immuni da problemi ambientali. Senza dubbio capaci di portare sui territori lavori diffusi, servizi efficienti, nuove innovative opere. Un’occasione perduta.
Le Olimpiadi diffuse
Finite le Olimpiadi il mondo politico e i dirigenti del CONI, compresa la dirigenza del CIO, hanno definito le Olimpiadi un successo. Perché diffuse, perché questo obiettivo, a loro dire, permette di andare a svolgere le gare laddove gli impianti ci sono, perché non si consuma suolo e si risparmia. Senza mai minimamente dimostrare queste affermazioni. In questo notiziario trovate spiegato perché questi dirigenti e politici ci hanno mentito. Sapendo di mentire.
MiCo 2026 ha significato intervenire su un’area, dalle città alle Alpi, ampia 22.000 Kmq. Attrezzare per lo sport o per le cerimonie ben otto ambiti, alcuni distanti fra loro 400 chilometri.
Le Olimpiadi invernali italiane 2026 hanno avuto bisogno di demolire e ricostruire tutti gli impianti sportivi. Laddove non si è demolito l’esistente, come per le piste di sci, le si sono ampliate a dismisura senza affrontare valutazioni d’impatto ambientale.
Le Olimpiadi diffuse si sono dimostrate lo strumento più efficace per consolidare sui diversi territori clientelismo, per imporre opere altrimenti impossibili da realizzare (strade), per avviare procedure definite semplificate tese ad aggirare le norme ambientali, quelle sugli appalti, evitare la partecipazione, il diritto di cittadinanza ai portatori di interessi generali.
Solo per i costi di gestione intervenire con un simile evento su otto areali diversi significa per ogni zona: garantire la sicurezza, un ingente spiegamento di forze dell’ordine (seimila agenti), impostare la logistica, accessi e ospitalità per decine di migliaia di persone, affidarsi e gestire il volontariato più diverso, alpini, vigili del fuoco, personale sanitario, parcheggiatori, oltre 18.000 persone. Significa preparare pasti e distribuirli su 8 località. Significa mobilitare personale sanitario professionista in un lungo periodo di crisi del personale e dell’intero sistema sanitario nazionale, potenziare il trasporto pubblico e privato, gestire personale ispettivo, avere a disposizione una macchina di controllo e gestione estremamente dispersiva. Si sono costruiti parcheggi provvisori ovunque invadendo e distruggendo aree agricole di pregio, parcheggi per lo più rimasti vuoti (costosissimi, 40 euro a giorno). Tutto questo è costato. Anche per questi motivi la Fondazione è in deficit, non solo i 310 milioni denunciati a aprile 2026, ma con cifre che supereranno i 600 milioni.
Con questa somma di valutazioni ci sembra di dover concludere come le Olimpiadi diffuse, siano queste estive o invernali, abbiano dimostrato i loro limiti. Sono una sconfitta dei territori e della democrazia, una dispersione inconcepibile di risorse economiche e umane.
La nostra proposta, da valutare nel profilo internazionale, è semplice, drastica. Da subito si indichino a livello mondiale due località, una estiva, una invernale: in quelle due località ogni 4 anni si terranno le Olimpiadi (fuori dalle Alpi sicuramente), come ci ha insegnato con lungimiranza Atene fin dal 776 a.C.
Cortina d’Ampezzo: una Perla umiliata dai cantieri
Risulta impossibile fare un elenco dei cantieri che dal 2020 (campionati del mondo di sci alpino, tenuti causa la pandemia nel 2021) offendono Cortina d’Ampezzo. L’abitato aveva bisogno di interventi di riqualificazione, per decenni il paese ha vissuto della gloria del 1956 e ha lasciato che l’intero patrimonio edilizio storico cadesse nel degrado, mentre la speculazione edilizia delle seconde case infliggeva danni irreversibili alla qualità del turismo e dell’ambiente. I cambiamenti climatici hanno fatto il resto: negli anni ‘70 ben 8 impianti sciistici arrivavano in paese, a oggi ve ne è uno, Faloria. Molti alberghi sono stati ristrutturati, ma c’è un problema. Non saranno gestiti dalle storiche famiglie cortinesi, sono diventati proprietà di società, per lo più estere, che penseranno solo ai profitti immediati, non certo alla socialità nel territorio.
Della pista di bob abbiamo già parlato in uno specifico intervento. Le opere più impattanti per Cortina sono quattro.
La prima riguarda la demolizione della vecchia stazione ferroviaria con la cancellazione dell’ampio e strategico parcheggio pubblico. Le Olimpiadi lasceranno in quell’area un’opera realizzata in project financing: un grande parcheggio sotterraneo con pochi stalli rimasti pubblici, la maggioranza dei posti auto sarà gestita dal privato. Sopra terra si troveranno spazi immobiliari destinati a uffici, negozi, l’operazione è privata. Il centro storico in pochi anni perderà la sua funzione, Corso Italia rischia di diventare un museo che forse riuscirà a raccontare in modo statico la storia della conca.
La seconda opera riguarda la circonvallazione da Sud verso Nord. Dei tre lotti ne è stato realizzato uno, quello sud. L’opera è incompiuta in quanto si dovrebbe proseguire verso nord a destra Boite, nell’area della grande frana che scende dal versante Tofane. L’insieme dell’opera a oggi è valutato oltre 600 milioni di euro. Ragionevolmente, qualora realizzata, non sarà pronta prima del 2030. La terza opera, uno scandalo di profilo internazionale, è il collegamento con cabinovia (capacità di trasporto 2.400 persone ora) Apollonio – Socrepes che dal paese in due tronchi si rivolge all’area sciabile di Drusciè. Un collegamento illogico, un doppione. Insiste su una storicamente documentata frana in movimento. Si tratta di un project financing, 37 milioni di euro pubblici. L’appalto, dopo due gare fallite, è stato affidato a una ditta (come a Bormio) che mai aveva costruito simili opere. Non è stato ultimato. Eppure il sindaco di Cortina, Luca Zaia, Matteo Salvini, Massimo Saldini, il supercommissario, giuravano fino al 4 febbraio 2026 che l’opera era indispensabile come trasporto alternativo degli spettatori e che sarebbe rimasto attivo anche dopo l’evento. Come si è visto a oggi l’impianto non è stato messo in funzione, il cantiere sulla frana è ancora aperto. Nel frattempo il 27 febbraio 2026 la magistratura apriva un’inchiesta; su appalti, costi, condizioni di lavoro. Ci chiediamo, chi pagherà i costi dovuti a tanta sufficienza e approssimazione?
Altra grande opera inutile è il villaggio olimpico. 377 casette (baracche da campeggio) imposte su un pianoro, 37 + 8 milioni di euro i costi economici; la piana di Fiames, 15 ettari, distrutta dall’apporto di oltre 20.000 m cubi di ghiaione, un villaggio costruito su un’area a rischio idrogeologico che oggi si sta smantellando per fare posto a cosa? Non certo un aeroporto, già operante e chiuso nel 1963 causa troppi incidenti. Lo spazio risulterà utile a un eliporto. Un intervento questo successivo alle Olimpiadi. Qualora realizzato porterà le Dolomiti intere, i suoi residenti a diventare vittime di eliturismo, un servizio, privato, impattante per i rumori, impattante per le emissioni di gas climalteranti, impattante per la fauna selvatica, impattante per il turismo autentico che la montagna dovrà reclamare. Per il villaggio olimpico l’ambientalismo aveva proposto più alternative: ospitalità negli alberghi (come per i mondiali 2021), recupero villaggio ex ENI a Borea di Cadore, un investimento da riconvertire poi in alloggi per giovani famiglie e per i lavoratori stagionali.
Il quarto scempio riguarda un’opera ancora non realizzata, ma progettata e tenuta segretata negli uffici della Regione Veneto. Si tratta del collegamento sciistico Cortina – passo Giau – Monte Civetta. Su quest’opera, qualora confermata, sarà necessaria una mobilitazione ambientalista e specialmente alpinistica di profilo internazionale. Se realizzato il collegamento sarà di un sacrilegio contro natura e paesaggio (come demolire il Colosseo). Se realizzato, a quel punto, sarà necessario superare la farsa gestionale lunga 15 anni delle Dolomiti monumento naturale dell’UNESCO. Ci sono altre opere che riguardano Cortina e che peseranno sulle risorse del Comune. Il potenziamento dello Stadio olimpico, 25 milioni di euro. I servizi imposti ai trampolini del salto di Zuel, da terminare, trampolini abbandonati da decenni. Sulle assi vi crescevano betulle e larici. Si dovevano spendere un milione di euro per un loro minimale ripristino, sono stati investiti oltre dieci milioni di euro per portare, fuori Cortina, in area di impegnativa accessibilità, nuovi servizi, di ristoro e forse di negozi. Altro tema è il prelievo delle acque dal torrente Boite: un torrente già privato di naturalità, ora cementato. Vi si preleverà l’acqua di refrigerazione della pista di bob e dello stadio del ghiaccio.
Ci si dovrà pur chiedere a Cortina cosa rimarrà dell’evento oltre ai costi di gestione di queste strutture (finché non saranno abbandonate e quindi demolite). Un comune da 13 anni privo di piscina comunale, un comune privo di servizio di asilo nido pubblico, privo di servizio di veterinaria accessibile, incapace di offrire alloggi ai suoi giovani e alle nuove famiglie, privo di servizi essenziali, di alloggi per i lavoratori stagionali. Un comune che sembra solo destinato a essere al servizio di una casta. Magari residente, ma incurante di ogni bisogno di chi il territorio lo vive. Siamo proprio certi che nel prossimo decennio a Cortina si griderà ancora, “Evviva le Olimpiadi”?
Bormio: un parco nazionale immobilizzato dalla speculazione sciistica
La situazione di Bormio non è molto diversa da Cortina. Si tratta di due abitati ricchi di vita (stagionale) e forti dell’economia turistica. Bormio è ricco di edifici che illustrano la storia sociale, l’arte, l’incontro fra culture diverse.
Il suo centro presenta decine di edifici che hanno pareti affrescate. Immaginate alcuni interni di queste abitazioni, quanta ricchezza. Un patrimonio oggi in deperimento. Le tanto declamate e fallite olimpiadi culturali non hanno fiatato sul dovere del recupero di un simile patrimonio storico, artistico, identitario. Nemmeno altrove. Tutta l’attenzione è stata rivolta all’imposizione del pacchetto olimpico, di una tangenziale, l’Alute, che solo in teoria avrebbe dovuto alleggerire i transiti nel centro abitato. Distruggendo una piana, area agricola di pregio, una zona alluvionale. Progetto al momento, ma solo al momento, fallito grazie all’azione sociale di un deciso comitato locale.
Le risorse di Bormio sono state destinate al potenziamento dell’area sciabile, della pista Stelvio (allargata), a un bacino per l’innevamento, allo Ski Stadium. Se va bene, dai previsti 20 milioni di investimento sullo sci, si arriverà a 75 milioni. Dove si recupereranno i denari necessari alla gestione successiva di queste opere? Nessuna risposta. Si sa solo che, pur di consentire attraverso stratagemmi legislativi e ulteriori commissariamenti il collegamento sciistico da Valfurva verso Livigno, sono pronti decine di milioni di euro della Regione Lombardia. Un ulteriore scempio, dentro un parco nazionale. A oltre dieci anni dalla firma dello smembramento del parco nazionale dello Stelvio la regione Lombardia impedisce di approvare il piano parco della sua area di competenza. Una motivazione è evidente! Oltre a portare al fallimento del parco nazionale (a 90 anni dalla sua istituzione) si lascia mano libera alla speculazione degli impiantisti. Eredità olimpica anche questa?
Livigno, sul paese incombono frane e alluvioni. Provocate dai cambiamenti climatici
Livigno ha saputo rinunciare all’inutile villaggio olimpico previsto nel dossier di candidatura. Un’ottima scelta, si è dimostrato che gli atleti possono vivere e agire nel settore alberghiero locale. A Livigno si prevedeva di collegare due aree sciabili e parcheggi e spendere all’incirca 30 milioni di euro, oggi si è certi, si supereranno i 100 milioni. Nel corso di progettazioni tenute segrete la fame di strutture dedicate allo sci è aumentata a dismisura: collegamento delle due aree, Mottolino e Carosello 3000, parcheggi interrati e in superficie, il bacino di innevamento artificiale di 203.000 m cubi a 2600 metri di quota, opere di sicurezza, altra viabilità. In un paese privo di una sua anima, cresciuto grazie alla speculazione edilizia privata lungo una strada, in danno alla gestione turistica alberghiera, un paese che dovrà a breve rispondere alle emergenze causate dallo scioglimento del permafrost a monte del torrente Spol, si pensa ancora a cementificare. Per quanti anni la popolazione di Livigno dovrà pagare questa eredità olimpica? Probabilmente per decenni. Anche in questo caso, come a Cortina, chi sarà chiamato a rispondere economicamente e penalmente degli errori sostenuti e imposti?
La valle di Fiemme: si è voluto strafare
Siamo nella valle che ha ospitato tre edizioni dei campionati mondiali di sci nordico, 1991, 2003, 2013. Sembra ovvio sostenere che un territorio tanto forte nello sci di fondo e nella disciplina del salto risulti idoneo a sostenere le gare di un evento olimpico. Le strutture cerano. Ma sono state tutte rifatte, a nuovo. Sui trampolini si dovevano spendere circa 8 milioni di euro: siamo arrivati, a opera non conclusa, a 48 milioni. Se nel centro del fondo di Tesero si dovevano spendere 9 milioni di euro siamo arrivati a 24,5 milioni di euro, opere non concluse. Il villaggio olimpico, proprio perché la valle era forte della storia dello sci nordico con atleti e tecnici sempre ospitati negli alberghi, non era previsto. Lo si è inventato e imposto in corso d’opera, 53,5 milioni di euro con interventi di rifacimento degli edifici della Scuola di finanza alpina. Uno degli edifici, quello costruito alla confluenza di due torrenti alluvionali, il torrente Travignolo e l’Avisio, è tutto nuovo, un mastodonte paesaggisticamente invasivo ha sconvolto un ambito fluviale di alto valore naturalistico (lo si dovrà mettere in sicurezza, sempre con denaro pubblico). Aree verdi distrutte per parcheggi, 15 ettari di aree agricole di pregio andate in fumo e rimaste quasi inutilizzate. Come avvenuto a Cortina, a Livigno, a Bormio.
Non parliamo poi del fallimento dell’altopiano di Piné. Era la zona candidata a ospitare le gare di pattinaggio di velocità. La ricca storia del medagliere italiano di specialità, mondiale e olimpico, fa riferimento a questo altopiano. Perché si parla di progetto fallito? Dapprima perché l’amministrazione comunale e quella provinciale avevano sostenuto la follia di un palazzo coperto in project financing da 180 milioni di euro, poi è arrivato un nuovo progetto costosissimo di copertura del costo di 70 milioni di euro. Anche causa imposizioni del CIO sulla quantità di tribune. Cattedrali imposte su un territorio perfino incapace oggi di gestire l’inquinamento dei suoi laghi dovuto alla coltivazione intensiva dei piccoli frutti, costantemente in crisi idrica con l’acquedotto, nelle settimane del periodo olimpico è stato rifornito dai mezzi della protezione civile.
Nonostante il “furto” da parte di Milano delle gare di pattinaggio di velocità, su Baselga stanno piovendo 50 milioni di euro. 29,5 destinati al rifacimento dello stadio del ghiaccio all’aperto (non saranno sufficienti, perché oggi si pensa alla sua copertura), altri 21 per opere come strade, ciclabili, marciapiedi. Nel dopo olimpiadi è riesplosa la fame di infrastrutture nell’altopiano. Chi pagherà simili follie? Per le opere pagano lo Stato e la Provincia di Trento, per la gestione futura per 20 anni si è impegnata la Provincia di Trento che ha stanziato 700 mila euro. Quanto mancherà lo pagheranno i residenti. Anche questa è legacy olimpica? Abbiamo tralasciato un importante capitolo. Si costruiranno nuove strade, anche laddove vi transitano una media di 1.500 auto a giornata. In Trentino le Olimpiadi costeranno ai fondi pubblici oltre 450 milioni di euro, 300 provenienti dallo Stato.
Anterselva. Milioni di euro a un tiro di schioppo
Visto dall’esterno il Südtirol – Alto Adige è considerato zona virtuosa, capace di risparmi e forte di un’amministrazione efficiente. In parte è vero. Leggendo fra le righe ci si accorge che chi amministra l’Alto Adige è solo più astuto degli amministratori confinanti, questo non significa che lavori per l’interesse generale. L’amministrazione è capace di comunicare, vive grazie a media ben addomesticati dai poteri della Camera di Commercio e degli operatori turistici e agricoli, un modello simil – Berlusconi del passato. Il palese conflitto di interessi è diffuso ovunque.
Alto Adige ha costruito un solo reale progetto di legacy. Si tratta del collegamento ferroviario della valle di Riga, sostenuto storicamente dall’ambientalismo locale. Da 134 milioni di euro oggi l’opera “olimpica” costerà oltre 230 milioni, non è terminata. Come non sono terminate le circonvallazioni, a Perca, verso Badia, le rotonde a Brunico, Dobbiaco, San Candido. Opere stradali guarda caso, il cui costo complessivo supererà i 250 milioni di euro, il tutto a favore del turismo mordi e fuggi. La statale della Val Pusteria di fatto sarà tramutata in superstrada, la sciagura che l’ambientalismo locale trenta anni fa voleva evitare.
Certo, c’è stata grande attenzione al potenziamento della ferrovia, alla qualità della lunga e fantastica ciclabile. Ma alla fin fine 450 milioni di euro di spesa non avranno una ricaduta significativa sui reali bisogni dei residenti. Eclatante è il caso dello stadio del biathlon. Nel 2020 ha ospitato i mondiali di specialità, un grande successo. Sostenevano allora gli amministratori locali e provinciali che con pochi milioni si sarebbe offerto il massimo di qualità all’evento olimpico. Da 4,5 i milioni i costi sono lievitati a 58. Si è divelta l’area boschiva, si è costruito un secondo poligono di tiro, si sono ricostruiti spogliatoi, aree servizi, palestre, aree stampa, un bacino di innevamento di 31,5 mila metri cubi di capacità, un potente impianto di innevamento artificiale. Non abbiamo dubbi, grazie ai fondi provinciali il centro avrà vita lunga, l’attività sportiva ha preparato nel tempo atleti nazionali di alto prestigio. Ma Alto Adige ha anche finanziato, in contemporanea, nuove piste e aree di tiro in Val Badia: poco distante, in Trentino, si trovano altre zone idonee a Passo Lavazé e a Lago di Tesero. Che in questi territori tutti ambiscano a essere tiratori scelti? Anche in questo caso, nonostante le notevoli disponibilità finanziarie dell’autonomia sudtirolese, riguardo la reale ricaduta di legacy effettiva, lasceremo parlare quanto ci racconteranno i prossimi anni.
La città di Milano a disposizione della speculazione privata?
Milano è la città proiettata sul futuro, la città che ha ospitato Expo 2015. La città ospita e ospiterà sempre di più la grande finanza del Nord Italia e del Sud Europa. La città delle multinazionali. La città moderna. Milano è stata la capitale di queste olimpiadi, definite montane solo perché invernali. Tutte le scelte, le briciole distribuite nelle vallate alpine, sono state decise a Milano. Dal Presidente della Regione Attilio Fontana, dal Sindaco Giuseppe Sala, e specialmente dall’uomo del potere nello sport italiano, Giovanni Malagò, fino a ieri presidente del CONI, ancora presidente della Fondazione MiCo2026. Il vero tessitore di queste olimpiadi. Colui che trionfa perché ha portato alla nazione 30 medaglie, di cui dieci d’oro (omettendo di spiegare che il precedente record, Lillehammer 1994, disponeva di 61 discipline e oggi siamo a 106).
Milano, come Cortina, si è regalata ai privati. Un’affermazione eccessiva?
L’area pubblica ferroviaria dello Scalo Romano è stata venduta a costi minimali al collettivo imprenditoriale privato che vi ha costruito, su project financing, il villaggio olimpico. Doveva costare 99 milioni di euro, ora la cifra supera i 140 milioni di euro. Il disavanzo lo pagherà, grazie a sconti su oneri di urbanizzazione, interventi di accessibilità e servizi costruiti dal pubblico, il Comune di Milano. Si tratta di un’opera di reale legacy ci viene detto. Lo confermiamo, il villaggio diventerà entro luglio 2026 uno studentato universitario. 1.700 posti, tutti convenzionati, dei quali 450 agevolati a 560 euro a posto letto, costi fino a 1065 euro per stanza singola, 740 per i posti nelle doppie a prezzo di mercato. Più che di legacy sarebbe corretto parlare di speculazione. Gestirà Coima.
Milano fin dal 1923 ha costruito il primo stadio di hockey coperto, la squadra locale ha vinto 32 scudetti (da anni sciolta). Per le Olimpiadi ha investito in tre stadi: Santa Giulia, capace di 16.000 posti, solo 11.500 per le Olimpiadi. Dai 180 milioni di euro previsti si pensa si arriverà in prossimità dei 250. Assago è stato tutto rivisto, più i quattro padiglioni della Fiera di Rho che hanno ospitato le gare di pattinaggio di velocità furbescamente tolte a Baselga di Piné. Tre aree di pattinaggio che Milano perderà subito dopo le Olimpiadi, si tratta di strutture che saranno gestite da privati, toglieranno le piastre ghiacciate per portare le strutture a ospitare, fra loro in concorrenza, concerti, grandi eventi fieristici o convegni.
Solo a febbraio 2026 le federazioni sportive e l’amministrazione comunale si sono accorti della povertà dell’offerta sportiva pubblica della città. Si sono impegnate a garantire nel futuro vicino ai residenti una pista di ghiaccio permanente, una squadra di hockey capace di lottare in serie A (campionato oggi in Italia inesistente), o perlomeno a garantire una piastra agibile in inverno. Quali saranno i costi da sostenere? Dove e come si interverrà? Non se ne parla. Certo è che è intervenuta la magistratura amministrativa: vuole vederci chiaro nei conti, nella copertura degli extracosti che riguardano Santa Giulia e villaggio olimpico. Un capitolo appena aperto. Come non sono stati risolti temi reali per chi la città la vive: l’accessibilità alle strutture per i portatori di handicap, il tema della privatizzazione immobiliare. Temi questi di reale legacy, purtroppo negativa.
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Certo che non stupisce che un governo non riesca a diminuire dello 0.1% in un anno il rapporto debito/PIL, in un paese in cui a fronte di una spesa prevista di 200 milioni di euro se ne spendono almeno 900 e nessuno dice nulla…