Per quel che vale

Riflessioni su un certo modo di fare alpinismo durante la ripetizione della via di Kugy sulla parete nord dello Jȏf Fuart, disertata e a lungo dimenticata.

Per quel che vale
di Saverio D’Eredità *
(pubblicato su In Alto, n. 105)

Passo il cordino attorno ad un masso sbrecciato, piantato in mezzo alla minu­scola forcella. Faccio una piccola asola, infilo la maglia rapida e vi passo la corda. La raccolgo un po’ approssimativamente ad anelli e la lancio verso il fondo del canale. Nicola (Narduzzi, NdR), acquattato sotto una piccola protuberanza appena sopra il salto, attende socchiudendo gli occhi barrivo della corda. Il lancio, come al solito, rie­sce a metà. La corda si impiglia in un grumo di sassetti che, infastiditi dal fatto di essere stati disturbati dopo chissà quanti anni, si sfrantumano giù per il canale. Segue un attimo di silenzio, poi il rumore dei sassi che fuggono giù per il solco si fa eco lontano, di altri sassi che continuano la corsa in un folle passaparola. Nicola si sporge dalla nicchia, afferra la corda e aggancia il discensore. Prima che si appenda, poso l’occhio sul masso cui stiamo affidando la calata: pare un dente scheggiato su una gengiva ferita. Sistemo ancora una volta il cordino, questo cor­dino dalla lunghezza balorda che ho deciso di sacrificare per la calata. Dopo anni passati a darmi fastidio a tracolla, aveva finalmente trovato la sua missione: farci scendere e restare lì, unico segno umano su questa parete buia. Sento la corda tendersi e, prima che Nicola la carichi del tutto, con un gesto istintivo la afferro. Nicola si accorge della mutata tensione e mi guarda.

Jȏf Fuart, parete nord

“Tutto bene lì?”
Guardo il cordino, il masso, la mia mano e sospiro “Si, si, vai”.

Non allento la presa sulla corda. So che non cambierà nulla, quella minima forza applicata per alleggerire il povero masso sdentato. Ma per quel che vale, mi conforta. In questo genere di alpinismo, diradatosi nella memoria degli alpinisti come una lingua antica, un po’ tutto quello che facciamo ha un valore relativo. Un cordino passato su un masso incerto, piccoli ometti segnavia, una protezione sporadica incastrata tra due fessure sghembe. Il voler leggere, tra le poche righe della relazione, un mondo intero. Non è un alpinismo delle piccole cose, quanto delle cose piccole. Di quelle che ti devono bastare e a cui dare un valore.

“Liberaa… ”

Le urla di Nicola risalgono sorde da sotto il salto. Riguardo il masso, il cordino e penso che se ha tenuto lui, deve tene­re anche me. Per quel che vale questo calcolo. Smuovo due sassetti, aspetto il silenzio, saluto il cordino. Chissà se ci rivedremo tra 5 minuti o tra mai. Chissà chi ti ritroverà. Ti prometto che qual­cuno verrà presto. Forse. Mi appendo. Regge. Entriamo nella Nord.

Penso di non aver inseguito tanto a lungo l’idea di percorrere una via come quella aperta da Julius Kugy e Graziano Bolaffio con le guide Anton Oitzinger e Osvaldo Pesamosca sulla parete nord del Fuart, nel settembre del 1905. E non certo per la fama, la difficoltà o la sua particolare storia. Anzi, lo stesso Kugy ne parla quasi distrattamente, con poche righe non troppo incoraggianti.

Ma era, probabilmente, per il motivo opposto. Non per qualcosa che c’era, ma per qualcosa che non c’era. Un’assenza. O una dimenticanza.

Tutto ciò che per anni ho avuto in mano, di quella via, era la relazione di Gino Buscaini nelle guida Alpi Giulie del 1974. Una descrizione dettagliata, ma sempre misurata nelle parole come nello stile di Buscaini. Parole scelte una ad una e senza mai eccedere o ridurre. Accanto a quella relazione, il tipico disegno a grafite che tratteggiava la linea di salita. E una foto in bianco nero, piccola e distante e nem­meno di tutta la parete.

“Ascensione varia e interessante, ma seria e impegnativa, su una parete molto complessa, dove l’itinerario più facile non è semplice da trovare”. A corredo, l’elen­co delle prime salite e addirittura invernali, fino al 1949. Poi, più nulla. Nessun’al- tra informazione, né menzioni in scritti, memorie, libri. Nessun’altra ripetizione nota, segno di passaggio e tantomeno di interesse. Quella via pareva inghiottita dal nulla. Rimanevano solo quelle poche, asciutte, parole.

Nonostante la sua vastità, si mostra poco la Nord del Fuart. Nascosta e protetta dall’ingombrante mole del Nabois, si lascia appena intravedere dalla Saisera. Ma devi capitare un pomeriggio d’estate sulla radura davanti al Grego, o scendendo dal Montasio per vederla interamente, misteriosa e intrigante, dispiegarsi come un enorme sipario sopra la Spragna. E non poterla più dimenticare.

La sequenza di pilastri a canne d’organo, la miriade di cenge, pulpiti, torrio­ni secondari che la scompongono in mille angoli, rientranze, ombre e luci, sono domande aperte in quelle sere d’estate. Quale sarà la strada migliore, dalla base alla vetta? Quale di quelle gole, di quei pilastri avrebbe offerto il cammino più facile e sicuro? Immaginarvi una via vuol dire comprenderne la comples­sità. Individuare quel filo che la tiene insieme e si traduce in significato.

Infinite possibilità e una sola via. Nell’osservarla mi prendeva quella stessa vertigine che si ritrova nelle pa­role del Pianista sull’oceano di Baricco:
“… Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti che non finiscono mai – e questa è la veri­tà: che non finiscono mai – quella tastiera è infinita. Ma se quella tastiera è infinita non c’è musica che puoi suonare”.

Eppure, un silenzio inspiegabile era calato su questa enorme parete, così grande da diventare forse invisibile per gli alpinisti. Troppe domande sen­za risposta. Troppe possibilità. Poche certezze. Perché nessuno più la percor­re? Dov’era finita, quella storia? Con il passare degli anni, ho capito che per trovarla, questa via, serviva ben altro che allenamento, preparazione o foto dettagliate. Bisognava ritrovare fede nelle parole.

Al forcellino ci siamo quindi arrivati più per indizi, che per certezze. Un po’ di immaginazione ci ha aiutato a rin­tracciare in un misero cunicolo intasato di ghiaia la “galleria” descritta dalla re­lazione, porta di ingresso nella parete.

Lungo la via. Foto: Saverio D’Eredità.

E vecchie esperienze ci hanno fatto resistere alla tentazione del canalino e della sua perfida biforcazione. Scoprendo come, da qualche parte dentro di noi, questa predisposizione naturale andasse solo rimessa a fuoco. Che senza dubbio viene da lì, da anni passati, da una memoria del corpo e degli occhi l’adattarsi a que­sti passaggi incerti, questo muoversi sempre accorti e al tempo stesso silenziosi. Come se il silenzio fosse esso stesso parte del nostro bagaglio. Sì, viene certamente dagli anni passati, da esperienze sepolte, tanto il sapere intuire il passaggio giusto quanto finire nel posto sbagliato. Ricordarsi che un canale, in Giulie, è spesso una buona opzione ma non sempre è una buona opzione.

Man mano che entravamo nel ventre della parete, allontanandoci dal forcellino incerto e dal mio cordino balordo, si riducevano le possibilità di rientro, ma aumentavano quelle di capire veramente qualcosa. Talvolta, invece di evitarli i problemi bisognerebbe affondarvici dentro.

Ci siamo quindi affidati alle due cenge maestre, che percorrono la parete come i venti dominanti del mare. Abbiamo triangolato tra i pilastri e le creste percorse negli anni, quasi fossero i nostri sestanti. E capito come tutti questi anni, questi giorni persi a vagare, a salire, a perderci e far tardi a qualcosa sono serviti. Nel sentirci un po’ così, ora naufraghi alla deriva, ora consumati marinai, ma sempre fiduciosi che il mare ci avrebbe riportati a casa.

Passo dopo passo, abbiamo potuto constatare l’esattezza di quelle parole anti­che, ma non sbiadite. Ritrovato e rinsaldato piccoli ometti stanchi e piegati dagli anni. I due chiodi, vicini, erano ancora lì. Gli unici in 700 metri di parete.

Oltre la Cengia degli Dei, la via prosegue nelle intercapedini delle canne d’or­gano. Infiliamo una serie di camini sempre più stretti, che a tratti ci costringono a strisciare. Probabilmente non stiamo seguendo la stessa traiettoria di Kugy, ma importa veramente poco. Anzi, quasi ci consola sapere che tutto sommato ogni scalata è sempre a suo modo irripetibile. Quando i camini si esauriscono, apren­dosi in una raggiera di colatoi, trovo una gigantesca clessidra dove recuperare Nicola. Sarà l’ultima sosta sicura prima di inoltrarsi nello spazio incerto della parete aperta. Osservo Nicola spingersi oltre lo spigolo, immerso in una luce che si fa calda e sa di miele. Lo vedo ondeggiare ora incerto, ora deciso, saggiando le infinite possibilità di quella tastiera dove dovrà scegliere una sola via da seguire. E mentre lentamente faccio scorrere la corda tra le mie mani, rifletto come quelle poche, asciutte parole, per anni non abbiano fatto altro che alimentare la mia immaginazione. Tanto che ora, qui, irrimediabilmente lontani da ogni fuga e deci­samente compromessi nelle scelte – ognuna inevitabile, ognuna definitiva – quella stessa immaginazione mi rassicurava. Sarebbe bastato rileggere ancora una volta per trovare nuovi spazi, nuove soluzioni.

Veunza, parete nord

Nicola batte dei chiodi, si ferma. Urla una parola che non capisco. Di nuovo frantuma il silenzio con il martello, di nuovo si ferma. La corda mi sfugge poi veloce e capisco che è ora di andare. Rimetto in tasca il foglio sgualcito della re­lazione, piegandola sulle parole “obliquando da sinistra a destra“. Né io né Nicola sappiamo quanto obliquare, ma al tempo stesso credo che lo capiremo. E allora mi chiedo se sapremo sceglierle di nuovo, quelle parole che ci hanno portato fin qui. Se saremo capaci di tramandare nel tempo la passione che ha spinto quegli uomini in spazi ignoti, costruirsi muretti di pietra per proteggersi dalla notte, ammucchiare dei sassi per segnare un passaggio?

Vista sul gruppo del Montasio.

E che almeno questo, ci viene chiesto di fare. Essere capaci di un certo tipo di cura apparentemente ordinaria, seppure non mediocre. Attraverso la quale pian­tare un seme di futuro. Un ometto lasciato è un messaggio nella bottiglia lanciato per gli oceani. Non è detto qualcuno lo legga. E’ nostro dovere lasciarlo viaggiare.

Rimontiamo faticosamente pendii di erba sfuggente. La parete sprofonda die­tro di noi e forse qualcuno poi mi chiederà se ne valeva la pena. Ma cosa vale davvero la pena, oggi? Se non che sono proprio tutti questi anni passati, i pensieri rincorsi, i mondi immaginati a valere qualcosa. E che il desiderio e l’incertezza, questi due poli magnetici, sono il vero sale dell’alpinismo. La cui cifra non si misura nella distanza tra le protezioni o in un numero arabo o romano né tanto­meno in classifiche. Quanto piuttosto nella disponibilità a ricercare ancora quel “mondo inesplorato” per dirla con le parole di Eric Shipton che può trovarsi vicino come distante, ma che sta a noi e solo a noi, trovare. Questa ricerca di anni, quelle parole cui ci siamo affidati, sono state capaci di orientare i nostri giorni. Farci sentire pieni. Ci hanno permesso di immaginare. Per quel che vale, questo è stata la cosa più importante.

Saverio D’Eredità *, insieme al monfalconese Emiliano Zorzi, è autore del­le tre nuove guide di alpinismo pubblicate dall’editore Ideamontagna Alpi Carniche Occidentali, Alpi Carniche Orientali e Alpi Giulie, un imponen­te lavoro iniziato 15 anni fa attraverso quattro edizioni diverse e fattosi via via più completo: la descrizione monografica delle arrampicate sulle montagne friulane. Di ogni gruppo montuoso e di ogni parete tutte le vie di salita, dalle vie normali ai moderni itinerari sportivi a spit, sono relazionate o quantomeno segnalate ed evidenziate con schizzi e tracciati su foto. La salita raccontata in questo brano rientra a pieno titolo nel lavoro di stesura della guida.

Per quel che vale ultima modifica: 2026-09-25T05:08:00+02:00 da GognaBlog

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6 pensieri su “Per quel che vale”

  1. Un Eredità che vale! Gran descizione del labirinto che a volte ti trovi dentro quelle montagne dimenticate e districarsi non è poi così significativo…bello bello bello.

  2. L’anno scorso guardavo la Nord dal Pellarini , e pensavo a Gilberti e Spinotti sotto le slavinate d’acqua sotto il “vano nero”..
    Un bell’ intuito Kugy e Oetzinger a trovare il facile li dentro..
    Poco sotto il Val Saisera c’e’ ancora una localita’ che si chiama Prati Oetzinger.

  3. Alpinismo d’altri tempi. L’uomo che si adatta alla parete, che sale senza forzature. Anche se qualcuno è gia salito prima di te, è come se fosse la prima volta.
    Bello!!

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