Perché serve una legge sulle piattaforme digitali scritta da Ue e Usa insieme

Perché serve una legge sulle piattaforme digitali scritta da Ue e Usa insieme
di Salvatore Bragantini
(pubblicato su Domani, 13 febbraio 2021)

Luigi Zingales ha segnalato, su Domani del 7 febbraio 2021, i rischi per la libertà di parola legati alla decisione dei grandi social network di “bandire” l’ex presidente Usa Donald Trump, dopo che i suoi tweet hanno spinto al grave assalto al Congresso Usa del 6 gennaio; furbescamente motivata da quei fatti, essa chiude però l’accesso a strutture essenziali nel mondo moderno.

Due sono le affermazioni-chiave di Zingales: “Se Trump ha violato la legge con i suoi tweet dovrebbe essere processato” e “La concentrazione (del potere digitale) favorisce la coordinazione e la collusione”. Quanto alla seconda, il regime antitrust Usa negli ultimi decenni si è attenuto al dogma dei vantaggi per il consumatore. Se una concentrazione non comporta aumenti dei costi, viene approvata, spesso neanche esaminata. Se il prodotto è gratis e tale (in apparenza) resta, è arduo bloccare un’operazione, ma la concentrazione nuoce all’economia e alla società. Non facciamoci però ingannare dall’afflato pro-concorrenza dell’amministrazione Biden; difficile che alle parole seguano i fatti, in un campo da sempre vicino ai democratici.

Mi pare che la prima riflessione di Zingales vada “aperta” nelle sue componenti: chi scrive la norma, chi giudica se la norma è rispettata, chi scova le violazioni, chi rimuove i contenuti illegali? Qui provo ad abbozzare qualche possibile risposta. Come scrive Zingales, solo la legge può definire cosa non si può dire, quindi in che casi l’accesso può o deve essere precluso. Non possono farlo le piattaforme, tese solo a massimizzare il traffico e soggette a mutevoli umori.

Limitarsi a dire che i social network hanno le loro regole, e possono sanzionare chi non le rispetta, ne ignora l’elevata concentrazione, nonché l’importanza nella comunicazione anche politica. Tanti tweet del presidente in carica, ben più incendiari di quelli poi oscurati, erano andati via lisci. Il rischio di una censura selettiva non può essere ignorato.

A scovare le violazioni della legge dovrà essere in prima battuta la piattaforma, spontaneamente o su impulso altrui. Sul merito delle segnalazioni dovrà decidere un soggetto terzo, magistrato o, per fatti meno gravi e commessi in ambiti ristretti, un arbitro. Nei casi più chiari, potrebbe decidere direttamente la piattaforma, con decisione, positiva o negativa, appellabile presso il soggetto terzo; dovrà essere sempre la piattaforma ad attuare la decisione. Tale processo dovrebbe svolgersi nel volgere al più di qualche giorno; non sarà facile, ma l’accesso si potrà chiudere solo per la violazione di una legge, o regola interna.

Ciò costerà caro alle piattaforme, ma non può continuare l’equivoco che le vede come un acquedotto, che non risponde della qualità dell’acqua, a meno di difetti nel trasporto. La futura legge dovrà essere coerente con il regime vigente per i media “tradizionali” ed impedire sui social reati protetti dall’anonimato, ecosistema ideale dei leoni da tastiera.

La Commissione Ue ha già redatto il Digital Services Act, che dovrà essere approvato anche da parlamento e Consiglio; esso andrebbe integrato per rispondere ai temi sollevati dal “bando” di Trump. Sarebbe ideale scrivere insieme i principi generali del nuovo regime sui due lati dell’Atlantico; mentre sulla concorrenza gli Usa freneranno, su questo cruciale tema potrebbero ben concordare.

La grande riunione delle democrazie del mondo, pensata da Biden, potrebbe essere la sede giusta per tale accordo. Come ha scritto Timothy Garton Ash (La Repubblica, 11 febbraio 2021): “Al di fuori della Cina sono gli Usa a dettare le tendenze in campo digitale, l’Ue le norme. Uniti, con altre grandi democrazie, danno vita a un potere economico e di mercato a cui persino sua altezza digitale Mark Zuckerberg è costretto a inchinarsi”.

Le piattaforme ostacoleranno con tutte le forze i limiti alla libertà di cui godono, e i conseguenti lauti profitti. Da tali sviluppi dipende però un’evoluzione rispettosa della cornice, dei principi alla base di una democrazia liberale. Questi difendono la libertà d’espressione e d’impresa, ma soppesandole con altri valori fondamentali, come la dignità delle persone eventualmente calunniate. Gli ultimi eventi, anche dopo la vittoria di Biden, tutti ci riguardano.

Gli Usa e l’Ue dovranno unire i loro sforzi verso un obiettivo comune, essenziale per la democrazia, in palese difficoltà sotto la spinta delle autocrazie illiberali; esse crescono fra il Mar Baltico e l’Oceano Pacifico; si va da Erdogan a Putin, fino a Xi Jinping. Preoccupano anche le teocrazie varie sul territorio lungo la strada.

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Perché serve una legge sulle piattaforme digitali scritta da Ue e Usa insieme ultima modifica: 2021-04-08T04:14:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Perché serve una legge sulle piattaforme digitali scritta da Ue e Usa insieme”

  1. 3
    albert says:

    Una speranza:la sovrabbondanza di messaggi potra’ finalmente arrivare alla saturazione, al marasma , al’assuefazione e quindi al menefreghismo, Ilmeccanismo incepepra’ sestesso. Per cui   si tornera’  alla comunicazione  personale tramite  verbale o scritta con lettera  in gergo , recapitata da piccione viaggiatore.
    Sara’ considerato misterioso e quindi degno di interesse chi non ha il sito,mai aderito ad  socialne’al cinquettio cip cip.
    Gli studenti che copiano le prove d’esame con lo smartphone, avranno sempre piu’ aule schermate.Per cui copieranno , se vorranno quelli che avranno coltivato il sotterfugio dei bigliettini.I copiatori totali o parziali di tesi  subito scoperti da algoritmo..per cui si scriveranno tesi assurde a prova di intellignza artificiale.. e magari si scoprira’ che neppure vengono lette dai relatori…o considerate genali fuori dal coro.

  2. 2
    Geri Steve says:

     
    1984 ?  E’ GIA’ ARRIVATO.
     
    Il problema è diventato ormai così complesso che sarebbe ingenuo credere che ci sia una soluzione semplice.
     
    Di fatto le piattaforme digitali hanno acquisito poteri enormi e finora incontrollati.
     
    A loro non si possono applicare le leggi che sono state pensate per i cittadini.
    E’ giusto che un cittadino possa esprimere il suo parere senza censure preventive, se eccede deve essere condannato da un tribunale che solo dopo un processo lo condanni per calunnia o per diffusione di notizie false che creano allarme o reazioni pericolose.
    Ma se lo fa attraverso una piattaforma ad alta diffusione non si può attendere un processo e non è accettabile che i proprietari della piattaforma non abbiano responsabilità. Come minimo, non è accettabile che certe affermazioni circolino senza essere abbinate a contestazioni sulla loro fondatezza o legittimità.
     
    Attualmente le piattaforme digitali hanno poteri eccessivi e responsabilità sostanzialmente nulle.
    Formalmente l’utente sarebbe un privato cittadino che liberamente si rivolge a quella impresa che avrebbe il diritto di fornirgli o meno quel servizio.
     
    Invece non è assolutamente così: per accedere a certi servizi e a certe informazioni è necessario iscriversi  (ad esempio a facebook) e  quindi l’utente non fa assolutamente una libera scelta e l’impresa escludendolo limiterebbe fortemente i suoi diritti.
     
    Vietare l’accesso ad un utente è un potere che può provocare limitazioni e danni enormi sia a quell’individuo che a tutta la società che viene privata del parere o delle informazioni di quella persona.
     
    Inoltre è già in atto un sistema ricattatorio per cui l’utente per accedere ai servizi e alle informazioni è costretto ad accettare lo spionaggio da parte dell’impresa che acquisisce diritti su lui, come sapere dove sta, con chi comunica, che cosa scrive o dice, quali sono le facce e le voci sue e dei suoi conoscenti, quali sono i suoi interessi e i suoi punti deboli.
     
    Di fatto i cittadini non sono più tali ma sono sudditi spiati, che collaborano ad essere spiati e che sono addestrati ad essere sudditi senza diritti.
     
    Un esempio? E’ sempre più frequente che la gente si informi su internet senza sapere, e rinunciando a sapere, quale sia la fonte di informazione.
     
    Dalle informazioni meteo a quelle su colpi di stato o su persecuzioni e genocidi, dalle informazioni false a quelle taciute.
     
    La libertà di pensiero non può esistere senza diritti sull’informazione, sulle fonti e sulle critiche.
     
    Non si tratta di guai che potrebbero avvenire in futuro, si tratta di guai che avvengono da tempo, che oggi non si possono correggere con una legge.
    Aggiornare la dichiarazione dei diritti dell’uomo e includerci anche quelli dell’ambiente sarebbe certamente un buon primo passo.
     
    Ma per realizzare quei diritti occorre costruire dei contropoteri.
     
    geri
     

  3. 1
    lorenzo merlo says:

    Il digitale stravole l’ananalogico. In tutti i campi, in tutti i sensi. Una legge è di natura analogica, non può emenedare le malefatte che il digitale in qanto tale – Marshall Mcluhan – crea.
    Solo un pari algoritmo pari e contrario, ma penso sia fantascienza, potrebbe forse gestire la questione. Una legge algoritmica, quindi capace di modularsi, di prevedere e indurre, come fanno loro, Fb, Amazon, Google, Apple, Netflix, ecc.
    Ricordo che oltre a Trump, solo per la questione vaccini sono state censurate molte pagine e video senza spiegazione che non fosse offensiva della dignità dei diretti interessati; che – con pari indegna motivazione – è stato chiuso il canale Byoblu.
    Non serviva alcuna legge per evitare tali prepotenze. Ma è bastata la politica. E la politica, che i Quattro potranno comprarsi come nccioline, ci sarà anche dopo.
     
     

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