A precipizio sull’ombroso lato meridionale della Valle di San Lucano, la parete nord dell’Agnèr è una delle strutture più ciclopiche delle Dolomiti. Contornata da muraglie simili ma inferiori, contrapposta alle gigantesche e solari lavagne delle Pale di San Lucano, la Nord è un immane baratro, coronato a sinistra da selvaggi canaloni, a destra da uno spigolo non tagliente ma ben delineato da cima a fondo. Alla sommità della parete è la cupola dell’Agnèr, strano contrasto con la verticalità subito sotto, alla cui base impenetrabili mugaie la difendono da un immediato bosco. 1.500 metri: assieme alle pareti di San Lucano, è l’appicco più alto delle Dolomiti.
Arturo Andreoletti, milanese, è il primo a convincersi della fattibilità, già prima della guerra ‘15-’18; Francesco Jori, di Canazei, ha l’esperienza e la bravura per fare da capocordata; Alberto Zanutti, triestino, già compagno anteguerra di Napoleone Cozzi, è pure della partita. Tre non più giovanissimi.
La parete nord-est dell’Agnèr, dalla guida Agnèr-Croda Granda di Paolo Mosca. La via Jori è la 1-14.

Della salita, compiuta il 14 e 15 settembre 1921, Domenico Rudatis riconosce la “grandiosità”, ma non le assegna il posto d’oro tra le muraglie del sesto grado. Chi ha ripetuto sia lo spigolo nord dell’Agnèr, per la via Gilberti-Soravito, classificata di VI a suo tempo, sia la via Jori, sa con certezza che i passaggi più difficili sono su quest’ultima. Questa confusione di valutazioni è più spiegabile se si considera che la Jori è situata storicamente proprio al passaggio tra due epoche. A Rudatis pareva impossibile che tre italiani, prima dell’avvento storico di Solleder e della Scuola di Monaco, muniti di soli 4 chiodi (che non furono usati), potessero aver compiuto qualcosa di più impegnativo che una scalata dove la maggiore verticalità e l’uso degli artifici poteva giustificare l’appellativo di sesto grado.
Jori, Andreoletti e Zanutti scelgono la parete nord invece dello spigolo perché istintivamente cercano la linea di camini e fessure. L’abbondanza di camini, fessure, nicchie e incavi sulla Nord dell’Agnèr consente di non utilizzare i chiodi.
La via rimane quindi nell’ombra per troppi decenni in relazione alla sua reale portata. I tre primi salitori non la pubblicizzano, com’era nel loro stile, non è quindi stata contrabbandata, nonostante le 29 ore di arrampicata effettiva, come la parete più difficile delle Dolomiti, come ebbe buon diritto di essere per almeno tre anni. E comunque non fu mai detto che la Nord dell’Agnèr rappresentò il culmine massimo di un’epoca: quella dell’arrampicata totalmente libera, con il totale diniego dei chiodi, come Paul Preuss avrebbe voluto.
Prima invernale: Sepp Mayerl, Reinhold e Heinrich Messner (30 gennaio e 1 febbraio 1968); prima solitaria: Vittorio Penzo, settembre 1955; seconda solitaria: Angelo Ursella, 19 ottobre 1969; terza solitaria: Giuliano Zandonella, 29 agosto 1971; quarta solitaria: Mario Zandonella, 22 agosto 1972; quinta solitaria: Sereno Barbacetto, 24 agosto 1972; prima solitaria invernale: Ivo Ferrari, 22-23 dicembre 2001.
Pioggia sull’Agnèr
di Gino Buscaini
(pubblicato su Rivista Mensile del CAI, marzo 1967)
Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)
Tempo maledetto, questa mattina è più nero degli altri giorni. Abbiamo passato la notte seduti e rannicchiati come durante il giorno, abbracciati uno all’altro; abbiamo anche dormito.
La testa ciondolante ci procura dolori alla schiena, nelle vertebre; ogni tanto bisogna muoverla. Le gambe invece no, sono in questa posizione da giorni e notti e non occorre nemmeno più allungarle perché hanno preso una loro forma ripiegata. Fa molto freddo.
Parte bassa della via Jori (disegno si Stefano Santomaso, guida Agnèr-Croda Granda)

Contiamo sulle dita il numero dei giorni che siamo in parete, ricordandoli per fatti particolari: in questo ha nevicato, in quello sono finiti i viveri, nell’altro un’illusoria pausa dei fulmini ci aveva dato la speranza di poter salire verso l’uscita; sono ormai cinque in tutto; ma è inutile saperlo, non serve proprio a niente.
La sveglia definitiva ci viene data da qualcosa di nuovo: toh, un temporale anche oggi. E di mattina presto, e con grandine furiosa che imbianca tutto.
Stiamo sempre sotto i resti della tendina rossa — che dopo la scarica di sassi dell’altra notte è diventata uno straccio sforacchiato — e inghiottiamo una pillola di Micoren. L’ultimo vero cibo — due mandorle e alcune nocciole — l’abbiamo finito ormai da ieri mattina: l’abbiamo mangiato tutto per essere in forma oggi, durante il grande balzo che ci siamo imposti di fare.
Siamo completamente bagnati e i vestiti sono una corazza di freddo. Lungo la parete scorre l’acqua per poi scendere lungo la schiena, dalle spalle scola sulla pancia, fra le gambe. Da giorni continua così. Ormai non c’è più molta energia nemmeno per intiepidirla, col poco calore che è rimasto nel nostro corpo.
Sappiamo che se il tempo dovesse continuare così temporalesco non potremo muoverci nemmeno oggi. Facciamo congetture a non finire: cosa faranno gli altri, chi avrà avvisato Trieste, cosa faremmo noi se fossimo al posto loro, fino a quando potremo resistere?
Ci guardiamo, e i riflessi della tendina ci fanno vedere i nostri visi tinti di rosso. Ci sforziamo di chiederci, intimamente, se siamo ancora coscienti o se invece ci stiamo lasciando prendere da quella nota rilassatezza che precede l’abbandono. Siamo troppo calmi. No, non deve succedere, perché siamo ancora coscienti. O non lo siamo più?
Dopo la grandinata si mette a piovere, anzi, a nevicare. Però verso il basso c’è un po’ di visibilità; la neve cade pesantemente, è umida, si vede andare giù in fili diritti e sembra che debba arrivare fino alla strada, che si intravvede milleottocento metri più bassa di noi. Fa un leggero fruscìo quando cade sul telo rosso che teniamo appoggiato sulla testa, mentre si sentono sempre brontolare e ora di nuovo avvicinare i tuoni.
Ecco, sono sopra di noi. Provocano scariche paurose ingigantite dal rombo possente che provoca l’enorme forra del Van de Mez, fra la nostra parete e lo Spiz d’Agnèr Nord.
Aumentano, si ripetono in modo impressionante. Sento un guizzo corrermi per la schiena ma è roba da poco, forse seguiva il rivolo d’acqua. Siamo intontiti, sballottati, come cadendo a ruzzoloni giù da un canalone di neve vengono annullate la forza e la volontà di reagire. Mi rammento anche dei fuochi d’artificio che nei paesi del Sud chiudono una giornata di festa e dove il finale — c’è sempre un finale — è una ripetizione assordante di colpi. Qui è lo stesso; forse dopo finirà completamente, tutto.
Infatti poi si placa. Continua solo la pioggia, ma meno violenta. Aspettiamo ancora. Saranno le undici o le due, non importa.
Siamo bagnati in un modo indescrivibile. Da due strappi diversi mettiamo tutti e due la testa fuori dal sacco; ci guardiamo e ci sorprendiamo nel non vederci tinti dai riflessi rossi. Le tende roteano un poco attorno al collo: ginnastica. Respiriamo profondamente l’aria, piacevolmente fresca.
Parte alta della via Jori (disegno si Stefano Santomaso, guida Agnèr-Croda Granda)

Il temporalone sembra passato davvero e ai suoi tuoni segue una rilassante quiete. Dopo tutto non ci sentiamo poi fuori posto. Ci alziamo insieme, con le teste fuori dalla tendina: lentamente, appoggiandoci alla parete, con molti sforzi e stiramenti. Cos’è l’equilibrio? Come si fa a stare in piedi? Guardiamo verso l’alto ma non si vede gran che, mentre sotto di noi è tutto un rincorrersi di nubi a strati scuri e bianchi. La pioggia scorre sui nostri visi, ce li rinfresca, anche se stiamo tremando dal freddo che si infila fra osso e osso. Dobbiamo andar via da qui e portarci in alto altrimenti da questo luogo non ci muoveremo più.
Ora domina una strana calma, un noto silenzio. Ho un po’ di paura: di qualcosa che mi può colpire e che non posso vedere, come è accaduto due giorni fa: era stato un colpo secco come una frustata ma non avevo perso l’equilibrio e avevo potuto scendere di nuovo al terrazzino. Silvia prende il materiale, me lo porge: i moschettoni hanno tanti segni neri, come residui di fiammate.
Tutta l’acqua e i sassi che raccoglie la parete sopra di noi sono indirizzati nelle fessure-camini che dobbiamo superare, tratto più difficile ma finale della salita. t una cascata con molti salti, qualcuno dei quali senza interruzione per una intera lunghezza di corda, dove l’acqua spumeggia e si ricompone fra gli spruzzi. Quasi trecento metri.
La parte alta dell’Agnèr. La via Jori si svolge in ombra, a sinistra dello spigolo. Foto: Ettore De Biasio.

Non mi devo concentrare molto, mi viene naturale buttarmi là sotto. Guardo Silvia, che mi sorride. Sono riluttante durante i primi tre passi, poi va. Anche la sicurezza dell’arrampicata. Devo stare però attento alla respirazione, questo non me l’aspettavo: mi succede come quando nuotavo in mare fra onde non piccole e con molti spruzzi.
Trovo rari chiodi: uno, due per ogni lunghezza, io non ne metto nessuno. Credo che Silvia da sotto mi stia guardando ma non ci diciamo niente. Seguono diverse lunghezze di corda difficili: spaccate molto ampie, su rugosità della roccia che non si vedono a causa dell’acqua che scorre sopra. Oppure “strette fessure dove mi afferro al fondo tastando alla cieca gli appigli con le mani, che anche se me le graffio o le schiaccio non mi fanno provare dolore. Appoggio a caso i piedi e quelli tengono. Con una gamba incastrata o in opposizione, le dita su piccoli appigli: è qualcosa di nuovo, di strano, arrampicare nel liquido. A parte il fatto della respirazione (non sono un buon nuotatore) provo un certo sadico godimento nel superare queste difficoltà. Ormai non ci ferma più nessuno.
Solo un grosso sasso era mischiato all’acqua in caduta, mi ha preso sul casco mentre con una mano mi tenevo a uno dei rari chiodi incontrati: è rimbalzato via, mi sono voltato di scatto per avvertire Silvia del suo arrivo e mi è rimasto il chiodo in mano: forse era infisso fra piccoli massi incuneati che mi sembra di aver sentito rotolare giù. La violenza dell’acqua spazza via tutto. Rimango in equilibrio; sembra che Silvia e le corde non abbiano danni. Il chiodo me lo infilo nella prima tasca che trovo: spero di non usarlo più sopra e doverlo così abbandonare.
Ogni metro che facciamo è una certezza in più di salvezza. Non posso vedere dove vado e salgo tastando la roccia. A un certo punto esco dai camini, finalmente posso stare fuori dalle cascate. Mi sembra di essere già a casa. Un altra lunghezza verso sinistra: se ben ricordiamo la relazione dovremmo essere sotto la grotta gialla da dove si dipartono le due possibili uscite: a destra e a sinistra. Diminuisce la luce del giorno.
La grotta ha il fondo inclinato, non si può nemmeno entrare. Sopra uno strapiombo superato con chiodi, arrivo a un pilastrino oltre la grotta. Uno, due tuoni improvvisi. Solo adesso, sentendoli di nuovo avvicinarsi a noi, ci accorgiamo che da quanto siamo partiti, oggi, non ci sono stati più temporali, ed è stata una vera fortuna.
Qui sopra la parete è gialla e strapiomba di solo mezzo metro ma almeno uno di noi potrà essere al riparo dall’acqua. Silvia toglie i chiodi e mi raggiunge rapidamente. Mettiamo velocemente il materiale di ferro più lontano possibile, a due passi da noi, e ci sediamo uno in braccio all’altro, in cima al pilastrino.
Ivo Ferrari va all’attacco della via Jori per la prima solitaria invernale. Foto: Ettore De Biasio

Ci sembra di sentire alcune voci, adesso, e dall’alto? Rispondiamo a turno, sgolandoci. Ci avranno sentiti? Chi sarà? Silvia pretende di aver sentito la voce di Giovanni. Le nostre grida rimbombano nel Van de Mez e ci fanno quasi paura. Ci sarà davvero qualcuno sulla cima? Ci vogliamo credere, anche se non sentiamo altri richiami. Ma poi ci sgomenta l’idea del pericolo che pure loro possono correre. Ormai diventa buio, e continua a piovere.
Anche in valle ci sembra di vedere luci e razzi. Cavo dalla tasca della giacca a vento gli avanzi della pila: è di cartone, si è quasi sciolta. Provo a infilare la lampadina: si accende ancora, debolmente. Le luci in valle si agitano, sanno che siamo ancora vivi. E se li abbiamo sentiti è perché sono qui sopra, vicini a noi. Mi vengono dei brividi e una certa commozione mi prende la gola.
Uso gli ultimi bagliori della pila per esaminare la base del pilastrino in un momento che Silvia non se ne accorge: non mi sembra sicuro, mi pare solo appoggiato, ha un certo suono… Intravvedo qualcosa, anzi niente, perché la pila si spegne. Al buio non si può pensare di muoversi e prendere il martello e i chiodi per potersi assicurare alla parte solida della parete. Siamo uno seduto nell’altro; lei fra le mie gambe, la schiena contro di me: dobbiamo ripararci dal gelo. Cercheremo di muoverci il meno possibile per non far crollare il nostro sostegno.
Ho la gamba sinistra penzolante, nel vuoto: dovrà stare così tutta la notte. Mi fanno male i glutei: poggiano su piccoli sassi appuntiti e ogni pochi minuti mi devo leggermente spostare, per tornare al posto di prima dopo due o tre cambi. È un dolore insolito e saprò poi che si tratta di un principio di congelamento.
Silvia è in posizione brutta: si puntella con il tacco sinistro a un appiglio per stare in equilibrio e a destra è appoggiata solo al mio ginocchio. È una notte tremenda, interminabile, non possiamo e non vogliamo dormire. È più fredda delle altre. Ci assalgono dolori alla schiena, al collo, mai sentiti. Continua a piovere in un modo monotono ed esasperante, stesso suono sulla tendina, stesso tambureggiante ritmo di caduta.
Dopo molto tempo, attraverso un buco della tendina, Silvia guarda verso la valle poi, in un movimento di distensione della testa, verso l’alto: «Una stella», dice, «due, tre, tante». Ma com’è che piove, penso, non sarà vero! Guardo anch’io: si vedono bene la Civetta bianca di neve e, subito sopra, tante stelle. E la nostra pioggia? Sarà l’ultima nuvola che rimane sull’Agnèr.
Notte orribile, la più brutta fra la nostra collezione di trentacinque bivacchi trascorsi insieme. Piove per tutta la notte. Non ci bagna, più di tanto non si può, ma è il rumore continuo sulla testa che ci sta esasperando. E le gambe. Come sarebbe meraviglioso poter allungare le gambe!
Nel dormiveglia facciamo sogni strani: c’è qualcuno che ci invita insistentemente ad accettare bevande o a sdraiarci sull’erba di un prato, anche sapendo che stiamo bivaccando. Siamo costretti ad aprire gli occhi e a guardarci nel buio per fugare queste insistenti visioni.
Parete nord-est dell’Agnèr. La via Jori è la numero 6. Foto: Ettore De Biasio

Ci sentiamo molto deboli, forse ci stiamo spegnendo, come la nostra pila, ieri sera. Non sentiamo né fame né sete, né dolori viscerali: solo una grande debolezza e una sensazione che ci suona un certo allarme: una specie di oblio. Forse è la coramina presa a digiuno, ma da giorni non abbiamo altro.
Le prime luci; un chiarore insolito, dimenticato. Le nostre teste sono ciondoloni, ci guardiamo i visi dai riflessi rossi. Forse rivediamo ancora il sole. Metto la testa fuori: sì, il tempo non è certamente bello ma qualche chiazza di sereno si intravvede. E piove. Maledizione, qui piove sempre, e adesso sopra l’Agnèr è sereno! Crediamo allora di capire che l’acqua cade dallo strapiombo e ci viene una cascatella continua proprio sulla testa, sulla tendina piena di strappi.
Non ci vogliamo muovere, siamo così indolenziti che sarebbe troppo doloroso spostarsi per poi fermarsi di nuovo: preferiamo continuare la doccia.
Guardo il pilastrino alla base e vedo che è solido. Aspettiamo adesso il sole, che sorge e sale ma che rimane sempre coperto da una nuvola che si sposta e si innalza con lui. Ci voleva anche questo! Dopo un po’ di tempo giunge questo sole ma ci sfiora soltanto, essendo noi quasi già nell’ombra della montagna.
Siamo rimasti legati e ora ci alziamo cautamente in piedi, su questo espostissimo terrazzino. Come è vertiginosa ed enorme la parete sotto di noi! si vede la valle già fra i nostri piedi e notiamo anche il torrente fangoso e ingrossato. Il bel sole lo vediamo sulla parete al nostro fianco mentre da noi piove ancora.
Comincia Silvia: parte, traversa su una cornice esposta e raggiunge finalmente il sole. La sua ombra fredda e allungata viene proiettata in basso, lungo le placche chiare che sfuggono sotto di lei. La seguo, e stiamo un poco a godere quei raggi tiepidi. Cominciamo di nuovo a vivere. Sentiamo una voce, rispondiamo. Traversiamo ancora, salendo; arrampichiamo lentamente ma sicuri. Il sole fa cambiare tante cose! Una lunghezza su diritta, poi sento voci vicine. Quando riparto, superato un risalto, vedo contro il cielo azzurro uno che manovra delle corde.
«Ehi là», dico, e mi risponde. Gli faccio un cenno con la mano. Deve essere del gruppo di soccorso di Agordo. Dietro lui vedo Giovanni, il nostro amico dello spigolo: povero! è salito ancora sulla cima ed ora è lì ad aiutarci, con molti nostri amici venuti da lontano e altri che non abbiamo mai visti: tutti si comportano da veri amici, e anche più.
Grido a Silvia — laggiù non mi sente — che siamo fuori. In una occasione quasi simile, all’uscita dal Pelmo, mi ricordo che pianse, per un attimo; ma adesso, là sotto, non la posso vedere.
Silvia Metzeltin e Gino Buscaini

Gino Buscaini
Gino Buscaini nasce a Varese il 30 agosto 1931. Diplomatosi disegnatore meccanico, a 17 anni entra nell’Aeronautica militare e vi rimane come sottufficiale di carriera conseguendo il brevetto di pilota di primo grado. Matura gradualmente la passione per le grandi vette, perciò si spinge verso il Monte Rosa ad aprire nuovi itinerari, prima senza poi con amici. La sua passione per andare da solo culmina con la prima solitaria alla via Bonatti al Grand Capucin (1959), grande impresa che gli porta quella notorietà che lui assolutamente non desidera: anche perché in genere preferisce ascensioni su cime meno note e famose. Accanto alla passione per la montagna coltiva la fotografia e il disegno, arti che gli sarebbero tornate utili in seguito. Negli anni Sessanta continua la sua attività alpinistica, sempre più spesso con Silvia Metzeltin che ben presto divenne sua moglie (1967). In quel periodo lasciò l’Aereonautica per occuparsi a tempo pieno della Guida dei monti d’Italia, responsabilità che portò avanti per tutta la vita seguente con grandi doti di precisione e di rigore. Sono decine i titoli di questa collana che egli coordina, otto li scrive personalmente, Monte Bianco I e II (1968-1994), Alpi Pennine I e II (1970-1971), Alpi Giulie (1974), Dolomiti di Brenta (1977), Ortles-Cevedale (1984) e Monte Rosa (1991).
Sono oltre 1300 le cime che raggiunge lungo itinerari di ogni tipo e impegno: dalle Alpi ai monti del Sahara fino alla Turchia, all’Iran, al Pakistan, all’India, alla Corea e al Giappone. Ma il maggior numero di spedizioni, addirittura 22, Gino lo effettua in Patagonia: terra alla quale, a quattro mani con la moglie Silvia, dedica un volume che è tuttora un punto di riferimento obbligato, Patagonia, terra magica per viaggiatori e alpinisti (Dall’Oglio, 1987]). Altri libri di Buscaini sono Le Dolomiti Occidentali (Zanichelli, 1988), Le Dolomiti Orientali (Zanichelli, 1984) e Dolomiti, il grande libro delle vie normali (Zanichelli, 1999). Qui sotto è il racconto della ripetizione effettuata con Silvia Metzeltin della via Jori alla parete nord dell’Agnèr. La morte lo coglie, improvvisamente, il 14 settembre 2002.
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Gino lo conoscevo bene con la sua Grande Silvia. Grandi Alpinisti… Grandi persone
Omaggio a Gino Buscaini, grande uomo, alpinista di classe e di eccezionale cultura alpinistica, autore di guide insuperate. Se fosse stato ancora in vita, non avrebbe mai tollerato che la Guida dei Monti d’Italia venisse abbandonata.