Pistaioli sì e no
di Ugo Bottari
Durante la stagione sciistica 1966/67 ho realizzato un breve filmato su pellicola 8 mm con l’intento di conservare momenti legati allo sci ed allo scialpinismo.
A quasi 60 anni di distanza il film è stato restaurato e digitalizzato da un ottimo laboratorio specializzato.
Rimangono alcune ingenuità stilistiche, ma credo che il suo valore documentaristico possa comunque emergere.
Il testo che accompagna le immagini fu scritto nei primi anni ’70 da Maria Grazia Revello, con uno stile sobrio e poetico.
La voce narrante originale, purtroppo non recuperabile, è stata sostituita con una voce sintetica, mantenendo però fedelmente il commento dell’epoca.
Anche le musiche sono, in gran parte, quelle originali.
Mi auguro che queste immagini possano evocare qualche emozione o ricordo anche per chi vorrà vederlo.
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Bellissimo, ho iniziato a sciare vari anni dopo questo filmato ma ricordo ancora bene quegli abbigliamenti, gli sci, gli impianti e quella montagna. Oggi è cambiato tutto, dalla avida ricerca della prima neve, alle piste super lisce con la velocità delle discese nell’ansia della prestazione ma soprattutto non capire il contesto neve in montagna. Del resto la globalizzazione ha coinvolto anche l’industria della neve. Confermo quindi la definizione luna park. Lo scialpinismo classico comunque con intelligenza, curiosità e attenzione, ha ancora degli spazi di ricerca. Luoghi interessanti ce ne sono ancora dove cogliendo l’attimo fuggente si possono fare ancora delle belle gite. Certo è che il cambiamento del clima costringe lo scialpinista a fare un maggiore esercizio organizzativo. Il filmato è molto bello e racconta molto. Complimenti!
Bellissimo, con un po di fatica si puo trovare ancora qualche valle senza impianti, scarponi in cuoi , curva in telematk e tanta nostalgia
Sono assolutamente d’accordo con Crovella (2)
10. Ti do’ ragione. Lo sci moderno non è più sci. Ho smesso di sciere in pista da quando hanno inventato il carving. E’ un modo come un altro di facilitare lo sport, facile da imparare e che non richiede impegno, vedasi confronto tra tennis, che richiede tecnica e preparazione e padel, sport da cazzoni qualunque.
Mi fa piacere, da autore del filmato (o – pretenziosamente – film) , non può che farmi piacere i commenti positivi (tutti, finora, mi sembra). Segno che l’operazione di restauro è riuscita in pieno ed ha centrato il suo scopo: far rivivere quei momenti a chi ora ha i capelli bianchi e forse (non è il mio caso) ha appeso gli sci al chiodo.Probabilmene il filmato non sarà apprezzato dai giovani novelli “cannibali” che frequentano le odiene leccatissime piste. Ce ne faremo una ragione.
Su uno dei primissimi numeri della Rivista della Montagna c’è un articolo proprio di Giorgio Daidola sui percorsi fuoripista dell’alta Val di Susa, in quell’area che oggi è letteralmente devastata dalla piste piallate del comprensorio chiamato Via Lattea. La ragnatela di percorsi fuoripista allora a disposizione (bastava disporre di un po’ di inventiva: tutto il bosco a disposizione, con goduriosissima farina “naturale” fino a quote bassissime) oggi è sostituita da un circo equestre con punti ristoro ogni tot. Il divertimento, oggi, NON è sciare. Nel modello attuale sciare è solo il pretesto per fare casino, prendere il sole, cazzeggiare, mangiare la polenta, fare apericena, baccagliare pin vista della serata ecc ecc ecc. Sciare? Ma non gliene frega niente a nessuno! O quasi: solo che gli impallinati di oggi sono impallinati dello sci ripetitivo, grandi curvoni velocissimi, tutti piegati (tecnica carving). Il che richiede appunto piste piallate, cioè tutte uguali: scii sempre come se fossi nello stesso identico punto, potresti startene a casa e abbozzare le curve davanti allo specchio… (perché è questo che piace, oggi, agli impallinati dello sci moderno: sono dei narcisisti).
Sciare invece, se è vera passione, è cosa ben diversa, non è un esercizio ripetuto all’infinito, come davanti allo specchio. Allora, in particolare nella zona San Sicario (fra Sauze e Sestriere, versante Cesana) c’erano discese di oltre 1000 m di dislivello, tutte intonse. INTONSE! Si incontravano a stento tre persone. Impianti quasi esclusivamente composti da ski lift, in genere niente code, sciavi tutto il giorno nei boschi senza ripassare sullo stesso metro quadro.
Oggi? Il link sottostante illustra la famosa invasione di Roccaraso dell’inverno scorso: è stata una situazione limite, quindi non sto dicendo che sia sempre così dappertutto, ma certo che, ormai, il Circo Barnun la fa da padrona ovunque. Altro che sciare!
https://www.la7.it/laria-che-tira/video/la-domenica-da-incubo-di-roccaraso-31-01-2025-577855
Chi si intruppa sulle piste da sci come pecora del gregge per me è un pecorone.
Ho messo gli occhiali…lo stile inizio Star Wars è esilarante e originale ,bravo.
Che bello il filmato”…mi piaccion le fiabe,raccontane altre!(cit)
Pionieri alla conquista della neve senza cannoni…
Che bello. Mi sembra ieri. 60-70 anni passati velocissimi in cui tutto è cambiato, salvo l’essenza di ciò che dovrebbe ancora rappresentare lo sci. Il condizionale è d’obbligo, purtroppo. Erano i tempi in cui lo scialpinismo e lo sci con impianti di risalita (non necessariamente sci su pista) coesistevano armoniosamente e si effettuavano entrambi sulla neve vera. Gli impianti di risalita non erano ancora diventati simili a catene industriali di montaggio e le piste simili ad autostrade con invalicabili guard rail. Il filmato non ci fa vedere lo sci sulla polverosa ma pericolosa neve invernale ma un gioioso e solare sci primaverile, sia su pista che fuori pista.. Uno sci diventato oggi “démodé” per i pistaioli dell’artificiale, con i loro pesanti sci corti simili a putrelle. Gli impianti chiudono ora dopo risicate stagioni di soli 100 giorni, quando lo sci primaverile sta per iniziare. Riaprono in novembre, quando vengono rimessi in funzione i famigerati cannoni. Povero sci, com’è finito in basso! I moderni strateghi del turismo invernale che ne ignorano la storia ne negano allora la centralità nei loro assurdi modelli di sviluppo, modelli che vorrebbero contrapporsi, senza riuscirci, a quello dello sci artificiale dei moderni luna park in quota
Nello sci di pista di allora, lo spirito era MOOOOOLTO diverso, per cui non ero un canni(b)ale solo perché sciavo a manetta.
Cmq, c’è ancora gente che non ha capito cosa si intenda davvero per “cannibali”… Incredibile! E poi vi accreditate come illuminati dalla Spirito Santo e sparate sentenze a destra e a manca… quando non cogliete neppure i concetti più basici…
Tamarri è una definizione che vi è più chiara? Se preferite usiamo “tamarri”, ma io sono affezionato al termine “cannibali” (specie per tutto ciò che riguarda la montagna) perché appartiene alla tradizione torinese da oltre un secolo…
@ 2 e 3
Carlo: cannibale o non cannibale?
“Lo strano caso del dottor Crovella e del signor Krovellik.”
“non capivo che motivo ci fosse per faticare in salita e poi fare una sola discesa”
“Alle 9,00 ero già davanti agli impianti […] senza mai fermarmi durante la giornata”
In sintesi… un cannibbale 🙂
“Quello” sci di pista, che io ho conosciuto negli anni ’70, mi piaceva moltissimo. La caratteristica di allora era che anche nei comprensori, oggi arati da una miriade di piste piallate come tavoli da biliardo, c’erano ampi spazi per il fuoripista. Poi c’era una montagna di neve fresca, naturale, leggera, polvere canadese… Insomma la felicità fatta carne. Al tempo, incredibile dictu, detestavo lo scialpinismo, cui a volte mi “costringevano” le abitudini familiari, perché non capivo che motivo ci fosse per faticare in salita e poi fare una sola discesa: non era la fatica in salita, ma la sproporzione fra fare la salita e poi fare una “sola” discesa. Erano i miei anni delle scuole medie e la mia felicità massima era poter fare il giornaliero (un lusso da nababbi, concesso con un certa “disapprovazione” paterna…) per sciare davvero tutto il giorno. Alle 9,00 ero già davanti agli impianti, anche in pieno inverno, e (senza mai fermarmi durante la giornata: mangiare^ ma per mangiare c’era il pranzo degli altri giorni… in quel momento stavo sciando!) facevo l’ultima discesa con gli impianti già spenti e le luci calanti del crepuscolo. “Quello” sci di pista non esiste più (da mo’…), ma se vogliamo dare un futuro alla montagna, dovremmo riesumarlo al posto dell’attuale versione, consumistica e sprecona.
Queste cose a me piacciono.
È interessante notare che anche a quei tempi si era scoperto che lo sci pistaiolo era come la ruota del criceto. Eppure, (non) preparazione delle piste e attrezzatura, esigevano doti atletiche che oggi latitano assai.
A quei tempi impazzava la musica dei Beatles, ma la montagna imponeva la sua retorica trionfalista tanto da meritarsi Čajkovskij. Altri tempi.