Radici
di Barbara Tutino
(pubblicato su camoscibianchi.wordpress.com l’11 maggio 2022)
Quando mia madre è morta, ho deciso di “tornare a casa”, nel paese di montagna della mia infanzia e che rappresenta per me le radici da cui la sua partenza mi aveva strappata via. Siamo a 1682 metri in Valnontey, valle secondaria della Val di Cogne, Comune situato nella Valle del Gran Paradiso in Valle d’Aosta.E pensare che fino a quel momento non avevo fatto altro che scappare io, da quella casa e da quelle radici e dall’amore di mia madre, che in qualche modo mi soffocava. Da allora la montagna, e non solo questa montagna, ma tutte le montagne del mondo, sono diventate la mia casa, le mie radici e anche mia madre. Adesso la montagna è madre e il mare è padre.
Tutto il resto è in qualche modo diventato secondario, seppure sia vitale e importante.
Casa
Vivo da sola in montagna da ventidue anni. In una casa antica costruita con alberi incrociati e un tetto di pietra. Quando non ci sono le invasioni dei turisti, oramai per periodi sempre più ridotti, mi fanno compagnia gli alberi e gli animali selvatici con cui cerco di stabilire rapporti basati esclusivamente sul cibo. Io gli do da mangiare. Loro vengono, mangiano, io li guardo. Il nutrimento, d’altra parte, in qualunque forma è il legame, legante tra gli esseri viventi. Che si tratti dell’anima, del corpo o dello spirito.
Nel tempo, questa casa è diventata una specie di tempio dei ricordi. Oltre a contenere più di 400 dipinti miei, escludendo i disegni, conserva scritti, libri, dischi, archivi famigliari, fotografie e oggetti raccolti da cinque generazioni nell’arco di due secoli. Basterebbe per farne un museo, se non fosse che ormai i musei sono diventati audiovisivi. Perciò forse piuttosto una stiva, un’arca di Noè dei ricordi di prima dell’avvento dell’elettronica.

Montagna
Per sfuggire al turismo di massa, che non sopporto e all’elettronica che detesto, scappo in montagna. “Oggi non ci sono: sono andata in Montagna”, c’è da ridere, visto che abito a quasi 1700 m… Ma per me la Montagna è più su. Il mio habitat ideale è situato a duemilacinquecento metri.
Adoro i boschi, ma mi rigenero dove non ce n’è più traccia, oltre l’ultimo larice, tra i pascoli erbosi attraversati dai ruscelli, immergendomi nei laghetti gelidi d’alta quota, prima delle morene e dei ghiacciai. Sono innumerevoli le “gite” che potrei raccontare, ma l’essenziale purtroppo è inenarrabile. Come non si può raccontare l’esperienza di un sapore o di un profumo. In Montagna vado sempre da sola con il mio cane, e solo molto raramente con il mio compagno o un’amica. Qualcuno dice che un tempo l’uomo non si azzardava ad avventurarsi oltre a dove arrivavano le mandrie. Come non si profanano i luoghi sacri. Per me è come se non avessi superato quella fase lì. Se c’è una evoluzione umana, io sono rimasta a quello stadio, chiedo scusa, e nello stesso tempo attenzione e cura per tutto ciò che per me è ancora prezioso e sacro e finché sarò viva potrò mostrare.
Kamaz
Ciononostante, un’avventura l’ho raccontata, in un libretto, che si intitola Kamaz. Nel 2017 ho realizzato un sogno che avevo da 30 anni. Sono riuscita, con tre amiche, ad organizzare una piccola spedizione nella Repubblica degli Altay, nel sud della Siberia, e a raggiungere attraverso un colle a 3500 metri un altopiano dove 1500 anni fa era stata sepolta la cosiddetta “Principessa del ghiaccio” in un “kurgan” (tomba a tumulo) a 8 metri di profondità. Di lei è scritto ampiamente in tutte le salse da anni, ma… ecco, io volevo andare lì sul posto, da quando ne avevo sentito parlare per la prima volta, subito dopo il suo ritrovamento nel 1993. E ci sono andata. E ho respirato l’aria di quelle montagne, ancora prive di elettronica e di turismo di massa, e ho perfino improvvisato con le mie amiche un piccolo rituale in omaggio a quella donna, vissuta 1500 anni fa improvvisamente vicino a noi seppure tanto lontana nel tempo e nello spazio.
Perché quando sono in Montagna il tempo e lo spazio spariscono insieme a tutti gli assilli, le preoccupazioni, gli orpelli che ci affliggono nella vita quotidiana ma di cui abbiamo, nonostante tutto, bisogno.
Biografia
Barbara Tutino, vive e lavora a Cogne (Ao) nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, paese d’origine della madre. Suo nonno Franz Elter, lo storico direttore della Miniera di Cogne, fu anche tra gli organizzatori della Resistenza antifascista in valle d’Aosta e della costituzione della Repubblica partigiana di Cogne. Suo padre, Saverio Tutino è stato a sua volta partigiano prima a Cogne, poi nella Serra di Ivrea e dopo la guerra fu noto giornalista di inchiesta e inviato speciale nel “terzo mondo” delle lotte d’indipendenza della seconda metà del Novecento. Infine, fondatore dell’Archivio Nazionale dei diari e della memoria.
Barbara Tutino è stata disegnatrice archeologica e viaggiatrice. Ha lavorato in Iraq nelle campagne di scavo dell’Università di Torino, alla fine degli anni Settanta. Ha operato a Berlino alla fine degli anni Ottanta. Tra il 2000 e il 2004 ha lavorato al restauro delle pitture murali nelle Centrali idroelettriche valdostane degli anni Venti. È ideatrice di ARThéatre, una serie di eventi artistici a partecipazione collettiva nel segno della memoria. Ha inoltre ideato e curato mostre etnografiche ed eventi multimediali con altri artisti italiani e stranieri.
Dall’età di quindici anni ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero, conseguendo premi e riconoscimenti.
Il suo lavoro è caratterizzato da cicli narrativi monotematici e dall’uso di materiali di recupero difficili quali: legno, juta, ardesia, cartone da imballaggio, cartone ondulato, carta vetrata, carta catramata, lamiera zincata e corten. Cura personalmente gli allestimenti delle proprie mostre, spesso in spazi pubblici o estranei ai circuiti espositivi abituali. Ha esposto in fabbriche, carceri, cimiteri, torri, boschi, castelli e santuari.
È inoltre autrice di libri d’artista, biografie, poesia, saggistica e narrativa.
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Che belle le radici , invisibili ai più emergono al raccolto o quando la pianta è talmente grande da non sostenerne il peso, solo allora se ne apprezza l importanza .Bello il post e i suoi commenti.
Brava, Barbara,
mi aggrego al plauso degli altri (anche illustri) critici, dato che il tuo articolo mi ha indotto ad alcune riflessioni ed emozioni, che vorrei condividere, che spero vengano accolte con indulgenza (invecchiando sto diventando irrimediabilmente sentimentale, secondo la mia spietata, giovane figlia). Trovo la Valnontey affascinante, avendola spesso frequentato quando raggiungo – in genere qualche giorno Stefania in albergo a Cogne (dove si ritempra dopo le sue fatiche di insegnate, in genere a luglio). Anche se purtroppo non sono mai riuscito a combinare qualche ascensione (per quanto questo versante temo sia sempre più problematico, dal punto di vista alpinistico) in genere riesco a farmi una rapida escursione antelucana al rifugio Sella, tornando in tempo per la (sontuosa) colazione. Per adesso, ce la faccio ancora, in circa tre ore da Cogne, A.R.. Vista la mia canizie e l’evidente debito di ossigeno che manifesto all’arrivo, in genere, caritatevolmente, i simpatici gestori mi offrono il caffè. Così incontro gli stambecchi e mi godo il sorgere del sole sui ghiacciai, mentre salgo. Quindi, condivido l’affetto per la Valnontey e, non avendo ancora buttato gli scarponi, non è ancora formalmente tramontata neanche la remota speranza di salire qualche (altra) punta, oltre alla Rossa della Grivola, la cui vetta, tanti anni fa, ho di poco (onorevolmente) mancato per una estemporanea tormenta. L’anno scorso ha anche visitato con Stefania la Miniera, cogliendo una (per me) nuova prospettiva della testata della Valnontey, e del monte Bianco (che come noto sempre, molti filistei, frequentatori di Cogne non riconoscono). Anche se sono stato prevenuto nella riverente, acuta, osservazione, soggiungo anche io ho notato che Barbara è pronipote di Ettore Castiglioni; tuttavia posso personalmente soggiungere a questo proposito (con una punta di vanità, ma anche di affetto, che mi si vorrà perdonare) di avere alcuni anni fa ripetuto una bella via di Ettore sulla Pala del Rifugio, nelle Pale di San Martino.
Ho notato che una delle foto di Barbara è di Glorianda Cipolla. Anche se non la conosco personalmente, credo che sia stata una nazionale di sci, di Courmayeur, e figlia di una guida. Suo papà, però, era di Porte, in Val Chisone, dove (a Villar, che è il paese a monte) abitavo da piccolo, con la mia famiglia. Luciano, mio papà, era amico e collega di suo fratello, ed insieme a lui hanno scalato il bianco, credo nel 1946. Tanto per confermare la teoria che siamo tutti collegati in 6 gradi, io sono anche collega ed amico di sua cugina Maria Cristina. Per finire, visto che Barbara si occupa di Archeologia, le confesso che – come sia pure dilettante – sono collegato “archeologicamente” alla Valle di Aosta avendo scavato, ai tempi del liceo, a St. Martin de Corleans, sotto la direzione del Dott. Mezzena, e anche nel cantiere dell’ex albergo Mont Blanc, nel cimitero romano appena fuori le mura. Ancora complimenti per per l’articolo, che ha provocato questa mia forse spropositata reazione emotiva. Un caro saluto . Giovanni Bonino
Brava Barbara, dalle radici del cielo.
Leggendo questo articolo viene da pensare che ci siano ancora speranze perchè “il tutto” torni, semplicemente, normale.
Ma magari mi sbaglio….comunque congratulazioni e lunga vita a Barbara
Ho letto con piacere. Grazie del tuo esempio. Un caro saluto
…. a proposito del padre, Saverio Tutino, e di Ettore Castiglioni, che era lo zio di Saverio (e con riallaccio esplicito a Gogna … sicuramente c’è un post in Gognablog, dovrei cercare …)
https://mountcity.it/2014/12/2961/marco-albino-ferrari-gran-cacciatore-di-storie-racconta-come-ha-cercato-di-sciogliere-il-mistero-sulla-fine-di-ettore-castiglioni/
Il mondo è piccolo, molto piccolo ….
Saluti.
MS
Bello leggere queste ultimi esempi di bravura e di saggezza in un mondo alla inequivocabile deriva. Poco distante dalla Valnontey, il Val di Rhêmes, c’è (spero, considerata l’età, che ci sia ancora) un altro grande saggio, non intellettualizzato, il “pastore di camosci”, espressione fra le più pure di cultura della montagna. Davanti alla sua casa c’è la catasta di legna della sua mamma, che non verrà, almeno finché lui ci sarà, mai bruciata.
Dovrebbe esserci una politica intenta a coltivare le radici di tutti.
C’è invece quella opposta, al lavoro per estirpare le poche rimaste.
Vigliacchi e schifosi.