Reincarnazione

Reincarnazione
(via nuova sulla parete sud-est del Cho-Oyu)
di Denis Urubko
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2010)
Tradotto dal russo in inglese da Henry Pickford, con l’assistenza di Elena Laletina e Anna Piunova.

Il Cho Oyu è generalmente considerato semplice tra gli Ottomila. Dagli alpinisti esperti è stato spesso scelto come luogo per fare esperienza in alta quota. Ma nel 2001 mi è capitato di intravedere sulla sua parete sud-est una perfetta linea logica, dalla base alla vetta. È stato emozionante e bellissimo. Per anni sono stato ossessionato da questo percorso.

Un giorno il mio vecchio amico Denis Gichev, con il quale ho prestato servizio nell’esercito – e grazie al quale sono finito nel Club sportivo centrale dell’esercito del Kazakistan – mi ha parlato del suo viaggio programmato ai piedi dell’Everest.

“Dai un’occhiata nella valle di Gokyo” gli dissi. “Sarà un vero viaggio, non per i pantofolai”.

“E cosa c’è?”

“C’è il muro del Cho Oyu, Den! Voglio che lo fotografi per me”.

Denis Urubko capocordata sulla ripida parete rocciosa a circa 6000 m sulla parete sud-est del Cho Oyu. Alternando scarponi a scarpette d’arrampicata, Urubko ha trovato passaggi fino al 6b (5.10). Foto: Boris Dedeshko.

Denis è partito per il suo viaggio, convinto che fossi matto, ma ha riportato le foto. Erano panorami fantastici, che mostravano in dettaglio i rilievi, le trappole, i pericoli. Ho passato ore a esaminarli sul mio computer, zoomando per i dettagli, indietreggiando per capire la scala.

Nella primavera del 2009 Boris Dedeshko ed io abbiamo finalmente esaminato la parete con i nostri occhi; era più complicato di quanto potessimo congetturare. Il nostro campo base era nascosto dietro le vecchie morene del ghiacciaio Ngojumba, vicino al quinto lago della valle di Gokyo, e per vedere il Cho Oyu dovevamo fare un’escursione oltre una curva fino al sesto lago. Lì ci siamo seduti sotto il sole splendente accanto a enormi rocce e abbiamo studiato la parete con il binocolo.

“Cosa ne pensi, Den?”

“Mmm… non ci capisco quasi niente. Là nella parte bassa… non so proprio come faremo”.

“Su dritti?” Boris allargò le mani, indicando impotenza. “E per quanto riguarda l’acclimatazione?”

Il mio turno di alzare le spalle. Ho spinto il dito più a est, in direzione dello Gyachungkang, una montagna di poco meno di ottomila metri. «Ci ​​acclimateremo su quei pendii, o da qualche parte nelle vicinanze» dissi. Esplorare il nostro percorso sul Cho Oyu sarebbe stato antisportivo. Volevamo scalarla in stile alpino, in una sola botta dalla base alla vetta.

Ho stretto la mano a Chokra e Mingma, i nostri cuochi. «Se non torniamo dopo otto giorni, andate sotto la parete e date un’occhiata» dissi.

“E se non torniamo entro dieci giorni, puoi smontare il campo base e tornare a casa”, ha aggiunto allegramente Boris.

Urubko ha passato il secondo giorno per lo più a fare artificiale sulla strapiombante parete rocciosa di 80 metri. Foto: Boris Dedeshko.

Durante la nostra ricognizione dell’avvicinamento, avevamo costruito dei piccoli ometti per segnalare la via, e così siamo arrivati ​​in sole due ore alla base del Cho Oyu, a 5300 metri, dove avevamo lasciato una tendina. Le silenziose montagne circostanti intensificavano il nostro sentire. Volevamo correre verso la libertà, lontano da quella muraglia cupa e claustrofobica.

Abbiamo iniziato la salita nel cuore della notte il 7 maggio 2009. Ci siamo caricati della sola metà interna della tenda e solo due dei suoi quattro pali. Avevamo cibo per cinque o sei giorni e due grandi bombole di gas. Portavamo otto chiodi da ghiaccio, una mezza dozzina di dadi, un set di camme e 12 chiodi da roccia, alcuni dei quali avevamo accorciato segandoli per risparmiare peso. Il nostro piano era di scendere dalla vetta attraverso la via austriaca (Furtner-Koblmüller, 1978) sul lato est della montagna.

La nostra salita è iniziata a 5600 metri. Ci facevamo sicura con due corde da 9 mm mentre risalivamo le placche più basse. Era necessario scegliere con cura la linea, perché sopra c’erano diverse cascate di ghiaccio. Durante questo giorno e la notte successiva sono venute giù più volte scariche di rocce e ghiaccio, e ci sono passate anche vicine. A volte potevamo arrampicare con le scarpette da roccia, ma spesso dovevamo indossare i ramponi. Abbiamo fatto sei tiri, fino al 6b, con una discreta quota di 6a sulle placche. Alla fine della giornata eravamo a 6100 metri, ancora sotto il bastione strapiombante. Dopo aver passato la notte semiseduti, abbiamo continuato la salita nella nebbia e nella foschia.

Lo strapiombo roccioso superiore era alto circa 80 metri, e l’abbiamo risalito in gran parte in artificiale. Il tempo era cupo. Il mondo si è ridotto alle dimensioni di una scatola di vetro opaco di 10 metri di lato. Non riuscivo a vedere Boris; di tanto in tanto comunicavamo con brevi frasi: “tieni”, “tieni forte”, “molla la corda blu”. Abbiamo passato la maggior parte della giornata solo per salire due tiri e mezzo. Oltre il bordo superiore del bastione roccioso apparve una serie di lastroni ghiacciati e di scivoli: li seguimmo di mano in mano che iniziava a nevicare fino a raggiungere la quota di 6600 metri. Qui, sotto la copertura di un seracco all’inizio di una distesa di ghiaccio a mezzaluna, abbiamo allestito la nostra tendina.

A Urubko e Dedeshko sono stati necessari quasi due giorni per venire a capo del bastione roccioso di 80 m che caratterizza la parete sud-est del Cho Oyu. La linea da loro seguita la si può intuire un po’ a destra della verticale tracciata dallo scalatore visibile. Foto: Boris Dedeshko.

“Abbiamo scalato la parte più difficile”, ha detto Boris. Sorseggiando la minestrina, annuii. Eravamo pieni di ottimismo.

“E abbiamo abbastanza provviste e gas?” Boris corrugò la fronte.

“Sei porzioni di Bystrov kasha [porridge], quattro di noodles cinesi, zucchero, tè…oh… guarda qua quanta salsiccia! Quindi dobbiamo pensare di avere abbastanza provviste”, ho concluso.

«Sarà necessario ‘pensarlo’.» Boris rise.

Una bella mattinata è stata la nostra ricompensa per le difficoltà del giorno precedente. Le montagne si estendevano fino ai confini del mondo e mi sentivo come un granello di polvere in questo caos. Come una palizzata, le cime circondavano l’orizzonte, suscitando la sensazione che fossimo soli sul pianeta. E come una gigantesca sentinella a est, l’Everest si ergeva abbastanza vicino. Mio Dio! Tanto era successo in pochi mesi: la salita trafelata del Makalu con Simone Moro a febbraio, e ora, a maggio, eccomi di nuovo qui, sospeso tra cielo e terra su una parete inviolata di un Ottomila.

Lungo una serie di creste ghiacciate abbiamo raggiunto con sicurezza i 6900 metri, poi si è abbattuto un potente temporale. Nel complesso, devo notare, il tempo nella primavera del 2009 era diverso dalla norma in Himalaya. Invece delle nevicate pomeridiane quotidiane con rari temporali della durata di due o tre giorni, il tempo era più contrastato: periodi luminosi che si estendevano per quattro o cinque giorni, dopodiché seguiva un temporale per diversi giorni.

Mentre la tempesta continuava, siamo riusciti ad arrivare a 7100 metri. È meglio non ricordare come ho attraversato paurosamente quegli instabili ingombri di neve. Ma ha funzionato. Abbiamo infilato la nostra tenda in una nicchia ghiacciata in un piccolo crepaccia terminale, allargandola con le nostre piccozze. Di notte sono venute giù diverse potenti valanghe, che hanno fatto rombare e tremare il ghiaccio sotto i nostri materassini. È stato terribile.

La tendina piazzata malamente per il primo bivacco in parete. Foto: Boris Dedeshko.

La mattinata non ha portato miglioramenti del tempo, ma, protetti dalla crepaccia terminale, abbiamo proseguito obliquamente verso l’alto, trovando ancoraggi sicuri su piccole creste rocciose. Lungo queste siamo saliti a 7300 metri, dove abbiamo traversato a sinistra sotto una zona di seracchi. Siamo stati fortunati, perché la neve fresca non si era attaccata a queste pareti ripide e le valanghe avevano premuto la neve che avevamo sotto i piedi, quindi salivamo abbastanza facilmente. Ad un certo punto, però, una valanga di mezzo metro è partita da sotto di me, facendo cadere Boris in sosta. Su una serie di strapiombi ghiacciati abbiamo dovuto lavorare duramente. In un tratto la neve ci arrivava alla vita, ma la vicinanza del muro di ghiaccio della crepaccia ci ha permesso di fare una sosta sicura. Con l’avvicinarsi dell’oscurità abbiamo raggiunto i 7600 metri e di nuovo abbiamo nascosto la nostra tenda sotto un’altra piccola crepaccia.

Con le condizioni di neve che si erano sviluppate, la nostra prevista discesa della via austriaca non sembrava fattibile. Inoltre, la via completamente indipendente che speravamo di percorrere fino alla sommità della parete portava a sinistra in un pericoloso canale. Così abbiamo deciso di salire sulla costola sud-est, dove ci saremmo uniti alla via polacca (Berbeka-Heinrich-Kukuczka-Pawlikowski, febbraio 1985) per seguirla fino in cima. E avremmo dovuto scendere per il percorso della nostra salita.

Durante la notte il temporale si è calmato un po’. Tuttavia, faceva un freddo terribile quando ci siamo svegliati alle 2 del mattino dell’11 maggio. Poco prima dell’alba, verso le 4, abbiamo lasciato la nostra tenda e abbiamo iniziato una traversata diagonale verso destra, assicurandoci su rocce e affioramenti ghiacciati. Abbiamo preso con noi alcune fettucce, un set completo di dadi e camme e sei viti da ghiaccio. Ancora una volta siamo stati fortunati perché la neve fresca si era staccata e lo strato sottostante era più duro. Tuttavia, a volte, quando attraversavamo i canali, eravamo nella neve fino alla cintola. A metà mattinata, tramite due semplici pareti di roccia, abbiamo raggiunto la cresta sud-est a circa 7950 metri. Qui ho lasciato il mio zaino nella neve come punto di riferimento.

Urubko in tendina in uno dei rari momenti di sole. Foto: Boris Dedeshko.

Ci siamo fatti strada in modo relativamente lento, assicurandoci con le piccozze o a volte con una vite da ghiaccio. Eravamo stanchissimi e non sempre ligi nell’assicurarci, ma abbiamo fatto progressi. Il tempo era ripugnante: vento leggero, neve fastidiosa e nebbia fitta. Ci siamo orientati con una torre di roccia a sinistra del nostro percorso. O meglio, questa era la nostra migliore ipotesi. A volte si potevano vedere le fasce rocciose e i seracchi che costeggiavano l’altopiano sommitale. Un ripido scivolo finale minacciava d’essere assai valangoso. Così ci siamo seduti e abbiamo pensato di tornare indietro. Abbiamo riposato a lungo nella neve, cercando di abituarci all’idea che ci aspettava ancora un grosso rischio. Inoltre, era scesa l’oscurità.

Sai come ci si sente? Quando, esaurendo gli ultimi brandelli di forza e di nervi, passo dopo passo, ti sforzi di andare avanti, raccogliendo la tua volontà in un pugno. Ma poi la speranza raggiunge il suo limite e non puoi raccogliere la determinazione per fare il passo successivo. Intorno a noi era buio, grigio e vuoto. Boris e io eravamo seduti, con la paura di muoverci.

“Come si dice, Boris?” Ho scherzato lugubre. “Se vai di qui, perdi il cavallo. Se vai di là, perdi la vita. Ma in tutte le vecchie storie l’eroe trova sempre un modo”.

Borya fece un cenno verso la vetta. “Rischiamo?” I suoi muscoli si contrassero sotto le guance infossate e non rasate.

“Rischiamo”.
Con quella decisione ci siamo seppelliti. Per tutte le leggi immaginabili, il nostro destino era quello di non tornare. Le tristi esperienze di Boukreev, Khrishchaty, Terzyul e altri alpinisti che non hanno trovato in loro stessi la forza di fermarsi in tempo, di ritirarsi, dicono che in queste situazioni bisogna scappare. I fantasmi di quelli sepolti nella neve giravano intorno a me. Camminavano lungo la nostra via; dall’oscurità i loro occhi ci seguivano attenti, sperando e credendo che avremmo vinto questa follia.

Anche Dedeshko arriva sul pianoro della vetta del Cho Oyu. Neve che sfonda, buio e bufera. Foto: Denis Urubko.

La neve caduta, portata da un vento di ponente, si era accumulata sui pendii orientali. Era necessario andare avanti a tutto vapore. Facendomi strada nella neve, osando appena di respirare, pregando i santi, mi appoggiavo con cura a ogni gradino perché non crollasse, scatenando una valanga. Perché se il pendio decollava, lo avremmo seguito. Ateismo o fede: che differenza fa? Solo così rimaniamo vivi.

Infine, lungo la cresta, a soli 200 metri di distanza dalla vetta, la neve arrivava solo alle ginocchia. Ho cominciato a respirare più facilmente. E alle 20.10 abbiamo raggiunto l’altopiano sommitale del Cho Oyu. La cresta si allargò, il pendio diminuì e potemmo distinguere il lato opposto, che scendeva in Tibet. Mi accartocciai su un fianco, privo di forza.

Non sentivo nulla. Ero vuoto e trasparente, come il vetro. Rimasi lì sdraiato e cercai di calmare il respiro. Nell’oscurità il vento e i fiocchi di neve mi si abbattevano su di noi, la montagna giaceva sotto come una bestia acquietata. Osservai ottusamente il lume che indicava che Boris si stava avvicinando. Poi anche lui è caduto accanto a me nella neve.

“Questo è tutto?” espirò.

“Siamo arrivati, Boris.” Riuscivo a malapena a rispondere. “E ora per una foto.”

“Che foto?” Agitò la mano nell’oscurità.

“Solo di noi stessi.” Ho scrollato le spalle.

Molti hanno sperimentato una simile apaticità, quando una meta tanto agognata viene finalmente raggiunta ma non si ha la forza per realizzarlo. Quando si è privi di emozioni nonostante un grande successo. Ma ricordo chiaramente una cosa: rabbia verso me stesso per aver proceduto, sotto l’impulso della mia stessa testardaggine moltiplicata dall’ambizione. La salita è stata una trappola, nella quale eravamo caduti. Ora, seduto in cima, credevo che non avessimo alcuna possibilità di scendere vivi.

Dopo aver scattato alcune foto, siamo ripartiti.

È stato facile seguire il nostro profondo sentiero nella neve. Inoltre, il mio zaino era ancora là a 7950 metri, indicandoci la strada. Man mano che perdevamo quota le nostre forze cominciavano a tornare, come se la montagna stesse restituendo ciò che ci aveva preso. La lampada di Boris era quasi morta, ma la mia continuava a funzionare e la luce ci dava speranza. Siamo scesi senza problemi e a mezzanotte e mezza abbiamo raggiunto la nostra tenda a 7600 metri. C’era un fornello, calore e sicurezza ce li potevamo immaginare meglio. Abbiamo bevuto qualche sorso d’acqua e ci siamo addormentati.

Foto di vetta. Denis Urubko. Foto: Boris Dedeshko.

Quella notte ricominciò a nevicare forte. Al mattino molto presto abbiamo provato a muoverci ma senza volerlo abbiamo fatto partire un paio di valanghe che sono precipitate giù per la montagna con un boato incredibile. Abbiamo deciso di aspettare. Ben presto, però, le slavine dall’alto hanno cominciato a coprire la tenda, nonostante il riparo della crepaccia terminale strapiombante. Qualche volta la tenda è stata sepolta, e allora, stringendo i denti, la sorreggevamo con le nostre schiene finché la neve non smetteva di passarci sopra. Siamo andati fuori a scavare ogni volta. Tutto all’interno era ricoperto di cristalli di ghiaccio.

“È impossibile anche fare la pipì!” Boris urlò al di sopra del vento. “I miei pantaloni sono pieni di neve…”.

“Anche la tenda, anche la tenda!” ridacchiai nervosamente, come un idiota. “Guarda qua, c’è neve dappertutto nel mio saccopiuma!»

Immaginate la nostra gioia, quindi, quando intorno alle 8 del mattino è apparso improvvisamente un buco tra le nuvole a est, rivelando l’Everest e il Lhotse. Nonostante l’evidente idiozia di scendere in condizioni così pericolose, Boris ed io abbiamo deciso di provare a scendere di forza, anche se il maltempo stava nuovamente incalzando; era meglio che sedersi e aspettare la morte. Ci siamo precipitati senza danni lungo il posto più pericoloso sotto la zona dei seracchi, ma mentre ci calavamo in doppia Boris ha staccato un pezzo di ghiaccio o roccia che mi ha colpito in testa.

Gemevo, il sangue filtrava attraverso il cappuccio della mia giacca e scorreva tra le mie dita. Stordito, non riuscivo a ricordare chi e dove fossi.

“Den, scusa”, disse Boris, ripetutamente, vedendo la neve diventare scarlatta di sangue. “Den, scusa, scusa!“. “Niente di serio” finalmente riuscii a ansimare, tornando un po’ in me. “La colpa è mia che ho lasciato il mio casco sotto!”.

Boris si illuminò. “Ma già, tu sei immortale!”.

Abbiamo passato quella notte in una grotta di ghiaccio sotto un altro crepaccio terminale. Continuava a nevicare. Le valanghe cadevano intorno a noi, a volte volando sopra alla crepaccia terminale, coprendo la tenda di polvere. Le nostre restanti provviste includevano nient’altro che tè e 100 grammi di carne di cavallo essiccata.

La Via dei Kazaki sul Cho Oyu 8188 m. Il piede della parete sud-est è a circa 5600 m. Foto: Denis Urubko.

La mattina dopo, stessa storia. Alle 8 del mattino il sole splendette per qualche minuto, così abbiamo deciso di proseguire. Ci calavamo 25 metri alla volta a corda doppia, perché avevamo lasciato l’altra corda al nostro secondo bivacco. Due valanghe hanno colpito Boris, che stava scendendo per primo. Penzolava dalla fune come un pesce all’amo in una corrente veloce, ma le viti erano in ghiaccio affidabile e ne sopportavano il peso. Intorno alle 17, quando abbiamo raggiunto i 6600 metri, il tempo si è improvvisamente schiarito e ha cominciato a fare un freddo terribile.

Al mattino, dopo aver bevuto un po’ d’acqua, abbiamo continuato la nostra discesa. Per la prima volta in cinque giorni faceva caldo; presto il sole stava bruciando. Nello scendere dal bastione roccioso verticale e strapiombante dovevamo dondolarci sulla corda per toccare roccia. Quasi al buio abbiamo raggiunto il ghiacciaio e ci siamo rimasti per un’altra notte. Quella sera il gas finì.

Il giorno successivo, crollando nelle fosse innevate delle morene, schivando pozze d’acqua ma senza la forza di bere a sazietà, siamo scesi per sei ore al campo base. Fortunatamente i cuochi erano ancora lì, fedeli alle nostre istruzioni di partire dopo 10 giorni.

Nel villaggio di Gokyo i nepalesi hanno organizzato una festa per noi. Ma ce la siamo potuta godere solo a fatica. Eravamo così esausti… Boris ed io avevamo perso circa 10 kg ciascuno. Per la seconda volta nella mia vita potevo abbracciare una delle mie cosce con le dita.

Tornato a casa in Kazakistan, una mattina mi sono svegliato in stato di confusione. Sbucando dal materasso sul pavimento, guardavo le pareti vuote. Attraverso le tende della finestra percepivo l’alba grigia come attraverso un sudario. Che cosa? Dove? Mi sembrava di essere tornato sulla vetta del Cho Oyu, quella notte. Mi sentivo vuoto e privo di sensi, come gli spettri che avevano volteggiato nella tempesta. Avevo appena visto i loro occhi nei miei sogni.

Durante la discesa sotto la bufera, Urubko solleva il tetto della tendina ricoperto di neve da slavina. Un incubo che gli ricorse qualche tempo dopo a casa, in Kazakistan. Foto: Boris Dedeshko.

Poi, all’improvviso, ho capito che ero morto sul Cho Oyu. Era così semplice e chiaro che non ne sono rimasto sorpreso. Era come se i pezzi del puzzle che mi aveva tormentato dall’inizio dell’inverno avessero preso posti prestabiliti. Prima la tempesta sul Makalu, come un rasoio che recide i nervi e scuoia la pelle. Poi la sabbia e il calore di Goa, dove mi sono ricomposto e mi sono rivolto al futuro. E poi la tempesta ultraterrena sul Cho Oyu, senza speranza di sopravvivenza… e io ero morto.

Tutto ciò che era rimasto su questa terra era solo un’ombra. Io (o esso) ero diventato una piccola nuvola vuota, senza nervi né forza. Ma ora era giunto il momento di riempire quel vuoto, pezzo per pezzo, selezionando solo ciò che era necessario e corretto. Sorgere dalle ceneri di sentimenti bruciati, personalità spezzata e corpo torturato. Era come se il Fato, dopo aver riso fino in fondo per l’assurdità, ora offrisse una seconda possibilità, il dono di un’altra opportunità per mettere alla prova la mia resistenza. Ero di nuovo vivo, la vita era solo all’inizio. Attraversai a grandi passi la stanza e aprii la tenda. L’alba cremisi incontrò i miei occhi. Allungando le braccia, mi allungai alla finestra aperta.

Sommario
Zona: Mahalangur Himal, Nepal

Ascensione: nuova via in stile alpino sulla parete sud-est del Cho Oyu 8188 m, Boris Dedeshko e Denis Urubko, 7–14 maggio 2009 (cinque giorni in salita dal campo base avanzato e tre giorni in discesa, lungo la via di salita). Il percorso di 2.600 m ha difficoltà fino al 6b A2 e A3, M6, con neve e ghiaccio ripidi.

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Reincarnazione ultima modifica: 2022-07-28T05:25:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Reincarnazione”

  1. 3
    Laura Pontonio says:

    Un racconto entusiasmante. Un’esperienza riservata a pochi coraggiosi; grazie di averla voluta condividere con chi si “accontenta” delle sfide quotidiane e spesso si lamenta di non riuscire a trovare con facilità soluzioni a problemi di molta minore difficoltà.

  2. 2
    Piero Gonini says:

    Grazie per questo fantastico racconto , una vera emozione leggere e riuscire a condividere e a partecipare emotivamente a un avventura che vale una vita , anzi due .
    Grandi
     

  3. 1
    Pierluigi Dallaglio says:

    Che storia da raccontare! Grande Denis, ci sono tutti gli ingredienti possibili del grande Alpinismo, una via nuova estremamente difficile su una parete spettacolare di un 8000 considerato relativamente facile, una non stop in stile alpino, schivando al meglio i pericoli, affrontando le incognite, inseguendo il difficile equilibrio tra il successo e la tragedia.

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