Rocky Master Horror Climbing Show

A tre anni di distanza dalle prime gare di Bardonecchia, il milieu dell’arrampicata internazionale ha cessato le polemiche sulla legittimità o meno delle gare. Le posizioni non si sono ancora raffreddate, ma di fatto le competizioni esistono, e ormai non ha più senso chiedersi se esse s’abbiano o meno da fare. Tutt’al più, oggi si può essere d’accordo o dissentire rispetto al fatto di presentarsi sotto una parete con un bel numero stampigliato sul petto. La sua posizione sulle gare, Roc l’ha già esplicitata gli anni scorsi, e con sufficiente chiarezza. A noi, ora, preme soprattutto evitare confusioni e chiarire esattamente l’ambito nel quale ci si ritrova a operare. Arrampicata da una parte, dunque, e gare dall’altra. Due settori che non sono sovrapponibili né gemelli.

Fino a quest’anno, sulle pagine dello “speciale arrampicata”, di competizioni ha parlato quasi sempre chi non ha mai voluto cimentarsi con cronometro e giudici di gare. Una posizione di parte un po’ comoda, si dirà. Bene, proprio per questo, Roc 1988 ospita le riflessioni di Marco Preti, fervido sostenitore delle competizioni (tra l’altro è stato giudice di gara nel Rock Master di Arco lo scorso anno), sull’evoluzione degli ultimi anni in quella che tutti ormai chiamano “arrampicata sportiva” (a cura della redazione della Rivista della Montagna, ottobre 1988).

Marco Preti sullo Spigolo delle Perle in Thailandia (da Sfida sugli specchi/Video In)

Rocky Master Horror Climbing Show
di Marco Preti
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 101 (Roc), ottobre 1988)
Foto di Marco Preti

Tramontato il mito dei 70’s di Yosemite, viviamo oggi un’epoca caratterizzata dall’arrampicata sportiva agonistica. La Mecca dei climber ha trasferito la propria sede dalla California alla Provenza. I profeti della nuova dottrina vivono nelle grotte di Buoux o nel campeggio di La Palud. I sacerdoti del culto arrampicatorio predicano la macrobiotica, lo stretching e l’allenamento intensivo e programmato. Le sacre falesie della Provenza sono meta, in ogni stagione dell’anno, di pellegrinaggi da parte degli arrampicatori di tutto il mondo. Americani, giapponesi, australiani ed europei misurano la propria forza relativa concatenando, dopo lunghi e faticosi travaillé, i movimenti dei passaggi chiave dei mitici itinerari di grado 8. Lottano per ore appesi alle reglettes, si protendono verso l’alto trazionando monodoigts enversé e proseguono in aderenza sui mauvais a plat. Spesso il periodo di soggiorno non è loro sufficiente per la rotpunkt, e così ritornano al paesello con tanta voglia di riscattarsi.

Una volta a casa, con un po’ di feticismo i climber reinventano e ricostruiscono con buchi artificiali i vari Choucas e Le minimum, e contemporaneamente svalutano i vecchi itinerari storici fatti di movimenti ormai noti fino alla nausea. Nasce così, di riflesso, una cultura formale e generalizzata. La ricerca abbandona la creatività stilistica abbracciando esclusivamente i solidi dogmi della teoria dell’allenamento specifico. L’arrampicatore d’oggi non dedica nessuna attenzione al ritmo di progressione o alla lettura interpretativa della via da scalare. Per lui non è importante lo stile con cui sale, ma il grado di difficoltà che si supera. Una scalata non si caratterizza nell’equilibrio delle posizioni precarie, ma nella forza pura o in quella resistente. Un numero, un coefficiente, esprime il risultato tecnico. Il grado superato diventa la vetta, la luce dei flash è il sole delle climbing wall. Nelle falesie scompaiono gli itinerari belli (secondo la logica delle linee e dei volumi) per far posto a un reticolo di tracciati paralleli, difficili, disarmonici e quasi sempre faticosi.

Jean-Baptiste Tribout in gara. “Per aumentare la spettacolarità dell’arrampicata sportiva bisognerà prevedere schermi giganti come quelli adottati nei concerti, per permettere al pubblico di seguire da vicino ogni singolo movimento e passaggio della gara, cosa che a occhio nudo risulta impossibile (Marco Preti)”.

Il climber moderno tende spesso a creare una via a immagine e somiglianza di se stesso. Il movimento chiave diventa necessariamente una trappola da tendere ai ripetitori, e la continuità dei passaggi una concreta rappresentazione della propria forza e resistenza fisica. Di riflesso (sorprendente l’interazione tra mente e fisico nella pratica dell’arrampicata sportiva), capita di ritrovarsi di fronte a un generale inasprimento etico e motivazionale. La grande difficoltà di progredire qualitativamente nell’arrampicata si somma alla poco oggettiva capacità di interpretazione dello scontro indiretto. Finisce quindi che ogni scalatore tende a sopravvalutarsi e a creare una propria classifica di valori. Questo spiega perché ogni palestra ha il proprio campione e ogni rivista il proprio idolo. Ma l’arrampicata sportiva è un’attività troppo bella e spettacolare perché resti segregata nel limbo dell’incomprensione e del pettegolezzo.

Per merito di Emanuele Cassarà, Andrea Mellano e Alberto Risso, nell’estate 1985 vengono disputate le prime gare d’arrampicata. Il migliore dei climber esce finalmente da un probante confronto diretto e non più dalla giungla informativa della notizia privata. Le realizzazioni degli arrampicatori trovano posto tra le colonne delle cronache, ma ormai il fatto di comparire sui giornali non costituisce più l’unico modo per farsi conoscere dal pubblico. Si sperimenta una formula competitiva soddisfacente, in grado di dire chi è realmente il più bravo del momento. Si inizia a prediligere il flash e l’onsight al travaillé e si evidenziano le capacità arrampicatorie espresse in ordine di tempo (è ovvio che è più probante superare un 8a al secondo tentativo piuttosto che un 8b dopo tre anni di travaillé…). Dopo la prima gara, però, si decide di accantonare la velocità e lo stile dei concorrenti per concentrarsi invece sulla semplice difficoltà. Si tratta di una scelta logica che nasce nell’ambito dell’attuale ricerca nel campo dell’arrampicata agonistica.

Stefan Glowacz in gara.

La terza edizione di Sport Roccia ha luogo nel settembre 1987, e prende il nome di Rock Master. Il Comitato organizzatore e Gino Seneci mi chiedono di fare il direttore di gara. Accetto subito con entusiasmo. Si discute la formula di partecipazione. Dai 10 invitati iniziali si passa a 38, optando per una scelta propagandistica. Per motivi promozionali si arriva a una partecipazione di 10 Paesi, 26 ragazzi e 12 ragazze in tutto. Oltre ai primi 15 delle classifiche internazionali ancora ufficiose, l’invito viene esteso ai maggiori rappresentanti delle nazioni più evolute nel campo dell’arrampicata sportiva. La squadra italiana risulta composta dai primi quattro classificati alla prova di selezione.

Per tutta l’estate lavoriamo alla preparazione delle vie e all’allestimento del “Rockstadium” di Arco, che ospiterà la manifestazione. Seneci sceglie il tracciatore dei quattro itinerari, il francese Harvé Laillé. L’austriaco Beat Kammerlander viene chiamato a confrontare le valutazioni, e lui decide giustamente di inasprire la prova travaillé degli uomini. Subito dopo si presenta il problema di tracciare le vie (che dovranno essere di un preciso grado di difficoltà) su un tratto di parete ben visibile dalle tribune. Harvé prima, e Beat in un secondo tempo, modificano la struttura naturale della roccia spaccando le prese più grosse e costruendone di nuove in materiale plastico (resina epossidica).

Rock Master 1987. Foto: L. Tonina

Nascono così le vie di “Rock Master”, itinerari sintetici su roccia naturale. La logica risposta all’unica, concreta possibilità di progresso consiste infatti nello strutturare la formula dell’arrampicata sportiva in chiave di spettacolo, cioè di mercato. Proprio in quest’ottica, il “Rock Master” è stata senza dubbio la gara a tutt’oggi più riuscita. Diecimila spettatori hanno acclamato il nuovo sport applaudendo i climber che si avvicendavano lungo le corsie di roccia delimitate dai nastri graduati. “Rock Master” è stato per i climber l’appuntamento agonistico dell’anno, una specie di Campionato del mondo. Negli stessi giorni in cui Ben Johnson corre a Roma i 100 metri in 9.83, Stefan Glowacz supera un 7c+ on sight e un 8a+ dopo i 135 minuti di travaillé previsti dal regolamento. In campo femminile si assiste a una super sfida tra Lynn Hill e Luisa Iovane, che si conclude all’ultimo centimetro con la vittoria dell’americana: dopo l’on sight di 7a+ , Lynn riesce ad afferrare anche la catena del travaillé di 7c+.

Marco Preti. Foto: Giorgio Daidola  

La formula della competizione risulta ancora imperfetta, ma si tratta ormai di piccoli particolari. Retaggi culturali hanno per esempio impedito che le atlete si misurassero sulle stesse vie dei ragazzi (peccato, per uno sport nato nell’85 si poteva prevedere una formula unisex). Oggi c’è da domandarsi chi avesse paura: le ragazze, i maschi o gli organizzatori? Un secondo errore di Seneci (che per altro si è comportato in modo estremamente corretto, specie sulla segretezza degli itinerari on sight), è stato quello di chiedere agli atleti stessi con quale criterio si sarebbe dovuta disputare la seconda manche, resa ancora più insidiosa dal caldo. Così è avvenuto che Glowacz, primo dopo l’on sight, vincesse già la gara a mezzogiorno della domenica. In ogni caso il pubblico ha continuato a seguire con estrema attenzione gli sforzi, i voli, le rinunce e gli jeté dei concorrenti, sino alla fine, a riprova del fatto che la competizione era davvero emozionante.

Al termine della gara, gli appassionati di alpinismo avevano finalmente capito: il free climbing è già tramontato. I giovani scalatori hanno ufficialmente chiesto un arbitro che sancisca la vittoria e una folla che proclami il campione. Niente da fare, dunque: il nucleo attorno al quale orbita da sempre l’alpinismo di punta ha dato origine a un nuovo composto, a una formula esclusiva e spettacolare. Un gioco duro, serio, individuale, giusto un po’ alieno: l’arrampicata sportiva.

Rocky Master Horror Climbing Show ultima modifica: 2017-11-01T05:37:19+01:00 da GognaBlog

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