Scialpinisti e valanghe: dieci domande all’esperto

Già considerevole, quest’anno 2026, il numero di vittime dello scialpinismo.

Scialpinisti e valanghe: dieci domande all’esperto
di Agostino Gramigna
(pubblicato su corriere.it il 9 febbraio 2026)

1. Il 7 febbraio 2026, sabato, quattro scialpinisti morti tra Lombardia e Trentino. L’8 febbraio 2026 un 19enne morto in Alto Adige e altri due sulle Alpi francesi. Cosa sta causando tante valanghe?
«Sulla neve vecchia si sono accumulate le nuove nevicate, 30-40 centimetri circa. In questi casi si formano degli strati deboli: tecnicamente, una costruzione di cristallo sfaccettati. Questi lastroni sono difficili da vedere e possono staccarsi», spiega Alex Barattin, bellunese, maestro di sci e consigliere nazionale del Soccorso Alpino.

2. Che incidenza hanno le variazioni di temperatura?
«Modificano il manto nevoso. L’innalzamento delle temperature aumenta il peso proprio della neve: se appena nevicato pesa da 50 a 70 chili a metro cubo, una neve ventata arriva a 250-300 chili».

3. Quando (e dove) si staccano le valanghe?
«Sopra i 27-30 gradi di pendenza. Per pianificare il percorso ideale è necessario tenere conto di questo dato. I distaccamenti possono verificarsi in diversi posti, magari in pendii limitrofi a quello programmato per l’escursione. Occorre fare attenzione a tutto ciò che ci circonda».

4. Cosa deve fare uno scialpinista per ridurre al minimo il rischio?
«Pianificare dettagliatamente la gita. Tracciare un percorso adatto alle proprie capacità. Poi: leggere attentamente i bollettini neve emessi da ogni Regione e gli aggiornamenti. Questi bollettini contengono figure che identificano il grado di pericolo e descrizioni che bisogna leggere con attenzione. Per esempio: il grado di pericolo che va da 1 a 5, gli strati di neve che ci dicono se ci sono lastroni da vento o da deposito».

5. Chi sono le vittime più frequenti delle valanghe?
«Appartengono a più gruppi. Chi va per la prima volta ha un po’ di timore e questa reverenza non fa rischiare più di tanto. Paradossalmente la troppa confidenza, la forte conoscenza, può rappresentare uno svantaggio perché la neve ha un difetto: non sa che siamo esperti. Il pericolo è in proporzione al tempo che passo sulla neve. Questo è il motivo per cui i più esperti sono particolarmente esposti. Su un punto ci passano 50 persone e non succede niente. Poi tocca alla 51esima e viene giù tutto». 

6. Oltre ai bollettini, quanto conta l’esperienza?
«Tanto. I bollettini riguardano macro-aree. Ci dicono certe cose sul percorso che faremo. Però quando siamo sul posto dobbiamo monitorare la situazione anche attraverso la nostra esperienza. Non è che se il bollettino parla di pericolo 2 mi devo sentire tranquillo. La tranquillità è data dall’attenzione massima. Banalmente: con la neve il pericolo c’è sempre. Statisticamente il maggior numero di incidenti avviene con pericolo 2, non con 5».

7. In quale fascia oraria è consigliabile effettuare una gita?
«Al mattino presto e rientrare prima di mezzogiorno: questo è l’ideale. L’irraggiamento modifica la neve in tutta la giornata. Al mattino le temperature sono ancora basse, man mano che aumentano è il caso di rientrare. Fino al limite del bosco le condizioni sono abbastanza buone. Le problematiche iniziano alla fine del bosco, a salire. Quando si programma la gita occorre preventivare sentieri alternativi».

8. La programmazione è meglio farla affidandosi ad una guida?
«Lo si può fare con una guida che ha buona esperienza, ma anche in autonomia. In questo caso attenzione a tutti i dati che si trovano in rete perché vanno sempre valutati con criticità. I dati vanno sempre letti e rapportati alle proprie capacità. Chi lo fa saltuariamente deve essere cosciente dei propri limiti fisici. Può sembrare un’ovvietà, ma di solito è la cosa più difficile da realizzare».

9. Mettersi in marcia: con quale tipo di equipaggiamento?
«Classico da scialpinismo, occorre vestirsi a cipolla, a vari strati. Quando fa più caldo ne tolgo qualcuno. Sono tre gli oggetti da portare sempre: l’ARTVA, la sonda e la pala. L’ARTVA permette di localizzare in caso di necessità una persona: è un sistema di ricezione/trasmissione. Prima di partire si deve fare un controllo che tutto funzioni. La sonda è un bastoncino estendibile che ci permette di trovare la persona nella neve. Senza una specifica preparazione, diventa difficile se non impossibile utilizzarli in un momento di stress. Purtroppo tanti sottovalutano questo aspetto».

10. Che cosa mangiare e bere?
«L’intenso sforzo fisico va preceduto da una buona alimentazione prima della partenza. Occorre evitare di abbuffarsi e avere sempre delle tavolette energetiche, dell’acqua, e un termos con bevande calde. Evitare alcolici. Nello zaino mai dimenticare un kit di primo soccorso con un telo termico, una mantellina che può fare la differenza in caso di necessità».

Il commento
di Carlo Crovella

Trovo questi articoli insidiosi, nonostante la buona volontà di chiarire le questioni ai lettori di quotidiani generalisti. Infatti, articoli come questo incorporano l’idea che basti rispettare un decalogo, tra l’altro elaborato a tavolino, per evitare ogni rischio.

Non è così. Innanzi tutto l’esperienza non la si fa a tavolino, ma muovendosi sul terreno al seguito di persone esperte che ci insegnano come comportarci con prudenza e maturità. Non esiste un albo degli “esperti” e ognuno sceglierà gli esperti come meglio preferisce: guide alpine, istruttori CAI, capigita CAI, genitori, colleghi, amici… Arduo, però, immaginare di costruirsi una personale esperienza andando da soli fin dall’inizio…

In secondo luogo, su questo specifico argomento l’esperienza conta molto, ma purtroppo fino a un certo punto: il mondo delle valanghe è ancora un enigma non pienamente chiarito.

In più questo enigma si è paradossalmente infittito negli ultimi anni a causa dello scombussolamento termico conseguente al riscaldamento globale e degli effetti sul manto nevoso. Certi “comportamenti” del manto nevoso delle ultime stagioni sono risultati sorprendenti (anche agli occhi degli esperti) perché non si sono allineati alle conclusioni delle analisi condotte nei decenni precedenti. Quindi siamo entrati in una nuova fase della nivologia, una fase dove le indicazioni precedenti non sempre valgono come oro colato.

Insomma: massima cautela. Meglio tornare indietro che non tornare affatto. Il punto è che chi ragiona con la logica che lo scialpinismo sia come praticare un qualsiasi sport non prende neppure in considerazione un modo di pensare come questo.

Scialpinisti e valanghe: dieci domande all’esperto ultima modifica: 2026-02-21T05:14:00+01:00 da GognaBlog

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9 pensieri su “Scialpinisti e valanghe: dieci domande all’esperto”

  1. L’artva serve , ma la linea di Cominetti è condivisibile ; come dice Van de Sfroos basta che uno si allacci il casco senza contestualmente slacciarsi il cervello.
    Molte persone pensano che l’artva sia come un talismano , in realtà, purtroppo, l’artva non sostituisce il tuo buon senso e la tua prudenza.
    Chi ha visto cadere una valanga di solito non pensa idiozie come : “Posso farmi travolgere , tanto ho un artva”.
     

  2. Nicola Pech, conosco bravissimi sciatori alpinisti che non hanno mai avuto incidenti di valanga e che considerano l’ARTVA uno strumento per principianti, che serve in gran parte a recuperare più velocemente le salme, per cui non lo portano. In  realtà l’ARTVA è utile non solo per se stessi, ma soprattutto per gli altri. Se rimane sotto una valanga un amico, la moglie o tuo figlio, con l’ARTVA hai circa il 30% di probabilità in più di recuperarli in vita. Non averlo, significa perdere ogni speranza. Un po’ di tecnologia e di teoria non fa male (oltre a tanta pratica, naturalmente)!

  3. Il commento N°3 di Cominetti è la summa perfetta di ogni manuale di scialpinismo e valanghe. Basterebbero quelle poche righe per fare cultura seria di come muoversi su terreno innevato, molto più utile di mille pippe sull’arva, l’airbag ecc. 

  4. –       Il freddo non è garanzia di sicurezza, anzi mantiene l’instabilità del manto nevoso, in quanto rallenta il naturale processo di consolidamento. Dire: “fa freddo e quindi siamo al sicuro dal pericolo valanghe” è un pericoloso e diffusissimo luogo comune.
    –       partire presto e tornare presto è giusto per il pericolo valanghe, ma anche per tanti altri motivi. Affermare che partire presto va bene perché le temperature sono basse è sbagliato per le ragioni dette sopra, a meno che non ci troviamo a fine inverno o primavera. Le alte temperature sono infatti la causa principale delle valanghe primaverili, che per altro sono facilmente prevedibili, contrariamente a quelle a lastroni, tipiche del periodo invernale.
    Non è vero che il pericolo valanghe non si possa mitigare in misura accettabile, basta essere informati e preparati adeguatamente. Credo che sia più pericolosa e molto più imprevedibile la caduta massi da una parete rocciosa.

  5. Non sono d’accordo su alcuni punti, in particolare il 2 (che incidenza hanno le variazioni di temperatura) e il 7 (in quale fascia oraria è consigliabile effettuare una gita), per i seguenti motivi:
    –       l’aumento di temperatura aumenta la densità del manto nevoso, ma non il peso complessivo, visto che contemporaneamente diminuisce il suo spessore.
    –       Il forte spessore e quindi il peso del manto nevoso non è indice di instabilità. Anzi, spesso è vero proprio il contrario: spessori relativamente modesti del manto nevoso (come in questo inverno) assieme a temperature basse, favoriscono la brina di profondità e quindi l’instabilità del manto nevoso.
    Continuo nel prossimo commento

  6. Ci ostiniamo a prendere per buone tutte le teorie che gli esperti (oggi pluri titolati) fanno sulla neve, dopo che la valanga è caduta. Un modo di prevenzione attuale non esiste. La cosa migliore è avere una paura fottuta delle valanghe, così ci si tiene lontano da loro e, se si va sulla neve, non è neppure questo atteggiamento, sufficiente. 
    Non mette al riparo dalle valanghe in modo assoluto, ma l’unico sistema valido per saperne è quello di vivere sulla neve. Calpestarla dalla porta di casa, spalarla dal tetto e intorno a casa, andarci tutti i giorni sopra con i piedi o gli sci. Non sulle piste, eh…?! Su diverse inclinazioni e esposizioni, di giorno e di notte. Osservarla che slitta dal tetto. Da dentro casa (ascoltandone il suono) e da fuori. Anche sul tetto dei vicini. Fare analisi visive e tattili proprie.
    Sennò è pura accademia e alla forza di gravità non gliene importa nulla.
    Diversamente:  ci sono sempre i bollettini che sono meglio di un calcio nei coglioni, ma non di troppo.

  7. la neve ha un difetto: non sa che siamo esperti

    Pur con il massimo rispetto per Alex Barattin, questa frase passivo-aggressiva è ormai stantia, e non ha mai veramente voluto dire niente. Magari si potrebbe invece ribadire che il termine “esperto”, su terreno innevato, vuol dire davvero poco, se ci limitiamo alla sua definizione di “qualcuno che pratica per molto tempo una certa attività”, visto che la neve è una “pessima insegnante” e la fallacia di essere convinti di saperla gestire, solo perchè per anni non abbiamo provocato nessuna valanga mentre facevamo scialpinismo, è dietro l’angolo.
    Il fattore umano, non la mancanza di conoscenza degli elementi basilari di nivologia, è ormai dimostrato essere la causa di molte tragedie in valanga, è su questi argomenti che dovremmo investire più energie sia come formazione che come comunicazione.

  8. È rara la mentalità che considera lo scialpinismo un’attività tra le più complesse e rischiose al mondo. E più facile comprenderlo tra gli sport fattibili nel tempo libero come l’arrampicata indoor o le bocce.
    La colpa è della traduzione del vocabolo “playground”…
    E sulla neve ci si può divertire un sacco ma mai giocando.

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