Sesto grado in assemblea – 2
Relazione di Reinhold Messner
(Torino, 27 novembre 1976)
Dopo duecento anni di alpinismo e più di cento di Club Alpino Italiano, pare che l’alpinismo oggi, come negli anni dal 1910 al 1913, sia di nuovo in crisi. E per più motivi. Il tema che mi è stato affidato e la risposta che darò sono una dimostrazione di questa crisi.
Come premessa e per farmi capire da tutti e meglio, devo dire che vedo l’alpinismo come uno sport, però più come uno sport con carattere di gioco e meno con carattere di competizione. L’alpinismo per me non è un ‘attività santa e neanche mistica o esclusiva, ma reale e naturale, più che altro creativa. L’alpinismo è un gioco che si fonda su due basi: l’azione e l’idea. Questo è stato possibile ed è possibile soltanto per il fatto che abbiamo l’uomo da una parte e la montagna dall’altra parte. Da questa relazione uomo-montagna, in migliaia di anni, è nato un gioco sportivo. La storia alpinistica che abbiamo vissuta o conosciuta dai libri e che si racchiude negli ultimi duecento anni, si è sviluppata attraverso una serie di tappe, uno sviluppo costante. Essa dimostra peraltro che l’alpinismo ha altre tappe da raggiungere, ulteriori sviluppi. La società nella quale viviamo, d’altra parte, influisce sulle forme, sulle regole e anche sulla storia attuale o ancora da scrivere dell’alpinismo.

La storia alpinistica, dunque, si è svolta lungo la relazione costante uomo-montagna e l’alpinismo di oggi è la proiezione intellettuale e attiva di questa relazione. Vediamo di esprimere il quadro di sviluppo, l’andamento del fenomeno alpinismo, dal momento in cui la relazione uomo-montagna è diventata anche azione non necessaria per vivere.
Divido la storia dell’alpinismo attivo in tre epoche. Abbiamo incominciato duecento anni fa con le scalate delle cime più importanti delle Alpi e questa prima fase dell’alpinismo la chiamo l’alpinismo della conquista. Inizia con la prima scalata del Monte Bianco nel 1786 e finisce pressappoco nel 1865. Dopo questa prima epoca dell’alpinismo della conquista, è nato anche il Club Alpino Italiano. Insomma, abbiamo già avuto cento anni di alpinismo prima che nascesse il CAI, il DAV, il CAF, ecc.
Nascendo questi gruppi, questi Club, è nato un primo problema interno dell’alpinismo: la discussione tra l’alpinista individuo e il gruppo. Questi Club incominciavano ad influenzare, a condizionare l’individuo e l’individuo cercava di condizionare i Club e così abbiamo perdita di individualismo, di libertà, un condizionamento di idee ed azioni, una relazione che continua a nutrire una crisi nell’«autoriconoscimento», nell’«autocomprensione» dell’alpinista. Dopo questa prima epoca dell’alpinismo, nasce l’alpinismo delle difficoltà. Appena tutte le cime più alte furono scalate, parlo di dimensioni alpine, non c’erano altre cime da scalare. Fuori dall’Europa nessuno pensava di andare, perché erano sconosciute le altre montagne. Pochi, in mancanza di problemi vicini, ci potevano andare; vi è andato Whymper, dopo aver scalato il Cervino, ma si trattava di eccezioni. I giovani di allora si sono, dunque, cercati nuovi problemi per superare il vecchio limite e si sono dedicati alle pareti difficili, e ciò sino agli anni d’oro di quest’epoca, cioè gli anni trenta, tempo in cui sono state scalate tutte le pareti delle Dolomiti e molte pareti delle Alpi Occidentali, specialmente la Nord delle Jorasses, la Nord dell’Eiger, la Nord del Cervino, per citare soltanto alcune delle più importanti imprese dell’epoca dell’alpinismo delle difficoltà.
In quest’epoca, come ho già detto, c’è da osservare una prima crisi. Paul Preuss, che è uno dei primi che ha studiato e capito fin nel profondo questo alpinismo moderno, ha incominciato a dire che devono esserci delle regole per fare un «alpinismo delle difficoltà», un «alpinismo sportivo». Lui è stato il primo a definirlo sportivo, questo alpinismo. In quel periodo lui aveva dovuto soccombere nel dibattito (1911, a Monaco) con Hans Dülfer, Tita Piaz, Franz Nieberl, ecc. ed è accaduto, perciò, che si è andati avanti con il gioco «più difficoltà, più mezzi». Così si esauriva lo sviluppo di una determinata epoca alpinistica e si entrava negli anni sessanta, allorché, per la forza delle cose, è di nuovo nata l’idea di un alpinismo sportivo.
Adesso non c’erano più pareti da vincere, tutte le grandi pareti delle Alpi erano vinte. Finora, l’alpinismo fuori delle Alpi, da poco entrato nell’alpinismo normale, era stato praticato sempre da spedizioni, mentre d’ora in poi anche in Himalaya «si va in montagna» come sulle Alpi. Soltanto così è diventato possibile un alpinismo sportivo, parlandone in termini di sviluppo e di concezione a livello generale, assoluto, mondiale.
L’alpinismo sportivo, che è in un certo senso un rinascimento dell’alpinismo classico, è lo sviluppo definitivo di questo. Per me sportivo significa gioco, significa regole, regole non scritte, ma esistenti, regole rispettate e svilupparli. Oggi viviamo nell’epoca dell’alpinismo del tempo libero. Noi, la mia generazione, è affascinata da questa attività, da questo alpinismo che è stato fatto cento anni fa per la conquista delle vette e poi per vincere le difficoltà. Noi pratichiamo l’alpinismo, questo alpinismo nel quale non c’è più conquista, vittoria o necessità esterna, perché abbiamo molto tempo libero. Questo tempo libero lo sprechiamo in montagna, su qualche parete, su qualche «Ottomila», su qualche sentiero. Io non faccio differenza tra chi fa il sentiero e chi fa il sesto grado sugli ottomila metri; per me sono due alpinisti che hanno la stessa ragione di esistere e non c’è nessuna differenza, né come competizione, né come ambizione.
L’alpinismo sportivo è nato dal fatto che la tecnica a un certo momento era troppo raffinata, troppo completa per essere ancora tollerata in montagna. Appena l’alpinista ha capito che mettendo tutta la tecnica a disposizione in questo alpinismo, il problema alpinistico cade, non esiste, perché non è un problema alpinistico andare in elicottero su una cima dolomitica o sul Cerro Torre o sull’Everest, oppure col pallone aerostatico come tentano adesso. Questi non sono mezzi per risolvere i problemi alpinistici, sono semmai curiosi e stravaganti diversivi tecnici. Appena l’alpinista capisce che con la tecnica potrebbe risolvere certi cosiddetti problemi alpinistici senza dover impegnare tutta la sua forza e la sua capacità, o smette o si inganna.
Per qualcuno, non per tutti, l’alpinismo in questo momento è diventato sportivo. E qualcuno ci ha detto che se la tecnica rende possibile tutto, allora io la rifiuto, non la utilizzo, e vado su senza questa supertecnica, senza questi supermezzi.
Così, dunque, l’alpinismo diventa sportivo e di qui deriva la mia definizione di alpinismo sportivo. Così, anche, lo pratico. E sono altri, tanti, migliaia e migliaia, che lo praticano forse inconsciamente, così. Ci sono in Italia masse di alpinisti, per fortuna non tutti raggruppati nel Club Alpino, che vanno in montagna a piedi, con le proprie forze, con lo zaino in spalla. Queste grandi masse di alpinisti, col tempo libero a disposizione, fanno alpinismo sportivo. Non vanno su con la funivia, non vanno su con l’automobile. Andare con l’automobile non è alpinismo. E questo alpinismo sportivo, detto anche del tempo libero, di gioco, sulla base di una lunga storia, è ancora sviluppabile. Non intendo, però, uno sviluppo nel senso che l’alpinista di oggi può superare l’alpinista di ieri, questa sarebbe cosa vana. Non possiamo mai superare i capi scuola che ci hanno preceduti. Non è possibile superare un Bruno Detassis in arrampicata libera come nemmeno Detassis ha superato Paul Preuss, il quale ha fatto da solo la Est del Campanil Basso. Sono epoche diverse. Sono due esempi di capi scuola, l’uno degli anni 1910-12, l’altro degli anni intorno al 1930. Hanno fatto, allora, delle cose che altri in quel periodo non potevano fare. Erano i capi scuola. Walter Bonatti non ha superato un Riccardo Cassin, sono i capi scuola degli anni «Trenta» e degli anni «Cinquanta». Nemmeno si può dire che Bonatti ha superato Hermann Buhl, che era il precursore di Bonatti, e non può essere un alpinista di oggi che può pensare di superare un Jean-Antoine Carrel, un Georg Winkler o un Preuss o un Cassin o un Bonatti, per citare ancora questi nomi, e se c’è un alpinista che pensa di poter fare questo, ha capito poco dell’alpinismo.
E’, però, possibile superare i limiti che sono esistiti e per questo dico che l’alpinismo è sviluppo. Se non saremo oggi in grado di superare i vecchi limiti, non saremo altrettanto forti come uomini.
Perché i capi scuola che ci hanno preceduti, mettendoci una base, una base enorme, ci hanno dato le armi, voglio dire l’esperienza, le idee, la possibilità di oltrepassare i loro limiti con le stesse capacità fisiche e mentali che avevano loro, cioè alle medesime condizioni che anche noi possiamo avere. Stessa forza fisica significa superare la forza fisica di chi ci ha preceduti nella storia, perché l’uomo progredisce sempre. Se non riusciamo ad essere più forti, non avremo la stessa forza di chi ci ha preceduti. E questo sviluppo dei limiti è possibile in due momenti: una volta nell’azione e la seconda nel pensiero. Da questo punto in poi, nella mia relazione, vorrei separare i concetti, vorrei dividere azione e pensiero. Altrimenti diventa troppo complicato e soltanto alla fine, poi, della mia relazione, cercherò di raggruppare ancora questi due problemi fondamentali.
Prima domanda: che cosa è lo sviluppo nell’azione? Per far capire questo devo di nuovo dividere. Incomincio adesso a fare una serie di riflessioni, non direi filosofiche, perché la filosofia della montagna per me non esiste. Devo dividere per poter poi di nuovo raggruppare per far capire la possibilità di sviluppo nell’azione.
Che cosa c’è dentro, che cosa c’è dietro quest’azione? L’avventura alpinistica si può dividere in tre avventure, in tre sentimenti fondamentali nell’uomo. Il primo è il sentimento del successo, il secondo l’avventura romantica, e il terzo la visione. Ce ne sono altri, ma questi sono i principali. E adesso incomincio a dire che cosa è svilupparle nel successo; nel sentimento del successo. Prima bisogna dire che il sentimento del successo con tutto quello che c’è dietro come l’ambizione, è naturale, è normale. L’uomo è fatto così e non si può dire che l’ambizione è un cattivo sentimento, indegno di un alpinista. Per me in alpinismo non esiste il sentimento brutto e quello bello, è tutto naturale. L’uomo è fatto così, dobbiamo accettare il successo e l’ambizione, anche negli altri. E se uno per sé non lo accetta, perché ha sentito dal CAI, da cento anni, da qualche libro alpinistico che l’ambizione è una cosa non…ammessa, non giusta, non bella, allora spesso diventa alienato, è un individuo infelice. Ma accettiamo il successo e l’ambizione come una cosa normale, ecco che cercare questo successo diventa naturale. E cercando il successo si perviene alla competizione. La competizione che non si può fare da uomo contro uomo, ma che risulta portando avanti i limiti, sempre ricordando che non si possono superare i capi scuola del passato. Invece si può superare il limite da essi stabilito. Se seguiamo gli altri sport, vediamo che in tutti il limite umano viene sempre superato, anche se di poco, nel corso degli anni, della storia. Nel salto in alto misurabile in centimetri o millimetri, nella corsa in pochi centesimi di secondo, ecc.
E’ anche necessario che questo limite venga superato, venga spostato in avanti, perché come ho già detto, se l’alpinista di oggi, come uomo, come sportivo, con la forza, con l’entusiasmo, con tutto quello che ha, è forte anche soltanto almeno come l’uomo di venti anni fa, allora sfruttando le esperienze e le tecniche più aggiornate è in grado di fare un passo avanti, deve essere in grado di fare un passo avanti. Questo è logico: possono superare i limiti precedenti perché si parte da un’altra base. Se ho detto, infine, che c’è la competizione, questa non esiste soltanto per chi fa il sesto grado e l’altro che tenta o già mira al settimo grado. Questa competizione io l’ho vista più che nell’alpinista estremo, in quello che fa le camminate, specialmente in coloro che vanno a fare i 5-6000 metri con il trekking in Nepal. Non ho mai visto delle persone tanto sfinite come quelle che tentavano di fare un 6000 in Nepal, che erano alpinisti medi. E per me questo era del tutto normale. Che mettessero tutta la loro forza per arrivare ad una certa quota, deriva anche dall’ambizione. Ma non mi venga qualcuno a dire, non venga dire a me, che noi alpinisti di estrema difficoltà, degli 8000, del settimo grado, siamo più «competitivi» degli altri. Perfino quello che va a fare un sentiero in Dolomiti ha la stessa sensazione del successo dell’altro che va a 8000 metri, che fa l’Everest. Soltanto le possibilità personali sono diverse, ma non l’ambizione, la sensazione del successo.
Quante volte ho sentito: un mio amico ha fatto il Cervino, vado a farlo anch’io perché sono bravo come lui! Non c’è differenza tra chi fa l’Everest e chi fa il Cervino o chi fa il semplice sentiero. Già se parliamo di alpinisti bravi e meno bravi entriamo nella competizione. Non si può tuttavia misurare la bravura dell’alpinista, non si può dire io sono più forte di te. Nessuno mi dica che io sono il più bravo alpinista del mondo. Questo non è vero, non si può misurare la bravura, è impossibile. Si possono misurare casomai i successi, ciò che uno fa. I successi sono misurabili e vengono misurati e, di nuovo, non soltanto tra quelli che fanno l’alpinismo di punta, ma fra tutti. L’alpinista di punta, però, viene visto non solo da tutto il mondo alpinistico (che è poi un mondo molto ristretto), ma anche da tutto il resto del mondo e così questo alpinista di punta è più esposto alle critiche, si trova al centro di eterne discussioni.
Dopo aver trattato, dunque, del successo, arriviamo adesso all’avventura romantica.
L’avventura romantica è accessibile a tutti e non c’è, ancora una volta, differenza tra chi fa il sentiero e chi fa il settimo grado o gli 8000 metri. Perché questa avventura romantica dipende soltanto dalla sensibilità della persona, dell’individuo che fa questo alpinismo. C’è chi ha imparato a vedere e a sentire e a vivere e c’è chi non l’ha imparato. E la maggior parte di noi andando in montagna cerca questa avventura romantica come cerca il successo. Nessuno può dire: «io vedo di più, in montagna, io vivo un’avventura più grande e romantica della tua». Non si può sapere, non si può misurare l’avventura individuale. Si può misurare il successo. Spesso sento dire che noi alpinisti estremi andiamo sugli 8000 metri ma vediamo soltanto la vittoria e non vediamo nemmeno il cristallo della neve, non vediamo il ruscello, il tramonto. Non mi arrabbio per questo, ma affermare ciò è una prepotenza. L’avventura romantica dipende soltanto dall’individuo, non dipende da ciò che fa.
Il terzo aspetto che sto esaminando è la visione.
Nella visione riconosco la possibilità che, alcune volte, specialmente in situazioni limite, ci capita di uscire al di là delle normali forze e situazioni mentali dell’uomo. E situazioni limite possiamo averle dappertutto, sugli 8000 metri, sul sentiero, per chi ha la forza di fare come limite il sentiero scosceso su una morena o su un prato ripido. Questa visione è ciò che ci fa capire noi stessi, ci fa riconoscere internamente, direi istintivamente, in relazione col mondo, con tutto quello che generalmente ci sta attorno. Ecco, forse la visione è la situazione più importante quando facciamo l’alpinismo. Impariamo a capire certe cose che sono attorno a noi, impariamo a vedere più chiaramente il mondo, anche quello alpino, in una armonia che forse in città non potremmo raggiungere.
Successo, avventura romantica, visione, sono possibili per ogni alpinista e non dipendono dalla difficoltà che si incontra o dalla quota che si raggiunge. E ripeto che di misurabile, nelle tre situazioni, c’è solo il successo.

Per far capire il possibile spostamento di quei limiti dei quali devo parlare, incomincio adesso con un elenco di possibilità concrete. Ho detto che vedo l’alpinismo come un gioco, come uno sport con carattere di gioco. Questo sport ha delle regole e queste regole sono nate nel momento in cui l’alpinista ha capito che la tecnica rende possibile tutto e che si possono anche cambiare, e poi che c’è anche la competizione. Tutto ciò è logico, è naturale. Si parla di tanto in tanto del «fallito»: secondo me questa definizione è storta, non è chiara, non è appropriata, perché non è malato il fallito, è «malato» il pensiero del fallito, l’analisi di chi si giudica così e di chi giudica in tal modo il cosiddetto fallito. Questa definizione è anche autodifensiva, come potrei anche dimostrare, volendo.
Che cosa, oggi, si può fare per superare i vecchi limiti? Si potrebbe fare la super-libera. Questa parola viene da Bruno Detassis che l’ha inventata. Detassis ha subito capito che cosa vogliono fare gli alpinisti di oggi, i quali vogliono superare i vecchi limiti. La super-libera che cosa significa? La super-libera in confronto o al contrario della super-direttissima è una via che si fa con pochissimi mezzi artificiali, al limite con nessun mezzo artificiale. La cordata deve salire mettendo esclusivamente i chiodi di sosta. Ma una simile salita può essere fatta soltanto se chi sale lo fa sicuro al cento per cento, esclusa la caduta, la caduta dei sassi o uno svenimento. Ma il capocordata deve essere padrone delle proprie forze e delle proprie capacità in ogni punto. E cercando questa super-libera, come già in California si fa (dicono che sono riusciti a farla), si supera automaticamente il vecchio sesto grado.
Cercando questa super-libera gli alpinisti delle Dolomiti o delle Alpi non arrivano soltanto al settimo grado. Ho scritto un libro sulla questione e il concetto dovrebbe essere chiaro perché è un problema matematico, che non è nemmeno da discutere, come uno più uno fanno due. Non sarà raggiunto in tal modo soltanto il settimo grado, ma anche l’ottavo e forse il nono. In America sono arrivati da 5.9 negli anni ’70, a 5.14. In sei anni sono avanzati non di un punto, ma di cinque punti e hanno dunque raggiunto il settimo grado, forse l’hanno superato.
Questa super-libera, naturalmente, occorre elaborarla in palestra. Per farla anche in montagna bisogna allenarsi e non bisogna allenarsi soltanto per fare una via più difficile, ma anche per non cadere. Chi vuoi fare questa super-libera senza avere in sé la forza per farla, deve allenarsi perché altrimenti è troppo pericoloso, semplicemente. Se uno sportivo del fondo si allena per vincere ha certe ragioni per farlo, ma se l’alpinista si allena per non cadere, di ragioni ne ha molte di più… Un alpinista che non si allena e fa una via di sesto grado o tenta di fare un Ottomila, per me è un suicida, è un matto, è una persona non saggia. Se uno va a fare un sesto grado con tanti o troppi chiodi, non fa un sesto grado, ma fa dell’alpinismo qualunque, di esibizione, di hobby, di alienazione e non entra nel mio discorso, non mi interessa. Se invece va a cercare dei nuovi limiti, o si allena o si ammazza.
Per chi non ha la capacità, l’entusiasmo, o la voglia di fare questa super-libera, una via nuova, insomma, un’altra possibilità sono le vecchie vie senza o almeno con meno chiodi. Perché nessuno ha mai tentato di scalare la Nord della Grande di Lavaredo invece che con cento chiodi, con cinquanta soltanto? C’è chi ha fatto il Naso del Capitan in California senza usare il martello, da soli hanno fatto la Salathé, che è una via tra il sesto ed il settimo grado, pressappoco. Uno l’ha fatta senza usare il martello, con qualche blocchetto e per il resto tutta in libera. E sono pochissimi quelli che cadono in quella zona.
Questo alpinismo senza o con pochi chiodi è più elegante, più sportivo e da nuove dimensioni non soltanto fuori dell’Europa. Potrebbe dare nuove dimensioni nella palestra di casa nelle Alpi Occidentali, specialmente nelle Dolomiti dove negli anni «Trenta» l’arrampicata libera toccò altissimi vertici che oggi si raggiungono, sono raggiunti specialmente nella Yosemite Valley.
Un’altra possibilità di «superamento» sono le combinazioni di vie classiche. Si può fare sul Monte Bianco, per esempio, una via Bonatti sul Pilier d’Angle e poi scendere, salire il Pilone Centrale del Frêney, come ha fatto Nicolas Jager, un francese, due anni fa. E poi ancora in solitaria una bellissima combinata: tutte le vie della Brenva. Bisogna avere la fantasia, l’idea di andare là e di tentare queste combinate.
Tutti questi sono possibili sviluppi di quel limite che ci era noto sino ad oggi. Come stanno facendo gli americani, gli scalatori californiani che sono già usciti dalla Yosemite, considerandola quasi una palestra e vanno in Alaska, dove fanno vie che hanno 1500 metri di dislivello e sono molto più difficili delle vie più difficili delle Alpi.
Molto c’è da fare per raggiungere quel limite che è stato raggiunto dagli statunitensi. Dobbiamo specialmente uscire dai nostri ristretti limiti che ci sono stati fissati negli anni «trenta» e che ancora ci portiamo addosso. Noi nelle Alpi ci siamo fermati sulla Nord dell’Eiger e sul sesto grado.
La quarta possibilità di superare i vecchi limiti sono le pareti vergini di tutto il mondo. Non cito esempi perché le possibilità sono infinite. È stata fatta poco tempo fa la Torre di Trango, una bellissima guglia in Pakistan, nel Karakorum. Torri del genere, 6000 metri di quota, sesto grado, ve ne sono a migliaia e considerando anche le pareti ancora vergini, basteranno per la forza e l’ambizione di tutte le generazioni di alpinisti che verranno dopo di noi.
Poi non c’è soltanto l’Himalaya, ma si può andare in Sudamerica, in Alaska, in Canada, in Nuova Guinea, nella Groenlandia, dappertutto vi sono problemi alpinistici e dipende da come li affrontiamo che essi rimangano problemi veri.
Definisco adesso il limite generale dell’alpinismo. C’è un limite generale dell’alpinismo non raggiungibile, ma pensabile, che si può ideare; questo limite è l’Ottomila per la sua via più difficile, fatto da un solitario e senza uso di tecnica e tantomeno di ossigeno, da fare come Preuss nel 1911 fece la Est del Campanil Basso, con lo stesso metodo. È questo il limite generale dell’alpinismo e tutti i progressi che d’ora in avanti si faranno, sempre se la mia teoria, che l’alpinismo è svilupparle, che si possono superare i vecchi limiti, è giusta, si muoveranno in quella direzione, verso quel limite assoluto. Dunque un Ottomila per la via più difficile, da un uomo solo, senza usare ossigeno, chiodi, corda, ma soltanto con gli abiti e la piccozza e i ramponi. La via deve essere logica, elegante, non suicida, naturalmente. Io questo limite lo immagino, mi piace immaginare questa possibilità, la montagna più grande per la parete più difficile perun uomo solo, dunque più debole.
I veri problemi alpinistici di oggi significano un superamento dei vecchi limiti. Sono problemi che ieri non erano ancora problemi perché nessuno nemmeno pensava di risolverli, perché ieri non erano possibili. Un problema di oggi è un problema che ieri non era possibile, un problema di domani è un problema che oggi non è ancora possibile. E ci sono dei problemi che oggi non sono ancora possibili.
In Dolomiti che cosa significherebbe superare i vecchi limiti? Fare una via dove l’alpinista più forte di adesso non riesca a salire nemmeno di cinque metri. Dove non possano attaccarsi e andar su i più forti sestogradisti di adesso. E questo significa fare una via tutta in libera o quasi tutta in libera, sempre calcolando che bisogna essere sicuri per farlo. Chi ci prova e cade per me non conta, conta soltanto colui che non cade, che è sicuro, padrone delle proprie forze. E se uno domani andasse a fare una via come quella che Bruno Detassis ha fatto sul Crozzon o sulla Est della Brenta Alta nel 1935, una «via delle Guide» ma con difficoltà di un grado, due gradi maggiore, ecco che avrebbe superato i vecchi limiti. È possibile questo, perché non è detto che quegli appigli, quegli appoggi che ci sono sulla «Via delle Guide» offrano il minimo margine sul quale si può procedere. Se uno si allena per un anno intero, per due, per cinque anni, può andare su quasi dappertutto, non sul muro, ma quasi sul muro e allora può fare anche il settimo grado, l’ottavo, il nono. Se volete che vi citi qualche via, posso farlo, ma penso sia meglio lasciare a ciascuno l’idea, la fantasia, la capacità di trovare questa possibilità e di tentarla.
I problemi sulle montagne del mondo sono infiniti, come ho detto, ed i problemi alpinistici di domani saranno quelli di fare una traversata su per la Cresta Est del Lhotse, scendere al Colle Sud, andare sull’Everest, scendere sul versante Nord, se politicamente questo sarà possibile. Attraversare tutti e quattro i Gasherbrum sarà un altro problema del futuro. Adesso possiamo soltanto immaginarli. Io non avrei il coraggio di tentare una traversata di tutti i Gasherbrum, ma forse vivrò ancora quando un gruppo di alpinisti, due, quattro, partiranno e faranno questa traversata, oppure quella delle vette del Broad Peak, oppure del Gruppo dell’Annapurna, ecc.
Ma lo sviluppo di questo alpinismo comporta il superamento dei vecchi limiti e questi limiti saranno superati soltanto se c’è anche uno sviluppo mentale, se c’è uno sviluppo del pensiero.
Dunque dopo quanto ho detto sull’azione, vorrei esprimere alcuni concetti sulle idee, sul pensiero alpinistico.
Nel campo del pensiero cosa dobbiamo fare per lo sviluppo dell’alpinismo che oggi rimane ostinatamente chiuso, ostinato, almeno secondo me?
L’alpinista deve diventare autocritico ed io spero di aver fatto il primo passo in questa direzione quando ho scritto il mio ultimo libro sulla spedizione italiana al Lhotse e quella al Gasherbrum. Dico che l’alpinista è un grande egoista. Andando in Himalaya conta anche l’ambizione che c’è in tutti noi. È ora di parlare di queste cose, che stanno «dietro» la facciata e che nessuno o pochi hanno il coraggio di dire. Dunque nel mio libro affermo che se casomai nella nostra spedizione al Lhotse ci fosse stato un eroe, questi è stato Aldo Anghileri, il quale ha avuto il coraggio di dire: «A me questa parete non interessa, io me ne vado a casa, perché mia moglie ed i miei bambini mi interessano di più». Questo è un esempio dell’autocritica che a tutti noi serve e che serve anche per distruggere quei miti che sono nati non soltanto nel pubblico non critico, non specialista, ma anche a causa di coloro che hanno scritto i libri e le relazioni.
L’alpinismo deve diventare antieroico. L’alpinista è un uomo normale, del tutto normale, è semmai un campione, un campione sportivo come ci sono altri campioni sportivi. Se si parla di eroi in montagna si può parlare di questi eroi soltanto in relazione con il soccorso alpino, ma in nessuna altra occasione. Anche se uno va a fare gli 8000 in solitaria, se uno tenta il limite assoluto dell’alpinismo, non è un eroe, è un uomo normale che ha la capacità, la voglia, l’orgoglio, l’ambizione di fare questo e se riesce a farlo è un alpinista eccezionale, un grande campione, ma non un eroe.
Poi la storia dell’alpinismo è tutta da rifare, dobbiamo rifarla, dobbiamo studiarla meglio e andare a vedere «dietro» le cose, oggettivamente, e non metterle in una luce eroica come è stato fatto fino a pochi anni fa.
Poi vorrei dire qualche parola sull’umanità. Bisogna dire ai giovani che non è importante fare gli 8000 o il sesto grado quando incominciano ad arrampicare; importante è che loro abbiano la possibilità di svilupparsi, di avvicinarsi a quel limite che è alla loro portata. Molto più importante della quota o delle difficoltà, è l’uomo, la sua vita. Raggiungere l’Everest non ha un significato speciale per il mondo, ha un significato soltanto per colui che lo raggiunge; e non è importante per il mondo, per l’umanità, che l’Everest sia stato scalato. Non era importante che Hillary salisse sull’Everest; è stato importante per lui, e per chi è salito con lui. Questo vale per coloro che sono saliti su come primi sul K2 e anche per coloro che sono saliti come secondi, terzi, ecc. Vale per chi domani andrà sull’Everest. Salire su una montagna è importante per chi sale, non per l’umanità, né per uno Stato. Io in montagna vado per me. Sono io stesso la mia patria e il fazzoletto è la mia bandiera.
Anche le regole c’entrano con lo sviluppo dei pensieri. Le regole che in alpinismo esistono , non sedile, sono sempre esistite da quando si parla di un alpinismo sportivo. Queste si sviluppano e soltanto nella relazione, nella riunione, nella discussione queste regole possono svilupparsi e bisogna, di tanto in tanto, discuterle per andare avanti. Anche per questo sono venuto a Torino a portare nella discussione le mie idee su questo tema.
Un grande problema è la sincerità. È molto importante che l’alpinista che parte o che ritorna sia sincero. Non vai neanche la pena di essere non sinceri perché non è tanto importante questo alpinismo. E così non capisco come mai una spedizione può partire per la Torre Egger, come è stato fatto un mese fa, e dire che andranno a scalare per la prima volta quella Torre, quando tutto il mondo alpinistico sa che quella Torre era già stata scalata un anno prima dagli americani.
Non si può fare questo: lasciare tutto il mondo alpinistico italiano intenzionalmente poco informato, o con informazioni false. Questo devo dire anche perché non esistono buone riviste in Italia. E così c’è chi fa credere che vanno a tentare una torre ancora da violare. Era stata scalala prima che partissero le guide di Canazei e dunque non c’è stata sincerità a dire che quella Torre era vergine, se sapevano, e lo sapevano, che era stata scalata.
Poi mi pare necessario esaminare la questione della tolleranza. Tolleranza nel senso che ognuno deve lasciare all’altro il suo modo di andare in montagna, e poi anche deve lasciare all’altro le sue avventure, quelle romantiche, quelle visionarie. Nessuno ha il diritto di dire: «quello lì va in montagna perché vuole il successo e perciò non riesce nemmeno a godere un tramonto o cose del genere». Questo si sente affermare e non è giusto. Ognuno ha il diritto di fare quello che vuole e specialmente l’alpinista, anche quello di punta, ha il diritto di fare quello che vuole, quello che può. Tanto non può fare più di ciò che può fare. Io dico che non è stato disumano ciò che ha fatto un Buhl, o ciò che ha fatto un Bonatti, ma è stato
disumano come queste due persone sono state trattate dagli alpinisti italiani, austriaci e tedeschi. Sono due esempi tipici di alpinisti rovinati dagli ambienti dell’alpinismo. Perché? Perché emergevano dal grande alpinismo. Così entro per la prima volta in polemica. L’astio, il sabotaggio morale nei confronti di questi due alpinisti dimostra chiaramente che ci troviamo in un periodo di grande crisi dell’alpinismo. Fino agli anni «Cinquanta» ognuno poteva fare ciò che voleva e aveva ancora la possibilità di vivere nella società. Ma dal 1955 in poi chi emergeva, chi veramente si distingueva nel campo del grande alpinismo, diventava il bersaglio di quanti, nell’ambiente, erano stati sino a poco prima amici, rispettati e rispettosi. Tale aggressività dell’ambiente costringeva ad uscire dalla società, a non viverci più. Buhl è morto, e secondo me è stato ucciso dalla società, e Bonatti, per non morire, si è ritirato dall’alpinismo. Ma Bonatti non si è ritirato dall’alpinismo perché non era più forte, lui si è ritirato perché altrimenti moriva anche lui, perché l’hanno rovinato i meno forti e se qualcuno volesse saperne di più, abbisognasse di dettagli su questa mia teoria, posso accontentarlo. Ho tentato di studiare a fondo questi due personaggi che, ripeto, sono l’esempio tipico dell’entrata in crisi dell’alpinismo. E questa crisi forse è nata perché non c’è tolleranza, perché anche gli alpinisti, molti di essi, non considerano legittimo l’orgoglio dell’alpinista forte, la sua ambizione e il suo diritto al successo.
E veniamo all’ultima sfaccettatura dello sviluppo del pensiero alpinistico: la fantasia. La fantasia è molto importante. Uno che non può immaginarsi un problema alpinistico non può nemmeno risolverlo. La fantasia viene sempre per prima, perché è l’«idea». La nuova via va «ideata», il problema va ideato e poi è possibile risolverlo o cercare in se stessi la forza per risolverlo. Mi è stato anche chiesto, in questa relazione, che cosa io stesso faccia, personalmente, per cercare sempre nuovi problemi. Per me è molto chiaro. Io in tutta la mia vita non ho mai piantato un chiodo a espansione e spero di non farlo mai. Io nella mia vita non ho mai usato ossigeno per superare una nuova quota, per raggiungere una vetta, un Ottomila. Se sarò in futuro meno forte per fare le grandi vette, per fare il sesto grado, io spero di avere la forza morale di ritornare sulle vie più facili, sulle quali ventisette anni fa ho cominciato. Non vorrei fare, con mezzi non legittimi, delle cose in modo tale da far intendere a qualcuno, che forse non è documentato, non può capire o non capisce, che sono ancora forte come una volta, come prima. L’uomo è forte fino a trent’anni, forse fino a trentacinque, per poter fare certi limiti, risolvere certi problemi che significano superamento, poi non lo è più, deve capire che da quel momento le sue forze diminuiscono. Penso anche che avrò la forza di non aggirare le regole che mi sono fatto io stesso, le mie regole, insomma.
Intendo rimanere l’alpinista che ero, con le mie regole, imponendomi di non rifiutarle, accettandole anche quando non avrò più la forza necessaria per risolvere certi problemi sui quali mi sono impegnato e che in parte hanno significato un superamento dei limiti conosciuti sino a quel momento.

Io ho avuto la fortuna di non aver mai voluto in vita mia superare altri alpinisti. Questo mai. Non ho mai voluto superare un Buhl, un Bonatti, un Cassin. Non ho mai pensato di farlo. Per me questi alpinisti sono dei capi scuola, e lo rimarranno per sempre. Non sono degli dei, non sono divi, per me. Non sono persone eccezionali, ma molto simpatiche, sono uomini coi loro problemi come anch’io ho i miei problemi. Anche tra i miei contemporanei non ho mai avuto l’idea di superare questo o quello. Sono stato spinto da una sfida: c’era per esempio in me la possibilità di scalare un Ottomila in due, un gioco, una possibilità, una sfida, appunto. E ho tentato. Ci sono altri giochi che mi interessano.
Che cosa ho fatto oltre queste cose? Che cosa faccio? Metto in discussione le mie idee, e questo significa che cerco di aiutare i giovani a trovare nuovi limiti; ho messo a disposizione l’idea del settimo grado, che era il primo tentativo di trovare nuovi limiti. Il problema fondamentale è matematico, ma trova vita solo nell’azione. Ho parlato del limite generale dell’alpinismo, quello assoluto e poi ho anche tentato, rimanendo alla mia esperienza personale e alle mie conoscenze, di scrivere una storia il più possibile reale; la mia storia alpinistica che è poco mistica. La sincerità. Ho sempre avuto il coraggio di dire, quando sono ritornato senza aver raggiunto l’obiettivo, ciò che andava detto, senza reticenze, senza nascondere nulla: così dal Lhotse, dal Makalu, da altre montagne; e penso che in futuro, più di quanto mi è accaduto in passato, avrò il coraggio di far conoscere i miei reali problemi personali, che vivo lassù, che non c’entrano con la parete o con il sesto grado; problemi personali, esistenziali, problemi inerenti il rapporto alpinista-moglie che sta a casa, il rapporto alpinista-figli (nel mio caso non esiste alcun problema, ma… il problema resta).
È molto importante che l’alpinista diventi del tutto sincero perché anche se uno scrive, se uno racconta soltanto la metà delle sensazioni, dei contrasti di ogni genere, della sua esistenza nel corso di una spedizione extraeuropea, non è sincero, anche se tutto ciò che dice è vero. Se tralascia qualcosa già non è più sincero al cento per cento. Il silenzio non sempre è d’oro, a volte è reticenza.
Le mie regole, che da me stesso mi son date, sono tre: la prima è la disciplina del rischio. Se io mi vanto di qualcosa, non lo faccio a proposito di certi «record», come quello, per esempio, di essere l’unico uomo ad aver salito tre Ottomila; non mi vanto delle prime realizzate qua e là nel mondo, mi vanto di una sola cosa: non sono mai «volato». Dopo 1500 ascensioni, posso dire di non aver mai fatto un volo, né grave, né leggero, nemmeno di dieci centimetri. Questo significa che la prima regola, quella della disciplina del rischio, l’ho rispettata bene. Non dico che io non potrò mai volare, dico che sino a questo momento non sono mai «volato».
Io tento di rimanere sempre al disotto del mio limite in modo che l’alpinismo non diventi troppo rischioso e se c’è qualcuno che è per un alpinismo sicuro, io sono costui. Non sono uno che segue, che ha mai seguito, la filosofia di Eugen Guido Lammer, come sovente viene detto. Non sono legato all’alpinismo del superuomo; al contrario io sono per la sicurezza e il fatto di essere sempre riuscito a rispettarne le regole, mi da la possibilità di rifiutare tutte le accuse che mi si rivolgono di andare in cerca di rischio, addirittura del suicidio.
Sul concetto della sicurezza in montagna non accetto critiche da nessuno perché non esiste nessun altro alpinista che ha fatto tante vie e tante vie difficili e non è mai «volato».
La mia seconda regola è: una salita per me vale tanto di più quanto di meno dipende dalla tecnica. Questa regola comprende l’intero mio concetto sportivo dell’alpinismo ed è da questa regola che nasce, che si concretizza l’idea del limite assoluto.
La mia terza regola me la sono stabilita soltanto per poter continuare la mia attività da un punto di vista logico e semplice. Io conosco la situazione di Bonatti, conosco abbastanza bene qual era quella di Buhl, attraverso il racconto di sua moglie. Purtroppo io mi trovo in una situazione molto simile. Ma io non mi ritiro dall’alpinismo e non ho intenzione di cadere. In me c’è ancora quella volontà di sopravvivenza che serve per poter sopravvivere lassù; non sono ancora riusciti a farmela smarrire.
Oggi dopo tutte le critiche che mi sento addosso, non voglio cambiare strada. Non sono io, è l’alpinismo di oggi che è malato, storto, ostinato, chiuso. Poiché sono profondamente convinto di ciò, posso continuare la mia strada.
E arriviamo alla conclusione. Per trovare un nuovo limite, che significa il superamento dei vecchi limiti, non dobbiamo cercarlo. Non è necessario cercare questo limite, dobbiamo però cercare una nuova relazione tra uomo e montagna e questa nuova relazione sarà trovata se le giovani generazioni andranno là e arrampicheranno. In montagna e sulle montagne di tutto il mondo c’è tanto da fare, tanti problemi. Non dobbiamo più distinguere tra spedizione e scalata, Himalaya o Ande. È importante andare con entusiasmo; chi non ce l’ha rimanga a casa.
Non dobbiamo nemmeno più distinguere tra himalaiano e alpinista delle Alpi: tutti sono alpinisti. Uno va a fare il sesto grado, l’altro va a fare il sentiero, il terzo va su un Ottomila. È sempre la stessa cosa, a patto che non vi sia tecnica speciale, a patto di non uccidere l’avventura con i mezzi artificiali.
Prima che possano nascere nuovi limiti, debbono cadere i vecchi, che intanto sono pregiudizi. Non esistono quei limiti, come il sesto grado. Il sesto grado è superabile. Non esiste il limite dell’ottomila non superabile. È chiaro che l’Everest come quota non è superabile. Ma sull’Everest si può forse andare anche senza ossigeno.
Soltanto dimenticando i vecchi limiti, il sesto grado come limite, l’Ottomila come limite di quota da raggiungere, possiamo trovare nuovi limiti e se un gruppo di alpinisti, in due, in quattro o in sei, non importa quanti, vanno là, su tutte le montagne del mondo e tentano una vetta, una parete corrispondente alle loro forze, alla loro determinazione, alla loro volontà, andranno a vincere.
La mia proposta è dunque di un alpinismo creativo e questo alpinismo creativo è possibile se accettiamo l’alpinista come una persona normale, l’ambizione come una cosa normale. Se dimentichiamo i limiti esistenti, che infine, ripeto, altro non sono che pregiudizi, se lasciamo perdere tutta l’esteriorità, ciò che ci trasciniamo da cento anni, se tolleriamo l’alpinista migliore se ognuno tollera l’alpinista migliore, se non distinguiamo più gli alpinisti in occidentali e in dolomitisti, himalaiani e così via, se vediamo l’alpinismo come una cosa normale, naturale, se non facciamo più differenza e differenze tra uomo e donna in montagna, a patto che ciascuno con la propria autocoscienza stabilisca il proprio limite.
Se dunque ciascuno tenterà di realizzare se stesso, anche il limite generale si sposterà sempre più avanti. Lasciando l’uomo libero di creare, di pensare, di crescere, i limiti umani si sposteranno in avanti, come un fatto naturale.
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Ovviamente, essere storico incorpora una profonda, sistematica e faticosissima attività di ricerca, elemento che, passo dopo passo, ti fa crescere e al contempo ti permette di conoscere i fatti anche senza esserne stato testimone oculare
Per essere un buon storico devi conoscere i fatti, se non li conosci devi saper indagare, cercare documenti, storie, protagonisti e testimoninze. Fatto questo devi essere onesto, cioè non di parte, devi raccontare la verità e non la tua verità. Si puo commentare , ma la verità è una sola. Se poi sai scrivere, esporre bene e appassionare, è la ciliegina sulla torta.
Non ci si improvvisa alpinisti.
Così come non ci si improvvisa storici.
Indubbiamente la conoscenza diretta di personaggi e degli eventi è un “plus” che si avverte, ma, se limitassimo la possibilità di effettuare ricerche sull’andar in montagna solo a questa fattispecie, avremmo perso molti testi di valore e soprattutto di piacevolissima lettura. Aggiungo che molti giornalisti di fatti alpinistici, accreditati in quanto tali, NON sono per nulla alpinisti di valore. Evito di citare i contemporanei. Mi limito a sue nomi del passato, importanti come divulgatori e anche come “inventori” di novità alpinistiche: Vittorio Varale e, in anni diversi, Emanuele Cassarà.
Anche in questi risvolti, più editorial-letterari che prettamente operativi in parete, la valutazione dipende molto dall’importanza soggettiva che ciascuno affida all’opera scritta. A chi piace (come a me) il libro in quanto tale, il fatto che sia scritto da un autore che sia solo storico o che sia uno storico-alpinista, poco rileva. Anzi nulla. L’importante che il libro mi prenda. Devo dire che capita spesso che gli “alpinisti” non siano degli scrittori raffinati e la loro lettura non è quindi agevole. Se certi testi (di “alpinisti”) scorrono, non è escluso che ciò accada perché sono stati rivisti da professionisti del settore. A ciascuno il suo mestiere.
Buongiorno. Certo che leggendo questo suo scritto del 1976, il “vecchio” Rainoldo aveva già le idee ben chiare sull’alpinismo di quegli anni ma soprattutto come si sarebbe sviluppano nei tempi a venire, naturalmente dimostrando al mondo della montagna cosa aveva saputo fare in alpinismo negli anni precedenti a questa relazione. Allora scriveva: ” ma sull’Everest si può forse andare anche senza ossigeno”, probabilmente aveva già la scintilla accesa di questa nuova sfida himalayana che avrebbe realizzato poi!!! Pensando ora all’Everest e a tutte le cime sopra gli ottomila metri, il modo falso e assurdo di come vengono saliti in questi ultimi anni!!! Veramente uno squallore. Buona giornata.
Apprezzo e seguo anch’io le lezioni di Barbero e altri storici ma terrei l’alpinismo da parte perché è un’attività diversa.
Esempio vicino a me perché lo conosco di persona: quando Furio Focolari commentava gli slalom di Tomba era ridicolo (pur conoscendone alla perfezione la storia) ma andava bene a quelli come lui, ovvero la maggior parte. Quando il commento era di De Chiesa o di Gattai la differenza (in meglio) era ovvia.
Barbero, Baricco, Mieli e similia commentano e illustrano fatti politici e storici umani, in cui è abbastanza facile immedesimarsi ma credo che l’alpinismo, attività socialmente inutile, sia un’altra cosa.
Almeno, io ce la vedo la differenza tra chi è storico e chi è storico/alpinista di un certo livello.
Casara su Comici, Livanos su Cassin, non si possono paragonare per esempio, a Smart su Comici o, ancora peggio, a Alverà su Bonatti.
Poi, i gusti son gusti…
Tutta la Storia, non solo dell’alpinismo ma dell’intera umanità, è scritta dagli storici. Se assumiamo che per analizzare fondatamente Alessandro il Grande o Napoleone occorre esser stati grandi condottieri, se non non si “comprendono”, non avremmo nulla della storia dell’umanità. Il mio concittadino Alessandro Barbero è un grande esperto, in particolare, del Medio Evo: studia e racconta eventi e personaggi di mille anni fa! Quindi è fondato che la storia dell’alpinismo sia scritta dai rispettivi storici, che a loro volta possono esser alpinisti impegnati oppure no. in genere non lo sono e spesso è un vantaggio, perché si analizzano le cose con la freddezza e la lucidità del “terzo”. La variabile chiave è avere le capacità dello storico, questo sì. Quindi non tutti gli escursionisti possono capire gli alpinisti di vertice, ma solo quelli che, per interesse o talento, si applicano a studiarli. D’altra parte il fenomeno “alpinismo” a sua volta è molto ma molto più ampio del solo alpinismo di vertice. Se assumiamo che gli alpinisti siano “solo” i Messner, i Bonatti, i Gogna, ecc, il 99% dei lettori di questo blog non avrebbe neppure diritto ad accedervi.
Molto d’accordo.
Credo anche che l’alpinista di alto livello possa esprimersi, come qui fa Messner, sul semplice camminatore, mentre invece non può accadere il contrario.
L’alpinista SA cosa prova il camminatore, mentre quest’ultimo, cosa prova l’alpinista può solo immaginarlo. Ma se non lo prova/conosce non potrà mai capire certe cose.
È il grande limite degli storici, o presunti tali, che così vanno considerati e che vengono presi come oracoli solo dai loro stessi pari. Di libri che lo dimostrano c’è pieno.
Una relazione di una lucidità e una visione dell’insieme impressionanti, oltre che attualissima anche dopo 50 anni!
Standing ovation.
Questo già nel 1979… e non dimentichiamo il seminale, e antecedente di più di 10 anni (1967), “Games Climbers Play” di Lito Tejada-Flores, che Messner sicuramente conosceva, e che è stato ripubblicato anche qui sul GognaBlog con una introduzione di Gian Piero Motti.