Si vive solo due volte

Introduzione (GPM 073)
di Gian Piero Motti

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Franco Ribetti oggi ha 43 anni, essendo nato l’11 novembre del 1939. Non è più giovanissimo quindi. Eppure ha ripreso l’attività alpinistica a pieno ritmo, dopo il gravissimo incidente occorsogli all’Uja di Mondrone nel 1960, dal quale si è salvato veramente per miracolo. Negli anni prima dell’incidente, Ribetti si era imposto nell’ambiente torinese come arrampicatore estremamente dotato, probabilmente il migliore scalatore libero di quel periodo. Arrampicatore d’istinto e di razza, specialista nel superamento di passaggi particolarmente tecnici e rischiosi: placche e soprattutto muri verticali con appigli piccoli e distanziati, dove sovente non è possibile chiodare. Ribetti è certamente stato un arrampicatore proiettato nel futuro e ci si chiede cosa avrebbe fatto se l’incidente non lo avesse fermato per tutti questi anni. Come alpinista aveva già svolto un’attività di primissimo piano, considerando la giovane età e usando il metro di misura esatto per valutare le imprese di quei tempi: cresta sud e parete ovest della Noire, Cresta des Hirondelles sulle Jorasses, parete est del Grand Capucin (via Bonatti), parete nord del Lyskamm, prima invernale della Nord del Monviso, diverse vie nuove ed alcune prime invernali nelle Valli di Lanzo, sovente a fianco dello zio e maestro Giuseppe Dionisi, anch’egli «patito» di queste Valli. Un’attività che gli valse l’ammissione all’Accademico. Ma il Ribetti più interessante è quello meno noto e bisogna andarlo a cercare su certe vie o varianti delle palestre torinesi, forse poco ripetute o del tutto ignorate perché aventi la cattiva fama di essere troppo rischiose e difficili. Ma è proprio su questo terreno che Ribetti ha espresso al meglio la sua personalità di scalatore audace e tecnicamente raffinato. Parlando con lui vieni a sapere che già in quegli anni aveva aperto una via sulla parete del Bec di Mea, superando in libera la fessura iniziale della via del Gran Diedro di sinistra (ora VI e VII grado) e un’altra sullo spigolo della Rocca di Lities, sempre in Val Grande di Lanzo. Ma non ricorda bene i particolari, poiché allora non era in uso stendere le relazioni tecniche delle vie di palestra.

Franco Ribetti

Vieni poi anche a sapere che in Courbassera, prima che l’arrampicare sui sassi si dicesse bouldering, aveva già superato praticamente quasi tutti i passaggi oggi segnati e a volte attribuiti ad altri arrampicatori di questi ultimi anni. Franco specifica che allora si arrampicava in scarponi e che la magnesite non si sapeva neanche cosa fosse: scopri così che il famoso «Diedro Casarotto» dovrebbe invece chiamarsi «Diedro Ribetti» e così molti altri passaggi estremi che ancora oggi danno filo da torcere a qualunque arrampicatore; come il numero 28, il muretto nerastro o «spaccadita», splendido passaggio dagli equilibri complicati, dove la forza vale ben poco. Franco ci tiene a dire che in quegli anni non si curava molto la preparazione atletica e che quindi non si cercavano i passaggi di forza pura, come si fa oggi. Sempre sulle Courbassere, ma questa volta sulle pareti della Piccola e della Grande, vi sono alcune vie e varianti di Ribetti di cui non si sa nulla, ma che secondo lui varrebbe la pena di indicare e di ripetere, se non altro per porre un confronto con il livello di oggi. Esiste poi una certa sua via ai Torrioni Meccio in Valle Stretta, mai ripetuta e su roccia quarzitica, con una lunghezza di corda senza possibilità di chiodare, di quelle che una volta, ma non solo una volta, facevano rizzare i capelli. Ma anche di questa via non si sa nulla. L’unica sua via di palestra nota è la variante sul primo salto dei Denti di Cumiana, magnifica arrampicata su roccia compatta ed ideale, dove non è raro trovare ogni tanto qualche chiodo a pressione, data la scarsezza di fessure chiodabili. A proposito di questa via è bene sottolineare che Ribetti superò il muro della seconda lunghezza di corda più a destra di dove usualmente oggi si sale, su una pancia assai avara di appigli ed assolutamente priva di fessure: un classico passaggio Ribetti, evitato a sinistra però da tutti gli arrampicatori. Ricordo, tanti anni fa, quando con Gian Carlo Grassi e altri amici andammo a fare la sua via dei Denti (probabilmente mai più ripetuta fino ad allora), intimoriti dalla fama che Ribetti si era fatto in quegli anni e che ancora resisteva malgrado egli non fosse più in scena: passammo la Dülfer dell’ultimo tiro di corda come indicato nella relazione tecnica di Monti e Valli, ossia senza chiodi intermedi. La nota diceva VI grado e vi garantisco che, in scarponi rigidi, il passo-chiave a metà della lama rovescia era uno di quelli che si ricordano. Oggi in pedule e con un chiodo (a volte due) nella lama, è un’altra cosa.

Ribetti oggi ha dunque ripreso a pieno ritmo e ha conservato quelle doti di scalatore libero di razza, anche se, è lui che lo dice, l’incidente lo ha reso più prudente e posato. Speriamo, anche se Ugo Manera recentemente mi ha raccontato di un una certa lunghezza di corda su una via nuova alla Parete delle Aquile: uno di quei tiri da capelli diritti di cui prima si parlava, dove le «protezioni» (per dirla nel linguaggio odierno) restano soltanto allo stato della speranza. E così Franco è tornato in scena: prime ascensioni estive e invernali, vie nuove in palestra, spedizioni in Africa e in Groenlandia.

Un personaggio interessante e da conoscere. Ha vissuto due epoche diverse, con un lungo periodo d’assenza tra l’una e l’altra, ma oggi non si sente certo a disagio nel mondo della scalata pura, anzi.

Quest’intervista è un’occasione per conoscere il personaggio Ribetti ma anche per scavare un po’ tra i suoi ricordi, cercando le immagini di quel periodo straordinario e così poco conosciuto dell’alpinismo torinese, sul quale troppo poco si è detto e si è scritto, probabilmente per una sorta di pudore dei protagonisti di allora, alcuni dei quali ancora oggi sulla breccia, vedi l’intramontabile Pino Dionisi.

Franco Ribetti, Tellistock, via Inwyler-Bielmeier. 25 giugno 1989

Si vive solo due volte
(intervista a Franco Ribetti)
di Laura Ferrero e Anne-Lise Rochat

Quando hai cominciato a praticare l’alpinismo?
Ho iniziato ad arrampicare a 13 anni. Fin dall’inizio ho capito che era la mia strada. In montagna mi sentivo a mio agio e, impegnandomi, ero sicuro che sarei riuscito a fare cose piuttosto interessanti ed avrei potuto trarre grosse soddisfazioni dall’alpinismo. Il mio maestro è stato Dionisi, che allora era direttore della Scuola Gervasutti, alla quale mi ero iscritto nel 1954.

Com’era l’ambiente alpinistico di quegli anni?
Posso parlare di come lo vivevo io, ma probabilmente la realtà non coincide esattamente con le mie sensazioni. Bisogna tener conto che io ero molto giovane e che soprattutto mi interessava arrampicare senza cercare troppi perché e senza alcuna filosofia.

Le Ponteil (Briançonnais), Franco Ribetti su le Surplomb Jaune, 8 aprile 2001

La Gervasutti era sicuramente un grosso riferimento per gli alpinisti torinesi: parecchi dei migliori erano allora istruttori alla Scuola. La struttura della «Gerva» era piuttosto rigida, direi quasi disciplinare. Il suo scopo non era soltanto quello di insegnare ad arrampicare, ma soprattutto quello di formare un alpinista completo, capace di esprimersi in alta montagna. Il rito per entrare nel «giro» era frequentare i diversi corsi (due o tre a seconda dei periodi), poi, se ritenuto idoneo, eri invitato quale allievo-istruttore e infine come istruttore. Ricordo che tutto era vissuto in modo piuttosto romantico ed anche un po’ eroico. Molte salite erano avvolte ancora da un alone di leggenda, a causa del racconto fattone dai primi salitori e dai pochi eventuali ripetitori: ti sentivi veramente inibito psicologicamente al solo pensiero di affrontarle. Tutto ciò, a mio giudizio, costituiva un freno che creava un blocco mentale, superabile solo a prezzo di notevoli sforzi. Certamente anch’io allora fui coinvolto da questo meccanismo: le relazioni tecniche di quegli anni sono una testimonianza abbastanza chiara e fedele a riguardo. Non posso tuttavia dire di serbare un ricordo negativo né di quegli anni né di quell’ambiente, anzi.

(Vercors, Grenoble), Franco Ribetti sulla via Livanos di Roche d’Archiane, 28 aprile 2001

Nell’ambiente torinese dell’epoca si erano formati altri gruppi che, in un certo senso, rappresentavano una contrapposizione sempre più netta alla linea definita dalla Scuola Gervasutti. Quali erano le relazioni che intercorrevano tra i vari gruppi?
Oltre a quello della Gervasutti, vi era un gruppo ben consistente che faceva capo a Guido Rossa. Le sue concezioni piuttosto lungimiranti si adattavano ben poco al mondo alpinistico torinese di quegli anni. Guido non era d’accordo sulla funzione della Scuola e quindi ne era rimasto fuori. Devo dire che Guido ha veramente dato una svolta decisiva al modo di vivere l’alpinismo nell’ambiente torinese. Entrando nel suo giro ho cominciato ad arrampicare per il solo piacere di farlo e non invece come mezzo indispensabile per raggiungere una cima. Riuscii anche a dissolvere quelle inibizioni di cui ho prima parlato: a poco a poco mi avvicinai alle «grandi» salite senza timore. Dal punto di vista tecnico, l’opera di Guido è stata determinante: tutti lo ricordano come un vero specialista dell’artificiale. Infatti fu lui ad ampliare il discorso di questa tecnica, portandolo dal passaggio isolato alla salita vera e propria, come già era accaduto in ambienti meno tradizionalisti di quello torinese, vedi, solo per restare in Italia, le Dolomiti e la Grigna.

Poi c’era il gruppo di Andrea Mellano, che come mentalità si poteva collocare tra il giro di Guido e quello della Gervasutti. So che anche Andrea non era d’accordo sulla funzione della Scuola, ma la conferma delle mie sensazioni dovreste chiederla a lui… Arrampicava sovente con alpinisti di altre zone, cercando di ripetere le salite classiche di alto livello, ma non disdegnando il nuovo. Il suo «curriculum» d’altronde parla chiaro. Infine c’erano i collezionisti di Quattromila, ma di loro so dirti ben poco, perché il loro modo di andare in montagna non mi interessava.

Grecia, Meteora, Franco Ribetti su Ambaria, spigolo sud-ovest, 30 dicembre 1990

Credo che il quadro sia completo. Le relazioni tra i vari gruppi? Ognuno praticava il «suo» alpinismo, ma non mi pare che esistessero tensioni tra i gruppi e momenti di particolare rivalità.

Oggi è di moda scavare all’interno di qualsiasi argomento per trovarvi dei risvolti psicologici (o pseudopsicologici) che sovente, secondo me, non esistono. Non credo che sia assolutamente necessario avere una propria filosofia per arrampicare, si può andare in montagna anche per il puro piacere, senza cercarsi troppe complicazioni emotive. Ma evidentemente queste sono considerazioni del tutto personali e forse semplicistiche, ma che rispettano il mio modo di vivere l’alpinismo.

E tra dolomitisti e occidentalisti di quell’epoca esistevano rivalità?
Il discorso qui è un po’ diverso. Indubbiamente nell’arrampicata pura i dolomitisti erano più avanti, soprattutto nel campo dell’artificiale. Ma su ghiaccio e su misto, invece, gli occidentalisti si distanziavano assai dai colleghi orientali. Il divario era dovuto soprattutto alle difficoltà di spostamento che allora esistevano. Pochi possedevano una macchina e di conseguenza si arrampicava quasi esclusivamente nelle proprie zone. Tuttavia una certa rivalità esisteva, specie se qualcuno «soffiava» una salita situata nell’ambiente opposto.

Esistevano allora discussioni come quelle attuali sull’etica in arrampicata? E si applicavano delle regole del tipo: «non toccare i chiodi, non aprire le vie dall’alto in palestra, ecc.?
No; anzi, regnava una certa confusione tra libera e artificiale. È sufficiente consultare alcune guide dell’epoca che classificavano come sesto grado delle salite o dei passaggi dove si progrediva solo su chiodi. Per ciò che concerne i chiodi, il divieto in genere non era quello di toccarli, ma invece quello di non metterli del tutto! Per ciò che mi riguarda, allora chiodavo il meno possibile e spesso, se chiodavo, era solo dove non riuscivo più a passare in libera e quindi avevo bisogno di un chiodo o di una staffa come appiglio.

Le vie attrezzate dall’alto non esistevano nemmeno a livello di concezione. Ma, in tutta sincerità, mi pare che la stessa confusione esista anche oggi, forse «vestita» in modo meno riconoscibile. Parlare, come oggi è di moda, di «all free» quando si è protetti ogni due o tre metri, mi pare un non senso. «All free» è, secondo il mio punto di vista, trovare la via schiodata del tutto e quindi salire piazzandosi le protezioni senza usarle né per la progressione né per «restare» in riposo sulle stesse. Un po’, mi pare, seguendo l’etica inglese. Già il solo sapere che c’è il chiodo, anche se poi uno non lo tocca, è ben diverso a livello psicologico dal sapere che non vi è nulla e che ci si dovrà poi arrangiare in qualche modo. Ritengo anche che non sia giusto lasciare le vie chiodate, perché così si toglie l’incognita ai ripetitori, privando l’arrampicata di una delle sue componenti-base: l’avventura. Così facendo, il rischio, calcolato ma pur sempre rischio, diminuisce e l’arrampicata perde molto del suo fascino. Il malvezzo di mettere poi chiodi a pressione su passaggi particolarmente duri dove altri sono passati in libera, mi pare un vero e proprio arbitrio, in contrasto con ogni etica. Chi non è all’altezza di quei passaggi vada a fare delle vie più facili. Tutti hanno il diritto di trovare la montagna com’è, senza manipolazioni e non regge il discorso che è sufficiente non usare certi chiodi quando uno li trova… Il solo fatto che esistano deforma completamente l’impegno psicologico. A meno che non si voglia ridurre l’arrampicata ad un esercizio ginnico fine a se stesso e privato di ogni rischio.

Picos de Europa, Naranjo de Bulnes, parete ovest (Asturie, Spagna). Franco Ribetti sulla via Rabada-Navarro. 11 agosto 1993

Quali erano le palestre dove si arrampicava più spesso?
Per i soliti problemi di trasporto, si andava dove si poteva arrivare con i mezzi pubblici. Le palestre più frequentate erano: i Denti di Cumiana, la Sbarua, il Plu, le cave di Avigliana e poi la Parete dei Militi in Valle Stretta. La Militi era già frequentata da Gervasutti e compagni ed esistevano diverse vie, ma fu Guido Rossa a condurre un’esplorazione sistematica della parete, aprendo nuove vie e ripetendo numerose vie in solitaria, anche in inverno.

Perché avevi smesso d’arrampicare?
Nel 1960 sono caduto sull’Uja di Mondrone, durante un’uscita dalla Scuola Gervasutti. Fu una caduta molto seria e mi ci sono voluti due anni per rimettermi a posto completamente. Poi mi sono sposato, ho voluto far carriera, ero sempre in giro per l’Italia e così mi sono allontanato dall’alpinismo, anche se non avevo del tutto smesso d’arrampicare. Ho poi ricominciato ad allenarmi e, malgrado tutto, mi son trovato ancora bene.

Hai ripreso ad arrampicare in modo diverso dopo la caduta? Cos’ha significato per te il volo dell’Uja di Mondrone? Hai rivisto dopo il tuo modo di vivere la montagna?
No; ho ripreso come prima. Il volo non mi ha lasciato paura o altro. Certo, se non fossi caduto forse avrei realizzato il mio sogno di vivere di montagna facendo la guida o il gestore di rifugio… forse non mi sarei sposato, ma è difficile dirlo. Non ho comunque rimpianti e sono contento così: la Montagna come unico scopo di tutta una vita, oggi mi pare un po’ poco. Forse è andata bene così.

Come hai vissuto il tuo ritorno all’alpinismo e quali sono le cose che più ti hanno colpito nei nuovi arrampicatori?
Ho ripreso nel 1977 e mi son trovato in mezzo a un mucchio di novità per ciò che concerne le tecniche e i materiali. Non ci è voluto molto, però, a prendere dimestichezza: i vantaggi sono indubbi.

Come ho vissuto il mio ritorno? Ho messo gli scarponi e sono andato in montagna senza farmi tanti problemi. Arrampicare mi piace adesso come allora: sono cambiate tante cose esternamente, ma per me le sensazioni sono rimaste sempre le stesse o quasi. Adesso, per fortuna, sono un po’ più posato, ma poi neanche troppo. I nuovi arrampicatori fanno sicuramente cose più difficili, ma siamo appena all’inizio: l’allenamento specifico e a tempo pieno è oggi agli albori e quindi le possibilità sono immense. Mi fa molto piacere vedere che si sta tornando all’arrampicata libera, dopo l’inevitabile ma necessario periodo delle superdirettissime a pressione. Ogni atteggiamento o più semplicemente «moda» è valido e porta a un arricchimento conoscitivo che permette poi di arrivare a una fase successiva. Mi pare che tra i giovani arrampicatori si stiano creando due tendenze di base: l’arrampicata pura da un lato e l’alpinismo dall’altro, ambedue le correnti con varianti più o meno importanti. Tutte e due sono valide, ma è necessario chiarirne i limiti e porre delle regole, altrimenti si verrà a creare il caos.


Picos de Europa, Naranjo de Bulnes, parete ovest (Asturie, Spagna). Franco Ribetti sulla via Rabada-Navarro. 11 agosto 1993

Non ti sembra che le nuove generazioni abbiano la tendenza a sminuire le grandi salite o comunque non consideri la loro importanza superata per il fatto di aver meno inibizioni nell”affrontarle?
Le vecchie vie, è un dato di fatto, con i materiali e le tecniche attuali sono più facili. Anche il fatto di affrontarle con meno inibizioni è un notevole vantaggio. Non credo che le nuove generazioni intendano sminuirle, le valutano nel contesto attuale e quindi le smitizzano. Ma questo non vuol dire che nel momento in cui esse furono aperte non fossero dei grandi «exploit». E se oggi vanno a ripeterle, vuoi dire che sono ancora considerate. Ogni impresa è grande nella sua epoca ed è destinata ad essere superata con il passare del tempo. Non è possibile far paragoni tra diversi periodi, è certo però che per fare grandi cose è necessario avere testa e non solo muscoli, tecnica e allenamento. E questo vale per qualsiasi periodo.

Cosa pensi della valutazione delle difficoltà di una volta e di quella attuale? Pensi si possa fare un confronto?
Non vedo differenze sostanziali, salvo che adesso si è andati più avanti e quindi è logico aprire la scala verso l’alto. In diversi casi il sesto di una volta è rimasto tale, dipende il più delle volte da chi aveva dato la valutazione. Un confronto non mi pare possibile, sono cambiate troppe cose. Sarebbe assurdo, come paragonare un aereo ad elica con uno a reazione. Piuttosto mi pare sia giunto il momento di inquadrare meglio l’alpinismo in generale e quindi dare delle regole. Questo per evitare confusione e per sapere in ogni momento di che cosa si sta parlando. È molto differente parlare di alpinismo classico, himalayano, arrampicata pura, bouldering. Ma il discorso si farebbe troppo lungo e non mi pare di essere il più adatto a sviscerare questo argomento.

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Si vive solo due volte ultima modifica: 2019-07-24T05:50:15+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Si vive solo due volte”

  1. 1
    Paolo Panzeri says:

    Non lo conosco, ma mi sembra abbia scalato parecchio.
    Bello leggere l’intervista, mi diverte il fatto che cita solo Mellano e Rossa.
    Chissà perché, qui si citano e si credono (e si lodano) molto di più tanti altri di quei luoghi.
    Di sicuro io non capisco nulla, ma spero che qualcuno, magari che abbia scalato tanto e bene, mi spieghi un po’ di più le cose alpinistiche di quei luoghi, aggiungendo alla mia scarsa cultura qualche informazione nuova.
    Il povero abbandonato (dagli amici) Gian Piero però curiosava bene.
    Ora leggo Anne Lise e mi rattristo.

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