Siulá Chico

Siulá Chico
(la prima salita di un’enorme parete di ghiaccio nella Cordillera Huayhuash del Perù)
di Jordi Corominas
(pubblicato su The American Alpine Journal 2008)
Traduzione dallo spagnolo di Adam French, con traduzione aggiuntiva di Molly Loomis e Bean Bowers.

Fuori nella notte urbana nevica. Il vento freddo ulula intensamente al largo del porto. Dopo cena, senza l’aiuto né del bere né del fumare, la nostra conversazione vaga, le idee vanno in tutte le direzioni, le menti si espandono. Avvolto nell’aroma del caffè, Manel de la Matta ripropone la sua vecchia idea di un viaggio attraverso il mare per sei mesi: finalmente la realizzerà. Come se rivelasse una mappa di un tesoro perduto da tempo, ci porge una fotografia della parete ovest del Siulá Chico.

Anni dopo, realizzo il mio sogno di attraversare l’oceano fino a Siulá Chico, il primo di tre viaggi su questa montagna. Seguendo le orme dei conquistadores, arriviamo nella terra di El Dorado. Qui la gente del posto ci lancia sguardi cupi (o almeno così immaginiamo), le loro armi luccicano nella notte. In qualsiasi terra straniera, come possiamo distinguere i nostri amici dai nostri nemici? E poi, lo sappiamo anche a casa?

Jordi Corominas

Incontriamo una taverna dove cerchiamo informazioni: El Vagamundo. Quasi irretiti dai fumi pungenti del pisco e dalla confusione alcolica del barista, veniamo salvati da un’affascinante cameriera che ci indirizza alla pensione di un amico. Qui ci troviamo in mezzo ad altri cacciatori di tesori, e in poco tempo riusciamo a negoziare alcuni mulattieri che all’alba ci porteranno dalla città verso la montagna. Lungo il sentiero riflettiamo su cosa spinse i conquistadores, nelle loro scintillanti tute di ferro, a spingersi attraverso questo altopiano, sotto un sole punitivo, con nient’altro che cime innevate all’orizzonte. Forse stavano semplicemente cercando il luogo più lontano immaginabile? Forse stiamo facendo continuamente la stessa cosa?

Maggio 2007, Cutatambo. Due famiglie che vivono in baracche di lamiera ondulata ci accolgono calorosamente, invitandoci a entrare per offrirci il loro alimento base, formaggio e patate. Decidiamo di accamparci sotto la bocca aperta della miniera abbandonata di piombo e argento di San Martín, dal nome del generale che liberò gran parte dell’America Latina dall’oppressivo dominio coloniale degli spagnoli. Piantiamo la nostra tenda tra alcune rovine più recenti, risalenti a quando il lago glaciale sotto il Nevado Sarapo fu prosciugato per evitare la possibilità di un’alluvione catastrofica, come quelle che hanno devastato interi villaggi nell’adiacente Cordillera Blanca. Queste montagne sono vive, o almeno più vive delle nostre terre. Di tanto in tanto si contorcono, scagliando sulla valle sottostante tutto ciò di cui riescono a liberarsi. Nella morena giochiamo ai cercatori d’oro, raccogliendo rocce brillanti da riportare a casa.

Trascorriamo diversi giorni trasportando carichi lungo la pista polverosa della morena laterale chiamata Bomb Alley da Joe Simpson dopo il suo poema epico sul Siulá Grande (La morte sospesa, NdR), e attraverso la morena pietrosa dove Simpson in qualche modo è strisciato per tornare in vita al ritmo di quella orribile canzone – a brown girl in the ring, tra la la la la. Nessuna scienza può dirci dove sta quel filo sottile tra il vivere e il lasciarsi andare. Finalmente siamo in grado di tentare la salita della parete ovest del Siulá Chico, detta “la piccola” perché è solo un po’ più bassa del Siulá Grande, ma non certo perché piccola.

Oriol Baró e Jordi Corominas hanno salio la parete ovest del Siulá Chico 6265 m in sei giorni. Avevano un portaledge e un saccone da recupero ma sono salite in stile alpino, senza usare spit. Foto: Oriol Baró.

Il 20 maggio 2007 partiamo dal campo base con un tempo splendido. In questo tentativo, il terzo sulla parete in cinque anni, mi accompagna Oriol Baró. Oriol ha 20 anni meno di me, ma condivide i miei obiettivi e la mia etica nel mondo dell’arrampicata, dimostrando che l’essenza di base dell’alpinismo resiste negli anni nonostante tutte le scuse che cerchiamo per scalare le montagne in altri modi.

La mattina presto accediamo al ghiacciaio Siulá. Sebbene non sia grande, il ghiacciaio inizia come un labirinto e presto diventa pesantemente crepacciato, con enormi buchi in agguato. Ci potremmo avvicinare alla base del Siulá Grande, ma la rifuggiamo perché ogni tanto un pezzo di cornice si stacca dall’alto e travolge i canaloni della parete, ruzzolando sul ghiacciaio che stiamo attraversando.

Montiamo la tenda in un punto pianeggiante che non sembra troppo esposto, abbastanza lontano, speriamo, dai crepacci e dalle valanghe. Mentre saliamo, lasceremo in piedi la nostra piccola casa di nylon giallo, sperando che dalla parete offra l’illusione che in questo vasto circo di montagne – Yerupaja, Siulás e Sarapo – non siamo soli.

L’imponente parete ovest del Siulá Chico è nascosta dalla fama dello Siulá Grande, ed è ciò che l’ha protetta fino ad ora dalla bulimia di quasi tutti gli altri alpinisti. Anche se non ha ancora una via, a Huaraz scherzano sul fatto che sto aprendo un’area di arrampicata sportiva sui suoi fianchi perché ormai sono tante le ho volte che ci ho provato. Nel 2003 Jordi Tosas ed io sbagliavamo completamente tattica. In quell’occasione tentammo una linea di cascate di ghiaccio sul lato sinistro della parete, collegate da un tiro in artificiale su roccia orribile. Era necessario recuperare tutti quei chiodi usati per l’artificiale, perché probabilmente sarebbero serviti più in alto. Entrambi ricordiamo che quella linea è stata la più difficile arrampicata su ghiaccio che entrambi abbiamo mai fatto. Abbiamo completato circa 600 metri della via fino ad una spalla. Là, stremati, decidemmo di tornare indietro.

Il problema era che non avevamo saputo “leggere” la parete. Una volta che si è dentro, non ci sono cenge dove dormire, e tutto è più verticale di quanto appaia dal basso. Anche i pendii di neve si sono rivelati lastre di ghiaccio su cui non potevamo modellare nessun terrazzino. In quel primo tentativo abbiamo bivaccato arrotolati tra le stalattiti dietro alle cascate di ghiaccio. Per quello in seguito abbiamo portato una tendina portaledge e un saccone, così almeno potevamo dormire.

La parete ovest è guarnita a metà altezza da una lunga fila di funghi giganti di ghiaccio. Dopo mezzogiorno, il sole colpisce questa parte della parete e gli Apu, come i locali chiamano gli spiriti di montagna, iniziano a giocare, puntando le loro lance di ghiaccio contro gli sfacciati umani che hanno osato entrare nel loro dominio. Per questo motivo è necessario trovare un luogo protetto entro mezzogiorno per attendere il bombardamento.

Nel 2007, come abbiamo fatto nel 2005, iniziamo la via al centro della parete, seguendo una serie di pendii di ghiaccio sempre più ripidi sotto alcuni strapiombi che offrono un po’ di protezione dall’alto, una buona cosa perché non appena superiamo la crepaccia terminale ecco una piccola scarica di ghiaccio. Oltre lo strapiombo, due brevi tiri di artificiale o misto, a seconda  delle condizioni della neve e della nostra preparazione, portano a un bivacco esposto a tutto ciò che cade. Appena sopra, una lunga traversata su ghiaccio sottile conduce verso il lato destro della parete, rendendo difficile la gestione del saccone. Il nostro tentativo nel 2005 si era concluso dopo il brutto colpo di una caduta proprio in questa traversata. Questa volta finiamo il traverso solo un po’ ammaccati dai proiettili che cadono.

Baró verso un difficile gradino, ultimo giorno di salita sul Siulá Chico. Foto: Jordi Corominas.

Al nostro secondo bivacco trascorriamo due notti. Il tempo è cambiato e nevica costantemente per tutta la notte e durante il giorno successivo. La natura verticale della parete impedisce l’accumulo di neve, e sopportiamo il lavaggio costante da pulviscolo ma per fortuna senza grandi valanghe. Cerchiamo di sonnecchiare il più possibile per evitare di mangiare. Durante l’arrampicata non si pensa molto al cibo, ma intrappolati qui per un’intera giornata finiamo per vedere i polli alla brace che ci girano intorno alla testa.

Oriol si chiede ad alta voce di cosa devono essere fatti i britannici che hanno sopportato un bivacco seduti sulle esposte e minuscole cenge di questa parete [Mick Fowler e Simon Yates avevano tentato il lato sinistro della parete ovest nel 1998, salendo 10 tiri in due giorni prima di ritirarsi di fronte a rocce e cascate di ghiaccio]. Almeno il tetto della nostra portaledge ci protegge un po’ dagli spindrift. Più avanti nella stagione, sullo Huascarán Sur, metteremo alla prova quello che Oriol chiama lo “stile Fowler” dei bivacchi, ma questa è un’altra storia. Per il resto della salita il tempo rimane instabile, con nuvole che si alzano ogni pomeriggio e scaricano un po’ di neve. Durante il nostro bivacco finale, durante la discesa, siamo stati in ballo nell’elettricità dei temporali, altro che festeggiare la vetta appena raggiunta!

Dal nevaio centrale saliamo su una linea di canaloni, cascate e lastre di ghiaccio sottile e poco proteggibile. Quello che ci rallenta di più è la costruzione degli ancoraggi di sosta. La roccia è calcarea compatta con poche fessure, il ghiaccio è spesso troppo molle o troppo sottile, e non mettiamo spit in parete. Anche dopo aver terminato le nostre strane ed estese triangolazioni di sosta, che sono tutt’altro che canoniche, preghiamo gli Apu che il leader trovi terreno migliore il più rapidamente possibile. Dico a Oriol dopo un tiro: “Ho pensato di slegarmi perché sapevo che in caso di caduta la sosta sarebbe ‘partita’. Ma dopo co ho ripensato, perché mi sono reso conto che sarei rimasto da solo in questo posto del cazzo e senza una corda. Così ho continuato ad assicurare ma ho smesso di guardare…”.

Corominas da primo su ghiaccio ripido al quarto giorno sulla parete ovest del Siulá Chico. Foto: Oriol Baró.

Dopo alcuni tiri di autentico alpinismo in stile parete nord, arriviamo sulla spalla di una magnifica meringa, dove finalmente riusciamo a scavare una cengia abbastanza grande da permettere a entrambi di restare sdraiati, ma anche di ballare sopra le nuvole.

Da qui attraversiamo l’altro versante della montagna, attraverso una sorta di “Traversata degli Dei”, con il vuoto che ci risucchia sotto i talloni. Questo porta ad un altro tiro di ottimo ghiaccio sottile, e finalmente raggiungiamo i solchi verticali di neve non consolidata per i quali queste montagne sono famigerate, con solo due picchetti da neve per aiutarci a superare le nostre paure. Per fortuna le corde sono lunghe, la simultanea è breve, e troviamo una macchia di ghiaccio per ancorarci.

E la vetta? Un mucchio di neve soffice, nebbia, cornicioni, e una montagna che scende dall’altra parte; questo non è tanto un vertice quanto una storia appena conclusa. Tutto ciò significa che inizia un’altra storia e che il ciclo infernale delle storie continuerà finché avremo forza.

Sommario
Area: Cordillera Huayhuash, Perù
Ascensioni: prima salita della parete ovest del Siulá Chico 6265 metri (900 m, ED+ ​​VI AI5+ A2) da parte di Oriol Baró e Jordi Corominas, maggio 2007. I due portavano un portaledge e un saccone da recupero e hanno bivaccato cinque volte durante la salita e una volta durante la discesa. Non hanno usato spit. Dopo questa salita, Baró e Corominas hanno aperto una nuova via sulla parete nord-est dell’Huascarán Sur, e Baró, Corominas ed Enrique Muñoz hanno aperto una nuova via sulla parete sud del Nevado Copa.

Una nota sull’autore
Jordi Corominas è nato a Barcellona nel 1958 e vive a Benasque, un piccolo paese dei Pirenei. Lavora come guida alpina.

Siulá Chico ultima modifica: 2021-11-27T05:14:00+01:00 da GognaBlog

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3 pensieri su “Siulá Chico”

  1. Grazie alla segnalazione del post n. 2 abbiamo provveduto a correggere. Ora il ritratto di Jordi Corominas è corretto.

  2. Corominas è un mito dell’alpinismo spagnolo, uomo di tanta calma equilibrata a una forza d’azione da “trattore”; ho passato con lui e l’amico German Bahillo un mese di cazzeggio all’ex Bridwell Camp in Patagonia e tutti i team internazionali erano riverenti con il maestro Jordi, ancor prima che siglasse la sua carriera con la Magic Line del K2 conclusa in vetta e in solitaria. Segnalo però che quello in alto in foto non è il Corominas alpinista, è invece uno scrittore di Barcellona con lo stesso nome e 20 anni di meno. 

  3. Da bravo bougia-nern torinese non sento l’esigenza di uscire dalle Alpi nordoccidentali (c’è tutto: roccia, ghiaccio, scialpinismo – sdia semplice che in quota – , escursionismo, alta quota, falesie in riva al mare, granito, calcare…). Per Alpi nordoccidentali intendo l’ampia regione che va dalla Costa ligure/ Costa Azzurra fino a nord di Ginevra per poi girare a est verso la Lombardia, comprendendo sia il versante italiano che quelli francese e svizzero.  In questa ampia area trovi tutto quello che si può cercare in “montagna”: dalle Calanques marsigliesi ai 4000 del Bianco e del Vallese… Premesso questo, quando esco dal mio giardino preferito, mi limito a calibrate puntate o in altri specifici massicci alpini (Dolomiti, Carniche…) o in Appennino o nelle isole (sia grandi che piccole) del Mediterraneo. Il mio baricentro è questo: quello della civiltà classica. Precisato che mai e poi mai andrei in altri continenti per “salire montagne”, visto che se allungo una mano ho tutto quello che voglio, concludo dicendo che, se proprio devo “viaggiare”, piuttosto che l’Himalaya mi affascinano di più le montagne del Sud America (sia Ande che Patagonia in senso stretto). Per cui questo articolo mi è piaciuto molto. Ciao!

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