Stephen Koch

Stephen Koch
di Jimmy Chin
(pubblicato sulla pagina fb “La bagarre” il 19 ottobre 2025)

Nel 2003 a Stephen Koch mancava soltanto l’Everest, per completare la sua impresa di scalare e fare snowboard su ciascuna delle Seven Summit, le sette montagne più alte di ogni continente. Determinato e coraggioso, Stephen concepì un piano super ambizioso per scalare la montagna e scenderla con la sua tavola: versante Tibetano, parete nord, collegamento tra il Japanese Couloir e l’Hornbein Couloir. Una linea leggendaria. Questo sistema di canali di quasi 3500 metri di dislivello divide in due una delle pareti più imponenti del mondo. Era un obiettivo futuristico, una linea che in molti sognavano di sciare e avevano provato in vari modi ad affrontare salendo prima dalla via normale da nord-est, ma che Stephen voleva tentare salendo in stile alpino, in un’unica salita no-stop lungo la linea di discesa, senza l’uso di ossigeno supplementare e senza l’uso di corde fisse o campi intermedi. Fantascienza.

Stephen Koch

Avevo conosciuto Stephen a Jackson Hole, in Wyoming, dove era una figura molto conosciuta nella scena sci-alpinistica delle Tetons Mountains. Quando mi chiese di unirmi a lui nella sua spedizione, accettai senza pensarci su. A 28 anni avevo poca esperienza di quel genere di spedizioni, ma molta ambizione, tanta da cacciarmi in un’impresa certamente più grande di me.

Nel mese di agosto di quell’anno reclutammo Kami Sherpa e Lakpa Sherpa per unirsi a noi e al nostro amico Eric Henderson, che aveva il compito di aiutarci al campo base. Io avevo, oltre all’impegno della salita alpinistica, il compito di documentare la spedizione dal punto di vista fotografico. Eravamo l’unica squadra in azione sull’Everest quell’anno, l’autunno non è mai stata una stagione affollata. Rido, quando sento dire che l’avventura e l’isolamento sugli 8000 è finita. Prendendo in prestito la strategia di Jean Troillet ed Erhard Loretan, che avevano scalato la parete nord in stile alpino nel 1986 e poi ridisceso l’Hornbein e il Japanese Couloir slittando a tratti sulle proprie chiappe, Stephen ed io intendevamo acclimatarci a 7.000 metri e poi tentare la scalata nel breve periodo tra la stagione dei monsoni e quella post-monsonica, quando la parete sarebbe stata ricoperta di neve e i jet-stream sarebbero rimasti un problema secondario, o almeno noi così pensavamo.

Dopo aver studiato per più di un mese le condizioni meteorologiche e le valanghe che spazzavano continuamente i canali, sferrammo il nostro primo tentativo. Dopo il tramonto, al buio, ispirati dalla strategia di Troillet e Loretan, ci legammo in cordata per attraversare il ghiacciaio con dei crepacci giganteschi fino all’attacco della parete. All’una di notte, ormai già dentro al canale, ci fermammo per mangiare e bere qualcosa. Io avevo sentito un piccolo “crepitio” in lontananza, in alto, un rumore secco seguito da un leggero rombo continuo, che stava diventando sempre più intenso fino a far tremare il ghiaccio sotto i nostri piedi. Senza vie di fuga laterali, nel canale, eravamo in trappola. Stephen si è sdraiò a terra conficcando la sua piccozza nel ghiaccio il più saldamente possibile, sperando di sopravvivere alla massiccia valanga che evidentemente, anche se noi non la vedevamo, stava precipitando dall’oscurità verso di noi. Io ricordo di essere rimasto in piedi, immobile, in attesa della neve che stava per raggiungerci. Inerme, ricordo di aver aperto le braccia e chiuso gli occhi per prepararmi a morire. Non immaginavo la possibilità di sopravvivere.

Lo spostamento d’aria mi fece prima perdere l’equilibrio e poi svolazzare per aria come un aquilone, ma la piccozza di Stephen e la corda che ci legava riuscirono in qualche modo a reggere entrambi. Quando il vento gelido e polveroso smise di soffiare, mi ritrovai a terra semi-sepolto nella neve leggera. Miracolosamente ero vivo, e anche Stephen lo era. I detriti di ghiaccio della valanga, grandi come frigoriferi, si erano fermati poco più in alto. Noi eravamo stati investiti “soltanto” dal soffio della valanga, non dalla vera e propria massa di neve partita probabilmente più di mille o duemila metri più in alto. Barcollando, un po’ rintronati dalla fatica e dallo spavento, tornammo al campo base per riprenderci dallo shock.

Una settimana dopo, convinti che il canale fosse ormai libero dalla probabilità di altre valanghe, tornammo per riprovare a salire. Stessa strategia, stessi orari. Non dimenticherò mai la sensazione che provai scavalcando il crepaccio terminale e guardando ancora una volta l’immensa parete nord. Splendente al chiaro di luna, sembrava la dimora degli dei. C’era troppa neve morbida, scalammo per 12 ore ininterrottamente scavando gradini nella neve alta fino alle ginocchia. Mentre il sole di mezzogiorno ci cuoceva e il pericolo valanghe dentro al canale cresceva di minuto in minuto, venne il momento di prendere una decisione, l’unica sensata. Non stavamo procedendo abbastanza velocemente per raggiungere un punto al riparo dalle valanghe.

A malincuore, per la seconda volta, voltammo le spalle alla montagna e cominciammo a scendere. Stephen, come premio di consolazione, ebbe comunque modo di fare un po’ di curve nel canale. Il giorno dopo, al nostro risveglio, guardando dalle nostre tende, ci rendemmo conto che una valanga aveva spazzato nuovamente il canale e cancellato le tracce che avevamo lasciato nel Japanese Couloir. Se non ci fossimo ritirati, saremmo stati cancellati anche noi.

Dichiarammo chiusa la spedizione e lasciammo il Tibet per tornare a casa negli Stati Uniti. Anche se i nostri due mesi di attesa culminarono in un fallimento, la spedizione fu comunque determinante nella mia formazione di alpinista e per il desiderio di tornare successivamente a sciare l’Everest, su cui sono stato varie volte. Il primo tentativo ha reso tutte le altre montagne che ho visitato in seguito un po’ meno intimidatorie. La spedizione con Stephen mia ha anche insegnato una lezione importante: se rinunci e torni a casa vivo, hai comunque preso la decisione giusta.

L’obiettivo più importante per un alpinista rimane sempre quello di tornare a casa vivo.

Stephen Koch ultima modifica: 2026-07-07T05:57:00+02:00 da GognaBlog

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6 pensieri su “Stephen Koch”

  1. tornando al nostro esimio fotografo, ha recentemente realizzato il proprio sogno di documentare una (prima ????) discesa a sci dal tetto del mondo…con uno stile ben diverso dal giovenil tentativo, i.e. a suon di tecnologia e gambe altrui
     
    potere emoliente del dollaro o dell’eta’ che avanza ?

  2. Giusto, monaco. L’originale è di Baxter Jones. Twight lo ha ripreso e popolarizzato (almeno da noi, tutti conoscono Twight, e pochissimi Baxter Jones).

  3. se non ricordo male la massima era di Roger Baxter Jones…il che non le toglie un minimo di verita’

  4. “Come back alive, come back still friends, go to the summit. In that order” (M. Twight)

  5. Alpinista vivo, alpinista buono per la prossima volta. Come direbbe Kurt Diemberger è tutto causale quello che ci accade? Oppure c’è un settimo senso che ci spinge a fare e un sesto senso che ci limita e ci fa rinunciare per poi ritornare.

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