Storia di Marcello, macchinista ferroviere – 1

Caro Alessandro, ti disturbo per segnalarti un libro, secondo me molto bello e ben scritto, che anche se si inserisce nell’infinito elenco di testi sulla Resistenza, riesce a parlarne in maniera originale. Allego la copertina e pure il pdf del capitolo, se avrai il coraggio… Il capitolo “portante” è la vita di mio nonno, sarà anche per questo che lo considero un libro da leggere. Lo scrittore Gianni Repetto è uno che si merita di vendere i suoi libri (Marcello Cominetti).

Storia di Marcello, macchinista ferroviere – 1 (1-2)
(che impedì ai nazisti di portarsi via un treno carico di opere d’arte)
di Gianni Repetto
(da Siamo i ribelli: la Resistenza viene da lontano di Gianni Repetto)

La libertà Marcello l’aveva respirata già alla nascita, il 14 luglio 1896; l’uguaglianza e la fratellanza le aveva imparate dalla vita. Queste parole avevano impregnato fin dall’infanzia i discorsi dei suoi genitori e riecheggiavano spesso in lunghe discussioni accanite quando certi amici operai venivano a trovare suo padre al casello delle Ferrovie. E lui le riportava nella sua esperienza quotidiana di ragazzo, sempre pronto ad opporsi alle ingiustizie. E se per caso tornava a casa pesto e sanguinante, sua madre ne sapeva già la ragione.

– Ma perché non sei stato zitto? Mica aveva cercato te…

– Oh mamma, come facevo a stare zitto? Se l’è presa con Giuliano, che è il più piccolo, non potevo stare a guardare…

– Ma potevi cercare di mettere pace con le parole.

– Eh sì, con le parole, quello conosce solo le manate.

– E lo vedo, guarda che occhio nero t’ha fatto!

– Ah, ma gliel’ho date anch’io, stai tranquilla. Vedrai che la prossima volta ci pensa prima di alzare le mani.

Appena finita la sesta elementare, Marcello lasciò Abbadia Lariana (LC) per andare a fare il garzone panettiere a Milano. Lavorava di notte e dormiva di giorno, in casa di paesani emigrati da tempo in città. Milano era già allora la città più industrializzata del nostro paese e le sezioni del Partito Socialista e della CGdL milanese avevano il più alto numero dì iscritti in Italia. A testimonianza di questa forza il 9 ottobre 1911 la sede dell’Avanti, organo del Partito Socialista Italiano, venne trasferita da Roma a Milano e alle elezioni amministrative del 14 giugno 1914 i socialisti conquistarono il comune: Emilio Caldara fu il primo sindaco socialista di Milano.

Marcello lavorava immerso in questo clima di lotte sociali e di cambiamenti e per lui, cresciuto con quei tre principi rivoluzionari nel sangue, fu giocoforza avvicinarsi ai socialisti e diventare ben presto un militante attivo del Partito e del Sindacato. Partecipava alle riunioni di categoria, ai volantinaggi, agli scioperi e alla massiccia campagna del Partito Socialista contro la guerra. E c’era anche il 12 aprile 1915, quando, durante l’ennesima manifestazione pacifista, in piazza Duomo si scontrarono neutralisti e interventisti.

Il corteo socialista era partito dalla sede dell’Avanti, in via San Damiano, e alzando cartelli e gridando slogan inneggianti alla pace, attraverso Corso Vittorio Emanuele II, era confluito in piazza Duomo. Ma proprio nell’istante in cui entrò nella piazza, neanche a farlo apposta, dall’altra parte, allo sbocco di via Mazzini, apparve la testa di un corteo di interventisti.

Ci fu un lungo istante in cui un brusio sommesso si levò dalle due parti, come se per tutti l’apparizione degli altri fosse stata una sorpresa; poi, da entrambi gli schieramenti partì una selva di grida e di fischi che si fuse in un unico indistinto clamore. Le avanguardie dei due cortei guadagnarono velocemente il centro della piazza e cominciarono a fronteggiarsi minacciose: volavano insulti da una parte e dall’altra, senza che i pochi agenti di polizia presenti osassero frapporsi. La questura aveva scelto una linea di presenza discreta per non dare alibi ai più facinorosi e aveva preferito controllare la manifestazione mescolando ai cortei molti agenti in borghese con il compito specifico di stroncare sul nascere eventuali trame sovversive. Ma la folla, ringalluzzita dall’esigua presenza di forze dell’ordine, tumultuava sempre più aggressiva, finché si giunse ai primi contatti. Bastarono pochi secondi e due fiumi di manifestanti si riversarono violentemente gli uni contro gli altri. Cominciò allora la battaglia, un corpo a corpo di calci, pugni e bastonate, e la mescolanza era tale che era difficile distinguere gli avversari e c’era il rischio di colpire i propri compagni.

Ma, tutt’a un tratto, si udì il fragore di una detonazione che risuonò a lungo nella piazza. Allora per un istante tutti si fermarono, come se quella fosse una variante che la battaglia all’arma bianca non prevedeva. E subito si sentì gridare:

– Hanno sparato a Marcora! Hanno sparato a Marcora! – e di rincalzo altre voci:

– Fermate quell’uomo, è lui che ha sparato! – Non fatelo scappare! – Dai, acchiappalo! – L’ho preso, l’ho preso! – Ah, carogna, non riuscirai a filartela!

Tutti cominciarono a fare cerchio intorno e c’erano neutralisti e interventisti, gente che fino a poco prima se l’era date di santa ragione. Poi, all’improvviso, un operaio gridò:

– Ma io lo conosco quello lì, è un questurino!

– Sì, è vero, lo conosco anch’io, è lui che mi ha arrestato durante gli scioperi dell’anno scorso! – aggiunse un altro.

Intanto qualcuno stava cercando di soccorrere il ferito. – Non respira più

– Anche il polso è fermo…

– Oh, sacranùn, è morto.

– L’ha ucciso! – cominciarono a gridare – Compagni, la polizia ha ucciso un operaio!

– Dobbiamo vendicarlo!

– A morte i poliziotti!

In pochi istanti la manifestazione, da scontro tra due fazioni contrapposte, si trasformò in una protesta unitaria contro quella che appariva come una grave provocazione della polizia. E a stento i capi dei due schieramenti riuscirono a trattenere la folla inferocita che voleva dare l’assalto alla questura.

Due giorni dopo, durante i funerali dell’operaio Marcora, neutralisti e interventisti aderirono congiuntamente a uno sciopero generale che paralizzò completamente la città.

Nonostante la propaganda socialista per la pace, nonostante la stragrande maggioranza degli italiani non volessero la guerra, il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria. Cominciarono ad arrivare le cartoline precetto e anche la classe del ’96 fu chiamata alle armi. Marcello, arruolato nel 73° reggimento fanteria della Brigata “Lombardia”, raggiunse Udine alla fine di maggio e partecipò a tutte le prime quattro battaglie dell’Isonzo. Poi, a partire dal gennaio 1916, la sua brigata stazionò sotto il monte Sabotino, fino a quando a metà maggio fu inviata sull’Altipiano d’Asiago per contrastare la Strafexpedition austriaca che rischiava di “bucare” le linee italiane. Dopo aver contribuito a stabilizzare il fronte sull’altipiano, la brigata alla fine di giugno ritornò sul confine orientale partecipando alla sesta, settima e nona battaglia dell’Isonzo.

Erano attacchi insensati, ordinati da comandanti che inseguivano la propria gloria personale mandando i soldati allo sbaraglio, spesso privi di copertura dell’artiglieria o addirittura sotto i colpi mal calibrati delle nostre batterie. E tutto per conquistare magari una postazione che poche ore dopo doveva essere lasciata perché ritenuta indifendibile. Il risultato: continue carneficine di uomini morti o feriti gravemente, con i sopravvissuti che covavano sempre più un sordo rancore contro chi aveva voluto la guerra e contro le gerarchie militari.

Marcello, di fronte a quelle stragi, va in crisi. Rifiuta il rancio, si chiude in un cupo mutismo. Si muove come un automa nella trincea e non rispetta le più elementari regole di sicurezza. Reagisce per un nonnulla ai limiti dell’insubordinazione. Poi un giorno arriva un tenente delle Fiamme Nere, i reparti speciali di Arditi, per reclutare uomini per il suo battaglione. Marcello si offre volontario.

Il tenente riceveva gli aspiranti Arditi nella casamatta del comando. Discuteva a lungo con ciascuno di loro, voleva capire le ragioni della loro scelta. Venne il turno di Marcello, che entrò e salutò marzialmente. Il tenente, seduto a un tavolo con sopra dispiegate delle carte topografiche, stava fumando una sigaretta. Era scamiciato, nella stanza ruggiva una grossa stufa a legna. Senza dire una parola si alzò e si avvicinò a Marcello che era tutto teso nella posizione dell’attenti. Si fermò davanti a lui, lo scrutò per qualche istante e poi gli disse:

– Sei il caporale Marcello Cominetti?

– Sì, signore!

– Che cosa facevi da borghese?

– Il panettiere.

– A Milano?

– Sì, a Milano.

Il tenente tacque. Tirò due lunghe boccate dalla sigaretta, poi la gettò per terra e la schiacciò con uno scarpone.

– Facevi politica a Milano? – gli chiese il tenente a bruciapelo guardandolo fisso negli occhi.

Marcello ebbe un sussulto.

– Stai tranquillo, lo so che facevi politica, c’è scritto nelle tue carte. Socialista… rappresentante sindacale… pacifista.
Il tenente pronunciò quest’ultima parola con un tono sibillino. Poi aggiunse:

– Ma se sei pacifista, perché vuoi entrare negli Arditi? Noi siamo un corpo d’assalto, la guerra è il nostro pane… Marcello esitò un istante, come se temesse rispondendo di peggiorare le cose.

– Parla liberamente, con me lo puoi fare – si affrettò a dire il tenente.

– Perché… perché non ce la faccio più a stare in trincea, ad assistere a questo continuo massacro. Io detesto la guerra, che per noi poveri è la peggiore disgrazia che ci sia.

Il tenente lo guardò, scrollando il capo lentamente.

– Eppure nel tuo ruolino ci sono encomi per una serie di azioni temerarie…

– È una semplice questione di sopravvivenza.

– Tu lo sai che da noi essere temerari è una parola d’ordine.

– Purché serva a far finire la guerra al più presto non mi spaventa.

Il tenente ritornò al tavolo e si sedette.

– Vieni avanti, siediti.

Marcello non si decideva, continuava a restare irrigidito sull’attenti.

– Dai, siediti, qui non siamo in caserma.

Quando l’ebbe davanti il tenente iniziò.

– Voi poveri… voi siete poveri anche in tempo di pace… anzi, forse siete poveri proprio a causa della pace. Sì, a causa della pace che vogliono i ricchi. E che pace vogliono i ricchi? Una pace in cui loro possano guadagnare sempre di più e voi sempre di meno… Marcello era frastornato da quelle parole, non avrebbe mai immaginato di sentirle pronunciare da un ufficiale..

– E anche voi volete questa pace? – proseguì il tenente.

– Questa non è pace, questa è miseria – disse Marcello quasi con rabbia.

Il tenente si sporse sul tavolo come per farsi intendere meglio.

– C’è dunque un solo modo per far finire questa pace di miseria, ed è la guerra.

Ora Marcello sembrava aver preso coraggio.

– Queste cose le diceva anche Mussolini e noi l’abbiamo sbattuto fuori dal partito.

Il tenente sorrise ironicamente.

– Sto parlando di cose serie, non di pessimi attori da operetta. Mussolini finita la guerra starà con i padroni.

Marcello l’aveva sempre pensato che sarebbe stata quella la fine di Mussolini. Facevano tutti così gli estremisti, prima spingevano le cose all’eccesso, poi, purché ne avessero un tornaconto personale, erano pronti a rinnegare tutto quanto.

– Noi anarchici, invece, – e qui Marcello non riuscì a trattenere lo stupore – quando scoppierà la rivoluzione, saremo a fianco dei lavoratori… e scoppierà, compagno, prima che finisca la guerra scoppierà… parola di Argo Secondari.

La guerra finisce, senza che scoppi la rivoluzione. Marcello ritorna ad Abbadia, ha bisogno di stare un po’ in famiglia per riprendersi dagli orrori della guerra. Sua madre lo riabbraccia commossa, ma è distrutta dal dolore per la morte dell’altro figlio Giuseppe, sergente del Genio pontieri. Giuseppe è morto da eroe, durante le fasi concitate della difesa sul Piave dopo Caporetto. Ha fatto saltare un ponte di barche su cui stavano per passare le avanguardie austriache ed è saltato per aria anche lui assieme alla carica che stava innescando. Un mese dopo il fatto si è presentato al casello un appuntato dei carabinieri a portare la notizia e da allora la mamma non ha fatto che piangere. Le autorità militari di Lecco hanno anche organizzato un cerimonia per la consegna della medaglia d’argento al valore conferita alla memoria di Giuseppe, ma lei non ha voluto nemmeno ritirarla.

L’unica consolazione è stato il rientro della salma al paese e la sua sepoltura in terra consacrata.

La morte di Giuseppe ha radicalizzato ancora di più le idee di suo padre Enrico. Al casello arriva sempre gente, operai, reduci di guerra, militanti socialisti, e la parola che ricorre più frequentemente nelle loro riunioni è “rivoluzione”. Marcello partecipa attivamente al dibattito, parla degli Arditi, di Argo Secondari e di tutti i compagni che ha conosciuto al fronte e che, secondo lui, sarebbero pronti a scendere in piazza armati. Ma i vecchi militanti diffidano di chi ha fatto la guerra e pensa di risolvere i problemi con le armi: la forza del partito è, secondo loro, il suo pacifismo e la povera gente, che è stata la vera vittima di quella guerra borghese, lo voterà in massa alle prossime elezioni. E una volta conquistato il Parlamento, la rivoluzione avverrà pacificamente. Marcello non è d’accordo, ormai pensa che la via elettorale non riuscirà a cambiare le cose; e allora riparte per Milano, perché è là che si decidono le sorti del proletariato.

È il marzo 1919. Appena arriva in città, i compagni lo informano che Mussolini ha fondato un suo movimento, i Fasci Italiani di combattimento. E che il suo linguaggio è sempre rivoluzionario, ma non è più contro i padroni, ma contro le organizzazioni del Partito Socialista. Proprio come aveva previsto Argo Secondari. Poi, la mattina del 15 aprile avviene qualcosa di inaudito: una manifestazione di nazionalisti e di fascisti si dirige verso la sede dell’Avanti e, nonostante la coraggiosa difesa dei redattori e di un gruppo di compagni accorsi in loro aiuto, il giornale viene devastato senza che le forze dell’ordine intervengano ad impedirlo. Marcello è sconvolto da ciò che è successo. Aiuta i compagni a ripristinare la sede e nelle riunioni insiste che bisogna armarsi per resistere a quelle violenze. Molti sono d’accordo, ma la maggioranza crede che l’unica risposta possibile sia ancora la via delle urne. E i fatti sembrano darle ragione: alle elezioni politiche del novembre 1919 il PSI è il primo partito e con il 32,6 % dei voti ottiene 156 seggi alla Camera dei Deputati.

Nel frattempo Marcello, per i meriti acquisiti in guerra negli Arditi, viene assunto come aspirante macchinista nelle Ferrovie dello Stato. È contento, non solo perché guadagnerà di più rispetto a quando faceva il fornaio, ma perché ha sognato fin da bambino di poter un giorno guidare un treno.

Entra, dunque, come aiutante macchinista presso il deposito di Milano.

Viene assegnato, per il periodo di apprendistato, a un macchinista anziano, tale Gino Ferla, originario di Baggio. Gino è un colosso, alto quasi due metri, una massa di muscoli. Ha la barba nera e riccia e i capelli lunghi sul collo. Quando si affaccia allo sportello della locomotiva sembra l’immagine di un dio greco, il dio dell’Averno, avvolto com’è dal fumo del vapore. È uno dei macchinisti più famosi del deposito sia per le sue competenze tecniche sul lavoro sia per la sua militanza politico-sindacale che svolge in modo focoso e pittoresco. Gino è socialista, ma non sopporta quello che lui definisce il perbenismo dei burocrati del Partito. Per lui il socialismo è azione diretta dal basso senza che nessuno ti debba dire cosa devi fare. La linea da seguire la devono decidere i lavoratori, solo chi sta in produzione ha il diritto di parlare.

– Dobbiamo fare anche noi come i russi, la repubblica dei consigli. E se non lo facciamo ora, poi sarà troppo tardi e i padroni ce la faranno pagare.

Gino si passa lo straccio bagnato sul viso per detergersi il fumo dagli occhi e poi continua: – Il problema è che i nostri dirigenti si sono imborghesiti e non hanno le palle per fare la rivoluzione.

Marcello continua a impalare carbone e a gettarlo nel ventre della caldaia. Ascolta in silenzio. Da un lato quelle idee gli piacciono, dall’altro teme che siano soltanto delle esagerazioni.

– Quando sono stato in trasferta a Torino ho conosciuto dei colleghi veramente tosti. Loro mi hanno detto che lì alcuni dirigenti del Partito sono convinti che non serva a niente vincere le elezioni, perché tanto in Parlamento non avremo mai la maggioranza. Mi hanno fatto vedere un giornale, L’ordine nuovo si chiama, dove ci sono scritte queste cose.

Il treno sta entrando in stazione e Gino tira ripetutamente la leva del fischio accompagnandosi con il ritornello dell’Internazionale: “Su lottiam l’ideale // nostro alfine sarà // l’Internazionale // futura umanità”.

– Il dirigente dello scalo ha minacciato di punirmi se continuo a fare ’sto casino ogni volta che entro in stazione. E allora io lo faccio ancora di più e al ritmo dell’Internazionale.

Gino ha un sorriso sfrontato quando dice queste cose, come se oltre alle ragioni dell’idea ci sia in lui anche un piacere ludico ad andare controcorrente.

– Capisci, pare che a Torino ci sia un gruppo di giovani intellettuali che vogliono fare come i bolscevichi russi. Secondo loro non conta essere in tanti, meglio pochi ma decisi, che sappiano fare le mosse giuste e tirarsi dietro il popolo. Una specie di Comitato rivoluzionario pronto ad entrare in azione appena se ne presenti l’occasione. E il bello è che là queste idee sono fortemente radicate anche nelle fabbriche.

La locomotiva rallenta stridendo sui binari, finché si arresta con un ultimo acuto sferragliante. Il vapore ora è nebbia che ristagna e toglie il respiro. Marcello tossisce ripetutamente.

– Succede a tutti le prime volte – gli dice Gino per consolarlo – Poi i polmoni si abituano e quasi quasi respiri meglio qui che dalle altre parti.

E fa una piccola pausa. – Scusa se ho parlato sempre io, ma è un po’ il mio vizio, non riesco a trattenermi.

Ancora un’altra pausa. – Ma tu… tu che ne pensi di quello che ti ho detto? Marcello, con le lacrime agli occhi per il vapore, continua a tossire a intermittenza.

– Sono idee buone… del resto così non si può andare avanti… Non è possibile continuare a parlare di rivoluzione e poi non fare niente per prepararla, come se dovesse avvenire da sola… Perché un conto sono le condizioni necessarie e un altro la capacità di dirigere un movimento che nasca da quelle condizioni… Ma purtroppo non credo che ci siano gli uomini capaci di farlo…

Le condizioni ci furono ai primi di settembre del 1920, quando gli operai metallurgici occuparono le fabbriche per rispondere alla serrata dei padroni. Ma come aveva previsto Marcello non c’erano dirigenti politici capaci di guidare quella lotta a uno sbocco rivoluzionario e i lavoratori a poco a poco persero fiducia nel Partito e nel Sindacato. Intanto i fascisti erano passati al servizio del padronato e avevano cominciato a compiere le loro spedizioni contro le case del popolo e i lavoratori. Finché ci fu la Marcia su Roma che segnò per vent’anni il destino degli italiani.

Ma il destino personale di Marcello fu segnato in tutt’altro modo una domenica pomeriggio dell’estate 1921. Aveva finito il turno di servizio alle due, aveva portato un treno merci da Bergamo a Milano e assieme a due colleghi macchinisti aveva raggiunto Corso Buenos Aires per andare a mangiare un gelato nel caffè gelateria Ernani. Ci andava spesso quando era libero, mangiare un gelato era l’unico lusso che si concedeva.

Il corso era affollatissimo e si faceva quasi fatica a camminare; per fortuna una leggera brezza di monte mitigava la cappa opprimente di caldo che da qualche giorno gravava sulla città. Marcello e i suoi amici raggiunsero la gelateria e si sedettero a un tavolino all’aperto, l’unico libero in quel momento. Quando si dice del destino: in quello più vicino a loro sedevano tre ragazze che, ridendo e scherzando, stavano prendendo un caffè. Tre ragazze di popolo, si vedeva chiaramente dai vestiti e dal modo un po’ imbarazzato con cui stavano sedute, probabilmente tre servette o sartine venute dalla campagna a cercare lavoro a Milano. Parlavano un po’ in italiano e un po’ in dialetto, come faceva del resto una volta la povera gente, e dalla parlata e dall’accento pareva che fossero venete.

Si raccontavano le vicissitudini della settimana, forse quello era l’unico momento in cui riuscivano a vedersi.

Marcello fu subito colpito da una di loro, una biondina con gli occhi verdi e il nasino all’insù, che sembrava la più spigliata, sciolta nella parlantina e sempre pronta alla battuta. E, come se ne fosse irresistibilmente attratto, indugiava a guardarla, abbassando gli occhi ogniqualvolta lei incrociava il suo sguardo. Nel frattempo i suoi compagni, più o meno sottovoce, si scambiavano commenti tipicamente maschili sulle tre ragazze, ma se provavano a dire qualcosa di pesante o di scortese sulla biondina, Marcello s’innervosiva e li invitava a smetterla.

– Oh, mi sa che quella lì ti piace, neh?

– Piantala, per favore!

– Eh, lo sai, il Marcello è un romantico… Marcello si ricordò di quando era andato ad ascoltare la conferenza di quella compagna russa, la Kulisciof, che aveva parlato delle donne in un modo come lui non aveva mai sentito, dei diritti che dovevano avere come gli uomini e dell’amore che non era un possesso, ma uno scambio. Da allora ci aveva riflettuto tanto ed era arrivato alla conclusione che lui la sua sposa la voleva come quella donna che diceva lei, una donna che non dovesse mai sentirsi schiava, ma sempre e soltanto una compagna. E ora, continuando a guardare di sottecchi la biondina, s’immaginava che lei fosse proprio una donna così, la donna che voleva. E sebbene non fosse mai stato intraprendente nel corteggiamento, sentiva nascere dentro di sé una sensazione strana, come se qualcosa lo spingesse ad agire anche contro la sua timidezza. Ed era così forte questa cosa che, quasi senza accorgersene, tutt’a un tratto si alzò e con passo incerto e l’aria un po’ impacciata si diresse al tavolo delle ragazze.

– Marcello, ma cosa fai!

– Oh, questa è bella! Quando le ragazze lo videro avvicinarsi, smisero di parlare e si scambiarono un’occhiata stupita.

Lui, accennando una specie d’inchino, disse con la voce ferma e suadente che non aveva mai pensato di avere:

– Signorine, posso offrirvi un gelato? Le ragazze si guardarono un istante imbarazzate, poi lei, proprio lei, la biondina, parlò per tutte dicendo:

– Non si rifiuta mai un gelato offerto così gentilmente.

Marcello la guardò negli occhi e in quel preciso istante ebbe la conferma che solo lei avrebbe potuto essere la donna della sua vita.

Marcello e Irma si sposarono l’anno dopo. Si sposarono in chiesa, nonostante le idee laiciste di Marcello. Irma veniva da Tambre d’Alpago, un paese di montagna della provincia di Belluno, zona in cui la fede era una tradizione e il matrimonio un sublime sacramento. Lasciò il suo lavoro di cuoca e dedicò tutta se stessa a fare la moglie. Andarono ad abitare a Lambrate, nelle case della Ferrovia vicino al deposito.

Marcello, tutto preso dalla vita coniugale, dimenticò per un po’ di tempo il Partito. Che, proprio nel gennaio di quell’anno, aveva subito una scissione da cui era nato il Partito Comunista d’Italia guidato dal gruppo di intellettuali che ruotavano attorno alla rivista L’ordine nuovo, quella di cui gli aveva parlato Gino. Ma intanto ormai le squadracce fasciste spadroneggiavano in città e sempre più compagni, anziché tentare di resistere, preferivano eclissarsi. Quando poi, dopo la sceneggiata della Marcia su Roma, Mussolini fu nominato capo del governo, il fascismo cominciò a insinuarsi ovunque, anche nelle ferrovie che erano state fino ad allora un baluardo socialista. E così qualche compagno cominciò a perdere il lavoro per le sue idee, qualcun altro dovette bere l’olio di ricino o prendere una saccata di botte, molti preferivano tacere ed adeguarsi piuttosto che avere delle grane.

Un giorno, era ormai il 1923, Marcello andò al deposito per prendere servizio. Come entrò nello spogliatoio vide che c’era una squadra di corvi neri ad aspettarlo. Capì subito l’antifona, ma fece finta di niente e andò al suo stipetto per cambiarsi. Stava indossando la tuta da macchinista, quando gli squadristi gli si avvicinarono facendo roteare i manganelli.

– Tu, bolscevico di merda, proprio non la vuoi capire. Ti avevamo avvisato che dovevi smetterla di parlare male del Duce, e invece tu imperterrito hai continuato a farlo – disse quello che sembrava il caporione.

Marcello continuò a vestirsi senza dire una parola.

– Fai il furbo, eh… Me l’hanno detto che sei un duro, di quelli che non si fanno intimidire. Ma forse non hai mai incontrato i camerati giusti. E noi siamo quelli giusti, venuti apposta per te.

Un collega macchinista aprì la porta dello spogliatoio, diede una rapida occhiata alla situazione e poi, lanciando a Marcello uno sguardo di vergognosa paura, chiuse la porta e se ne andò.

Marcello intanto aveva finito di vestirsi e presa la sacca con gli attrezzi stava per avviarsi come se niente fosse.

– E ora dove credi di andare… – continuò il fascista mentre gli altri gli si stringevano attorno.

Marcello per la prima volta lo guardò negli occhi e gli disse: – Vado a fare il mio lavoro, il mio dovere di macchinista – Tacque un istante e poi, avviandosi nuovamente, aggiunse: – E sarebbe bene che andaste a lavorare anche voi.

A queste parole il viso dello squadrista si deformò in una maschera rabbiosa e l’uomo alzò il manganello e lo fece cadere con tutta la sua forza sulla testa di Marcello. Fu come un segnale: anche gli altri cominciarono a picchiare e lo facevano con una ferocia che non poteva avere ragioni ideali, ma si alimentava animalescamente come il piacere cruento del predatore nei confronti della sua vittima. Lo lasciarono a terra svenuto, e qualcuno, ancora preso da quella crudele eccitazione, lo colpì anche con un calcio. Poi, cantando una loro sguaiata canzone, se ne andarono fieri di ciò che avevano fatto.

Quando Irma sentì girare la chiave nella toppa, ebbe come un presagio e allora gridò preoccupata dalla cucina dove stava cucendo un vestito:

– Marcello, è successo qualcosa? Lui non rispose, Irma sentì soltanto il tintinnio delle chiavi gettate sul mobiletto dell’entrata. Allora, con l’ago e il ditale ancora in mano, gli corse incontro. Non appena lo vide lanciò un urlo:

– Oh, mio dio! Marcello, che cosa ti è successo? Lui continuava a tacere. Lei gli prese le braccia e trascinandolo davanti alla finestra gli guardò il viso e gli disse: – Chi è che ti ha fatto tutto questo? Lui non rispose, ma lentamente, come se facesse fatica a compiere il gesto, l’abbracciò e cominciò a piangere.

– Marcello, amore mio, che è successo, dimmelo! – E visto che lui ancora non rispondeva aggiunse: – Sono stati loro, vero? Allora lui si staccò, la guardò e le disse: – Irma, non piango per il dolore fisico, ho subito di peggio durante la guerra… piango perché oggi ho capito che hanno vinto loro… sono riusciti a demolire la solidarietà che c’era tra noi lavoratori… ormai regna ovunque la paura e d’ora in poi ognuno sarà sempre più solo… Irma accarezzava i capelli del suo uomo e gli riempiva di baci il viso tumefatto dai colpi di quei vigliacchi. E a un certo punto, sforzandosi di fare un sorriso, gli disse: – Noi, tesoro mio, non saremo soli.

Marcello la guardò un attimo perplesso.

– Sì, non saremo soli. Marcello, aspetto un bambino.

Giuseppe fu il primo. Poi vennero Velia, che purtroppo non ce la fece a sopravvivere, Enrico, un’altra Velia e Piera. Nel frattempo il fascismo era diventato regime, aveva sciolto il parlamento e messo al bando le opposizioni e per lavorare bisognava avere la tessera del partito. Marcello aveva rinunciato a far politica, ma la tessera fascista non l’aveva presa. E così vedeva colleghi più giovani passargli avanti e ricevere prebende e promozioni, mentre lui continuava a tossire coatto sulle locomotive a vapore. Finché il medico delle Ferrovie stilò un certificato in cui diceva che, se non avesse smesso di viaggiare sui vapori, ci avrebbe rimesso la pelle. Di fronte a quel referto la direzione compartimentale delle Ferrovie di Milano autorizzò il suo trasferimento a Genova per motivi di salute. Era il 1936 e per Marcello la vita del macchinista cambiò radicalmente.

Gianni Repetto

Si sistemarono in una palazzina delle Ferrovie a Sampierdarena, in via Umberto I. Un edificio di tre piani costruito subito dopo la guerra. L’appartamento era piccolo, cucina, bagno e due camere da letto: Giuseppe ed Enrico dormivano in una camera, Velia e Piera con mamma e papà. Dal balcone si vedeva il mare e a sentire l’aria di marino che gli entrava nei polmoni a Marcello pareva di rinascere.

Non avevano ancora neanche finito il trasloco che suonò alla porta il capo caseggiato. Era una donna tarchiata, robusta, vestita da giovane fascista, sebbene tanto giovane non fosse. Irma la fece accomodare in cucina, Marcello non c’era, era andato al lavoro. Dopo i primi convenevoli fu chiara la ragione di quella visita.

– Voi avete quattro figli?

– Sì – rispose Irma rabbuiandosi un poco – Sarebbero stati cinque, ma una ci è morta che non aveva ancora un anno…

– Mi dispiace – disse la donna facendo una faccia di circostanza – è brutto per una mamma perdere un figlio…

– Ora, però, – disse Irma ravvivandosi – ne sta arrivando un altro…

– Ah, sono proprio contenta! – esclamò la donna con ostentazione – Il Duce ripete continuamente che l’Italia, per diventare una grande nazione, ha bisogno di braccia per lavorare e per combattere.

Irma la guardò perplessa, rabbuiandosi nuovamente. – Spero che i miei figli diventino dei buoni lavoratori, non dei soldati. Ha già combattuto anche troppo mio marito… La donna non riuscì a trattenere una smorfia di disappunto. Poi, con aria presupponente, le disse:

– Una nazione come la nostra, se vuole dare lavoro a tutti, deve conquistare un posto al sole. E il Duce, che è lungimirante, ci sta pensando. Proprio ieri ha dato l’ultimatum all’Etiopia e il primo contingente delle nostre truppe è già sbarcato a Massaua.

Irma era incredula. – Un’altra guerra? E in Africa per giunta… Ma che cosa ci ha fatto quella povera gente? La donna sorrise sarcastica.

– Signora mia, se vogliamo che i nostri figli crescano belli, sani e robusti dobbiamo fare di questo nostro paese uno stato potente, che incuta rispetto a tutti. Finora le grandi nazioni plutocratiche si sono spartite il mondo, ora tocca a noi reclamare la nostra fetta.

Dopotutto andiamo a civilizzare un popolo barbaro che non potrà che avere beneficio dalla nostra conquista…

– Vuole forse dirmi che ci accoglieranno a braccia aperte? Che saranno contenti di essere sottomessi da noi? Morirà un sacco di gente, donne, bambini…

– Sta a loro accettare la nostra dominazione senza opporsi, il Duce ha promesso pace e amicizia.

Ma se opporranno resistenza, saremo costretti a fare la guerra. Ne va del nostro orgoglio nazionale.

Irma era sconvolta dalle parole di quella donna. Un giorno forse anche lei sarebbe diventata mamma, come poteva parlare di guerra e di conquista in quel modo così cinico e spietato?

– Vede, signora – proseguì la donna – noi siamo una nazione guerriera che all’epoca di Roma ha già dominato il mondo. Poi, per lunghi secoli, il nostro paese, dilaniato da lotte intestine, è stato terra di conquista per tutti gli stranieri che scendevano armati nella nostra penisola. Ma ora è arrivato lui, il nostro Duce, l’uomo che aspettavamo da tanti anni, e lui farà risorgere quell’antico impero. Ma per farlo ha bisogno di tutti noi, soprattutto dei nostri figli, che devono crescere orgogliosi di essere italiani e fascisti… Irma la interruppe. – Noi non siamo fascisti, e vogliamo che i nostri figli crescano con degli ideali di libertà…

Poi si morse le labbra, Marcello le aveva raccomandato cautela.

La donna non parve stupita da quell’affermazione.

– Lo sappiamo, i camerati di Milano ci hanno mandato una bella relazione su di voi. Interessante, ricca di particolari. Ma noi vogliamo sempre mostrarci generosi con gli antifascisti o, almeno, dare loro una possibilità di riscatto. Cominciate dunque a iscrivere i vostri figli all’Opera Nazionale Balilla: il più grande, Giuseppe, ha l’età per entrare nei moschettieri, mentre Enrico sarà un bel figlio della lupa…

– Ma allora lei sa già tutto su di noi…

– Gliel’ho detto, siamo bene informati… ma non si preoccupi, faccia l’iscrizione dei suoi figli all’Opera Nazionale Balilla, poi si vedrà… si può sempre cambiare idea… Irma avrebbe voluto gridarle che loro non facevano parte di quella schiera di vigliacchi sempre pronti a saltare sul carro del vincitore, che loro ci credevano davvero alla libertà e che non sarebbero stati disposti a barattarla con niente… ma stavolta si trattenne, Marcello sarebbe stato contento. Disse soltanto: – Lei non ne ha di figli?

La donna la guardò come se quelle parole l’avessero colpita nel profondo. – No – rispose con un’espressione di mestizia.
– Ah, capisco – disse Irma e giurò a se stessa che i suoi figli non sarebbero mai stati Balilla.

Giuseppe fu iscritto ai moschettieri ed Enrico ai figli della lupa, perché un conto era l’avversione di loro genitori al fascismo e un altro la vita quotidiana dei loro figli che, diversamente, sarebbero stati degli emarginati. E poi i ragazzi ci volevano andare, perché ci andavano tutti e potevano giocare alla guerra con in mano dei fucili veri. E poi c’erano le escursioni e i campeggi, le passeggiate in montagna e le nuotate al mare, e li facevano cantare in coro quelle loro canzoni sul duce e sull’impero. Quando tornavano a casa, i ragazzi raccontavano tutto quello che facevano e Irma e Marcello li ascoltavano in silenzio, accennando magari anche un sorriso. Ma dentro di loro ci soffrivano maledettamente e cominciavano a temere che la propaganda del regime finisse per strappar loro anche i figli. Marcello non reagiva neanche di fronte alle parole d’ordine che ripetevano ingenuamente, perché si rendeva conto che sarebbe stato inutile e avrebbe finito per renderle, in quel loro stato di euforia, ancora più importanti. Fin che non fossero maturati i tempi, cercare di contraddirli sarebbe stato come lottare contro i mulini a vento rischiando addirittura di ottenere l’effetto contrario. E i tempi sarebbero maturati, Marcello ne era convinto, e allora sarebbe scoppiata la bolla di sapone che aveva costruito il fascismo. Se poi ci fosse stata davvero un’altra guerra come qualcuno stava già sussurrando, il regime sarebbe crollato come un castello di carte.

Ma per quanto cercasse di controllarsi, Marcello ogni tanto non riusciva a trattenere la sua avversione fisica per atti e simboli che il regime propinava in continuazione. Fu così anche il giorno in cui Enrico portò a casa il primo diploma di Balilla, scritto su un cartone spesso e patinato, e lo mostrò orgogliosamente a lui e a Irma. A quella vista, Marcello sentì montargli dentro un desiderio irresistibile di trasgressione e, di fronte alla proposta del figlio di farci un quadretto da appendere in camera sua, meditò un colpo di mano per far sparire quell’orpello prima che il progetto si concretizzasse.

Il mattino dopo, prima di andare al lavoro, approfittando dell’assenza dei figli e della moglie, andò nella camera dei ragazzi e prese il diploma nascondendolo nella borsa del lavoro. Poi, quando fu al deposito, vi ritagliò due sagome a forma di sottopiede e le infilò nelle scarpe che usava comunemente per lavoro.

Quando la sera tornò a casa, trovò un’atmosfera da tragedia: Enrico piangeva disperato perché, rientrato da scuola, non aveva più trovato il suo diploma e a niente erano valse le rassicurazioni di sua madre che prima o poi sarebbe saltato fuori, non aveva voluto sentire ragioni. Appena vide suo padre, gli corse incontro per chiedergli se l’aveva preso lui, ma Marcello fece finta di cadere dalle nuvole riuscendo a simulare alla perfezione. Il ragazzo pianse ancora più forte, strepitando a più non posso, finché la stanchezza ebbe il sopravvento e crollò addormentato in braccio a sua madre.

Irma lo portò a letto e poi ritornò lesta in cucina.

Marcello stava leggendo un giornale di quelli che raccattava nei vagoni. Irma si sedette silenziosa dall’altra parte del tavolo, attese qualche istante e poi disse:

– Marcello, guardami bene negli occhi: sei stato tu? Lui si tolse gli occhiali e poi, fingendo stupore, le rispose: – E perché dovrei essere stato io? L’avrà perso, non sarebbe neanche la prima volta che perde qualcosa.

Raduno in memoria della Strage della Benedicta (1944-2014)

Irma tornò alla carica: – Guarda che ti conosco. Tu continui a raccomandarmi di essere cauta, di non far capire che siamo antifascisti, ché sono tempi che è meglio non scoprirsi se non vogliamo avere grane; ma poi, invece, sei proprio tu che non riesci a stare zitto, a trattenerti dal dire e fare certe cose… anche quel livido lì che c’hai sotto l’occhio sinistro, mica penserai che ho creduto alla versione che mi hai dato? L’altro giorno ho incontrato al mercato Sara, la moglie di Ricci, il tuo collega, e senza volermi dire niente mi ha detto tutto, che al lavoro hai avuto di nuovo discussione e che quel segno te l’hanno fatto i fascisti…

– Ma Irma, che cosa dici?

– Smettila, lo sai che con me non la spunti… e il diploma l’hai preso tu, chiaro come l’acqua!

– Tu vaneggi…

– Non avresti mai sopportato di vedere quel pezzo di carta appiccicato al muro della camera dei tuoi figli. E così l’hai preso.

Marcello stavolta non tentò neanche di ribattere, come se ormai si sentisse senza scampo.

– Dove l’hai messo? Non l’avrai mica bruciato nella stufa? A quelle parole il volto del ferroviere cominciò a illuminarsi, fino a sfoggiare un sorriso smagliante.

– Oh, Marcello, ma cosa fai, ridi? – disse Irma risentita.

Lui non rispose, ma si alzò e le andò vicino. Poi si tolse le scarpe e le disse: – Guarda, Irma, guarda… La moglie, come vide le parole altisonanti del diploma campeggiare in quell’insolito sottopiede, lanciò un grido soffocato di stupore, e poi, scrollando la testa ripetutamente, disse con una vena di compiacimento: – Oh, Marcello, solo tu potevi pensare a una cosa del genere, solo tu.

– È un cartone buono, Irma, ti assicuro che il piede ci sta divinamente…

– Ma guarda cosa va a pensare questo matto del mio uomo: il fascismo premia suo figlio con un bel diploma e lui che ci fa… un sottopiede per le scarpe! – e qui non poté più trattenersi dal ridere.

– Sai, è bello camminare con il fascismo sotto i piedi… Scoppiarono a ridere tutti e due insieme e ogni volta che uno aggiungeva qualcosa le risate si moltiplicavano in continuazione.

– Mamma, papà, ma che cosa c’è? Enrico era apparso sulla porta della cucina in pigiama e li guardava stupito di tutta quella euforia.

– Oh, niente, tesoro, niente. Tuo padre mi ha raccontato… – e qui dovette interrompersi da quanto le scappava da ridere – … una cosa che gli è successa al lavoro così divertente, ma così divertente…

– Ma allora perché non la raccontate anche a me – chiese Enrico ingenuamente.

– Certo, certo – rispose Marcello – Ora però vai a dormire, ché domani c’è la scuola. Prima o poi… – e qui guardò sua moglie – … prima o poi la racconteremo anche a te – e giù di nuovo a ridere insieme.

Enrico andò a letto pensando che i suoi genitori forse avevano qualche biglia fuori posto.

(continua)

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Storia di Marcello, macchinista ferroviere – 1 ultima modifica: 2020-10-22T04:34:42+02:00 da Totem&Tabù

1 commento su “Storia di Marcello, macchinista ferroviere – 1”

  1. 1
    Antonio Arioti says:

    Bello!

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