La prima ascensione della parete sud-ovest del Burèl 2281 m è stata una delle sfide alpinistiche più complicate e contese della storia delle Dolomiti. L’enorme baratro di 1450 m non è visibile da nessuna parte se non da qualche angolazione nei pressi, in un sito selvaggio e davvero remoto.
Sono cinque oggi gli itinerari che vi sono stati aperti, uno più difficile dell’altro.
Le Dolomiti più classiche e famose non sono visibili dalla pianura e dalle colline dei vini veneti. A proteggerle, infatti, ci sono dei gruppi dolomitici meno noti ma molto più selvaggi. Le Dolomiti Feltrine, i Monti del Sole, la Schiara si rizzano con immani valloni ricoperti di verde verticale, già da lontano arcigni e scostanti. Gli accessi a questi gruppi sono quasi sempre dei budelli bui, scavati da torrenti piccoli ma furiosi. La bassa quota favorisce lo sviluppo di una vegetazione ossessiva, talmente fitta da ricordare le più strette e ripide valli nepalesi. La solitudine è totale, la rete di sentieri appena visibile, quando esistente. Alla sommità della Schiara alcune vette si disputano l’onore della maggiore importanza, ma nessuna è paragonabile al Burèl. Questa montagna ha una vetta abbastanza pronunciata, ma è il precipizio a sud-ovest che le aggiudica il nostro interesse. È un baratro di 1450 metri, tra i più alti delle Dolomiti, un immane appicco che s’affonda in una valle desolatamente verde, buia, stretta. Invisibile dalle valli abitate, la parete sud-ovest del Burèl poté nascondersi riservata fino agli anni ’60 del secolo XX.
La pubblicazione di una guida di Piero Rossi sulla Schiara la portò a conoscenza dei più accaniti cercatori di prime. E fu così che i polacchi vennero, videro e vinsero. Unico neo alla bellezza alpinistica della parete è la cengia che la taglia a poco più di metà altezza e che permette una rapida ritirata. Mentre la parte superiore è la più verticale e strapiombante (quindi di maggiore interesse), la parte inferiore è più facile ma anche la più selvaggia e isolata, più simile ad un orribile e scivoloso imbuto che ad una parete vera e propria. Dal 15 al 18 agosto 1967 Jerzi Brudny, Kazimir Liszka, Jan Junger e Adam Trzaska salirono la parte superiore, cioè la parte più interessante e difficile. Ma già pochi giorni dopo, dal 21 al 25 agosto altri tre polacchi, Roman Bebak, Janusz Ferenski e Ryszard Zawadzki assieme ai bellunesi Giorgio Garna e Gianni Gianeselli salivano la parete integrale, compiendo così una delle più grandiose ascensioni delle Alpi Calcaree. Furono usati 120 chiodi (senza quelli di sosta), due cunei di legno e 11 chiodi a pressione. Questi ultimi sembrano non del tutto necessari: infatti furono piantati nell’emergenza in cui si svolse la prima ascensione, in avverse condizioni atmosferiche.
Con la parete sud-ovest del Burèl si chiude un’epoca, quella della conquista delle ultime pareti inviolate. È vero che dopo il 1967 ne sono rimaste ancora altre, vedi ad esempio le Pale di San Lucano, ma con il Burèl e i suoi chiodi a pressione si chiude qualcosa. Oscuramente possiamo intuire che i passaggi da una moda all’altra sono sempre un po’ lenti. Le grandi salite in artificiale avevano stufato un po’ tutti, ma cosa si poteva a quel tempo fare di più di prima senza ricorrere alle chiodature ad oltranza? Cosa c’era di possibile che fosse stato lasciato intatto dai grandi sestogradisti degli anni ’30 e che nello stesso tempo permettesse la ribellione alla progressione artificiale ad oltranza? Risposta: le ultime pareti vergini. E dopo queste, o la crisi o con veramente buona volontà effettuare itinerari paralleli e più in libera dei precedenti, senza l’uso dei chiodi a pressione. Ma il passaggio fu lento, graduale. Il rispetto per il passato era grande, quasi c’era un senso di inferiorità. Messner diede uno scrollone violento a questo modo di pensare e così fece Cozzolino. Qualche buon esempio lo diedero anche altri. Dopo la Via degli Amici alla Civetta Reinhold e Günther Messner, con Heini Holzer, salirono il 17 e 18 agosto 1967 la parete nord-est dell’Agnèr per una via nuova quasi interamente in libera, 1400 metri. Difficoltà fino al VI, come confermarono poi Reinhard Schiestl e Luggi Rieser, che superarono in libera (VI+) anche i 20 metri di artificiale dei primi salitori.
Tra le due imprese, che si svolsero contemporaneamente, passa una grossa differenza, non tanto nelle dimensioni o nella realizzazione, quanto nelle intenzioni. La cordata dei polacchi e dei bellunesi, a meno di non incorrere in qualche serio incidente, sarebbe passata comunque sul Burèl. La cordata Messner invece era disposta a tornare indietro di fronte all’impossibile. Questo concetto nuovo è precisamente il nocciolo della questione.
Così la via Centrale è descritta nella guida di Piero Rossi, Schiara (Collana Guide Monti d’Italia):
89f) per la parete sud-ovest, via Centrale
Jerzy Brudny, Kazimir Liszka, Jan Junger e Adam Trzaska, dal 15 al 18 agosto 1967 (prima ascensione della parte superiore, sopra la grande banca); Giorgio Garna, Gianni Gianeselli, Roman Bebak, Janusz Ferenski e Ryszard Zawadzki, dal 21 al 25 agosto 1967 (prima ascensione integrale dell’intera parete). 2a ascensione: Reinhold Messner e Konrad Renzler, il 21 e 22 ottobre 1968; 3a e 1a invernale: Franco Miotto e Riccardo Bee, dal 14 al 19 marzo 1974; 4a: Helmut Kiene e Berndt Kullmann, il 2 e l’8 settembre 1976 (in due tempi per avverse condizioni atmosferiche); 5a e prima solitaria: Riccardo Bee il 17 agosto 1979, in 15 ore.
Altezza: 1150 m c. (1450 m c. con la variante d’attacco diretta dal fondo della Val de Piero). Arrampicata prevalentemente libera, con lunghi tratti di misto e di artificiale. Impiegati 120 chiodi normali sui passaggi (di cui circa 70 lasciati), senza quelli di sosta, 2 cunei di legno (lasciati), 11 chiodi a pressione (tutti lasciati. Alcuni di essi, specie nel tratto inferiore, sono stati usati solo per motivi di sicurezza e in condizioni di emergenza, ma non sono indispensabili). A giudizio dei ripetitori, attualmente i chiodi in sito sono sostanzialmente sufficienti. Qualità della roccia alterna: spesso buona ed anche ottima, ma in alcuni tratti assai malfida. Pericolo di pietre smosse dalla cordata, specie se numerosa. Con l’attuale stato di chiodatura la via è probabilmente percorribile senza bivacco, da parte di una cordata molto veloce.
Si tratta di una delle ascensioni più grandiose delle Alpi Calcaree. È stata realizzata da un gruppo di alpinisti bellunesi e polacchi, in avverse condizioni atmosferiche, dopo l’insuccesso di numerosi tentativi di famose cordate internazionali, dovuti, oltre che alle difficoltà tecniche, a fattori psicologici, per l’ambiente solitario e selvaggio e l’aspetto pauroso della parete, soprattutto nella zona dei grandi soffitti superiori, che pure ha potuto essere superata, in realtà, prevalentemente in libera. Va, dunque, tenuto conto del particolare impegno morale di chi ha affrontato e vinto per primo queste incognite. Di grande rilievo anche la prima ascensione invernale (compiuta senza alcun aiuto esterno e in condizioni particolarmente severe), da parte dei bellunesi Miotto e Bee e la prima solitaria, dello stesso Bee.
A giudizio di Reinhold Messner «la via, in questo remoto ambiente della Val de Piero, richiede un grande impegno morale e, se possibile, sarebbe opportuno fosse affrontata da una cordata di quattro elementi, per motivi di sicurezza. La roccia è infida e l’ascensione è pericolosa. Essa appartiene alle più grandi imprese contemporanee nelle Dolomiti» (dal Libro del rifugio 7° Alpini). Kullmann scrive: «La via è a tratti assai marcia, soprattutto nella parte inferiore. Tutti i chiodi di passaggio sono in sito. Ne manca qualcuno di sosta. Per una cordata di quattro persone vi sarebbe grave pericolo di pietre cadenti. La via è forse fattibile senza bivacco. Vi sono buoni punti di bivacco nella parte superiore» (ibidem). Secondo Bee, la roccia è veramente cattiva solo in alcuni tratti, anche se quella delle altre vie parallele (di sinistra, di destra e del pilastro sud-sud-ovest) è decisamente migliore. Rispetto alla via di sinistra, quella centrale ha più tratti in artificiale ed è un po’ meno sostenuta, mentre le vie di destra e del pilastro sud-sud-ovest presentano, nella parte superiore, alcuni passaggi di maggiore difficoltà. Inoltre, la via centrale è, oggi, notevolmente più chiodata. Essa resta, comunque, un’impresa grandiosa e del massimo livello, soprattutto per l’impegno d’assieme e per la naturale linearità dell’itinerario.
La via segue, con grande logica, la linea dell’immenso diedro che solca il centro della parete. Unico neo, che rompe la continuità della via, è la grande banca, la quale a metà taglia orizzontalmente la parete. In realtà, il semplice superamento della parte superiore, alta 600 m c., rappresenterebbe già una rilevante impresa, di grande soddisfazione. Finora, però, tutti i ripetitori hanno lodevolmente preferito il percorso integrale, salvo evitare la variante diretta d’attacco dal fondo della Val de Piero, che prolungherebbe l’itinerario di circa altri 300 m di dislivello, ma che appare poco attraente e consigliabile. Con tale variante, già più volte percorsa nei tentativi, la via si aggira sui 1450 m di dislivello e, tenuto conto della continuità delle difficoltà, diviene uno dei più grandiosi, se non il più grandioso percorso delle Dolomiti e delle Alpi Calcaree. D’altro canto, anche gli altri accessi, sia pure in gran parte in discesa, sono lunghi, complessi e non privi di difficoltà alpinistiche, che vanno pur sempre sommate a quelle della via vera e propria.
Analoghe considerazioni valgono per gli itinerari paralleli della stessa parete.
L’itinerario è stato, ora, reso ancora più diretto, ardito e lineare, grazie alle due varianti aperte da Riccardo Bee, rispettivamente al termine del tratto inferiore e, soprattutto, con la bellissima uscita diretta terminale, che consente di evitare qualsiasi tratto in comune con altri itinerari.
La storia continua
Dal 2 al 6 marzo 1977 Riccardo Bee e Franco Miotto salgono il precipizio del Burèl per la via di Sinistra, autonoma a sinistra della via Centrale, in unica soluzione e del tutto autosufficienti, all’americana insomma. Gli stessi il 23 aprile 1977 salgono la parte inferiore e il successivo 4 giugno la parete superiore di un’altra via nell’estremo settore destro della parete (via del Gran Diedro di Destra).
Non contento, Bee affronta ancora la parete per superare un nuovo itinerario nella parte superiore del settore destro, il 26-27 luglio 1980, dopo altri precedenti tentativi solitari (V e VI, A1 e A3, 550 m). Infine, pochi giorni dopo, Miotto con Benito Saviane supera il pilastro sud-sud-ovest (tra il Gran Diedro di Destra e la via Bee), la cosiddetta Direttissima (V, VI, A2 e A3, 1450 m). Il 24 agosto 1980 vincono la parte inferiore e il 13-14 settembre la parte superiore.
Sulla via Italo-polacca del Burèl
(rinvenuti i chiodi della prima ascensione)
di L.P. (Redazione ildolomiti.it)
(pubblicato su ildolomiti.it il 14 giugno 2023)
La cosiddetta Via Italo-polacca o Via Centrale, per la dirittura dell’enorme diedro, situato nel mezzo della parete che caratterizza i 1450 metri di baratro divisi a metà da una stretta cengia, fu scalata per la prima volta da una cordata formata da due alpinisti italiani (Giorgio Garna e Gianni Gianeselli) e sette alpinisti polacchi, tra il 15 agosto e il 25 agosto del 1967. L’ascensione fu epica, celebrata e fece storia, seppur non priva di uno strascico polemico in merito alla conquista della parte alta della parete, dovuto ad un malinteso nel gruppo dei polacchi. Piero Rossi, che fu tra i promotori dell’assalto alla grande parete nel binomio italiano-polacco, in un’ottica d’internazionalizzazione della Schiara, fu tra i pacieri delle polemiche e successivamente scriverà la cronaca quotidiana di un’ascensione quanto mai flagellata da maltempo, infortuni, roccia friabile e difficoltà sostenute.
Lo scorso 11 giugno 2023, nel corso di un’esercitazione della Stazione di Belluno del Soccorso Alpino, è stato effettuata un’importante esplorazione lungo questa storica via sulla parete sud-ovest del Burèl, divenuta negli anni Sessanta un problema alpinistico di primordine nelle Dolomiti, tale da suscitare le mire di alpinisti italiani e stranieri. Dopo quell’impresa del 1967 l’alpinista, guida alpina e storico dell’alpinismo italiano Alessandro Gogna disse: “Con la parete sud ovest del Burèl si chiude un’epoca, quella della conquista delle ultime pareti inviolate”. Seguiranno la prima ripetizione di Reinhold Messner e Konrad Renzler, la celebre prima invernale di Franco Miotto e Riccardo Bee del ‘74, la quarta di due tedeschi Kiene e Kullmann del 1976, nonché la prima solitaria dello stesso Bee nel 1979. Poi più nulla, almeno per quanto concerne gli strapiombi finali della via; sì, perché il tentativo della cordata Vallata-Zanon-Zeni (2017) s’arrestò all’inizio del 23esimo dei 32 tiri di corda complessivi. Si era parlato, allora come oggi, di un franamento in quel punto e di altri possibili nella parte alta, visibili anche a occhio nudo. L’11 giugno l’esercitazione della Stazione di Belluno ha dunque indagato sulla storia di questa via, simulando il raggiungimento e il recupero di una cordata in difficoltà, proprio alla base dei grandi soffitti superiori, quelli rimasti “inviolati” dal 1979. Tredici volontari, sbarcati con l’elicottero sul Van del Burèl, sono saliti ad un intaglio di cresta, sono passati in versante sud, hanno attrezzato una cengia sospesa sugli alti appicchi della Val de Piero fino all’uscita della Via Italo-polacca. Sono seguite cinque calate a corda doppia, l’ultima delle quali di 80 metri, fino alla sottile cengia dove fu ritratto Gianeselli nel corso della prima ascensione (26esimo tiro di corda), finora l’unica fotografia nota che documenti quei luoghi.
Sono stati rivenuti i chiodi originali della prima ascensione e un cuneo, probabilmente infisso nel corso della prima invernale. È stato confermato un enorme franamento che ha trascinato a valle tre tetti di roccia e detriti, lasciando miracolosamente intatta la ventottesima sosta della via, quella determinante per fuggire dai grandi soffitti che chiudono la parete. ”In un ambiente impressionate per la verticalità e l’esposizione al vuoto – comunicano dalla stazione del Soccorso alpino di Belluno – si confermano le difficoltà tecniche dei passaggi e la precarietà della roccia, nonché la profonda stima per chi ha affrontato quei luoghi per la prima volta e, successivamente, in invernale e in solitaria”.
Tutti i volontari si sono avvicendati per oltre sei ore nell’effettuazione di lunghe discese a corda doppia e altrettante faticose risalite, nonché nel superamento di cenge in esposizione e passaggi alpinistici fino al V grado. Al termine della parte più tecnica dell’esercitazione è seguito il rientro a valle, passando per Van de la S’ciara e il rifugio Bianchet. ”Si ringrazia sentitamente l’Ente Parco – concludono i soccorritori – per l’autorizzazione concessa ad effettuare tale esercitazione, in luoghi di grande bellezza, situati all’interno del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, la Regione Veneto per la disponibilità del mezzo aereo e tutti i volontari che sono stati impegnati nell’esplorazione di una delle più alte e importanti pareti dolomitiche. Di certo la più inaccessibile”.
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.




Ultimo OT, Matteo forse si trattava della corsa sostitutiva.
https://www.ilgazzettino.it/AMP/nordest/funivia_faloria_cortina_d_ampezzo_riaperta-7560738.html
Vaabé, se vogliamo buttarla in caciara, cosa vogliamo dire dell’articolo del Gazzettino?
Sono appena tornato da Cortina e la funivia del Faloria funzionava regolarmente, 27€ andata e ritorno come riporta il sito…improvvisamente la revisione non è più necessaria? Altro che 2 settimane di chiusura
vero Balsamo, ma gli umarell di solito rompono le palle e si prendono dei sonori “nonno ma perchè un vai a fa un giretto” !!!
Alberto, come un tempo dissero a Casarotto, “tieni alta la bandiera”.
🏴☠️🏴☠️🏴☠️
Benassi, che da una certa età ci si interessi più di cantieri che di altro, ovvero che si diventi ciò che dalle mie parti chiamiamo “umarell”, è un destino al quale nemmeno i Peter Pan più accaniti possono sottrarsi 🙂
Invito Alessandro Gogna a pubblicare articoli che parlino di cantieri stradali:
scarificature, asfaltature, scavi, polifere, riempimenti, getti in calcestruzzo, ect.
Vedo che come argomento interessa di più che della Italo-Polacca al Burel.
I lavori di manutenzione stradale vengono calendarizzati per aprile, max maggio. Purtroppo sono i mesi più piovosi dell’anno e quando piove non è bene sgaggiare od asfaltare e di deve attendere che asciughi. Non si possono appaltare a settembre/ottobre che c’è il rischio di doverli abbandonare per l’arrivo dell’inverno.
effettivamente via Italo-Polacca potrebbe anche essere interpretato come il cantiere stradale ” rifacimento del manto stradale via Aurelia”.
Cominetti, ero convinto che “i lavori pubblici lungo le strade che invece di farsi in aprile e maggio, si aspettano giugno e luglio per farsi vedere dai turisti” fosse una battuta per ridere.
E invece apprendo che non solo dicevi sul serio, ma che ne conosci addirittura le “ragioni tecniche”.
Perdonami per l’incomprensione.
Buonanotte anche a te.
Balsamo, è proprio perché conosco molto bene quelle che tu chiami “ragioni tecniche” che ho scritto quello che ho scritto.
Buonanotte.
I lavori si fanno d’estate per agevolare l’abbronzatura degli operai, lo sanno tutti… 🙂
(In realtà ci sono diverse ragioni – tecniche soprattutto – per eseguire certi lavori in estate. Per trovarle è sufficiente volersi informare e non fermarsi ai propri pregiudizi).
Ciao Marcello, anch’io mi sono sempre chiesta come mai tanti lavori pubblici si svolgano in piena estate e l’unica spiegazione che mi do è per creare disagi, sia agli operai che al pubblico, ma mi sembra interessante anche il tuo punto di vista!
Bell’articolo che riassume l’importante storia di una grande parete. Forse riuscira a smuovere l’interesse di qualche alpinista in cerca di avventura…chissà!
Mi riferivo più ai commenti #3 e#4 . Il commento #1 non l’ho trovato polemico, oltretutto mi auguro anche io che non siano stati lasciato kg di ferro in giro.
Penso che “polemica” sia commentare che fare un’esercitazione del soccorso su quella parete sia come fare i lavori stradali per farsi vedere dai turisti (cit.) .
Il mio commento è invece di sicuro polemico perchè sono incazzato per quanto accaduto qui sul Bianco. Certo non mi aspetto più che arrivi un Gary Hamming (nè io lo sono, ahimè).
139 Luca
conoscendo l’ambiente della sud del Burel, anche per aver salito li una via, ho detto subito che per fare li una esercitazione ci vuole tanta abilità.
Detto questo, non vedo perchè, se si esprire un dubbio, una speranza, ci debba essere subito qualcuno che parla di polemica.
Cazzo oggi non si può più dissentire, tutti allineati, mutismo e rassegnazione. Oppure vanno bene sole le tue di polemiche (magari sono anche giuste) che mi sembra non risparmi Luca?
Complimenti ai soccorritori. Non capisco le polemiche, credo che sia altamente formativa una simulazione del genere e sinceramente non credevo se ne facessero di tale portata. Qui in Valle d’Aosta senza elicottero non si schiodano quasi e mi è dispiaciuto che un ferito sia stato lasciato sulla discesa della Noire (con il compagno morto poco sotto) perchè “le condizioni meteo erano difficili”… ma dalla normale alla Noire una squadra poteva benissimo salire!!
E poi che dire di Dino Ruotolo e compagno, lasciati lassù sul Brouillard … «Dino ed il suo compagno – dicono dal Soccorso alpino Valle D’Aosta – non sono stati abbandonati ma vengono cercati con calma e metodo. Inoltre si spera che i pochi alpinisti che scaleranno l’Innominata ed il Freney intravedano qualcosa così da indirizzare i soccorsi. Anche anni fa due componenti della cordata dei tre italiani dispersi sulla Barre des Ecrins fu trovata sei mesi dopo da una guida con cliente che salivano la goulotte Boivin».
Confidare nei “pochi alpinisti che scaleranno l’innominata” mi pare un insulto e mi fa ribollire il sangue. Ma sarà una tecnica di ricerca valida qui in VdA dove il soccorso è delegato in toto alle guide e non ci possono essere volontari, chissà….
ma si parla della via Italo-Polacca alla sud Burel e di tutto quello che gli gira intorno, o di funivie ?!?!?!?
Il fatto che non si trovi ditte certificate alla manutenzione da un’idea di quanti nuovi impianti sono in costruzione. Poi, ovviamente, un gestore tende a non chiudere in stagione….neanche se si tratta di un freno!!!!!!
Visto che si parla di impianti, possibile che un gestore, che non deve fare altro che gestire, finga così spudoratamente di non conoscere la normativa?
“Per quella data non siamo riusciti a trovare in tempo un’impresa che facesse l’intervento, quindi abbiamo deciso di eseguirlo in autunno, convinti che la scadenza fosse relativa all’anno solare.”
https://www.ilgazzettino.it/AMP/nordest/funivia_faloria_cortina_chiusa_cos_e_successo-7525108.html
Per fortuna l’autorità di controllo una volta tanto è intervenuta in tempo.
È più facile si realizzi questa mostruosità piuttosto che ne venga tolta una delle esistenti!!!!
“Alle comunità montane porta più reddito l’uso dell’ elicottero che porta turisti in vetta che non soccorritori in parete….o volete sempre montanari poveri e ignoranti con braghe alla zuava?”
Ragionando solo sulla base del reddito, conviene allora ricoprire le intere Alpi con un’unica enorme ragnatela di funivie, fino in vetta.
Anzi, ancor piú reddidizio, traversate in funivia da una valle all’altra attraverso la vetta, come al Piccolo Cervino. Decine di migliaia di funivie, minimo dieci o venti per ogni valle, dal Colle di Cadibona al Monte Nevoso.
Che bello, Carlo, eh?
Appunto, lasciamola inaccessibile.
Alle comunità montane porta più reddito l’uso dell’ elicottero che porta turisti in vetta che non soccorritori in parete….o volete sempre montanari poveri e ignoranti con braghe alla zuava?
4, Concordo con te, sprecare un elicottero e addirittura 13 volontari perdigiorno per un’esercitazione di soccorso, robe da regime sovietico. Molti meglio utilizzare l’elicottero per portare e scaricare gente con gli sci sulle cime delle montagne innevate.
A me ricorda tanto la sfilata dei camion militari a Bergamo primavera 2020
Onestamente, non vedo il nesso tra l’asprezza del Burel e la calata dei soccorritori con elicottero, trapano (immagino) e giubbottini fluorescenti.
Mi ricorda la marea di lavori pubblici lungo le strade che invece di farsi in aprile e maggio, si aspettano giugno e luglio per farsi vedere dai turisti (non vedo altre ragioni) creando così traffico e disagi per tutti.
Misteri!
Vogliamo i soccorsi in montagna? Si
Vogliamo che i soccorritori siano sl sicuro? Si
….allora dovremo accettare e pretendere gli spit
Ambiete grandioso, selvaggio, solitario, impressionante, quasi primordiale quello del Burel. Ci sono stato 2 volte. Una volta partendo dalla Stanga per poi risalire tutta la Val de Piero con mia moglie. Un altra a ripetere la via Goedeke subito li a destra arrivandoci dal VII° Alpini .
Fare un’esercitazione di soccorso su questa parete richiede grande abilità.
Voglio sperare che non si sia riempita la via di fix trapanati per creare gli ancoraggi di calata. Lo so mai contenti, ora massacratemi pure.