The Entropy Wall

The Entropy Wall
(La Parete dell’Entropia, via diretta sulla parete nord del Mount Moffit, Alaska)
di Jed Brown
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2007)

La Hayes Range è stata a lungo una specie di catena montuosa solo per gli scalatori di Fairbanks. Non ha il fascino glamour del Denali o della gola di Ruth e l’accesso è un problema. Ai piloti di Talkeetna non piace volare lì, la distanza e il tempo incerto rendono il viaggio un rischio economico significativo e molti di loro non sono così esperti da poter atterrare sui ghiacciai. Su quella catena, di regola, non c’è mai più di una cordata allo stesso tempo. Oltre a questa sensazione di remoto, quei posti non sono mai stati destinazione dei migliori, quindi sono poco noti. Pochi hanno sentito parlare del Mount Shand, del Peak 10.910 o del Mt. Balchen: però queste montagne offrono molte opportunità per chi cerca l’avventura.

La poco conosciuta parete nord del Mount Moffit, di 2300 metri. La via Brown-Haley supera direttamente la parete rocciosa. La via Miller-Teale del 1989 supera invece la parete di ghiaccio sulla destra. Foto: Jed Brown.

Nella catena Hayes orientale, la parete nord del Mount Moffit si eleva per 2300 metri al di sopra del Trident Glacier. Il ghiacciaio è delimitato a est dalla cresta nord-est, ancora non scalata, e a ovest dalla cresta nord-ovest che, con quattro ascensioni fino ad oggi, si qualifica come la “via normale”. Questa configurazione implica che l’unica volta in cui la luce solare tocca la parete è per un paio d’ore all’alba e al tramonto vicino al solstizio d’estate, quando il sole tramonta a malapena. I seracchi attivi su entrambi i lati del circo lo rendono un luogo pericoloso in cui non ci si può certo rilassare. Tuttavia, non lontano c’è un prato idilliaco alla base della cresta nord-ovest, che, se non fosse per le marmotte troppo invadenti, sarebbe il campo base perfetto.

Brian Teale, che ha aperto vie di ghiaccio duro e misto a Valdez da quando è diventata la principale destinazione per l’arrampicata su ghiaccio in Alaska, ha completato la prima via sulla parete nord del Moffit con Harvey Miller nel 1989. Hanno scalato una linea di ghiaccio di 2300 metri a destra dell’enorme parete rocciosa al centro della parete. Il terzo inferiore della via era una cascata di ghiaccio a sinistra della linea di caduta dei seracchi in alto sul lato destro della parete. La parte superiore presentava una scelta tra ghiaccio sostenuto ma oggettivamente sicuro e arrampicata mista a sinistra oppure un ghiaccio leggermente meno ripido ma minacciato dai seracchi, a destra. Dopo la parte inferiore del percorso, sentivano il bisogno di un terreno più moderato. Con riluttanza, sono andati a destra. Hanno raggiunto la vetta dopo aver passato più di un giorno sotto i seracchi. L’unico commento di Brian è stato “Era come giocare alla roulette russa con una sola sede priva di pallottola“. Sebbene la loro impresa fosse certamente una delle più grandi dell’Alaska di quell’anno, rimasero fedeli all’etica in voga allora da quelle parti e non la segnalarono.

Jed Brown capocordata sulla 13a lunghezza di corda, primo giorno. Foto: Colin Haley.

Nel marzo del 2002, dopo la mia prima stagione di arrampicata su ghiaccio, ho avuto il mio primo vero assaggio di successo alpinistico con la seconda salita del Cutthroat Couloir sul McGinnis Peak, appena ad est del Moffit. A giugno, mi ero convinto di essere pronto per il Moffit. Jeff Benowitz, scalatore di Fairbanks e mio mentore alpinistico, ed io atterrammo sui piani fangosi vicini alla morena del Trident, con il programma di salire sulla possibile variante di sinistra della via Miller-Teale. C’erano state due settimane di tempo spietato prima del nostro arrivo, quindi ovviamente abbiamo avuto due settimane di merda. Dopo aver completato l’avvicinamento sotto la pioggia, le nuvole si erano squarciate per mostrarci lo spettacolo terrificante di quattro valanghe indipendenti e simultanee. Non abbiamo messo piede in parete, e più la guardavo più sentivo di non essere pronto per un simile obiettivo.

Nel maggio 2006, ho colto l’occasione per tornare al Moffit con la leggenda dell’Alaska Carl Tobin (ex Fairbanks, ora da Anchorage) e Aaron Thrasher (anche lui di Anchorage). Combinare la mia età con quella di Aaron era ancora ben al di sotto di quella di Carl, ma la moglie di Carl, Nora, ci aveva incaricati di stare attenti anche per lui. Il nostro obiettivo era una linea di ghiaccio effimera che occasionalmente era visibile sulla parete rocciosa di 1400 metri a sinistra della via Miller-Teale. Sulla base dei rapporti provenienti dal resto della catena montuosa dell’Alaska, è stato un anno secco, quindi ho pensato che la variante di sinistra della Miller-Teale sarebbe stata un buon piano di emergenza. Abbiamo volato da Talkeetna al Trident Glacier e ci siamo sorbiti tre giorni di nevicate. La parete rocciosa era completamente priva di ghiaccio, perciò la neve sopra la Miller-Teale non era stabile, quindi era il momento di trovare un altro obiettivo.

Brown in sosta al bivacco del fungo di neve, secondo bivacco. Foto: Colin Haley.

Dato che avevamo una bella scelta di materiale da roccia ma una modesta attrezzatura da ghiaccio, siamo andati sulla cresta nord-est. Abbiamo avuto 24 ore di bel tempo, ma dopo alcuni tiri di arrampicata dispendiosa in termini di tempo su brutti gendarmi e rendendoci conto che avevamo fatto meno del 10 per cento della totalità, abbiamo colto la nostra ultima opportunità per scappare senza tornare indietro per la cresta. Dopo una dozzina di strazianti calate di 70 metri lungo un canalone sul lato est della cresta, ci siamo resi conto di aver sbagliato e che sarebbe stato meglio ritornare per dove eravamo saliti. È arrivato il brutto tempo e, a corto di materiale e motivazione, abbiamo presto iniziato la marcia di due giorni per arrivare alla strada.

Avevo trascorso l’autunno del 2005 in Yosemite, e lì avevo incontrato Colin Haley, che aveva due settimane di tempo, un sacco di motivazione e un capitale di 30 dollari (che dovevano bastargli anche per l’acquisto della benzina per tornare a Seattle). I nostri stili di arrampicata erano compatibili e dopo alcune lunghe vie ci siamo lasciati con vaghi piani per fare qualcosa in Alaska la stagione dopo. Da qualche parte lungo la strada, ho commentato che la parete nord del Moffit sembrava la parete nord di granito e diorite del North Twin ma con 900 metri di neve e ghiaccio al di sopra. Lui ha risposto: “Mandami una cazzo di foto!” Il 4 luglio, pochi istanti dopo la revoca del divieto di volo derivante dal test missilistico nordcoreano nel 2006, siamo volati sui pianori fangosi del ghiacciaio Trident, e l’intenzione era di provare la diretta sulla parete nord.

Colin Haley supera in artificiale il tetto sopra al seondo bivacco (26a lunghezza). Foto: Jed Brown.

Durante i primi giorni di tempo instabile, abbiamo fatto il viaggio di andata e ritorno di 25 km per prendere il resto del nostro cibo dalla pista di atterraggio. Il 9 luglio, la mia utile radio FM ha rilevato le previsioni di Fairbanks per “prevalentemente soleggiato seguito da due giorni di parzialmente nuvoloso”, quindi abbiamo fatto la selezione del materiale e ci siamo svegliati all’una di notte. Abbiamo messo piede in parete proprio nel momento in cui il sole delle 3 del mattino toccava le parti superiori: avevamo cibo per due notti e carburante per tre. Come previsto, le fasce di granito offrivano un’arrampicata di alta qualità mentre la diorite era più facile ma più friabile. Abbiamo condotto la cordata, non in alternata ma a sezioni, con il leader che, munito di scarpette da roccia, portava o trascinava uno zainetto, a seconda del terreno. Il secondo aveva su gli scarponi e lo seguiva con lo zaino più grande, scegliendo se tenerlo addosso in base ai casi. Dopo 19 tiri abbiamo bivaccato in cima a un pilastro di granito. Finora la via era andata quasi tutta in libera sul 5.9. Ci fu un momento emozionante quando dovetti schivare un blocco che la corda aveva scontrato e staccato.

Mentre cenavamo e consideravamo il tempo, Colin disse che secondo lui avremmo dovuto continuare anche se fosse arrivata una tempesta. L’ultima cosa che volevo era scendere a doppie, ma con 700 metri di arrampicata difficile e sconosciuta sopra di noi più altri 900 di terreno più facile prima di poter scendere, mi sembrava un po’ prematuro escludere la fuga. Avevamo ancora abbastanza materiale per raggiungere la base, ma Colin era gasato. Ho scelto di non pensarci.

Brown all’inizio della 31a lunghezza di corda, alla ricerca del miglior percorso per raggiungere i pendii di neve finali. Foto: Colin Haley.

Al mattino toccava a me. In cima al primo tiro ho considerato le conseguenze mentre guardavo una serie di tetti di diorite sgocciolanti mentre iniziava a nevicare. Colin percepì la mia esitazione e mi incoraggiò: “Vai, vai, non sembra poi così male”. Dopo un po’ di chiodatura su roccia infida ed essere anche parzialmente risceso per recuperare del materiale, ho finito il tiro. E “Non Fu Così Male”.

Sopra una piccola fascia di ghiaccio iniziava la parete terminale. Sembrava che ci fossero tre diverse possibilità, ma solo una sembrava buona. Aveva il vantaggio di portarci a un enorme fungo di neve sotto un tetto, chiaramente visibile già dal nostro campo base nel prato. L’avevo notato con il binocolo a maggio e scherzosamente avevo suggerito che avrebbe fornito un buon bivacco, protetto dal grande tetto. Infatti, dopo aver fatto tre tiri di misto libera e artificiale, ho scoperto che il bivacco era migliore di quanto potessi sperare. Situata sotto un tetto orizzontale di tre metri, c’era una fascia di neve perfettamente livellata larga due metri e lunga 15 metri, completa di ringhiera. Anche se avevamo fatto solo sei tiri, la notte prima non avevamo dormito molto e non potevamo lasciarci sfuggire un bivacco così promettente. Ebbi molto sollievo quando Colin disse d’essere d’accordo. Dopo cena, giacevo e ridacchiavo, mentre lontano da noi cadevano blocchi di roccia con rumori tipo Harley-Davidson senza marmitta.

Al mattino, Colin ha salito in artificiale la spettacolare fessura per mani che solcava il tetto. Quando era ormai quasi alla fine della corda, ho sentito uno strattone. Obbediente, gli ho dato un po’ di lasco, solo per avvertire un altro strattone e sentirmi urlare “Smettila di calarmi!”. Si era attaccato a un friend messo tra la parete e un blocco in una fessura non buona ed era volato, la sua prima volta in artificiale. Pochi minuti dopo era sopra il blocco e aveva fissato la corda. Aveva ripulito il tetto, perciò ho dovuto pendolare nel vuoto. È meno spaventoso quando tutto ciò che puoi vedere è la nuvolaglia sotto. Ancora un tiro di roccia e raggiungiamo il nevaio superiore.

Sapevamo che c’era una muraglia di misto nella parte superiore della parete, ma ora sembrava paurosa di quanto avessimo immaginato. Colin si è fatto i primi due tiri e poi è stato il mio turno. Una breve traversata alla corda e alcuni ganci mi hanno portato in una fessura piena di fanghiglia. Terminata questa, ho dovuto fare alcuni movimenti in opposizione in un camino di granito che sgocciolava acqua, seguito da un costone appoggiato e fradicio, poi diritti su WI4+. Al campo, Colin mi aveva convinto a prendere solo due viti modello Stubby e una vite normale. Dato che mi stava assicurando sulle viti, giocoforza avevo un solo Stubby e la convinzione di poter raggiungere l’unica fessura molto più in alto per assicurare con qualche attrezzatura da roccia. L’ho fatto che mi avanzavano solo due metri di corda ma ero fradicio e mi stavo raffreddando in fretta.

In termodinamica, l’entropia è una misura del disordine in un sistema.
La seconda legge della termodinamica afferma che l’entropia totale di un sistema isolato non diminuisce mai.

Eravamo arrivati alla fine della roccia intrusiva e, sperando di superare i pendii di ghiaccio, ho preso un po’ di materiale e ho iniziato a muovermi nel tentativo di tenere a bada l’ipotermia. Avrei dovuto avere con me più fettucce per evitare il tremendo attrito della corda negli ultimi metri, prima di una schifosa sosta a sei ancoraggi. Un altro tiro di ripida salita ci ha portato sui pendii superiori. Abbiamo fatto su la nostra corda principale, ora congelata, che quasi riempiva da sola uno zaino, e siamo partiti in simultanea legati alla corda sottile. Due lunghi tiri dopo, ci siamo slegati proprio quando il sole cominciava a sorgere.

Graziea una breve schiarita, Brown realizza di essere fuori strada lungo la cresta sud-ovest. I due hanno dovuto risalire fino quasi in cima per poter scendere sulla giusta via, la cresta nord-ovest. Foto: Colin Haley.

Ben presto la pendenza è calata, così ci siamo fermati per farci qualcosa da bere. Abbiamo scavato un terrazzino e abbiamo iniziato a sciogliere la neve. Io avevo il saccopiuma più caldo (-5°) e Colin aveva la giacca di assicurazione. Dopo un paio d’ore, il vento spostava abbastanza neve da farci avere freddo. Era tempo di andare. Erano arrivate altre nuvole e questa volta sembrava che il tempo fosse davvero brutto. Un paio d’ore dopo eravamo in vetta in pieno whiteout. Non potevamo scavare una grotta poiché, per risparmiare peso, Colin mi aveva convinto a non portare la pala. In mancanza di bussola, abbiamo considerato l’ora del giorno e la direzione di un breve scorcio di sole, e ci siamo diretti nella direzione che speravamo ci avrebbe portato alla cresta nord-ovest. Dopo un po’ di procedimento impacciato e alla cieca, eravamo davvero su una cresta, ma in una breve schiarita divenne evidente che eravamo sulla cresta sud-ovest. Quella ci avrebbe portati molto rapidamente al colle tra Moffit e Shand, ma tornare al nostro campo sarebbe stato epico, per non dire altro. La seraccata che portava giù al ramo orientale del Trident non veniva percorsa da 60 anni e sembrava una proposta potente ma malsana. L’alternativa sarebbe stata quella di scendere una via che Jeff Benowitz e compagni avevano fatto sul Shand, ma aveva un po’ di terreno tecnico e c’era anche lì una seraccata. Risalimmo al bivio e trovammo la nostra cresta nord-ovest. Ancora qualche ora di discesa e fummo alla tenda, 38 ore dopo esserci svegliati al bivacco del fungo.

Brown trasforma una pala da neve a pagaia per poter attraversare il Delta River. Foto: Colin Haley.

Le maledette marmotte avevano mangiato i miei calzini asciutti e il mio dentifricio, masticato la mia maglietta riempiendola di buchi e riempito la tenda di materia fecale. Avevo imparato la lezione a maggio e avevo lasciato la tenda aperta, quindi almeno quella non l’hanno danneggiata. Il nostro cibo era ben rinchiuso in un paio di bidoncini, così abbiamo iniziato a divorarlo felici mentre cadevano diversi centimetri di pioggia e la parete s’intonacava di neve. Eravamo entrambi d’accordo che avevamo appena fatto la scalata più grande e impegnativa della nostra vita. Ho provato a fare il duro chiedendo “e adesso cosa ci mettiamo in testa di fare?”, ma per la prima volta Colin sembrava averne avuto abbastanza. Abbiamo accarezzato appena l’idea di fare anche il McGinnis prima di tornare a casa, ma ci stavamo prendendo in giro. Ci aspettavano un po’ di divertenti buffonate, come quella di traversare il Delta River in due persone su un gommone per singoli di neppure 2 kg, con l’uso di una pala da neve per pagaia, fino a raggiungere la Richardson Highway.

La via Brown-Haley sulla parete nord del Mount Moffit. La parete rocciosa è alta circa 1400 metri. Al di sopra sono altri 900 metri di neve e di ghiaccio. Foto: Jed Brown.

Sommario
Area: Catena montuosa di Hayes orientale, Alaska
Ascensione: Prima salita dell’Entropy Wall (2300 m, VI 5.9 A2 WI4+), parete nord del Mount Moffit 3969 m, Jed Brown e Colin Haley, 10-13 luglio 2006.
Una nota sull’autore
Jed Brown, 23 anni, è nato in Alaska e dice che Fairbanks è la sua casa. Al tempo era studente all’ETH di Zurigo, impegnato in ricerche sull’analisi numerica del flusso di ghiaccio.

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The Entropy Wall ultima modifica: 2021-03-07T05:06:00+01:00 da GognaBlog

7 pensieri su “The Entropy Wall”

  1. 7
    Alberto Benassi says:

    Marcello è quello che volevo dire. Nonostante l’enormità in cui si vanno ad infilare , lo sprito è leggero.
    Di certo non alla Crovella…..scherzo……ahahahha
     

  2. 6

    I nordamericani amano, un po’ tutti raccontarsi, con spirito “leggero” e lontanamente, condito di britannica ironia, (anche se Colin è di origine italiana), ma questi sono comunque due locomotive.Alberto, non era mia intenzione contrariarti. Ciao

  3. 5
    Alberto Benassi says:

    Con spirito leggero non ho inteso dire senza preparazione ne consapevolezza. 
     

  4. 4

    Conosco abbastanza Colin Haley per poter dire che non è uno che fa le cose alla leggera ma ha grandi capacità tecniche e sa pianificare quello che fa ciao

  5. 3
    Alberto Benassi says:

    effettivamente buttarsi su di li ci vuole un bello spirito leggero.

  6. 2
    andrea gobetti says:

    Io mi sarei cagato in mano al solo guardare quella parete , bravi.

  7. 1

    Se scrivi “cazzo di foto”, puoi anche scrivere che “le marmotte avevano cagato in tenda”, anziché “l’avevano riempita di materia fecale”.
     

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