La Diretta Canadese

La Diretta Canadese
(percorrendo una bella linea sulla parete sud del Denali – Mount  McKinley)
di Maxime Turgeon

“Ehi, siete i ragazzi che erano sulla parete sud del Foraker? Joe Reichert vuole parlare con te alla radio “.

Non appena ho sentito la sua voce, ho capito che Joe, un ranger alpinista, era preoccupato per Karen e Sue. Quanti giorni erano passati dall’ultima volta che le avevo viste alla base del Foraker? Diciassette!

“Sì, ci hanno detto: ‘Speriamo di vedervi tra 10 giorni’”, ma con loro avevano 14 giorni di cibo e carburante”.
“OK, grazie, Max. Avevano una radio, quindi se non avevano chiamato era perché scendevanoi dalla Sultana Ridge. E voi ragazzi? Come è andata giù alla Northeast Fork?”.
“In realtà, abbiamo cambiato idea e siamo andati nell’East Fork”.
“E cosa avete fatto là?”.
“La Diretta Canadese! Sai quello sperone che incuriosiva tante cordate, tra la Diretta Giapponese e la Diretta Americana…”.

La parete sud del Denali-Mount McKinley, come la si vede dal ramo orientale (East Fork) del Kahiltna Glacier. La Diretta Canadese sale il ripido sperone roccioso a destra dello scalatore per circa 1200 metri, poi continua sulla Diretta Americana (1967) fino a raggiungere la cresta sommitale. Foto. Maxime Turgeon.

Erano passati sei giorni dall’ultima volta che avevamo visto Joe. Eravamo quasi tornati al campo base di Kahiltna, ma ogni passo sembrava l’ultimo che avremmo mai potuto fare. Meno di 24 ore prima, ci eravamo persi completamente a 5850 m sul Denali. Non avevamo radio e nessuno sapeva dei nostri piani. Ora avevamo i piedi così distrutti da tre giorni di sforzi ininterrotti che i nostri calzini sembravano carta vetrata. La neve sul ghiacciaio si era trasformata in una miscela zuccherina che non avrebbe sostenuto il nostro peso. I dolorosi spallacci dei nostri zaini, che ci segavano i muscoli del trapezio, ci facevano sentire un po’ meno in colpa per la corda che ci eravamo lasciati dietro quando abbiamo raggiunto la cresta sommitale sul Denali.

La Sultana Ridge del Foraker riempiva l’orizzonte davanti a noi. Avremmo voluto vedere due piccoli punti scendere attraverso quella complessa struttura di seracchi e crepacci, ma per un po’ non eravamo nemmeno sicuri di cosa fosse reale e cosa non lo fosse. Probabilmente non ci scambiavamo una parola da più di sette ore e non ne sentivamo il bisogno. La corda che ci divideva era sufficiente per dirci esattamente cosa stava succedendo nella mente dell’altro, e ora trasmetteva chiaramente il desiderio di un buon pasto e di vestiti asciutti.

Louis-Philippe Ménard all’inizio della settima lunghezza sullo sperone inferiore. Foto: Maxime Turgeon.

Al mattino, sdraiati su spessi materassi al calduccio del rifugio della manager del campo base Lisa Roderick, ci siamo svegliati con il buon odore di frittelle, uova e patate color hashish. Non c’erano ancora notizie di Sue e Karen, e Lisa era davvero preoccupata. All’inizio le donne non volevano portare una radio, ma Lisa ha fatto loro capire che si sarebbe arrabbiata parecchio se fossero state in ritardo. Avevano esaurito le batterie o erano fuori portata?

Il pomeriggio successivo, mentre tiravamo le nostre slitte per l’ultima volta su Heartbreak Hill, abbiamo visto il Lama volare. Presto l’abbiamo visto tornare indietro sulla cresta est del Foraker con uno zaino penzolante all’estremità del cavo. Allora abbiamo capito che era successo qualcosa di brutto.

Il 19 maggio Louis-Philippe Ménard (LP) mi raggiunse al campo base. Il Denali doveva essere la mia seconda salita della stagione; avevo già scalato una via nuova sul Foraker con Will Mayo, anche se non eravamo riusciti a raggiungere la vetta, vedi XXXXXXXXXXXXXXX. Il mio nuovo compagno e io avevamo programmato di andare più in alto possibile sul Denali per vedere come ci saremmo comportati in quota prima di tentare una via più seria. Il giorno dopo eravamo già all’accampamento a 4350 m sullo sperone occidentale. Abbiamo trascorso una giornata tornando a 3650 m per dare un’occhiata alla Fathers and Sons Wall e abbiamo scoperto che le condizioni non erano buone. Dopo un giorno di riposo abbiamo continuato fino a 5200 m, dove LP ha iniziato a sentire un po’ di mal di montagna, perciò è sceso. La notte successiva ci stavamo scambiando di posto, ma alle 3 del mattino un gruppo di alpinisti ha svegliato LP che era a 5200 m perché li aiutasse a portare giù uno dei loro amici che mostrava segni di edema cerebrale. Riuniti al campo di 4350 m, abbiamo rinunciato ai nostri piani di andare in vetta per acclimatarci.

Il nostro piano fino a quel punto era stato quello di scalare qualcosa sulla parete sud-ovest, raggiungendola percorrendo la West Rib Route, ma le previsioni per i prossimi tre giorni prevedevano venti da 60 a 80 miglia orarie da nord-est. Guardando le foto di Washburn della montagna, ci incuriosì un’evidente struttura sulla parete sud. Sono state sufficienti poche parole per dimenticare tutto gli sforzi che avevamo fatto per portare tutta la nostra attrezzatura fino a 4350 m. Poche ore dopo, stavamo tornando al campo base per dare un’occhiata alla parete sud dall’East Fork del Kahiltna.

Dopo un giorno di riposo completo siamo andati a casa di Lisa per chiedere il bollettino meteorologico. Sullo sfondo la parete sud del Denali stava appena emergendo da uno spesso strato di nuvole. Sembrava così lontana… Avremmo potuto facilmente prendere in prestito una sua radio, ma dato che i bollettini meteorologici sono quelli che sono nella catena montuosa dell’Alaska, non eravamo sicuri di volerli ascoltare una volta che eravamo sulla via. Tornammo al comfort dei nostri materassi a più strati e sacchipiuma e ci appisolammo.

Turgeon da secondo e a mani nude su un tiro in parete sud. Foto: Louis-Philippe- Ménard.

Il 27 maggio abbiamo iniziato a sciare nella East Fork per sistemare il nostro campo alla base della seraccata sotto la parete sud. Verso le 19 le nuvole basse hanno iniziato a diradarsi dalla valle, quindi abbiamo afferrato gli sci e siamo andati a individuare la nostra linea prospettica. Non ci è voluto molto per convincerci della sua qualità. Al ritorno al campo ci siamo preparati per un tentativo la mattina seguente: due sacchi da 40 litri; un doppio sacco da bivacco e un saccopiuma; 1,3 kg di carburante, gel, barrette e farina d’avena; due corde da 60 metri e un piccolo assortimento di materiale alpinistico. I nostri zaini pesavano meno di 9 kg ciascuno. Avevamo programmato una scalata di quattro giorni con ritorno al campo di 4350 m sul West Butt.

Alle 7 del mattino stavamo cercando di seguire le nostre asticciole poste la notte precedente lungo la complessa seraccata sotto la Ramp Route, a guardia della parete sud. “È pieno di crepacci… Come può essere questo un percorso?”. La crosta sotto i nostri sci sosteneva appena il nostro peso. La mia anca dolorante si lamentava ogni volta che affondavo nella neve e dovevo tirare di nuovo gli sci sulla superficie crostosa. Sulla via del ritorno dal Foraker avevo spinto un po’ troppo e ora stavo pagando il pedaggio. Sarei stato in grado di resistere per tutte le ore di sforzo costante che ci aspettavano, senza dormire?

Non avevamo nemmeno raggiunto la base della Czech Direct quando il sole colpì il bordo del Big Bertha, 1500 m sopra la nostra testa. Dovevamo passare il meno tempo possibile sotto quell’enorme seracco, e non potevamo nemmeno pensare di fermarci per un respiro di riposo. Avevamo deciso di giocare alla roulette russa, ma non con cinque proiettili. Alle 9 del mattino abbiamo attraversato la crepaccia terminale e ci siamo allontanati da Big Bertha, ma il sole ora riscaldava l’intera parete e il suono delle rocce che rimbalzavano era come un metronomo, costringendoci ad accelerare i nostri passi. In ogni posto sicuro che trovavamo, ci fermavamo per riprendere fiato. Faceva così caldo che anche nelle sezioni di ghiaccio potevamo arrampicare a mani nude. Abbiamo salito molti tiri da 5.5 a 5.8 su granito e alle 3 del pomeriggio eravamo a 4250 m e pronti per una sosta. Due ore dopo, una grande roccia rimbalzò proprio accanto a noi. Dopo quel tuffo al cuore, ben presto riprendemmo a salire.

Non appena il sole ha girato intorno al Cassin Ridge, tutto è diventato molto più tranquillo. La temperatura è calata drasticamente e l’arrampicata è diventata molto più difficile, costringendoci a passare molto tempo ad assicurarci. I minuti ora sembravano ore e la tensione stava aumentando. Ci vedevamo lenti, perciò ci sentivamo frustrati. Avevamo bisogno di un terrazzino per fermarci e tirare fuori il saccopiuma, ma era troppo ripido. Alla fine, dopo aver scalato tutta la notte, alle 10 del mattino ci siamo spostati sopra la cima dello sperone inferiore a 4900 m e ci siamo accoccolati su una cengia innevata.

Turgeon in testa sulla Gravel Pitch, l’unico tratto friabile della via (ma davvero marcio). Foto: Louis-Philippe Ménard.

Per la prima volta ci siamo resi conto di quanto eravamo in alto. Il Kahiltna Peak sembrava così piccolo sotto i nostri piedi. Dall’altra parte di un colle all’estremità dello sperone sud, abbiamo potuto vedere il sito del campo base di Kahiltna: eravamo proprio nel punto più basso della parte di parete che avevo potuto vedere dal campo base quando sono atterrato lì tre settimane prima, e ora ho capito quanto distava ancora la vetta. Al campo base eravamo così sicuri di voler essere completamente indipendenti su questa parete, ma ora pensavamo che sarebbe stato bello avere almeno una radio. Un bel bollettino meteorologico, anche sospetto, sarebbe stato davvero confortante. All’orizzonte la cresta francese del Foraker nascondeva la grande valle selvaggia della parete sud, dove ero stato solo un paio di settimane prima. Ho individuato il nostro punto più alto sotto il plateau di 5120 m sotto la vetta. Dall’altra parte, la Sultana Ridge sembrava non finire mai.

Alle 14 abbiamo ricominciato a salire, dirigendoci verso lo sperone superiore, dove ci saremmo uniti all’American Direct per i suoi ultimi 900 m. Ci siamo diretti verso un evidente camino proprio al centro dello sperone. Alla sua base abbiamo trovato uno spit, probabilmente piazzato dagli alpinisti americani o giapponesi che erano passati di qua un paio di decenni fa. L’ho agganciato e ho continuato a salire in simultanea, ma presto mi sono ritrovato a graffiare con i ramponi  il bordo arrotondato del camino. Quando finalmente sono riuscito a fare una sosta ero tremante e il cuore mi martellava in testa. LP è andato in testa e l’arrampicata è rimasta poco sicura. Due tiri dopo siamo finalmente usciti su un terreno a minor pendenza e ci siamo ritrovati nella neve alta fino ai fianchi. Nelle ultime due ore il tempo era cambiato drasticamente, e ora nevicava forte e il vento stava aumentando. Eravamo proprio lenti e anche con alcune botte di Clif le energie continuavano a mancare. A 5350 m LP si fermò; quando finalmente lo raggiunsi, mi disse che non poteva fare un altro passo. Si è seduto e ho iniziato automaticamente a spiccozzare un terrazzino.

Erano le 22 e senza nemmeno accendere il fornello ci infilammo insieme nel nostro doppio sacco da bivacco. Nel nostro bozzolo di Gore-Tex trovammo presto un po’ di calore, ma gli spindrift entravano di continuo attraverso il foro d’aria che avevamo lasciato aperto. La stoffa ci sbatteva sul viso e i crampi alle gambe rendevano la nostra situazione insopportabile. I minuti sembravano durare un’eternità. Alle 6 del mattino, dopo otto ore di torture, non potevamo più sopportarlo.

“Pensi che possiamo fare delle doppie da qui?”.
“Cazzo, no!”.
“Allora muoviamoci!”.

Ci siamo spostati sullo sperone sud-est alle 19 nel whiteout. Entrambi eravamo estremamente stressati. Riuscivamo a malapena a vedere 5 metri davanti a noi e non sapevamo quasi nulla di ciò che ci era intorno. Non avevamo nemmeno bisogno di parlare. La nostra unica opzione per uscirne vivi era seguire il cornicione verso la vetta e poi scendere lungo il West Butt. Dopo molte ore di fatica eravamo a 6150 m, dove potevamo vedere quello che sembrava essere il pendio che dava accesso alla vetta. Nella nostra mente avevamo considerato chiusa la salita già ben prima, quando abbiamo iniziato a cercare di salvare le chiappe. L’idea di spendere anche solo una caloria in più solo per mettere i piedi nel punto più alto (6190 m) non si è nemmeno palesata.

Ménard sale subito oltre il gendarme dello sperone superiore (Diretta Americana), dopo la breve sosta a 5350 m. Foto: Maxime Turgeon.

Abbiamo iniziato a divallare verso il Football Field, ma non riuscivamo a capire la reale inclinazione del pendio e cadevamo ogni dieci passi. Verso le 23, quando il GPS indicava 5850 m, la pendenza sembrava diventare aumentare, quindi mi misi faccia a monte e iniziai a scendere. Non riuscivo a vedere più lontano dei miei scarponi. All’improvviso, entrambi i miei piedi si staccarono e io stavo volando in aria. Ho sbattuto sulla neve, la corda si è tesa ma poi è tornata lasca. Quindi ho visto LP volare sopra di me e atterrare sulla neve. Quando finalmente la caduta si è fermata, ci è voluto un po’ per capire cosa fosse successo. Eravamo caduti da un seracco di 5 metri. Fortunatamente non ci siamo fatti male, ma avevamo giacche e pantaloni strappati, l’imbottitura veniva fuori da ogni parte. E poi, dove eravanmo? Avrebbe potuto esserci una parete verticale di 300 metri sotto di noi senza che noi potessimo saperlo.

Abbiamo iniziato a svuotare i nostri zaini e preparare un bivacco. Quando ho provato ad accendere il fornello, ho scoperto che non c’era pressione. L’ho messo giù e ho detto a LP che non funzionava. “Amico, non è un’opzione! Deve funzionare!” mi ha gridato. Dopo aver riscaldato la pompa e sostituito alcune parti, siamo riusciti ad accenderlo. Eravamo tutti bagnati, così come il nostro unico saccopiuma. Dopo non più di due ore, l’ipotermia iniziò a prendere il sopravvento e non avevamo sciolto più di un litro e mezzo d’acqua. Il tempo non era affatto migliorato. Eravamo intrappolati molto più in alto di quanto fossimo stati prima, e nessuno sulla montagna aveva idea di dove fossimo. Dovevamo lasciare tutto e cercare di trovare la strada per il Denali Pass? Se non lo avessimo trovato, saremmo morti. Ci siamo messi in spalla i nostri zaini, abbiamo incrociato le dita e ci siamo diretti verso il basso finché il GPS non ha mostrato 5550 m.

La parete sud del Mount McKinley. (1) Cassin Ridge (Cassin-Airoldi-Alippi-Canali-Perego-Zucchi, 1961), linea tra sole e ombra. A sinistra è la parete sud-ovest. (2) Via degli Slovacchi (Adam-Korl-Krizo, 1984. (3) Diretta Giapponese (Kimura-Senda-Tsuneto-Watanabe-Yamaura, 1977): termina sulla (5). (4) Diretta Canadese, Ménard-Turgeon, 2006: termina sulla (5) e (c) è il punto più alto raggiunto. (5) Diretta Americana (Eberl-Laba-Seidman-Thompson, 1967). (6) Via Haston-Scott (1976): inizia da (5). (7) Milan Krissak Memorial (Bakos-Johnson-Orolin-Petrik, 1980). (8) Sperone sud-est (Cochrane-Everett, 1962. Foto: Bradford Wahburn.

Nessuno di noi aveva mai visto il valico e le allucinazioni stavano iniziando a creare un colle immaginario. Qualcosa che sembrava un muro di roccia apparve alla nostra destra, ma poi tornò tutto bianco e piatto. Poi è riapparso, diventando sempre più grande. Quando ci siamo avvicinati abbastanza da essere sicuri che fosse il passo, siamo caduti entrambi in ginocchio. Potremmo non credere in nessun dio, ma qualcosa deve averci guidato attraverso quel whiteout. In meno di un’ora eravamo al campo a 5200 m, dove gli amici ci hanno accolti con bevande calde e farina d’avena.

È difficile definire tutte le ragioni che costringono qualcuno a percorrere la linea sottile tra vita e morte. Probabilmente c’è una buona dose di spensieratezza in questo equilibrio, ma tali esperienze fanno anche sì che qualcosa di potente, qualcosa di indelebile accada nel profondo di noi. Il legame tra due persone che emerge da tali esperienze è legato a sentimenti di estrema angoscia e profonda gioia, e questi non possono essere condivisi con nessun altro. LP e io ora comprendiamo più che mai lo spirito con cui Sue e Karen volevano vivere la loro vita. Le ricorderemo per sempre come partner legate da un impegno totale, dalla voglia di vivere le loro salite in completo distacco.

Gli alpinisti sono probabilmente le persone più egoiste che conosco, che fanno tutte le loro scelte di vita per perseguire esperienze così gratificanti. Prego tutti coloro che ci sono vicini di perdonarci per questo.

Turgeon (a sinistra) e Ménard, subito dopo aver raggiunto la cresta sommitale. La cima era vicinissima, non altrettanto la fine dell’odissea. Foto: Maxime Turgeon.

Sommario
Area: Mount McKinley, Parco Nazionale di Denali, Alaska
Ascensione: salita in stile alpino della Canadian Direct (2450 m, di cui 1250 nuovi, Gradi Alaska 6, 5.9 M6 AI4), sulla parete sud del Mount McKinley 6190 m, tra la Diretta Americana (1967) e la Diretta Giapponese (1977), finendo sulla Diretta americana; Louis-Philippe Ménard e Maxime Turgeon, 28-30 maggio 2006. I due sono saliti dalla crepaccia terminale a circa 3650 m fino a 5800 m sulla cresta sommitale (sperone sud-est) in 58 ore, raggiungendo i 6150 m prima di scendere attraverso lo sperone ovest.

Una nota sull’autore
Maxime Turgeon, 26 anni, vive nei sobborghi di Montreal, Québec. Ha una laurea in ingegneria e ha lavorato brevemente nell’industria aeronautica, ma ora si guadagna da vivere come meccanico, saldatore e falegname tra le salite. Dice: “Non sono davvero una persona cui non piace lavorare, ma ho così tanti progetti di arrampicata in arrivo che non vedo come posso avere un lavoro a tempo pieno in questo momento“. La nuova via sua e di Ménard sulla parete nord del Mount Bradley in Alaska è stato descritta nell’American Alpine Journal del 2006.

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La Diretta Canadese ultima modifica: 2021-03-08T05:27:00+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “La Diretta Canadese”

  1. 2
    Matteo says:

    Effettivamente sono tutti un po’ uguali, però loro sono ben forti e senza tabù!

  2. 1

    Sono un po’ tutti uguali questi racconti all’americana ma a me piacciono. Grazie

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