The Moonwalk Traverse

The Moonwalk Traverse
di Seán Villanueva O’Driscoll
(pubblicato su Alpinist n. 75, autunno 2021)

Circa cinque anni fa, mi è stata diagnosticata la celiachia, una malattia autoimmune in cui il consumo di glutine può causare danni all’intestino tenue. Ogni tanto mi viene una brutta riacutizzazione: ho crampi addominali tutta la notte e mi sveglio con poca energia e anche il morale più basso. Spesso non riesco a individuare cosa abbia provocato l’infiammazione, ma ho scoperto che il fiume mi calma.

Finalmente sono arrivato al mio posto: un piccolo spiazzo erboso pianeggiante, protetto dal vento solo da un basso e brullo faggio australe. Mi sono tolto i vestiti e ci ho messo sopra una pietra in modo che non volassero via.

Quando sono entrato nell’acqua ghiacciata, mi sono concentrato sulla sensazione dell’aria che entrava e usciva dalle narici e allontanavo la tensione dal corpo. Quando sorgeva un pensiero, lo osservavo come se fosse di qualcun altro e lo lasciavo passare. Mi sono tuffato sott’acqua e ho lasciato che il mio corpo andasse alla deriva con la corrente. Uno scienziato potrebbe dire che l’immersione in acqua fredda aumenta la noradrenalina (un neurotrasmettitore che aumenta la motivazione e riduce la depressione) del 50 percento, ma non ho mai sentito questo aumento. Sento solo la vita. Sono uscito cantando. Mi sono vestito e ho iniziato a fare jogging. La corsa si è trasformata in una corsa, la corsa in flessioni e trazioni, e poi una sessione di hangboard (trave) e un po’ di stretching, e più tardi nel pomeriggio, un po’ di boulder.

L’autore durante una delle sue nuotate nel Rio de las Vueltas, un fiume alimentato da un ghiacciaio che costeggia El Chaltén. Foto: Seán Villanueva O’Driscoll.

Andavo al fiume ogni mattina da quando sono arrivato a El Chaltén quasi un anno fa. Con ogni tipo di tempo: vento di burrasca, pioggia, neve, non importava. Un giorno, avevo attraversato il ghiaccio solido e avevo rotto il bordo fragile per raggiungere l’acqua. La fanghiglia ghiacciata scorreva sulla superficie. Mi sono ricordato di aver nuotato in inverno con mia zia Mary nel Mar Celtico. Sono cresciuto in Belgio e ogni Natale andavo a trovare lei e altri parenti in Irlanda. Era un’insegnante gentile ma severa con uno spirito avventuroso. All’età di quindici anni, ho deciso che sarei rimasto in acqua finché lo faceva lei, qualunque cosa accadesse. Sono corso in mare. Ogni cellula del mio corpo sembrava urlare di dolore. Sono tornato di corsa. Rabbrividivo di soggezione mentre zia Mary nuotava per quindici minuti, completamente a suo agio, il collo che sporgeva elegantemente come quello di un cigno fiero. Ho deciso, allora, che sarei andato a nuotare nell’acqua fredda ogni volta che ne avessi avuto occasione. Mi sono lentamente adattato a questa pratica negli ultimi due decenni.

La maggior parte dei miei giorni a El Chaltén ho indugiato in acqua da uno a tre minuti, ma una volta ho deciso che ci sarei rimasto per dieci. Cronometro in mano, mi sono seduto nel fiume ghiacciato. Rimasi a mio agio, godendomi il momento, sentendo il potere della corrente che scorreva e la vita che scorreva sulla mia pelle. Dopo dieci minuti decisi di uscire, non perché sentissi freddo, ma perché ero diventato irrequieto e sapevo che stavo portando il mio corpo in un territorio inesplorato. Con le mani intorpidite, ho faticato a mettermi scarpe e calzini. Il resto del mio corpo non sentiva freddo. Quando tornai alla mia roulotte, tuttavia, tremavo in modo incontrollabile. Quando ho provato a preparare una tazza di tè per riscaldarmi, non riuscivo nemmeno a tenere la tazza, figuriamoci a versare l’acqua dal bollitore. Morirai di infarto, pensai. Ho pensato di svegliare un vicino per chiedere aiuto. Invece, mi misi a saltellare in giro agitando freneticamente le braccia fino a che non recuperai il controllo fisico.

In retrospettiva, questi modesti momenti di espansione dei miei limiti sono stati un fondamento, un affinamento dei sensi in preparazione di un’esperienza definitiva. È irreale come tutto sia andato al suo posto per poter fare una scalata che superava la mia stessa immaginazione. Essendo qui da più di un anno, vivendo tutte le stagioni, assorbendo il paesaggio, correndo nel vento, facendo massi nella neve e nuotando sotto la pioggia, ho sentito che un’idea lentamente diventava sogno.

Non è che sono venuto in Patagonia, e poi ho fatto una scalata. È più che la Patagonia ha avuto il tempo di arrivare in me, e poi ho fatto una scalata.

Sono arrivato a El Chaltén all’inizio di gennaio 2020 con Nicolas Favresse, un compagno di cordata con cui ho condiviso più di venticinque anni di avventure. I genitori di Nico gli dicevano “prima gioca, poi fai i compiti”. Anche quando eravamo adolescenti, si avvicinava a tutto con apertura, accettazione e creatività. Ogni volta che andavamo in una nuova zona, non aveva problemi a iniziare con le vie più difficili. Non sembrava mai preoccuparsi della reputazione di una scalata o dell’esito dei suoi tentativi. Spesso mi sentivo debole e frustrato, specialmente mentre facevo boulder. Un giorno, Nico, stufo delle mie lamentele, mi ha abbaiato: “Seán, forse se smettessi di vedere il boulder come un allenamento e facessi il boulder per il boulder, ti divertiresti e scaleresti meglio”.

Lui aveva ragione. Quando ho imparato ad avvicinarmi a una scalata per la scalata stessa, la mia definizione di successo è cambiata da “raggiungere la vetta” a “godersi il momento”. Ho cominciato a desiderare esperienze invece che risultati.

La Fitz Traverse era nella mia mente da anni: uno skyline lungo cinque chilometri con più di 4000 metri di dislivello in salita e 4000 metri di dislivello in discesa, su e giù per guglie frastagliate e cime satellitari. Al suo centro sorge il Cerro Chaltén (Fitz Roy), un gigante di granito e neve.

Quando ho menzionato per la prima volta il Fitz Traverse a Nico circa cinque anni fa, ha risposto: “Sembra solo una gran sofferenza”. Sapevo che dovevo solo lasciar maturare l’idea. E a gennaio, mentre stavamo sistemando l’attrezzatura, gli ho chiesto: “Perché hai portato un paio di scarpe da arrampicata così comode?”

 “Queste sono le scarpette da arrampicata perfette per provare la Fitz Traverse”, ha detto in tono del tutto naturale, come se avesse sempre considerato la via.

Quella stagione, però, abbiamo scoperto che i nostri amici svizzeri avevano programmato di provare la traversata e non volevamo pestare i piedi a nessuno. Non è che non ci sia altro da fare!

 Sebbene io e Nico non avessimo un obiettivo preciso, né alcuna aspettativa, abbiamo avuto una grande stagione, aprendo due nuove vie e in libera una terza. Una di quelle nuove vie era sul Cerro Standhardt, dove avevamo notato una linea di fessure simile a un debole disegno a matita. Con i nostri portaledge gonfiabili e quattro giorni di cibo, non avevamo una destinazione particolare. Potevamo dormire ovunque finché il tempo reggeva. La seconda notte, dopo il nostro pasto liofilizzato, Nico mi ha chiesto un accendino. “Dov’è il tuo accendino?” Gli ho abbaiato mentre gli porgevo il mio.

“Deve essere da qualche parte in fondo al mio zaino”, rispose. Sorrise e scrollò le spalle. Poi ha tirato fuori una piccola torta senza glutine, ha acceso una candela e ha cantato “Happy Birthday”.

Avevo trentanove anni e non avrei potuto immaginare un posto migliore dove trascorrere il mio compleanno.

Come previsto, Nico è tornato a casa sua nelle Alpi francesi intorno a metà marzo 2020, proprio quando la pandemia stava iniziando a complicare il viaggio. Avrei voluto rimanere in Patagonia solo fino alla fine del mese, ma a quel punto i voli erano stati cancellati e l’Argentina era in isolamento. Avrei potuto contattare l’ambasciata irlandese o belga e cercare un modo per tornare in Belgio. Ma il processo sembrava complicato e c’erano alti tassi di infezione in Europa, mentre qui mi trovavo in uno dei miei posti preferiti sulla terra.

Inizialmente nessuno poteva uscire a El Chaltén, tranne che per andare a fare la spesa o in farmacia o per consultare un medico. La polizia pattugliava le strade e i ranger infliggevano multe alle persone sui sentieri del parco. Alla fine le regole si sono allentate, ma l’ingresso stradale al villaggio è rimasto chiuso. Nessuno era autorizzato a entrare o uscire senza un permesso e una quarantena di dieci giorni. Ho deciso che era un buon momento per iniziare un ritiro di meditazione nei boschi vicini, e potevo anche combinarlo con il mio digiuno annuale di una settimana. Ogni giorno, durante il mio confinamento nella foresta, mi svegliavo alle 6 del mattino e sedevo in meditazione fino alle 21, facendo delle pause ogni una o due ore. Durante i primi tre giorni, potevo facilmente rimanere immobile per lunghi periodi di tempo. Tra le luci tremolanti e le ombre delle foglie, la mia mente si fermava. Il quarto giorno, ho iniziato a sentirmi malissimo: avevo palpitazioni cardiache, il mio cervello correva, ho avuto le vertigini, caldo, poi freddo. Mentre giacevo insonne nella mia tenda, ho sentito un forte dolore alla gola. Hai il CoViD! Ho pensato. Probabilmente hai indebolito il tuo sistema immunitario non mangiando e morirai qui nel mezzo al bosco senza che nessuno sappia nemmeno dove sei. Mi sono alzato di scatto e mi sono preparato un po’ di zuppa. Ho iniziato subito a sentirmi meglio. Non era CoViD. Avevo solo fame.

Quando sono tornato in città, non c’erano stati casi confermati di virus a El Chaltén. Mentre ascoltavo le notizie dal resto del mondo, mi sono sentito grato di essere in una bolla apparentemente sicura. Eppure sapevo che l’economia locale dipendeva dal turismo, e molte persone hanno lottato senza un reddito. Ero grato che mi accettassero così calorosamente. Era la prima volta nella mia vita che passavo così tanto tempo in un posto. Non avevo mai sentito il bisogno di stabilirmi prima, ma ora mi sono ritrovato a vivere un luogo in un modo nuovo, immergendomi nel paesaggio come i colori delle dolci colline che si trasformano ad ogni stagione. In autunno, ho arrampicato nella foresta e ho camminato attraverso vivaci tonalità di arancione e rosso. In inverno facevo scialpinismo e arrampicata su ghiaccio. Un vestito bianco di neve copriva gli alberi. Cascate ghiacciate scintillavano di un blu opalescente.

Per quasi due mesi non c’è stato il minimo alito di vento, determinando un’insolita immobilità nell’aria e nella mente. Stavo in una roulotte su un terreno di proprietà del mio amico Juan, uno scalatore che conosco da quindici anni, che ora vive a El Chaltén, sostenendosi con lavori edili. La mia riserva d’acqua si è congelata, quindi ho portato dentro un secchio d’acqua. Durante la notte si è trasformato in ghiaccio solido e ho dovuto chiedere dell’acqua ai miei vicini. Una mattina ho capito di aver fatto un grosso errore cagando nel cesso e ho sentito uno strano tonfo: l’acqua nella tazza si era completamente congelata! Per alcuni giorni mi sono dovuto abituare all’odore mentre cercavo di capire come far passare uno stronzo nel ghiaccio. Eppure, mentre mi alzavo da sotto le coperte nel freddo mattutino, mi piaceva preparare una tazza di tè caldo e infilarmi nel piumino: il piacere delle cose semplici. Ho assaporato di avere così tanto tempo per me stesso. Tempo per leggere, scrivere e meditare. Mentre mi esercitavo a suonare la mia cornamusa, ho assaporato il ronzio di calore, gioia e malinconia che si diffondeva nell’aria immobile e gelida. Mi piaceva credere che anche ai miei vicini piacesse quel suono; per lo meno non si sono mai lamentati.

Mi sono sempre sentito ispirato dalla filosofia della climber catalana Silvia Vidal, che ha salito in solitaria molte big wall remote, rinunciando a volte a qualsiasi contatto con altre persone per più di trenta giorni. Le sue salite non sono una performance in cerca di riconoscimento ma un viaggio interiore, un modo per conoscere la vita. Per anni, avevo desiderato un’esperienza simile di essere in montagna da solo, muovendomi su un terreno ripido e roccioso. Ma quando sei viziato dai migliori compagni di arrampicata immaginabili, non è facile trovare l’opportunità di andare da solo.

Una fredda notte, mentre ero seduto nella mia roulotte, ho iniziato a chiedermi quale salita solitaria potesse fare per me. La linea più lunga ed estetica a cui potevo pensare era la Fitz Traverse. L’idea sembrava assurda. Il percorso sarebbe troppo lungo. Le buone condizioni lungo l’intero skyline sono rare. Sarebbe terrificante trovarsi intrappolati lì in una tempesta tipicamente feroce della Patagonia: le raffiche renderebbero impossibile le doppie o il semplice ripararsi, e mi avrebbero consumato le energie fino a quando esaurimento e ipotermia non avessero preso il sopravvento. Ma sognare non costava nulla…

La catena del Fitz Roy sopra El Chaltén, Argentina. Il massiccio del Chaltén in Patagonia ha ispirato molti alpinisti nel corso degli anni. Nel suo libro del 2001, Enduring Patagonia, Gregory Crouch ha scritto: “Cosa ce ne ricaviamo alla fine? Niente. Nient’altro che i ricordi delle emozioni più potenti e visioni di luoghi freddi e perfetti.” Foto: Austin Siadak.

Ho iniziato a sfogliare la guida del massiccio del Chaltén. Volevo solo vedere come sarebbe stato mettere insieme tutti i pezzi del puzzle. Ho preso in considerazione l’idea di andare nella direzione opposta, come avevano fatto Tommy Caldwell e Alex Honnold durante la loro traversata di cinque giorni nel 2014. Con l’idea di invertire la rotta, anche se nessuna delle due direzioni aveva più senso dell’altra, mi è venuto in mente il termine Moonwalk : un movimento di danza in cui il ballerino scivola all’indietro ma le azioni del suo corpo suggeriscono un movimento in avanti. Il paesaggio stesso sarebbe stato alto, desolato e ultraterreno, quasi lunare. Sebbene i singoli segmenti della traversata fossero stati tutti percorsi, ci sarebbe stato un altro territorio, più personale e sconosciuto, da esplorare, entro le capacità del mio stesso corpo e le reazioni della mia mente.

A poco a poco, mi sono ritrovato a prendere appunti su potenziali vie, punti di bivacco e vie di fuga. Ogni sera, prima di andare a dormire, prendevo il libro e studiavo un’altra sezione. Una sera ho notato che il mio cuore batteva per l’eccitazione: avevo iniziato a credere che la traversata fosse possibile. Cercando di essere ottimista, ho pensato che avrei avuto bisogno di dieci giorni. L’arrampicata in solitaria è laboriosa e richiede tempo: devi arrampicarti e mettere protezioni su un tiro, calarti in corda doppia per prendere la tua attrezzatura, quindi risalire il tiro e recuperare il saccone prima di poter iniziare il prossimo. È improbabile che ci siano dieci giorni di bel tempo in Patagonia, quindi ho deciso di provare la traversata solo se avessi visto una finestra di sei giorni nelle previsioni, un’occasione rara di per sé. Anche se non fossi riuscitoi a completare la salita, avrei potuto almeno fare un tentativo decente.

L’autore si allena sul trave. Foto: Seán Villanueva O’Driscoll.

Sapevo che l’occasione non sarebbe arrivata. Ma l’idea si era trasformata in un sogno e tanto bastava. Ho visualizzato come sarebbe stato essere su quelle montagne da solo, come avrei reagito se le cose fossero andate male, se fosse arrivata una tempesta, se avessi avuto molto freddo. Ho immaginato come sarebbe stato iniziare a scalare, raggiungere una vetta, fare l’ultima corda doppia, tornare in città a piedi. Ho messo da parte l’attrezzatura e il cibo necessari, sapendo che tutto questo sforzo probabilmente era vano. Tuttavia, dovevo assicurarmi di essere il più pronto possibile, per ogni evenienza.

Questo progetto sembrava così grande, così serio e così impegnativo che all’inizio ho deciso che non ne avrei parlato a nessuno, anche se ci fossi riuscito. Per me era importante che la mia motivazione fosse intrinseca, che fossi sicuro al 100% di voler fare questa traversata solo per me stesso. Poi ho capito che dovevo incontrare altri scalatori in montagna, e la gente lo avrebbe scoperto comunque.

È come se i meteorologi lo facessero apposta. Si prevede che tra una settimana arriverà una grande finestra meteorologica. La gente in città si emoziona: “Avete visto arrivare la mega ventana?” Con l’avvicinarsi della data, la finestra si chiude lentamente… fino a durare solo mezza giornata.

La metà febbraio, tuttavia, ha acquisito una reputazione mistica e all’inizio del mese la finestra di sei giorni era ancora visibile. Non riuscivo più a contenermi. Sono saltato in sella alla mia bici per chiedere ad alcuni amici la loro opinione. Prima tappa: la roulotte di Mati. Guida di trekking di Bariloche, Mati andava in montagna anche con la minima finestra di bel tempo. Ai campi base, spesso si sedeva fuori della tenda mentre imperversavano orrende tempeste. L’ho trovato accovacciato sul pavimento della sua roulotte che preparava la sua attrezzatura da arrampicata. “Pensi che questa sia la finestra della stagione?” Ho chiesto.

“Sì, Seán”, ha detto, “se hai un grande progetto, ora è il momento. Non ci sarà una finestra migliore di questa”. Qualche colpo di pedale in più e sono arrivato a casa di Mecha. Guida alpina locale, Mecha era nel suo laboratorio ad affilare i suoi attrezzi da ghiaccio. Mi disse che doveva portare un cliente sul Cerro Torre. “Ma questa è una finestra per fare qualcosa di lungo, forse una traversata di diverse cime per esempio”, ha detto. Mentre posava la lima sul tavolo e allentava la morsa da banco, alzò lo sguardo su di me. “Se non dovessi lavorare, è quello che farei. Devi solo trovare un buon partner ora!”

L’autore sulla slack line. Foto: Seán Villanueva O’Driscoll.

 Non gli avevo parlato del mio sogno, eppure la parola “traversata” era come un segno, un’affermazione universale. “Ma Mecha, hai visto il vento? Ci sono giorni con molto vento!”

 “Sì, ma solo in quota, devi solo assicurarti di arrivare in cima al Fitz martedì. Quello è il giorno migliore. Le altre vette sono più basse, il vento non darà problemi”. Inclinò la testa da un lato. “Divertiti, bastardo.”

 Volevo anche parlare con Rolo (Rolando Garibotti, NdR), uno degli autori della guida del massiccio del Chaltén ed esperto di clima della Patagonia. Mi sono fermato a casa sua, ma lui non c’era. Mati mi aveva detto che non sarebbe tornato fino al giorno successivo. Preparai le valigie e la mattina del 4 febbraio 2021 mi recai alla capanna di Rolo, non senza apprensione. Sul muro, un cartello in legno diceva: Il peggior tempo del mondo. Quando ha aperto la porta, Rolo ha pronunciato il mio nome con entusiasmo. «Sediamoci fuori nell’erba», disse. Il Fitz Roy ci fissava dallo sfondo, come un dipinto surrealista, nuvole deboli che danzavano intorno alla sua sommità. Ho percepito una connessione, una chiamata. Sapevo che avrei dovuto dire a Rolo almeno una parte della mia intenzione, ed ero convinto che avrebbe cercato di dissuadermi.

“Ehm”, dissi. “Penso che farò qualcosa da solo, vedi… Vorrei iniziare con Aguja de l’S e vedere fino a che punto posso spingermi”.

Un grande sorriso apparve sul volto di Rolo. “Questa è una grande idea! È fantastico. Adesso tiro fuori il mio computer e controlliamo il vento. Quando pensi di iniziare? Domani? Cosa… oggi!? Hai bisogno di attrezzatura? Che tipo di corda hai? Cosa? Quella vecchia corda da arrampicata sportiva? No, Seán, hai bisogno di un’altra corda. La corda giusta è essenziale per un progetto come questo. Fammi vedere cosa ho”.

L’autore vicino alla sua roulotte a El Chaltén. Nel febbraio 2021, dopo aver vissuto per tredici mesi nel villaggio argentino e con il confine nazionale ancora chiuso, Villanueva O’Driscoll ha dichiarato all’Irish Times: “Mi sento come se fossi rinchiuso in un gigantesco parco giochi! È semplicemente fantastico essere qui”. Foto: Seán Villanueva O’Driscoll.

Entrò in casa sua e tirò fuori una corda nuova di zecca, di prima qualità, che forse teneva per un’occasione speciale. Ho cercato di convincerlo che non era proprio necessario, ma ha insistito. “Chiedo solo che se la danneggi, me la sostituirai un giorno, non importa se è domani o tra due o tre anni”, ha detto. “Ma forse non la danneggerai.”

Ho giurato a me stesso che avrei fatto tutto il possibile per riportarla indietro intatta.

Tornato alla mia roulotte, mi sono imbattuto in Juan, che era in piedi nel suo cortile, una tazza di caffè in una mano e una sigaretta nell’altra. Il sole picchiava attraverso un cielo azzurro opalescente e Juan stava per andare al fiume. Notando il mio zaino, ha detto: “Almeno dicci in che direzione stai andando così sappiamo dove cercare se sei nei guai”. Gli ho dato la stessa descrizione inconcludente che avevo dato a Rolo. Ho percepito una certa preoccupazione, che Juan ha cercato di nascondere, ma ha fatto del suo meglio per condividere la mia eccitazione. In seguito ho scoperto che sia Juan che Rolo credevano che stessi progettando di arrivare solo fino alla vetta del Fitz Roy. Non gli era venuto in mente che stavo partendo per fare l’intera traversata.

C’è una registrazione obbligatoria per entrare nel parco nazionale e devi dare una descrizione del tuo itinerario. Anche lì ho mantenuto la mia descrizione nel vago, semplicemente indicando le sette cime principali del gruppo del Fitz Roy. Fortunatamente, la registrazione avviene tramite Internet, quindi nessuno poté farmi pressione per ulteriori informazioni. Tuttavia mi è passato per la testa che forse i funzionari del parco potevano mandare un ranger a fermarmi: quindi sono partito immediatamente dopo aver inviato il file!

Villanueva O’Driscoll si vede in cima all’Aguja de l’S 2330 m c., la prima vetta della Moonwalk Traverse. Clicca per ingrandire. Foto: Luis People.

Sebbene El Chaltén sia stato aperto al turismo nazionale dalla fine di dicembre 2020, i sentieri sono rimasti tranquilli rispetto agli altri anni. È mia abitudine fare un tuffo nel lago glaciale di Laguna Sucia. Nelle giornate limpide e luminose, l’acqua ha un colore turchese che mi ricorda i Caraibi, se non fosse per il ghiacciaio sospeso sopra. Quel giorno, alcuni turisti argentini stavano prendendo il sole. Ho tenuto la biancheria intima, sperando che si asciugasse durante il resto dell’approccio. Goditi questo tuffo, ho pensato. Il prossimo sarà tra una settimana. Assorbii la visione delle cascate che precipitavano lungo le ripide pareti rocciose e i seracchi strapiombanti. L’elisir avvolgente di acqua, spazio e luce è scivolato sulla mia pelle e ha rinvigorito il mio corpo.

Non c’era nessuno al bivacco svizzero. Avevo la caverna bassa e cupa tutta per me. Mentre preparavo un pasto a base di polenta, formaggio e spinaci in polvere, mi crogiolavo nella solitudine e nel rumore dell’acqua che scorreva vicino e lontano. Mi sono detto: Ci sono!

 La mattina dopo, ho iniziato ad arrampicare proprio mentre la parete est dell’Aguja de l’S assumeva il magico bagliore dorato dell’alba. Seán, questa è una maratona, non uno sprint, mi sono ricordato. Non avere fretta, mantieni un ritmo, rimani nel presente, goditi ogni momento. Nelle sezioni di arrampicata facile portavo tutto nello zaino. Su sezioni più dure, salivo con uno zaino leggero sulla schiena e trasportavo le cose più pesanti nel saccone da recupero, cosa laboriosa, soprattutto perché la sacca tendeva a rimanere incastrata dietro ogni spigolo. Spesso ho dovuto riorganizzare i sacchi a seconda del terreno, il che non era affatto efficiente. Ma non ero lì per essere efficiente. Ero lì per vivere l’esperienza. Dovevo solo continuare a muovermi. Più cerchi di essere strategico, più inibisci l’istinto, la libertà e la creatività. Wolfgang Güllich si sbagliava: il muscolo più importante per l’arrampicata non è quello tra le orecchie; è quello dentro il tuo petto.

Da solo, mi sono mosso attraverso un paesaggio lunare di rocce e neve. Sulla vetta dell’Aguja de l’S, ho tirato fuori il mio flauto pemperino per suonare una melodia. Ero un minuscolo puntino in un posto gigantesco. Avevo un orologio, ma non l’ho mai guardato. L’ho usato solo come sveglia la mattina. Volevo soffermarmi sul momento, non guardare da dove venivo o dove stavo andando. Il tempo non aveva alcun significato. Misurarlo poteva solo portarmi via dall’esperienza. Sistemando l’attrezzatura sulla mia imbragatura, ho notato che mi mancavano un friend rosso e una micropuleggia. Se avessi avuto un compagno di cordata, avrei potuto dargli la colpa, ma ero solo. La frustrazione si è affacciata per un attimo, ma l’ho lasciata subito andare: evidentemente quei pezzi erano inutili e così ho meno peso da portare .

L’artista Jeremy Collins ha visitato El Chaltén nel 2009 ed è stato a lungo ispirato dallo skyline della catena del Fitz Roy. “Ho sempre avuto intenzione di fare un’esplorazione artistica più elaborata [dell’orizzonte]“, afferma Collins. “La maestosa traversata di Sáan e la necessità di uno schizzo erano l’occasione perfetta. Divertente come funziona la nostalgia… Mentre stendevo i primi colori, mi sono reso conto di quanto volessi ancora raggiungere quella vetta iconica. Non è passato molto tempo dall’inizio del lavoro che ho deciso di tornare al Fitz quest’estate australe, viaggio permettendo”. Disegno: Jeremy Collins.

Mentre salivo, cercavo di mantenere un buon ritmo: su, giù, su, recupero. Mi concedevo solo una manciata di frutta secca assortita dopo ogni tiro. Beh, forse un boccone, perché alcune manciate sono più piccole di altre.

A metà della parete sud dell’Aguja Saint-Exupery, durante il recupero, il saccone ha staccato alcuni blocchi instabilii che sono caduti nel vuoto. Quando ho tirato su la corda da arrampicata, ho visto che c’erano tre punti danneggiati fino all’anima. Sapevo che per questo non avrei completato la traversata, ma non importava. Volevo solo andare a dare un’occhiata un po’ più lontano. Nel peggiore dei casi, avevo ancora un cordino da 6 mm di sessanta metri con cui calarmi in corda doppia: non l’ideale, ma possibile.

La cosa che più mi infastidiva era che avevo distrutto la corda di Rolo. Ogni volta che vedevo l’anima bianca, sentivo come se un ago mi avesse trafitto il cuore. Ho deciso di coprirlo con del nastro da arrampicata. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Il nastro però si incastrava nelle fessure e si impigliava nei moschettoni, e in più avevo molti più problemi a far passare la corda attraverso il Grigri. A volte dovevo trovare una posizione in cui poter liberare entrambe le mani per far passare il nastro. Ma il nastro sembrava impedire che la guaina si staccasse.

In cima alla seconda vetta, il suono del mio pemperino si modulava attraverso la luce sbiadita mentre guardavo le vaste pianure e i laghi a est e le cime innevate a ovest. Mi sono rapidamente calato in un punto di bivacco sulla spalla nord della Saint-Exupery. Il cielo era saturo di stelle. Ho chiuso la cerniera e l’intero universo si è ridotto al bozzolo della mia piccola tenda.

Seán Villanueva O’Driscoll in vetta all’Aguja Poincenot 3002 m c. con il Cerro Chaltén (Fitz Roy 3405 m) sullo sfondo, all’inizio del 2020. Foto: Nicolas Favresse.

Tutte le mattine mi sarei svegliato prima del suono della sveglia, sentendomi elettrizzato per quello che mi aspettava. Tuttavia, trascorrevo una decina di minuti seduto e concentrandomi sulla cadenza del mio respiro, con la sensazione della montagna che premeva contro le mie gambe incrociate, la sensazione di formicolio alle dita, il rumore lontano dell’acqua che scorre, il telo della tenda che sbatte al vento. Come le montagne stesse, ero seduto perso nella mia immobilità. Erano bei momenti di pace, accettazione e sosta prima del nuovo turbinio di azione.

Ho “surfato” sulla lunga cresta che porta all’Aguja Rafael Juarez sopra un mare di nuvole, mentre piccole onde di nebbia arrivavano danzando tra le vette. La leggera brezza era incredibilmente gelida. Non è stato facile trovare il percorso lungo questa spina dorsale granitica di blocchi staccati ma intrecciati a pareti rocciose a strapiombo. Ho lasciato che il mio istinto cercasse la strada. Quando sono passato sulla parete est della cresta, il passaggio sembrava ripido non prometteva nulla di buono, così sono tornato sulla parete ovest. Un friend rosso era lì sulla cresta di fronte a me.

Si era rotto il mio anello dell’attrezzatura, avevo perso metà dei miei friend! Ho posato il sacco pesante e sono tornato indietro di 100 metri, cercando altri che potessero essere caduti, e infatti ne ho trovati un po’. Tutto il resto che mancava era solo meno peso da portare, mi dissi. Il mio porta materiale di plastica doveva essersi consumato per tutte le lunghezze di corda in offwidth che avevo scalato nell’ultimo anno. E poi, mentre stavo procedendo giù per una sezione di questa cresta, un friend deve essersi impigliato nella roccia provocando uno strappo nella cucitura. I friend cadevano uno per uno di mano in mano che andavo avanti…

In cima alla Rafael Juarez, ho sentito delle voci in lontananza. Tre puntini di scalatori sono comparsi sulla via Fonrouge, un grande diedro appena a sinistra della strapiombante parete sud dell’Aguja Poincenot. Qualche calata, un traverso, un po’ di arrampicata e ho raggiunto i tre amici di El Chaltén. Pedro stava assicurando con attenzione Juan che stava sbuffando su per un camino di granito. Martin era seduto su un blocco, in cima a un pilastro, berciando barzellette, come se stesse aspettando alla fermata dell’autobus. “Come hai fatto ad arrivare qui così veloce?” chiese. “Un attimo fa abbiamo sentito il tuo flauto sulla vetta della Rafael Juarez! È un flauto magico?”.

Ho mostrato loro lo stato della mia corda danneggiata e Pedro mi ha chiesto per quale via avevo intenzione di scendere a doppie. Scherzando ho risposto “La Brenner”, una via sull’Aguja Guillaumet, la vetta più settentrionale e più lontana della cresta del Fitz Roy. Ridemmo tutti dell’arroganza della mia risposta.

“Ma Seán, non puoi continuare con una corda danneggiata!”

 “Sì, sto solo andando un po’ più lontano”. Si sono offerti di farmi passare, ma ho rifiutato. Non volevo rallentarli.

Rimasi un po’ dietro di loro finché non arrivammo su una cengia con diverse possibili fessure. “Quale linea di fessure avete intenzione di prendere?” Ho chiesto. Martin mi ha mostrato quella a sinistra, quindi io ho preso quella a destra. Presto, ero solo ancora una volta. In seguito ho saputo che avrebbero detto a Rolo: “Sì, abbiamo visto Seán. Ci ha superati tipo uno che scavalca un recinto abbattuto”.

È sceso il crepuscolo e ho continuato per qualche altro tiro fino a quando ho trovato una grande cengia con del ghiaccio per fare acqua. Mi aspettavo che i miei amici mi raggiungessero, ma non è successo. Perché passarono la notte su una piccola cengia senza ghiaccio né acqua per dissetarsi, sotto il soffitto di stelle.

All’alba, sono arrivato alla rampa Whillans, un’interruzione orizzontale a circa due terzi della salita della Poincenot, con un’evidente fascia nera di roccia cattiva. Questa sezione mi era familiare. L’anno prima io e Nico avevamo salito una via che arrivava proprio lì e avevamo commesso l’errore di andare troppo a sinistra. Avevamo riso forte per il nostro errore mentre guardavamo la vetta principale dal basso della cima dell’ago occidentale. Quello che facemmo dopo probabilmente sembrerà ridicola a chiunque guardi dall’esterno: anche se eravamo stanchi, per mantenere viva la sfida in arrampicata libera, abbiamo deciso di scendere arrampicando, non in corda doppia, il sudato dislivello e in seguito proseguire dall’altro lato al punto più alto.

Questa volta, mi sono assicurato di attenermi alla linea più diretta. In cima, mi sono reso conto che era il mio compleanno. Quarantenne! Ho cantato alcune canzoni mentre il sole inzuppava le vette dorate ed ero pervaso da un fantastico senso di pace.

Mentre mi calavo dall’oscuro e profondo camino di Invisible Line sulla parete nord della Poincenot, è apparso un piccolo ago di granito. Sarebbe stato facile aggirare l’Aguja Kakito, ma quando sono salito verso l’alto per evitare una sezione di roccia bagnata, mi sono accorto che con una lunghezza di corda potevo salire anche quella punta. Fessure incise una accanto all’altra sulla parete nord-est di una fortezza dall’aspetto del tutto liscio. Se non in quel momento, quando? Certo, c’è voluto un po’ di tempo, ma che importanza hanno i minuti, le ore, i giorni?

Poco prima della Brecha de los Italianos, il passo alla base del Fitz Roy, ho notato un paio di scarpe e ramponi nascosti sotto un masso. “Che posto strano dove lasciare l’attrezzatura”, pensai. C’era anche un saccopiuma, che sembrava danneggiato. Poi ho capito che c’era un corpo dentro. Doveva essere uno dei brasiliani morti di ipotermia in una tempesta alcuni anni fa. Nessun elicottero viene in tuo aiuto su queste montagne. Qualsiasi salvataggio è fatto da volontari, da altri alpinisti. È un compito estremamente difficile, lungo e pericoloso per tutti i soggetti coinvolti: giorni di trasporto di una barella attraverso labirinti di crepacci e morene instabili, ma anche su rocce marce dove il minimo scivolone potrebbe farti precipitare per centinaia di metri. Le persone sono disposte a correre dei rischi per salvare qualcuno che potrebbe essere vivo, ma spesso così non è per recuperare un cadavere.

Il punto del bivacco era solo venti metri oltre. Anche se era primo pomeriggio, mi fermai per la giornata. Non volevo rischiare di rimanere impelagato in mezzo a una parete scoscesa senza un posto dove poter riposare. Secondo le previsioni che avevo visto prima di lasciare El Chaltén, il vento avrebbe dovuto aumentare proprio quella sera. Un mese prima, mentre stavo camminando, una raffica mi aveva sollevato da terra e mi aveva scaraventato giù per un pendio. E mi ero fatto male alla caviglia. Almeno lì avevo un posto riparato.

Dubitavo ancora di aver preso la decisione giusta quando ho visto altri due amici di El Chaltén, Juan-Ignacio e Ariel, scendere barcollando dalla via Franco-Argentina, con gli occhi arrossati e i piedi che strascicavano. Hanno spiegato che la Franco-Argentina era una cascata, e che erano stati costretti alla rinuncia all’ultimo tiro. Non potevo credere a quanto fossi stayo fortunato a fermarmi. I miei amici hanno continuato la loro discesa mentre io mi sono rilassato per il resto della giornata.

Quando stavo allacciando i cordini di rinforzo della tendina in previsione dell’arrivo del vento, una roccia mi si smosse sotto i piedi e caddi. Il sangue usciva da una profonda ferita al pollice e arrossava i blocchi di granito bianco. L’ho registrato, proprio come avevo fatto con la mia corda. Questo faceva parte dell’esperienza. Volevo un po’ di difficoltà. Questo doveva succedere. Ma sapevo che in molti punti di questa traversata, uno stupido scivolone come quello avrebbe potuto essere fatale.

Per tutta la notte ho avuto visioni che lo zaino pesante mi faceva perdere l’equilibrio e che morivo nella caduta. Quelle immagini di per se stesse non mi hanno particolarmente infastidito. Sento che è importante visualizzare me stesso morente, non negare o ignorare la morte. Se ricordo la mia mortalità, posso fare scelte migliori nella vita. Ma quei sogni erano così vividi che quando arrivò il mattino, non capivo se erano reali premonizioni o solo effetti mentali del mio passo falso e il ricordo del cadavere a pochi metri di distanza.

Ho sondato il mio sentimento per determinare se era il caso di ritirarmi. Solo quando ho realizzato che ero completamente pronto a scendere ho capito che potevo anche continuare. Avevo bisogno di essere sicuro di essere libero da motivazioni ossessive, perché sono quelle che possono inibire la libertà della mia anima. Mi sono ricordato di qualcosa che Hayden Kennedy aveva detto una volta durante una conferenza: “Ci sono solo due cose che possono ucciderti in montagna: sfortuna e ambizione”. Finora a quel punto ero stato estremamente fortunato e iniziando la via Franco-Argentina sul Fitz Roy, la vetta principale della traversata, dovevo essere sicuro di non avere ambizioni. Se qualcosa sembrava sbagliato, se qualcosa pareva troppo impegnativo, mi sarei calato di nuovo a valle.

Stavo arrampicando da quattro giorni, ma dopo il riposo pomeridiano del giorno precedente, mi sentivo riposato. In termini di distanza, probabilmente ero a poco più di metà della traversata. Ero ancora un po’ preoccupato per il vento, e mi chiedevo anche della lunga cresta dopo il Fitz Roy. Ho mantenuto un buon ritmo, però, senza fretta, rimanendo sempre in movimento. Ogni mossa, ogni posizionamento del piede, sembrava perfetto. La scalata scorreva, un tiro seguiva l’altro: su, giù, su, recupero del saccone e una boccata di frutta secca. Proprio mentre mi avvicinavo alla cima della parete rocciosa, il mio amico Javali si è calato oltre il bordo con Denis, Tintcho e Jere. Javali significa “il cinghiale”, un soprannome che descrive il tipo e il suo taglio di capelli. “Vamos Watchoooo! Andiamo, amico», gridò. In cordata di quattro, avevano scalato la via Afanassieff. “Avete fatto veramente un gran cosa” gli urlai di rimando “E’ una delle vie più lunghe del Fitz Roy”.

“Beh, non così lunga come quella che hai appena fatto tu”, ha risposto. Qualcuno deve avergli detto da dove avevo iniziato.

La relazione descrive gli ultimi 250 metri del percorso franco-argentino come “un pendio a 50°”, quindi mi aspettavo una facile camminata verso la cima. Invece, sono rimasto sorpreso da un ghiaccio durissimo. Ho scoperto che scarpe da avvicinamento, ramponi in alluminio, una sola piccozza e un solo chiodo da ghiaccio non costituivano l’attrezzatura adeguata per quel tipo di terreno. Non importava quanto forte scalciassi sul pendio, comunque raschiavo e scivolavo su chiazze di duro ghiaccio blu. Non so come, ma il mio sacco da recupero, vuoto, si è sganciato dal mio zaino, è scivolato sul ghiaccio ed è scomparso nel vuoto. La sua perdita è stato un buon promemoria di cosa mi sarebbe potuto succedere se avessi fatto un altro passo falso. Mi spiaceva che fosse diventato spazzatura sulla montagna, ma non aveva senso preoccuparsi di qualcosa che non potevo cambiare.

Ho passato un’ora sulla vetta del Fitz Roy, suonando il mio flauto, cantando e ballando. Ho suonato una melodia irlandese chiamata An Poc Ar Buile (la capra matta) che indica un caprone selvaggio come simbolo dell’indomito spirito combattivo degli irlandesi. Se qualcuno mi avesse visto lassù ballare e gridare sul punto più alto con lo sfondo di montagne innevate e l’immensità delle distese di ghiaccio della Patagonia meridionale, avrebbe potuto pensare che ero del tutto fuori di testa!

 Era ancora presto. Ho avuto tutto il tempo per scendere la grande parete nord. Ma le forti raffiche mi hanno ricordato i pericoli davanti a me: qui il vento può sollevare la corda e agganciarla fuori via dietro a quinte inaccessibili. Dopo alcune calate, mi sono ritrovato appena sopra una cascata. Se avessi continuato, avrei rischiato di inzuppare la mia corda. Dati l’inevitabile attrito con la roccia granitica e la guaina già lacerata, rischiavo di distruggerla completamente. Ho deciso di aspettare su una piccola cengia per vedere cosa avrebbe fatto il vento. Ho iniziato a pulire la cengia, più per stare al caldo che con il pensiero di preparare un sito di bivacco. Ma una volta ripuliti dal ghiaccio e dai blocchi di granito, il posto era grande più o meno quanto la mia tenda, ed era protetto dalle raffiche di vento. Cosi per il secondo giorno consecutivo mi sono fermato presto.

Mi svegliai la mattina dopo, ben riposato. Il vento e la cascata erano cessati e ho continuato la discesa senza difficoltà. Lungo il percorso ho salito l’Aguja Val Biois, un dito indice di granito che si slancia dalla cresta nord del Fitz Roy. Tanto vale godermi quei pochi metri in più, pensai, gloriose fessure sul granito dorato che si alzano verso il cielo.

Ma l’intera sezione fino alla Mermoz, la penultima vetta significativa di questa traversata, si è rivelata più lunga di quanto mi aspettassi: ogni volta che scalavo una piccola cima, c’erano molte altre vette che mi separavano dalla cima principale. Non importava. Sono andato avanti, godendomi ogni momento e accettando qualunque cosa venisse dopo. Sentivo scricchiolare il granito sotto alle suole. Cristalli di granito pizzicavano la pelle delle dita. La distesa di ghiaccio luccicava in lontananza. Ho piantato la mia tenda in cima alla Mermoz al calare della notte.

Il giorno dopo mi sono diretto verso il tratto tra la Mermoz e la Guillaumet chiamato il Motocross: un insieme di zigzag su un crinale tra cenge e brevi tratti verticali come il percorso di una gara motociclistica fuoristrada. Verso mezzogiorno, come in sogno, ho passeggiato sull’ultima vetta del gruppo del Fitz Roy. Il vento stava di nuovo aumentando rapidamente, portando gelo e minacciando di farmi cadere. Guardai dietro di me la cresta frastagliata che avevo attraversato. Mi sembrava irreale di aver percorso tutto quel difficile tratto, ormai lontano.

Ho trovato un posto più riparato, festeggiato con un’altra melodia sul mio pemperino, e mi sono concesso una boccata in più di frutta secca. Fino a quando non fossi arrivato su terreno orizzontale e solido, sapevo che c’era ancora un sacco di possibilità che le cose andassero storte. Il vento poteva far incastrare le corde nelle doppie. Un errore fatale, durante un istante di disattenzione, poteva accadere in un lampo. Rimani concentrato fino alla fine.

Inizialmente volevo evitare di scendere dalla parete est perché porta al ghiacciaio, e non mi sarei sentito a mio agio a camminare da solo in una zona con grandi crepacci nascosti. Ma mi ha incoraggiato notare delle tracce sul ghiacciaio. La parete est era battuta dal vento, ma il ghiacciaio sembrava una scelta sicura. Mi stavo preparando per calarmi lungo couloir Amy-Vidailhet. Mentre srotolavo la corda, ho sentito un forte ruggito. Cento metri più in basso, un blocco di granito, delle dimensioni di una piccola automobile, ruzzolava in mezzo al canale. Ha schiacciato tutto sul suo cammino ed è esploso sul ghiacciaio, innescando una valanga che ha cancellato tutte le tracce.

Se mi fossi goduto la vetta quindici minuti in meno, sarei stato sicuramente travolto. Non potevo smettere d’essere fortunato. Ho deciso di cambiare i miei piani e ho continuato lungo la cresta fino alla fine della via Brenner-Moschioni, proprio come avevo predetto scherzosamente al mio amico Pedro durante la nostra discussione sulla Poincenot. Lì, ho infilato con cura le corde in una borsa, facendole uscire a poco a poco mentre mi calavo, per evitare che volassero via. Mi sono preso il mio tempo, assicurandomi di prestare la massima attenzione a ogni azione – agganciare un moschettone, mettere un piede – tenendo lontana dalla mia mente la fine di questa avventura. Più desideri la fine, più è lontana. Sognavo da molti mesi di fare questa traversata. Mi sono assicurato di godermi al massimo quegli ultimi momenti.

La corda di Rolo era allo stremo. Durante la mia ultima calata, dopo sei giorni di intensi sforzi e concentrazione, la fine era a cinquanta metri di distanza. E lì non sono stato così attento. Il peso del mio zaino mi schiacciava, non permettendomi di muovermi liberamente sulla parete rocciosa. Il primo pezzo di nastro adesivo è passato attraverso il mio discensore senza alcun problema, così come il secondo. Al terzo la corda cedette e la guaina scivolò verso il basso, esponendo l’anima per più di un metro. Continuai velocemente la mia discesa finché con i piedi non toccai terreno. La corda aveva finito il suo lavoro.

Poche ore dopo sono arrivato a un prato verde con un masso di granito bianco e con accanto un rumoroso ruscello glaciale. Il vento si stava alzando e arrivavano grandi nuvole scure di tempesta. Tutto ciò che mi separava dal campo di Piedra del Fraile era un ultimo ripido sentiero che serpeggiava lungo un pendio di ghiaioni e cespugli. Tante volte avevo immaginato come sarebbe stato inciampare in quella discesa completamente esausto dopo aver attraversato l’intera catena del Fitz Roy. Ora che ero qui, ero molto meno stanco. Il pomeriggio era giovane. Ho avuto tutto il tempo per raggiungere El Chaltén. Eppure non mi sentivo ancora pronto ad affrontare il mondo laggiù. Rolo e Juan dovevano essere preoccupati. Ma avrebbero aspettato fino a domani.

Seán Villanueva O’Driscoll sulle sette cime principali della Traversata Moonwalk (5.11, 50° neve/ghiaccio, 4000 m+): Aguja de I’S 2330 m; Aguja Saint-Exupéry 2550 m; Aguja Rafael Juarez 2450 m; Aguja Poincenot 3002 m); Cerro Chaltén (Fitz Roy), 3405 m; Aguja Mermoz 2730 m; Aguja Guillaumet 2580 m. Foto: Seán Villanueva O’Driscoll.

Ho piantato la mia tenda sotto il masso, al riparo dal vento impetuoso. Mi sono liberato dei miei vestiti e mi sono immerso nel ruscelletto del ghiacciaio. Dopo sei giorni di intensa concentrazione, finalmente potevo lasciarmi andare. Ancora una volta, immerso nell’acqua fredda, mi sentivo tornare alla vita. Quando uscii, andai in giro a raccogliere bacche selvatiche mentre il vento mi asciugava la pelle. Trascorsi il resto del pomeriggio sdraiato sotto il masso ammirando le grandi nuvole scure che rotolavano sulle colline e sulle montagne, assorbendo l’esperienza che avevo appena vissuto.

Il giorno dopo sono arrivato a El Chaltén e ho inviato immediatamente un messaggio a Juan e Rolo per far sapere loro che ero vivo. Con mia grande sorpresa, quando ho acceso il mio computer, ho ricevuto centinaia di messaggi di congratulazioni da amici intimi e persone a caso, da giornalisti e famosi scalatori. C’era anche un video di compleanno di quaranta minuti con le mie sorelle, i miei genitori, gli zii, le zie, i cugini, gli amici, le ex fidanzate… che cantavano canzoni, raccontavano barzellette, saltavano nell’acqua gelida e mi auguravano ogni bene.

Con grande senso di colpa, mi sono avviato verso la casa di Rolo e gli ho dato la sua corda. “Penso che il trattamento a secco non funzioni più”, dissi.

“Sorprendente!” lui ha risposto. Sorrise con i suoi occhi scuri e lucenti mentre con le dita accarezzava i tre punti danneggiati. “Ti do uno stupido pezzo di spago e tu mi riporti un pezzo di storia dell’alpinismo…”.

Mi ha mostrato un messaggio su Instagram di Colin Haley, l’affermato alpinista americano che aveva trascorso tanto tempo in queste zone: “La solitaria più impressionante mai fatta in Patagonia e non posso fare a meno di chiedermi se non sia semplicemente la salita più impressionante mai fatta in Patagonia”.

Non potevo fare a meno di chiedermi se la mia avventura meritasse davvero tanta ammirazione. Tutto era andato così bene. Forse ero stato estremamente fortunato con le condizioni e il resto?

 “Forse sei stato fortunato”, disse Rolo, “ma sei stato tu a fare la tua fortuna. Non credo nella fortuna in alpinismo. Hai soggiornato qui in Patagonia. Ti sei assicurato di essere pronto fisicamente, ma soprattutto mentalmente. E per tutto il tempo, hai mantenuto uno stato d’animo curioso, affrontando ogni ostacolo non come un problema, ma come parte dell’esperienza”.

La mattina dopo, mentre camminavo lentamente verso il fiume, mi sentivo euforico. Il sole sorgeva sopra la collina. In lontananza le cime innevate erano immobili. Ho ricordato come l’acqua di disgelo dei loro ghiacciai scorre giù su lastre di granito, in laghi e ruscelli, attraverso foreste lussureggianti, convergendo nel Rio de las Vueltas, il fiume tortuoso. Niente va in linea retta. Ho pensato a tutti i miei amici di El Chaltén, a quanto generosi e cordiali erano stati con me. Ho pensato al video di compleanno che avevo ricevuto. Ho attraversato la strada asfaltata e ho camminato sull’erba. All’improvviso una sensazione opprimente mi ha schiacciato. Non ce l’avrei fatta ad arrivare al fiume.

Incapace di fare un altro passo, proprio lì sul ciglio della strada, caddi in ginocchio e piansi. Piansi come non piangevo da anni e anni. Non sapevo davvero perché, ero pieno di amore, compassione, gratitudine.

Un flusso potente scorreva giù: lacrime di gratitudine. Non c’era modo di fermarlo. L’ho lasciato solo uscire.

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The Moonwalk Traverse ultima modifica: 2021-11-28T05:03:00+01:00 da GognaBlog

8 pensieri su “The Moonwalk Traverse”

  1. 8

    Prima gioca e dopo fai i compiti.

  2. 7
    luca mozzati says:

    Sintonia assoluta

  3. 6
    Lorenzo says:

    Semplicemente Grande,un modello di alpinismo con la A maiuscola…i grandi dell’alpinismo classico possono festeggiare…

  4. 5

    Semplicemente un uomo umile, sincero e grandissimo.
     

  5. 4
    Antoniomereu says:

    Se mai qualcuno pensa all’ Alpinismo come morto!!!
    I patriarchi possono dormire sonni tranquilli. 
    Leggendo il racconto della sua impresa ho visto mentalmente 250 anni di passione a carte scoperte ,cuore e umilta’,ogni aggettivo è poco calzante meglio usare i superlativi!
    GRANDISSIMO …un GRAZIE davvero. 

  6. 3
    adriano mattio says:

    Non solo magistrale, ma illuminante, una grande testimonianza di Alpinismo !

  7. 2

    Serve anche a capire che l’accademia in alpinismo è come parlare dei mondiali di calcio al bar fumando una sigaretta. E non sarà mai abbastanza.

  8. 1
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