Una firma per i Beni Comuni

Una firma per i Beni Comuni
di Carlo Alberto Graziani

Lettura: spessore-weight(4), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(1)

Il 20 agosto 2019 scade il termine della raccolta delle firme per presentare in Parlamento la proposta di legge di iniziativa popolare sui Beni Comuni. Siamo in drittura d’arrivo, ma occorre un ultimo sforzo per superare il traguardo delle 50.000 firme previste dalla Costituzione e assicurare che questa straordinaria proposta inizi il suo cammino in Parlamento.

Perché straordinaria? Perché per la prima volta vengono inseriti nel nostro ordinamento giuridico i Beni Comuni e i diritti delle future generazioni. Oggi si parla diffusamente di Beni Comuni: anche Alessandro Gogna nella sua bella relazione Alpinismo e scienza presentata al convegno “Scienza e montagna” e pubblicata nel suo blog dell’11 luglio 2019 ha fatto un significativo riferimento alla montagna bene comune e ha citato Ugo Mattei che ha avuto il grande merito di rilanciare la lotta per la difesa di tali beni. Ma nel nostro ordinamento i Beni Comuni sono stati finora assenti e spuntate di conseguenza si sono dimostrate le armi dei cittadini che li vogliono difendere.

Secondo la proposta sono Beni Comuni quei beni che “esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona”, come ad esempio i fiumi, i parchi, le “zone montane di alta quota”, i ghiacciai, le foreste le zone paesaggistiche tutelate e in generale i beni ambientali, archeologici, culturali: esempi questi che dimostrano chiaramente come i Beni Comuni soddisfino bisogni fondamentali della persona umana. Si tratta di una definizione amplissima all’interno della quale possono ricondursi tante situazioni reali di cittadini che lottano per salvare dall’aggressione pezzi di territorio e anche altri beni che considerano appunto comuni: un bosco abbattuto per far posto a un complesso edilizio, sentieri di alta montagna aperti all’accesso indiscriminato dei quad e ghiacciai dove possono scorrazzare i gatti delle nevi, aree naturali pressoché intatte aggredite da assurdi impianti, verde cittadino distrutto per far luogo a parcheggi, paesaggi straordinari deturpati, ma anche beni archeologici o artistici il cui godimento viene negato alla collettività. Appare evidente in questi casi la lesione di diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione, quali i diritti allo sviluppo della personalità (art. 2), al paesaggio (art. 9), alla salute (art. 32), all’arte e alla scienza (art. 33).

Questi beni, invece, “devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico anche a beneficio delle generazioni future”: così stabilisce la proposta che a tal fine offre uno strumento efficacissimo perché introduce nel nostro ordinamento l’azione popolare chiamando tutti i cittadini a intervenire e perciò ad assumersi le proprie responsabilità (“alla tutela giurisdizionale dei diritti connessi alla salvaguardia e alla fruizione dei Beni Comuni ha accesso chiunque”).

La proposta, lanciata dal Comitato popolare per i beni pubblici e comuni “Stefano Rodotà” (tra i cui fondatori sono presenti alcuni dei più importanti giuristi che nel 2008 operarono nella Commissione ministeriale presieduta da Rodotà) riprende integralmente il disegno di legge che era stato elaborato da quella Commissione allo scopo di fronteggiare il fenomeno di privatizzazione dei beni pubblici e che aveva per oggetto la modifica della tipologia dei beni prevista dal codice civile e, in particolare, l’introduzione della categoria dei Beni Comuni. Quel disegno, presentato in Senato nel 2010 e nel 2013, non è stato mai discusso, ma ha influenzato profondamente le iniziative di questo decennio in difesa di questi beni, ivi compresa quella vittoriosa per il referendum del 2011 contro la privatizzazione dell’acqua che ha visto la partecipazione di ben 27 milioni di votanti, ed è penetrato nella cultura giuridica italiana dando vita a innumerevoli regolamenti comunali e finendo per incidere sulla stessa giurisprudenza della Cassazione.

Oggi, che il processo di privatizzazione dei beni pubblici si è ulteriormente aggravato e che per contro più diffusa nella società è diventata la consapevolezza dell’importanza fondamentale dei Beni Comuni e più sentito il bisogno di avere una legge che consenta di difenderli adeguatamente, diventa decisiva questa proposta. Occorre perciò firmarla e farla firmare: lo si può fare presso il Comune di residenza oppure nei banchini appositamente organizzati dal Comitato Rodotà.

Nello stesso tempo è necessario rendersi conto che la proposta dovrà essere sostenuta nelle sue vicende, dal cammino in Parlamento all’attuazione della legge. Proprio per creare una rete permanente diffusa in grado di difendere i Beni Comuni e in particolare di seguirne le vicende legislative il Comitato ha costituito una società cooperativa – la “Società Cooperativa di Mutuo Soccorso Intergenerazionale” – a cui tutti sono invitati a partecipare.

Sul sito “generazionifuture.org” si possono trovare tutte le informazioni e i documenti utili.

Il mio invito, dunque, è di firmare e di far firmare: sono convinto che l’azione a difesa dei Beni Comuni sia oggi una delle poche azioni importanti per le quali vale l’impegno dei cittadini, soprattutto di chi ha a cuore l’ambiente, il territorio, la montagna.

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Una firma per i Beni Comuni ultima modifica: 2019-07-23T05:07:31+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Una firma per i Beni Comuni”

  1. 9
    DinoM says:

    Sempre per quel poco che so, non esiste un tariffario “medio”. Tieni presente che la parte di proprietà del concessionario è quella che va dalla condotta al contatore messo il più possibile accessibile (quindi in strada). Il resto è proprietà del richiedente. Dipende quindi quanta distanza c’è  tra il cancello/portone e la condotta principale. Questo vale per l’acqua e la fognatura. Ovviamente se la distanza è troppa il concessionario rinuncia. Tuttavia nelle nuove lottizzazioni il costruttore delle case ha l’obbligo di costruire anche il collegamento alla rete a sue spese (spese di urbanizzazione), mentre la proprietà rimane al concessionario (una stranezza). Tuttavia dal contatore (escluso) a casa, proprietà, manutenzione ed eventuali danni sono a carico del proprietario di casa. Dal contatore incluso fino alla fonte è tutto a carico del concessionario. Da non dimenticare che in ogni caso la “proprietà” delle reti e delle fonti di captazione resta sempre pubblica poiché è bene demaniale. Potrei aver scritto qualche imprecisione, poiché non era proprio il mio settore ma…..

  2. 8
    Alberto Benassi says:

    quanto costa in media un allaccio dell’acqua?

  3. 7
    DinoM says:

    Allora un po’ di chiarezza per quel poco che so.
    Le tariffe di acqua e (in parte) di gas e energia elettrica non sono stabilite dallo Stato ma solo approvate dalle competenti Autorità di controllo.
    Annualmente i concessionari presentano i bilanci e i conteggi dove dimostrano che con le tariffe attuali danno redditività al capitale investito e i programmi d’investimento che saranno finanziati tramite le tariffe.
    Il problema quindi è mantenere davvero le Autorità di controllo ( Presidenti e funzionari) indipendenti dalle lobby potentissime. Bastano cioè pochi centesimi di tariffa in più o in meno  ovvero piccoli spostamenti temporali negli investimenti o nei loro costi per creare vantaggi a qualcuno nella filiera. Anche la determinazione del “capitale investito” su cui calcolare la remunerazione è particolarmente delicato come ovviamente del tasso di remunerazione.
    Per quanto attiene l’acqua, la creazione di Ambiti territoriali più ampi ha creato molti scontenti perché in alcune zone la tariffa ha subito aumenti. Tenete però presente che in molte zone a scarsa intensità abitativa (esempio montagna) le reti di gas, telefono, acqua e fognatura, non sarebbero mai arrivate o manutenzionate per i fortissimi investimenti necessari e per la scarsa remunerazione degli investimenti.

  4. 6
    Alberto Benassi says:

    Lo stato ha le sue colpe perchè o c’ è corruzione o tiene gli occhi chisi perchè se ne frega.
    I privati fanno man bassa .
    Di chi è la colpa? Di chi non controlla, di chi si approfitta?
    Mi sembra che ognuno tiri l’acqua al suo mulino.

  5. 5
    Eroa says:

    Devo essermi spiegato male, provo a precisare.
    Un preambolo. 1\Le tariffe dell’acqua come dell’energia sono stabilite dallo Stato. Se avete avuto aumenti, che prima pagavate nelle tasse anziché on bolletta, magari è per investimenti. Però, chi controlla? 2\ Sul Morandi vedremo cosa dirà la Magistratura. Però, chi controllava le autostrade? Lo Stato? No, infatti, un’agenzia preposta è stata appena creata. Quindi il tema è sempre chi controlla.
     
    L’acqua è già un bene pubblico. Punto. Questo è vero. Pure la autostrade sobo bene pubblico. È la gestione che può essere\non essere pubblica. I consorzi\aziende pubbliche o partecipate da privati, in Italia, rappresentano circa l’84% del mercato. Quindi, ancora, chi è che controlla?
     
    Lo Stato latita. Quindi perché dare le colpe ad altri anziché alla amministrazione pubblica? Il vantaggio del privato (o pubblico con privato) è che c’è distinzione tra chi eroga servizi. chi controlla.
     
    Ma se chi eroga e lo stesso che controlla (ovvero bene pubblico in mano ad ente pubblico), come assicurarsi un corretto funzionamento?
     
    C’è il buon senso e il civismo. Ma non sempre è sufficiente. Quindi una divisione tra controllore e gestore è l’ideale.
     
    Questa proposta è fuorviante e propagandistica perché lo Stato incolpa altri delle sue mancanze. Funziona perché prende il lato emozionale di ognuno di noi. La realtà è diversa.
     
     

  6. 4
    Massimo Silvestri says:

    Il tema dei ‘commons’ è da parecchi anni che è in discussione. Chi fosse interessato può leggere il libro di Gael Giraud ‘Transizione ecologica’. Il libro per quanto riguarda il titolo è parecchio fuorviante in quanto parla soprattutto della grande crisi finanziaria dei subprime. Tuttavia ricordo bene che uno degli ultimi capitoli riguarda proprio il tema di come gestire finanziariamente i beni comuni ed è forse il capitolo più interessante. Ricordo inoltre che tutto il tema della gestione dei Servizi Ecosistemici (PES) si ricollega al tema dei ‘commons’ e che anche il tema delle compensazioni delle emissioni con crediti di carbonio da accrescimenti forestali certificati nella logica Carbomark è molto vicino a queste posizioni.
    Chi non sa chi è Giraud può dare un’occhiata qui:
    https://fr.wikipedia.org/wiki/Ga%C3%ABl_Giraud
    Per il libro citato:
    https://www.emi.it/gael-giraud/transizione-ecologica-istruzioni-per-l-uso-giraud
    Qui trovate un’ intervista recente:
    https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2019-06/giraud-stati-attuino-transizione-ecologica-prima-che-sia-tardi.html
    Saluti.
    Massimo Silvestri

  7. 3
    Luca Visentini says:

    Intanto, Eros, con questo tipo di gestione poco pubblica e tanto privata (grazie a una legge del governo Renzi, dopo che il referendum per l’acqua pubblica aveva dato tutt’altra indicazione), qui da noi in Val Cellina le bollette sono più che raddoppiate.

  8. 2
    Alberto Benassi says:

    l’acqua è un bene primario e deve essere di TUTTI!!
    Non può essere dato in mano a dei privati.
    Vogliamo fare con l’acqua la fine delle autostrade?!!?
    date in gestione ai privati che fanno il bello e cattivo tempo. Decidono quanto, quando  e come cazzo gli pare a loro le tariffe e gli investimenti da fare compresa la manutenzione (vedi ponte Morandi).

  9. 1
    eros says:

    La legge è fuorviante. Bene pubblico non deve per forza essere bene statale. Fuori lo Stato. Basta spreco dei soldi che diamo in tasse.
    Un bene può benissimo essere pubblico e gestito da privati con lo Stato CONTROLLORE.
    È da utopisti pensare che il controllore e controllato porti il meglio. Evitiamo di regalare i nostri bene alle burocrazie e amministrazioni pubbliche.
    Non firmate, non date seguito a questa propaganda!

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