L’ambiente, l’arrampicata, l’alpinismo e il futuro
di Elio Bonfanti (già pubblicato da planetmountain.it il 19 dicembre 2013)
Riflessioni, sull’ambiente e sull’utilizzo dello stesso legato alla pratica dell’arrampicata e dell’alpinismo, fatte da un chiodatore quasi pentito che in trent’anni di attività ha aperto forse troppe vie nuove.
Il brusio di fondo aumenta sempre di più, si vocifera, si discute, I blog si riempiono di polemiche viva gli spit, abbasso il trad, viva l’ artificiale abbasso le solitarie estreme, sembra di parlare di politica dove tutti sono scontenti ma alla fine nessuno, se non pochi, si danno davvero da fare per far cambiare le cose. Ho avuto modo di rileggere a 31 anni di distanza un illuminate articolo di Giampiero Motti che era in qualche modo visionario. Ve ne allego uno stralcio tanto per capire di cosa sto parlando.
Elio Bonfanti in apertura di I migliori anni della nostra vita, Trono di Osiride, Vallone di Sea
Scandere 1983: … “ragionamento da vecchio, che odia i giovani perché non è più in grado di fare quello che fanno loro». oppure ancora le solite analogie con la vecchia favola della Volpe e dell’Uva. Qualcosa del genere ogni tanto mi è già giunto all’orecchio. Lascerò naturalmente cadere le provocazioni, come ho sempre fatto d’altronde in questi anni, ma mi permetto soltanto di citare un motto (non certo di Motti…!) latino «Obsequium amicos, veritas odium perito (Teramo – Andria, atto I), l’adulazione procaccia amici, la verità s’attira l’odio. E nemmeno voglio passare per un amante del rischio, nemico di coloro, che rendono sicuri i punti di fermata in palestra. Trovo idiota e senza senso rischiare su dei chiodi a pressione mal piantati: se serve un chiodo a pressione od uno spit, lo si pianti a dovere in modo che dia tutte le garanzie di sicurezza. In questo senso onore al merito al lavoro che è stato fatto a Foresto. Ma il mio discorso è più sottile e chi lo ha voluto capire lo ha capito: è l’estensione di questa mentalità che mi preoccupa, perché porta l’arrampicatore ad una sorta di illusione, ponendolo poi in situazioni fortemente critiche quando si verrà a trovare di fronte a vie schiodate (non sempre i nuts possono sostituire un chiodo), all’eventualità di attrezzare un punto di fermata difficile o peggio una calata in corda doppia, al cui ancoraggio affidiamo tutta la nostra esistenza, ottavogradisti o terzogradisti che si sia. A volte cercare troppo la sicurezza può portare proprio al contrario nel risultato: l’intento è in buona fede, ma alla fin fine produce l’effetto negativo di illudere disabituando al pericolo, che in montagna, non dimentichiamolo, esiste sempre. Accanto a palestre attrezzate come l’Orrido di Foresto, magnifica scuola di arrampicata atletica e spettacolare di cui nessuno si sognerebbe di negare il valore vi dovrebbero essere altre palestre tenute poco chiodate o del tutto schiodate, dove l’arrampicatore possa prendere coscienza della difficoltà emotiva e della reale presenza del pericolo. Questo almeno è il mio punto di vista: Foresto dovrebbe restare un caso particolare, non certo da proporre come modello universale. Mi pare di essere stato chiaro.” … Torino – Dicembre 1982 – ‘Absit iniuria verbo’.”
Alla luce di questo scritto alcune riflessioni non possono che sorgere spontanee. La prima da dove veniamo, la seconda dove siamo, la terza dove stiamo andando. Il da dove veniamo si è macerato a lungo in retoriche pastoie legate all’accettazione del fatto che arrampicando si poteva fare anche un qualcosa di diverso dall’Alpinismo. Cioè che si poteva, senza per forza indossare i pantaloni alla zuava, arrampicare su terreni più o meno addomesticati rinunciando talvolta anche alla vetta e perseguendo il solo obbiettivo della prestazione. Restando in Italia, personaggi del calibro (cito i primi che mi vengono in mente non me ne vogliano gli altri) di Bernardi, Bini, Manolo, Mariacher, Pederiva, hanno in qualche modo preceduto ed accompagnato questo progressivo cambiamento che è avvenuto procedendo dall’alto verso il basso, nel senso che questi uomini, prima che alpinisti in un’osmosi continua hanno, per un certo numero di anni, trasportato la mentalità della montagna in falesia ed in montagna quello che sperimentavano in falesia creando talvolta dei veri capolavori. Oggi succede il contrario si nasce e si cresce in falesia e solo qualcuno allarga poi i propri orizzonti sviluppando la propria attività in montagna.
Questa attuale cultura ci ha proiettati in un esponenziale aumento delle difficoltà accompagnato in questi ultimi anni dal proliferare di nuove falesie e di una sistematica chiodatura a spit della quale forse oggi stiamo perdendo la misura. Oggi con tutto sommato pochi soldi ed un trapano chiunque è in grado, trovato uno sperone qualsiasi, di attrezzare una nuova via di arrampicata, talvolta senza avere il minimo criterio di come chiodare, di dove chiodare ma soprattutto se chiodare. Il primo esempio che mi viene in mente è San Vito lo Capo recente e meravigliosa meta arrampicatoria in Sicilia, dove c’è la falesia di Salinella che è lunga almeno tre chilometri quasi tutti scalabili. Bene, vi sono tre siti del paleolitico posti in tre grotte che su tre chilometri rappresentano forse duecento metri di sviluppo lineare, ecco siamo riusciti a chiodare pure lì dentro. Perché!? Perché forse non c’è una legge. Perché forse manca del buonsenso. O forse perché noi arrampicatori siamo ancora lontani dal pensare davvero all’ambiente.
La falesia di Salinella, San Vito lo Capo
Proteggiamo i rapaci, l’orso bruno, l’Upupa striata e il pinguino delle Galapagos ma dell’ambiente dove questi vivono ce ne freghiamo altamente. In Sicilia è così, In Sardegna altrettanto, l’Italia è purtroppo una terra di conquista senza regole, anche in questo ambito. In queste zone frotte di chiodatori stranieri arrivano e si chiodano le loro belle falesie senza chiedere niente a nessuno. Mi piacerebbe vedere se uno qualsiasi di noi andasse nel Kaisergebrige (un posto a caso) a chiodare qualcosa con quale misura di pallettoni lo prenderebbero a fucilate. Qui da noi nessuno dice nulla sia nel merito che tantomeno sul metodo ma se è vero che da secoli siamo abituati alle scorribande di chiunque è altrettanto certo che è arrivato il momento di fare il punto della situazione.
Tornando dalle mie parti, nelle Alpi occidentali oggi ci sono fix veramente dappertutto ed ogni metro quadro di roccia benanche sprofondata nel fitto della boscaglia ha il suo bel tiro di corda. La maggior parte delle falesie sono iper sature di itinerari, in certe località i tiri sono a pochi metri l’uno dall’altro e una volta chiodati nella maggior parte dei casi nessuno si occupa della loro manutenzione. Fatto salvo qualche caso dove il “local” di turno, esercitando un discutibile “Ius soli”, decide che le vecchie vie erano tutte brutte le schioda e ci ri-traccia sopra le sue, “nuove”, cambiandone magari i nomi, senza nemmeno pensare che erano già state censite su delle guide…
Questo in nome di cosa, della bella arrampicata, del fatto che nessuno frequentava più la tal falesia o piuttosto perché il nostro ego ci porta a voler lasciare ai posteri la nostra firma. Chi ha detto che un posto debba essere per forza frequentato e che perché lo sia, si debba tempestare di tasselli dappertutto. Siamo all’anarchia più totale e se qualcuno richiama questi personaggi al tenere in considerazione la storia del luogo e a ricordarsi di chi su quelle rocce si era spellato le dita prima di loro, viene tacciato di essere un retorico povero pirla.
Purtroppo nessuno, o pochi, tengono in considerazione il fatto che un fix inox è per sempre! La maggior parte dei tasselli sino ad ora piantati sopravviveranno a chissà quante generazioni di arrampicatori e, se ognuno di questi dovesse sovrapporre la propria traccia a quella esistente, immaginate che selva di buchi e quanta ferraglia ci sarebbe sparpagliata per il globo. Con questa filosofia quale vecchia via non meriterebbe una raddrizzata ed una sistemata in ottica moderna per migliorare “il gesto”.
In alcune parti del mondo sono nate delle “no bolting Zones” da noi non ancora, ma qui la scommessa ora sta nel “manutenzionare” ciò che già c’è, piuttosto che andare a cercare il nuovo ad ogni costo, ed in questo sarebbe bene che le varie amministrazioni comunali prendessero coscienza del loro territorio e si interessassero in modo fattivo alla conservazione dell’integrità dello stesso. E, badate bene, non si tratta di finanziare opere e di assumersi rischi civili e penali, a questi ci pensano già inconsapevolmente i chiodatori (e già solo questo basterebbe ad aprire una parentesi enorme).
Purtroppo, quantomeno dalle mie parti, questa cultura “Falesistica” si sta pian piano spostando e sta contagiando anche la montagna dove, ricollegandomi allo scritto di Motti, sono persuaso del fatto che chiodare anche solo le soste di una via, alteri la percezione della reale difficoltà dell’itinerario. “Osa, osa sempre e sarai simile ad un dio” recitava Giusto Gervasutti ma chi osa davvero su una sostaccia a chiodi, chi osa veramente su dei tiri poco protetti o meglio poco proteggibili? Pochissimi i soliti pochissimi, quelli bravi davvero (ed il sottoscritto non è parte di questo novero). Ma anche tra questi, quanti sono realmente capaci a piantare un chiodo, uno solo e a calarcisi sopra? In tanti anni di militanza nelle scuole di alpinismo non l’ ho mai potuto insegnare a nessuno. Per questione di tempo, di metodo, di tempi! Era ed è diventato inutile far comperare il martello agli allievi in quanto i chiodi dove li avrebbero poi piantati se le vie sono tutte a spit. Al punto che anche molti professionisti della montagna il martello ormai lo usano solo per mettere i quadri in casa.
Domani è adesso, ed oggi è necessario che i veri big e le istituzioni, CAI, CAAI e guide alpine inizino a fare cultura sull’ambiente per consegnare alle prossime generazioni un campo di gioco non troppo deteriorato. Oggi, la via al Torre si fa in libera, senza più usare i chiodi a pressione di Maestri, per carità non voglio assolutamente avvallare la schiodatura di questo monumento dell’alpinismo, ma di fatto, sia pur di rottura credo che questo possa essere considerato un vero salto in avanti. Le solitarie di Marco Anghileri, di Hansjörg Auer, di Rossano Libèra e di Ueli Steck non sono certamente imprese da emulare ma certamente stanno a testimoniare il livello raggiunto oggi attraverso quel percorso abbozzato trent’anni fa. Proprio da questo si dovrebbe partire a pensare che probabilmente non è necessario, in nome della sicurezza, attrezzare le soste o peggio ancora vie dappertutto. Forse non è ancora tutto perduto, ed il buonsenso non è ancora stato travalicato, vie dove le soste si possono allestire in modo “ sicuro” con mezzi tradizionali ce ne sono ancora, conserviamole ma facciamolo adesso e magari, noi normali, al posto di osare su una via super protetta, come dice un mio caro e “retorico” amico abbassiamo il grado.
Gian Carlo Grassi alla base di Teschi scoperti (Caprie), 1a ascensione, 15 dicembre 1982
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In Alpi Apuane sulla parete nord est della Pania Secca l’itinerario Frisoni-Stagno aperto negli anni 20 , oramai divenuto da molti anni uno degli itinerari più classici dell’alpinismo invernale apuano , alcuni anni fa è stato letteralmente invaso dagli spit , sono stati stesi anche diversi mteri di spezzoni di cavo di acciaio. Da tenere presente che la via viene normalmente ripetuta in condizioni invernali (oramai una classica) e mai in estate perchè in questa stagione la parete molto erbosa e di roccia molto rotta rende la salita assi pericolosa.
Naturalmente dopo aver fatto tutto il lavoro, gli autori hanno anche dato un nuovo nome alla “LORO….” nuova via. Gli stessi autori di questa iniziativa, che sono dei local, si sono giustificati dicendo che hanno voluto riportare in vita una parete, secondo loro oramai dimenticata!! rendedola accessibile a tutti!!
Dimenticata???? ma cazzo è uno degli itinerari più classici e ripetuto dell’alpinismo invernale apuano. Altro che dimenticata!!
Come fanno dei local a non saperlo?
parole sacrosante Elio !!!
Posso solo dire che sono anni che parlo di queste cose, cerco di difendere certi valori. Che non vado in montagna con il trapano, non perchè non ne riconosca la praticità, ma perchè mi sembra un lavoro da carpentiere. Mi son fatto anche molte antipatie da vecchio, retorico e con la puzza sotto il naso che vuole la montagna tutta per lui.
…….”a volte la sosta si presenta anche senza la catena”….così spiegava, da sotto, il secondo di cordata al suo primo (una ragazza) che su una cengia non riconosceva, come sosta, tre vecchi e gloriosi chiodi davanti ai suoi occhi. Mentri io dal torrione di fronte guardavo la scena e riflettevo……
Ma come mi ha fatto notare Stefano “è la solita minestra” .
Bravo Elio.
Assolutamente d’accordo!! Il problema è farlo capire..
Forse per l’età o forse per scelta ideale, non posso che essere d’accordo con Elio. Confesso di avere aperto diverse vie a fix e di essere stato a suo tempo assertore delle soste chiodate a fix ma mi pento. In Marocco , con la mia compagna, abbiamo trovato un posto tutto trad con vie di tutte le lunghezze. E’ bello riscoprire l’andare alla scoperta anche su vie già aperte da altri ma senza i segni e, vista l’età, con il martello e 5 chiodi nello zaino.
Grazie Elio
Personalmente, credo che la degenerazione raccontata da Bonfanti sia l’evoluzione di un atteggiamento arrogante del “tutto e subito” dettato e ampiamente sostenuto dalle varie aziende produttrici di prodotti specifici che necessitano di sempre maggiori “vittime” da spennare…
Insieme a queste ci infilerei comodamente, una sfilza di riviste e rivistine specializzate o pseudo tali, che senza immagini non vivrebbero e fanno già fatica a campare così..
Delirio d’iimagine… si potrebbe chiamarlo così…!
Durante la stesura delle due guide di salite scelte in Dolomiti che ho pubblicato negli ultimi anni, mi sono accorto che: un po’ causa la macchina fotografica poco “seria” (andare in parete con un macchinone strafigo e pesante mi sembra cosa da pirloni…) un po’ alla concentrazione sull’itinerario puttosto che sulle foto (son lì per arrampicare non per fare il fotografo) le immagini delle pareti non sempre erano perfette, anzi qualcuna proprio peccava per bruttezza… “Poco male!”, ho pensato. Per mia personale esperienza (ma sarà un’esperienza sbagliata?), una foto conta come il due di picche, quando so dove andare, ho una relazione che mi indica accesso, discesa, e soprattutto, in maniera piuttosto dettagliata, il percorso, basta ed avanza visto che, come detto, si è lì per arrampicare… Ma le critiche maggiori alle guide (di critiche ne arrivano sempre e comunque, alcune produttive altre meno…) sono state sulla qualità delle foto…
D’accordo che oggi in internet si trova di tutto e di più, con foto che sembrano fatte da professionisti del tastino di scatto, piuttosto che da alpinisti, ma… “A che cazzo serve una bella foto della parete su di una guida? Poi se ripeti l’itinerario te le fai da solo, e molto più belle magari… !” Personalmente preferisco una relazione in dettaglio che mi indichi eventuali possibilità d’errore, varianti e balle varie, piuttosto di una foto… ma l’alpinismo è cambiato o meglio son cambiati gli alpinisti è questo è un dato di fatto… ! Le mie vecchie braghe con buchi vari che mi fanno riconoscere le mille “battaglie” vissute sulle crode, e sono per me motivo di soddisfazione, vengono viste come il diavolo… meglio marchiati col brand di turno a passeggiare sul sentiero…
In tutto questo poi i soliti noti delle aziende produttrici (che non sono il diavolo beninteso, ma spesso i suoi alleati…) ci infilano il fattore sicurezza… e lì il delirio diventa estasi mistica…!
E’ possibile che due moschettoni identici, costruiti dalla stessa casa produttrice, con le stesse caratterstiche di tenuta, siano venduti per due attività diverse a causa di un marchietto di omologazione che definisce soltanto un costo aggiuntivo per l’azienda stessa?
Sì è possibile!
Ce ne siamo accorti con un collega qualche giorno fa (non che non lo sapessimo, ma ne abbiamo avuto la conferma) su un cantiere di lavori in fune…
Cock-tail esplosivo quindi moda e sicurezza, che rende l’alpinismo non più quel baluardo di libertà personali che abbiamo conosciuto tanti anni fa, fatto di scritti anche in alcuni punti visionari, come certi passi di Motti, o pazzoide e scanzonato come l’arrampicata della Yosemite Valley anni ’70/’80 , ma simbolo di commercializzazione e colonizzazione occidentalista (inteso come Occidente europeo o Nord americano quindi in senso politico, e non ovest delle Alpi…).
Ad oriente, dalle Dolomiti in là, ancora reggiamo abbastanza bene all’invasione dei nuovi barbari sedicenti innovatori, ma si comincia a far fatica… sarà l’età non più verde, sarà che la stanchezza si fa sentire e nessuno da una mano (vari cai, coi, cui, ed affini) se non in maniera poco incisiva…!
Che dire quindi…?
Condividiamo, tentiamo di spingere verso una cultura del territorio e quindi di conseguenza dell’ambiente, nella speranza che le nuove generazioni si risveglino dal torpore dato dagli Hamburger del mc donalds e si riscattino riscattando così la propria autonomia di esseri umani…!