Metadiario – 224 – Uragano Guya (AG 1999-006)
Oberato dalle questioni di lavoro, sia in ufficio che sul campo, incastrato nei problemi affettivi e familiari, non ero nelle condizioni di pensare a una qualche vacanza alpinistica o arrampicatoria. La lontananza dalle mie figlie mi faceva male e mi spingeva, per una questione di sopravvivenza psichica, alla ricerca di occasioni alternative ricche di superfluo e di leggerezza. Colsi al volo, dunque, l’invito che mi fece Mario Pinoli di andare ad Alagna Valsésia, ospiti di Alberto Vitali e Brigitte Knopf, in una splendida casa walser di una frazione abbastanza isolata. Fummo accolti come principi e subito sentii la vicinanza di Brigitte che, pur esibendo un’evidente origine teutonica, aveva intuito le mie problematiche senza che io ne avessi minimamente fatto cenno con lei. Con il passare delle ore questa mia impressione si confermò, e non ci fu neppure bisogno di parlarne. Allegra, solare, frizzante nascondeva dietro ilarità e bonomia profondità e una notevole capacità di entrare con discrezione nei sentimenti altrui. Anche Alberto era dello stesso genere, ma con lui non ci fu alcuno scambio di emozioni così nette, solo divertimento e simpatia.
Era di famiglia anche una loro figlia sedicenne che, prigioniera della sua adolescenza, non rivolgeva parola né a noi né ai genitori. Non erano tanti mesi che la comunicazione telefonica aveva messo a disposizione dell’utenza la possibilità di scambio sms. La ragazza ne faceva un uso totale, esagerato, compulsivamente impegnata per ore a digitare chissà cosa. La madre era un po’ preoccupata, anche perché non riusciva a capire come e perché la figlia preferisse messaggiarsi con il fidanzato piuttosto che avere con lui lunghe conversazioni. Di certo non era per paura dei costi della telesezione…
Giravano per casa anche altre persone: ricordo una bella signora di Novara cui feci anche un discreto filo, senza successo.
Il 21 agosto interrompemmo la lunga serie di cene, pranzi, risate e bevute. Con Mario salimmo alla capanna Gnifetti. D’improvviso, la serietà di lavorare per Save the Glaciers.
Mentre salivamo alla capanna, gruppi di escursionisti policromi attraversavano a mezza costa le placche di ghiaccio grigio scuro, quasi nero che coprivano il pendio. Chi scivolava, chi imprecava sulla superficie scivolosa, chi rischiava di infilarsi con le sue sneakers nei crepacci residui che si aprivano allineati alla traccia di passaggio. Faceva caldo anche qui in alto, piovigginava e una nebbia stonata e pesante avvolgeva tutto. Qua e là frammenti di skilift, pali e infrastrutture metalliche tristi e inutili, giacevano muti a segnare un degrado ambientale e storico dello sci a queste quote. Chi passava avido di cime o solo di una agognata minestra nel rifugio d’alta quota, non sembrava curarsi dei lamenti finali del Ghiacciaio di Punta Indren che, quasi patetico, cercava di resistere all’inesorabile forza delle oscillazioni climatiche. Anche qui l’innalzamento delle temperature medie e la riduzione delle precipitazioni avevano fatto il loro corso e le aree un tempo sfruttate per lo sci estivo erano chiuse da circa un paio d’anni ormai. L’atmosfera era quella della natura dei saldi di fine stagione, dimessa e un po’ sciatta.
Il versante est-sud-est del Monte Rosa, con le sue pieghe e costolature, rivelava il fascino dell’Alta terra dei Walser e dei suoi tesori di ghiaccio. Ma ci aveva colpito anche la bellezza del Vallone d’Olen, che si vedeva dall’alto della funivia. Uno dei frequentatori di Alagna, l’ingegner Giorgio Rolandi di Milano, attuò tra gli anni ’50 e ’60 un’idea “visionaria” e modernissima, per consentire ad alpinisti ed escursionisti di avvicinarsi alle vette del Rosa. L’instancabile imprenditore, con grandi capacità tecniche e disponibilità di mezzi, costruì la “sua” funivia, con un progetto ardito e complesso. Metro dopo metro, mentre la cabina saliva osservavamo le sottostanti splendide case Walser e i pascoli del Vallone d’Olen. Riuscivamo perfino a capire la caparbietà e il coraggio con i quali l’ing. Rolandi volle donare alla comunità locale uno strumento di risalita e sicuramente un contributo allo sviluppo economico dell’aspra e recondita valle. Il suo concetto era quello di facilitare gli avvicinamenti e le ascensioni e non era sicuramente collegato, almeno all’inizio, alle attività dello sci. Le evoluzioni degli anni successivi, con il boom dello sci turistico e la nascita dello sci estivo, fecero della funivia di Alagna un potente strumento di penetrazione in uno dei comprensori montani e sciistici più ambiziosi e spettacolari d’Italia.
Qui nelle aspre ed estreme pieghe del Rosa, la crème della glisse aveva trovato pane per i suoi denti. Negli ultimi anni, infatti, la zona era stata scoperta dagli amanti dello sci libero, del telemark creativo, del freeriding e dello snowboard, arrivati ad Alagna da tutto il mondo. Da Punta Indren esplodono in tutte le direzioni canalini, canaloni, couloir, pendii ripidi o meno, spesso coperti da neve fina e leggera. Qui ci sono alcune delle discese più lunghe di tutto l’arco alpino, con oltre 2500 m di adrenalina pura o quasi: salendo con la funivia si vedono serpentine tracciate in luoghi impensati, tra rocce e strapiombi, da assatanati scandinavi, norvegesi e svedesi. Questi affittano stanze per tutta la stagione, dandosi il cambio e ritornando per cogliere dapprima la powder invernale e poi il firn primaverile.

Non starò ad annoiare il lettore con i particolari tecnici dell’eco-audit da noi compiuto in quei giorni sul Ghiacciaio di Punta Indren e sul Ghiacciaio dei Bors. Non vi parlerò di rifiuti, resti di infrastrutture e di acque di scarico.
Dirò solo che l’impressione desolante ricevuta già all’arrivo della funivia non era dovuta all’abbandono e alla dismissione, cui nessuno aveva mai pensato seriamente. Si trattava solo di uno stato intermedio di passaggio, ferma restando la senescenza del ghiacciaio dovuta a cause naturali. Tutta l’area e gli impianti erano ricompresi in un progetto complessivo di ristrutturazione e potenziamento che, in effetti, avrebbe preso avvio proprio dal 2000.
Nella relazione insistemmo a sottolineare che, a nostro parere, una delle cose più importanti cui pensare era la riqualificazione complessiva della stazione di arrivo di Punta Indren. In una logica moderna di riduzione degli impatti, di ecologia del paesaggio e di inserimento sostenibile delle attività turistiche, Punta Indren avrebbe dovuto essere ripensata in modo da rendere il punto di sosta e arrivo il più possibile eco-compatibile ed eco-efficiente, pur nella fornitura di un servizio adeguato e al passo coi tempi, magari a possibile centro di educazione ambientale e di divulgazione scientifica e glaciologica.
Eravamo particolarmente interessati ai due rifugi della zona, la capanna Gnifetti e il rifugio Città di Mantova, il primo gestito dal CAI di Varallo Sésia e il secondo dalla Società Guide di Gressoney. Entrambi si trovano ai margini del Ghiacciaio del Lys, il potente complesso glaciale che sovrasta la Valle di Gressoney. Avevano e hanno una notevole frequentazione e ricettività: il primo ha 280 posti letto, il secondo 91. La capanna Gnifetti, sito molto noto e frequentato sia in estate che nella stagione scialpinistica primaverile, aveva fatto passi da gigante negli ultimi anni. Grazie a una ferrea volontà del presidente della Sezione del CAI di Varallo e dei soci, l’ing. Giorgio Tiraboschi, erano state adottate una serie di soluzioni operative per la gestione quotidiana che avevano elevato di molto le performance ambientali della struttura. A esempio gli scarichi igienici della toilette, un tempo recapitati a caduta direttamente sul lato del ramo orientale del Ghiacciaio del Lys, ora erano ordinatamente collettati e raccolti in appositi contenitori elitrasportabili, e inviati a valle all’impianto di trattamento. Lo stesso non si poteva dire dell’altro rifugio.
Il mattino del 22 agosto salimmo al Colle del Lys e da lì, passando un po’ a sinistra della cresta nord-ovest per evitare un grande crepaccio, alla vetta del Ludwigshöhe 4342 m. C’era una strana situazione di nebbie, con un surreale spettro di Broken, che poi si dissolsero. In quella giornata stupenda Mario era davvero felice di essere così in alto, al cospetto dei Quattromila scintillanti e dei poderosi ghiacciai del Monte Rosa. Questa montagna era stata salita per la prima volta il 25 agosto 1822 dal topografo Ludwig von Welden: da lì il nome.
La sera eravamo ancora a casa di Alberto e Brigitte. E fu in quell’occasione che ci accordammo con loro per un bellissimo lavoro. Loro erano titolari della Syntagma, un’agenzia di comunicazione e di creazione eventi. Ci affidarono l’organizzazione della parte tecnica del Testival Arc’teryx Polartec a San Martino di Castrozza.
La mia attività di orienteering nell’ambito della formazione aziendale mi fece subito proporre qualcosa del genere per la trentina di giornalisti che sarebbero stati invitati da tutta Europa. Feci subito notare che ci sarebbe stato bisogno anche di guide alpine, oltre a me, per l’escursione prevista sulla via ferrata. C’era anche necessità di occuparsi delle altre attività, ma di queste se ne sarebbero presi cura loro direttamente.
Coinvolsi subito Manolo, visto che abitava a Transacqua (Fiera di Primiero): con lui, Mario ed io, futuri capigruppo, andammo il 6 settembre al rifugio e al Passo Colbricon per preparare il percorso e poter, quindi, scrivere i roadbook che sarebbero stati distribuiti ai quattro gruppetti previsti. In seguito si definì che il quarto gruppo sarebbe stato condotto dalla guida di Alagna Sergio Gabbio. L’itinerario sarebbe stato percorso in senso orario da due gruppi e in senso antiorario dagli altri due, con l’avvertenza che il terzo e quarto gruppo sarebbero partiti con un posticipo di mezz’ora.
Durante la giornata era con noi la nuova fidanzata di Mario, altra tedesca, di Amburgo. Ma non c’era stato tempo neppure per una presentazione come si deve. Alla sera però eravamo molto più rilassati ed ebbi modo di conoscere un po’ meglio Katja Roediger, in un luogo assai significativo: la mitica Mia Enoteca di Renzo Debertolis, amico di vecchia data, ancora dai tempi della spedizione al Dhaulagiri delle Aquile di San Martino. Con lei, feeling immediato. Passammo due ore a degustare per poi metterci in macchina alla faccia dei possibili palloncini.
Al di là del percorso di orienteering, la preparazione di quello che era stato battezzato Testival Arc’teryx Polartec fu assai complessa: tanti giornalisti, tante esigenze, tanti capricci. Capi da indossare per i test, taglie, misure, colori. Bisognava avere pazienza fin da subito…
Come se non fosse bastato, il 9 settembre dovetti andare allo Stélvio, sotto alla Punta degli Spiriti, per un’altra uscita di Save the Glaciers.
La mia incapacità di stare da solo si mescolava con gli appetiti sessuali dei quali un maschio sano è normalmente provvisto. Vabbè, non ero più giovanissimo, ma i miei 53 anni non li sentivo proprio. Venni casualmente a sapere che l’attrice Stefania Rocca, uno dei miei miti di donna, che io avevo sempre ritenuto una semidea irraggiungibile, praticava arrampicata: in più, non si era a conoscenza di eventuali fidanzati del momento. Ciò bastò per farmi schizzare sulla sedia e vagheggiare una possibile conoscenza. Non avevo avuto la fortuna di Walter Bonatti, quando Rossana Podestà lo aveva pubblicamente citato come possibile uomo della sua vita (e sappiamo quanto romanticamente bene sia finita…), però potevo sempre emulare il grande Walter prendendo io per primo l’iniziativa, no? Mi arrovellai per indagare sulle conoscenze in comune, cominciai a muovere qualche pedina, ma mi mancava il tempo per insistere con determinazione. In ogni caso, i 25 anni che ci dividevano non mi sembravano costituire un problema da prendere seriamente in considerazione.
Nella preparazione del Testival venni a contatto con colei che chiamerò Matilde (per questione di privacy) e riuscii a combinare di fare il viaggio assieme a lei in auto fino a San Martino. Ci fu subito feeling, ma concordammo di attendere la fine del Testival prima di scambiarci qualunque genere di effusioni amorose.
Il 16 settembre portai Sergio Gabbio e Roberta sul percorso di orienteering dei Laghi del Colbricon, al duplice scopo di istruirlo su ciò che doveva fare come capogruppo e di verificare che i nostri segnali fossero ancora in ordine dopo dieci giorni.
Il 17 settembre portammo 17 partecipanti sulla via ferrata. Secondo me avrebbero potuto essere di più, ma qualcuno giudicò preoccupante l’idea di fare quell’escursione di venerdì 17.
Da malga Civertaghe 1375 m prendemmo il sentiero per il rifugio del Velo 2358 m. Facemmo i quasi mille metri di dislivello a buon ritmo, cercando anzi di calmare chi probabilmente avrebbe preferito andare più veloce. I giornalisti, uomini e donne, erano comunque disciplinati ed era un piacere chiacchierare (in varie lingue) con loro. Ricordo che feci quasi coppia fissa con Bernard Amy, il noto alpinista francese che vedevo per la prima volta. Fu il primo a parlarmi di intelligenza artificiale, argomento oggi assai dibattuto. Ma c’era anche un altro famoso alpinista tedesco, Nicholas Mailaender.
La Ferrata del Velo della Madonna è una via attrezzata relativamente semplice, in origine ben attrezzata con funi e molte staffe metalliche (le cosiddette cambre); dico in origine perché in quell’occasione riscontrammo qualche punto che avrebbe meritato manutenzione più accurata. Nessuno ebbe problemi: i kit di sicurezza e la nostra amorevole attenzione rassicuravano anche i più timorosi.
Arrivammo fino alla Forcella del Portòn 2480 m, più che altro per poter guardare dall’altra parte, nella selvaggia Val Pradidali. Riscendemmo sullo stesso versante e, con la Ferrata della Vecia, riguadagnammo il sentiero del Cadin Sora Ronz e quindi ancora malga Civertaghe. La tempistica volutamente non fu eclatante: eravamo partiti alle 6.30 dalla malga e vi facemmo ritorno per le 15.30.
Il giorno dopo fu dedicato invece all’orienteering, al quale parteciparono tutti. Elenco qui di seguito le 21 tappe descritte nel roadbook:
- Partenza da TORNAN, posizione GPS 46° 17′ 750N e 11° 45′ 831E. Seguire traccia con direzione 90° e raggiungere un ometto di sassi.
- Continuare per mulattiera, oltrepassare un ruscello e continuare per mulattiera selciata fino a cartello con pesce giallo.
- Continuare per mulattiera selciata con direzione iniziale 145° (incrociando dopo 10 m un torrente) fino a grosso tronco d’albero segato di 130 cm di lunghezza.
- Direzione 125° fino a grosso abete con puntine da disegno rosse.
- Continuare per mulattiera selciata con direzione iniziale 120° fino a bivio nei pressi di masso a forma di sarcofago.
- Prendere a destra fino a raggiungere grossa mulattiera in corrispondenza di un ometto di sassi e di un segnale bianco e rosso. Posizione BLOCCO 1895 m GPS 46° 17′ 560N e 11° 46′ 589E.
- Prendere la mulattiera (segnalata) a destra, direzione iniziale 228° e seguirla fino al 1° ruscello, in corrispondenza di larice con striscia blu.
- Seguire il ruscello in salita fino a cabina di acquedotto.
- Direzione 222° fino a grosso abete con radice orizzontale e puntine da disegno rosse.
- Direzione 255° fino a tronco settentrionale (con puntine da disegno rosse) di due grossi abeti distanti tra loro 150 cm.
- Salire a prendere uno dei 4 cordini colorati.
- Direzione 265° fino a due cirmoli (piccoli pini) cresciuti su un masso di roccia.
- Direzione 245° fino a mulattiera segnalata in corrispondenza di un ometto di sassi e di una A disegnata su masso. Posizione OMETTO GPS 46° 17′ 257N e 11° 46′ 331E.
- Continuare su mulattiera segnalata con direzione iniziale 180° e “GO TO” fino a COLBRI 1927 m. Posizione COLBRI GPS 46° 16′ 915N e 11° 45′ 999E.
- Raggiungere istmo tra due laghi, in corrispondenza del lato settentrionale del lago grande.
- Raggiungere l’estremità del lato meridionale del lago grande (cartello con pesce giallo).
- Raggiungere l’estremità del lato occidentale del lago grande (cartello con pesce giallo).
- Seguire sentiero segnalato bianco/rosso con direzione iniziale 290° fino a quadrivio 1920 m.
- Seguire sentiero segnalato bianco/rosso con direzione iniziale 330° fino a bivio segnalato vicino ad una grande costruzione per alpeggio.
- Direzione 325° alla costruzione suddetta. Quota 1838 m. MCOLBR, posizione GPS 46° 17′ 503N e 11° 45′ 166E.
- Con direzione iniziale 335° seguire mulattiera segnalata per raggiungere POSTEG, posizione GPS 46° 17′ 707N e 11° 44′ 905E.
All’inizio del giro, dopo la distribuzione di roadbook, bussola e altimetro, ogni capogruppo (l’osservatore) doveva dare le seguenti spiegazioni:
- Spiegare cosa è un azimuth (direzione) e come si ricava dalla bussola.
- Spiegare che, se non si riesce a raggiungere un punto a vista, è necessario ricorrere all’uomo fermato nella direzione per poi fare altra misurazione.
- Spiegare meridiani e paralleli. Dire che, per la latitudine, 1 grado sono circa 111 km, 1 primo sono circa 1,8 km, 1 millesimo di primo circa 1,8 m.
- Il GPS non è preciso al metro. L’imprecisione può giungere fino ai 100 m. Va usato all’aperto con il meno possibile di ostacoli con il cielo (è da notare che nel 1999 il GPS era molto meno preciso e affidabile di oggi, NdA).
- Mostrare il funzionamento del GPS e soprattutto la funzione “GO TO”, con distanza e azimuth.
- Spiegazione dell’altimetro.
- Il roadbook è preciso, ma non sempre rappresenta la soluzione più veloce.
- Differenza tra “direzione” e “direzione iniziale”.
- Le parole settentrionale, orientale, occidentale e meridionale sono sempre usate in modo più vago che Nord, Est, Ovest e Sud.
- L’osservatore del gruppo doveva cronometrare esattamente l’ora di partenza e di arrivo.
- L’osservatore, nello svolgimento del percorso, al momento in cui il suo gruppo compisse un errore, doveva cronometrare 10 minuti. Se il gruppo non si fosse accorto dell’errore entro il tempo di 10 minuti, l’osservatore doveva far tornare il gruppo allo stesso punto nel quale si era verificato l’errore. Ogni volta che si fosse verificato ciò, doveva attribuire 2 minuti di penalità.
- Il tempo massimo era di 3 ore dalla partenza. Avrebbe vinto il gruppo che, penalità incluse, avesse impiegato meno tempo e avesse riportato il cordino. Nel caso che tutti i gruppi fossero arrivati fuori tempo massimo, avrebbe vinto il gruppo che più si avvicinava al tempo stesso.
- Nel caso che, scaduto il tempo massimo, il gruppo fosse ancora molto lontano dalla conclusione, l’osservatore a suo giudizio avrebbe potuto interrompere la prova, con la conseguente squalifica del gruppo.
Tutto si svolse regolarmente, anche se le previsioni del tempo ci avevano un po’ allarmati. Nessun gruppo fu squalificato. Seguì adeguato feed back.
Quella sera fu memorabile. Eravamo tutti su di giri e durante aperitivo, cena e dopocena ci demmo dentro, sapendo che il giorno dopo si doveva ripartire. Con Matilde festeggiai adeguatamente, con la successiva promessa di vederci a Milano. E in effetti ci furono altri incontri, durante i quali convenimmo che stavamo proprio bene assieme.
Al culmine della mia eccitazione ebbi, però, la pessima idea di mandarle quello scritto che avevo già creato per Michaela. Purtroppo, sia pur dopo aver debitamente rivisto e corretto con il nome giusto, non mi accorsi di aver fatto qualche pasticcio con l’inoltro: per farvela breve, Matilde venne a leggere che la stessa missiva era stata mandata ad un’altra, con tanto di nome e di data! Fu una grezza storica che pagai con l’immediato e totale disprezzo di Matilde nei miei confronti. Ero annichilito, ad auto-considerazione zero. E non seppi che risponderle in quella maledetta telefonata. In seguito, e sperando in un suo addolcimento, per il suo compleanno le mandai questa mia poesiola (almeno su questa lei aveva l’esclusiva…):
Per il compleanno di Matilde, data
“Senza poterti più abbracciare
Senza poterti più accarezzare
Senza poter farti incazzare
Senza poter più farti tremare
Solo amarezza potrò ricordare
A te non potrò più mentire
Con te non potrò più dormire
Dolcezza non potrò scoprire
Dolore che non si può lenire
Solo un ricordo che non può finire
Per te non potrò più valere
Da te non potrò più avere
Con te non potrò più godere
A te non potrò più far vedere
Con te non si può mai sapere”.
Ma, a danno fatto, l’allontanamento reciproco fu inevitabile. La rividi qualche anno dopo e ci ritrovammo a ridere di quell’episodio. Lei rideva comunque più di me.
Nel frattempo, alla K3PhotoAgency stava entrando una nuova e importante commessa. La Levissima aveva deciso di riprendere il vecchio spot Altissima, purissima, Levissima senza più la presenza di Messner e l’agenzia aveva affidato all’amico Paolo Gandola, fotografo e regista ormai affermatissimo, il compito di realizzare il nuovo lavoro.

Coinvolsi immediatamente Marco Preti e il suo aiutante per le riprese. Con lui andai il 2 ottobre nel tripudio di colori del quale era pervasa la Val Daone, allo scopo di individuare qualche buona location da mostrare a Paolo. Ma per qualche motivo che non ricordo non ne fummo soddisfatti e il 5 ottobre preferimmo andare a vedere le condizioni della Valtellina e della Valchiavenna: cascate, montagne, colori e maggiore o minore facilità di accesso. Alla fine preferimmo andare sul sicuro e il 10 ottobre portammo Paolo in Val Màsino, nei posti che conoscevamo meglio. Dopo uno sguardo sommario, alla fine Paolo benedisse la nostra scelta. Approfittando del bel tempo rimanemmo ben cinque giorni in Val Màsino, dal 12 al 16 ottobre. Il team tecnico di Marco era rafforzato da gente come Icaro De Monte e da guide alpine come Enrico Moroni e Jacopo Merizzi. Non ci fu mai un momento di respiro, continuammo a girare scene anche in location molto diverse, come se avessimo dovuto fare cinque o sei spot al posto di uno solo… Paolo non si risparmiava neppure lui, era sempre con noi, ferocemente attento. L’amicizia con lui ci valse certamente il lavoro, ma a nulla servì nella conduzione dello stesso. Confesso che la sua severità e le sue esigenze a volte balzane cominciavano a disturbarmi.
Nei giorni seguenti il materiale venne esaminato da Paolo e qualche altro del giro agenzia, non in nostra presenza. La telefonata che Paolo ci fece subito dopo esigeva che noi fossimo tornati il prima possibile in valle per altri particolari. E così, il 26 e 27 ottobre, con Jacopo Merizzi e Daniele Savi, Marco ed io facemmo altre due giornate per lavori che a nostro parere servivano solo ad accontentare chi, di quelli che avevano visto i filmati precedenti, parlava solo per esprimere una propria utilità.
Portato in visione anche questo nuovo materiale, Paolo ci impose un giro di elicottero perché, naturalmente, questo era ciò che si era sentito dire: “Ragazzi, qui manca una ripresa aerea”. Tentammo di replicare, con il risultato di vederlo pestare i piedi, sempre più nervoso.
Da una parte temevamo che il bel tempo fosse agli sgoccioli, dall’altra ci seccava spendere altri soldi. Inoltre, un giro in elicottero non sarebbe bastato di per sé, perché quello avrebbe dovuto servire a individuare dove fare le riprese con la particolare tecnica della wescam. Per questa, riuscimmo comunque ad avere un aumento di budget perché, costosissima, richiedeva un team professionale di tre elementi appositi, dai quali Marco era comunque escluso in partenza.
In tutto questo, l’unica nota lieta fu che il 1° novembre, di nuovo di bel tempo, Marco ed io ci facemmo un magnifico giro in elicottero su tutte le principali montagne della Valtellina, Stélvio e Orobie escluse… E, a seguire, ci fu la tanto agognata uscita in wescam, che ci metteva finalmente in pari con le assurde pretese della produzione.
Nota di colore: nello spot finale di 30 secondi trasmesso in televisione non era presente neppure un microsecondo di materiale girato in wescam…
In quelle giornate convulse tra la fine di settembre e ottobre trovai anche il tempo di andare a Levanto dalle mie bambine. Non che non le vedessi, perché in realtà io continuavo ancora a vivere in via Scarpa, però di certo l’atmosfera familiare ligure era meglio di quella milanese. Il mio allontanamento da casa era previsto per i giorni immediatamente precedenti il Natale: sarei andato in via Lanzone, in un appartamento di proprietà di Luca Marcora.
Alcune care amiche a Levanto si fecero carico, a mia insaputa, di questa mia situazione. Colsero la palla al balzo, facendo in modo di offrirmi su un piatto d’argento non una, bensì due altre amiche che in qualche modo, secondo loro, potevano essere in sintonia con me. Seppi in seguito che anche queste due, Guya e Alessandra, all’inizio erano all’oscuro di tutto.
Io mi accorsi di queste manovre una sera all’ora dell’aperitivo in qualche bar della spiaggia: colsi anche velate allusioni da parte delle sensali furbette. Sorrisi per questo modo di agire, ma neppure mi presi la briga di accontentarle in qualche modo. Lasciai semplicemente perdere.
A fine ottobre a Save the Glaciers mancava ancora l’ultimo ghiacciaio dei tre previsti per il 1999, quello di Senales, anch’esso preso in considerazione proprio perché turistico e destinato allo sci invernale ed estivo. Il 2 novembre Mario ed io ci recammo in loco. Mario scrisse:
“Val Senales, età del Rame, 5.300 anni fa: un cacciatore mesolitico percorreva le creste tra la Grawand (Croda delle Cornacchie), il Niederjoch (Giogo Basso) e l’area del Similaun. La fatica, il brutto tempo, un malore, chissà. Lassù, su una spettacolare cresta questo piccolo uomo, un nostro progenitore alpino, uno smaliziato conoscitore di queste montagne, trovò la sua tomba di ghiaccio, la sua ultima dimora. Poco distante dal ghiacciaio di Senales, dove stiamo svolgendo il nostro eco-audit per il progetto di studio Save the Glaciers, l’iniziativa ambientale supportata dalla Lever Italia, la prima attività in Italia dedicata allo studio dei problemi ambientali dei ghiacciai e alla ricerca di soluzioni per una migliore gestione ambientale degli stessi. Snowboarder in abbigliamento street style, agonisti in attillatissimi fuseau con caschi e imbottiture vistose, maestri e allievi sbalzati dalle loro città per scivolare incerti su sci ultimo modello. Una foresta di pali da slalom popolata da una folla variopinta e gatti delle nevi che “piallano” la neve, rombando sul pendio. Che mondo paradossale si presenterebbe agli occhi di Otzi, l’uomo venuto dal ghiaccio. È infatti in un’area non distante dal ghiacciaio di Val Senales che venne rinvenuto il 19 settembre 1991 quello che è considerato il più incredibile ritrovamento di una mummia nell’area alpina. Un cacciatore-alpinista che percorreva queste alte zone glacializzate, per cercare prede, esplorare nuovi passaggi e che ci ha donato uno spiraglio incredibile sulla cronologia umana. Non è possibile evitare di pensare a questo uomo, ai suoi utensili, alle sue scarpe di pelle di orso e capra e ai contrasti con la modernità che ci circonda. Anche qui, varie migliaia di anni dopo, gli esseri umani hanno pensato allo sfruttamento dello sci, utilizzando la risorsa neve e ghiaccio. A partire dal 1972, per l’iniziativa di un coraggioso imprenditore locale, è iniziata la realizzazione degli impianti di risalita e delle strutture alberghiere, che hanno creato in questi trent’anni la fama sciistica e il nome della Val Senales. Al termine di questa valle, una tributaria laterale dell’ampia Val Venosta, si trovano infatti alcune lingue glaciali, in corrispondenza della zona di confine tra Italia e Austria, che si prestano all’attività sciistica. La valle è solcata da un ricco torrente che forma, grazie a uno sbarramento artificiale, il cristallino lago di Vernago, nel quale si specchiano, a ottobre, migliaia di larici dorati. All’estremità della valle, sull’ultima porzione di fondovalle praticabile, si trova Kurzras (Maso Corto), una piccola frazione che costituisce il principale cuore turistico e sportivo della valle. In questo piccolo agglomerato si trovano alcuni alberghi che, nel loro depliant collettivo, dichiarano «… la funivia Le consente di assaporare il fascino dei ghiacciai praticamente aprendo la porta della sua stanza d’albergo…». Una proposta turistica invidiabile creata da una particolare condizione morfologica e sfruttata ingegneristicamente dall’uomo. A Maso Corto, a due passi di numero degli alberghi, si trova infatti la stazione di partenza delle Funivie Ghiacciai Val Senales, un moderno impianto che porta in sei minuti dai 2011 m dalla stazione a valle ai 3212 m della stazione a monte alla Grawand”.
Nell’atrio della stazione di partenza a valle era esposta una collezione di foto in bianco e nero che documentava i primi passi delle attività. L’idèe fixe di un locale imprenditore era di portare sull’ampia cresta, che domina il ghiacciaio da sud, una funivia e un luogo di sosta e ristoro. Le foto illustravano il lavoro e la fatica vissuti da un’equipe di uomini per trascinare, fino ai 3212 m della Grawand, una pala meccanica escavatrice cingolata, il fondamentale mezzo meccanico necessario per eseguire scavi e rimozioni di materiali al fine di gettare fondamenta e creare i basamenti per la stazione di arrivo della funivia. In una delle foto si vedeva anche l’azione della macchina che scava nel duro ghiaccio del ghiacciaio, sempre nell’ambito dei lavori di cantiere in quota.
Correvano gli anni ‘70 e anche qui non si andava tanto per il sottile con la natura. Le motivazioni di questa “ardua lotta con la natura” al fine di utilizzare l’area del ghiacciaio sono chiare. Per le particolari condizioni locali (quota, esposizione e innevamento) il Ghiacciaio di Senales si prestava a un utilizzo ampio e prolungato durante l’anno e questa fu una delle ragioni che ne hanno motivato lo sfruttamento. Così questo ghiacciaio era diventato negli anni un luogo sicuro e tranquillo per gli sciatori agonisti che desiderano allenarsi e per legioni di allievi delle scuole di sci. A quell’epoca nell’area del Ghiacciaio di Senales erano a disposizione 35 km di piste da discesa e 17 km da fondo. Sul ghiacciaio vero proprio erano presenti 2 skilift e 3 seggiovie che permettevano agli sciatori di sfruttare le 7 piste rosse e blu normalmente tracciate sulla superficie glaciale.
Negli ultimi anni, a seguito dell’esplosione della moda dello snowboard, era stato realizzato anche un half pipe per i fanatici delle evoluzioni con la tavola. All’offerta sciistica era poi stata abbinata anche la realizzazione di un vero e proprio hotel in quota, in corrispondenza della stazione di arrivo: il Berghotel Grawand. Questo offriva agli sciatori anche la possibilità di una rilassante e confortevole sosta in quota, per un semplice spuntino o per un soggiorno di una settimana bianca. La stazione e l’albergo erano modernissimi e accoglienti, anche se a noi suonava un pochino grottesco l’invito del depliant del Berghotel Grawand che recitava «e dopo una giornata di piena attività, una tonificante sauna, qualche rilassante esercizio nell’attrezzata fitness room o una bella nuotata nella più alta piscina d’Europa, vi faranno sentire subito in splendida forma». E ancora «la sera poi, dopo una buona cena tra amici, chiudere al meglio la giornata con un gustoso cocktail seduti al lunghissimo banco della nostra caffetteria». Tutto ciò, a 3212 m, di altitudine a noi sembrava superfluo e dannoso, ma evidentemente già allora lo sci-turista richiedeva quello.
Anche in questo caso non vi tedierò con le procedure e i risultati dell’eco-audit. Dirò solo che in tre giorni investigammo a fondo l’area dello Hochjochferner e che alla fine convenimmo di mettere in evidenza che la situazione era sotto controllo: il Ghiacciaio di Senales, seppur area intensamente sfruttata, era gestito con modernità ed efficienza.
Nel primo pomeriggio del 4 novembre avevamo terminato, dunque ci mettemmo in viaggio per tornare a Milano. Verso le 17 ebbi una conversazione telefonica con Patrizia che mi avvisava che la sera, assieme al marito Flavio, avrebbe dato una festicciola in una casa di loro proprietà a Vermezzo, sul Naviglio Grande nei pressi di Milano.
– Non sei mai stato, vero, in questa casa?
– No, direi di no.
– Guarda è veramente bella, è proprio un bel posto per farci una festa.
– Il problema è che sto tornando adesso da un ghiacciaio per un lavoro che è durato tre giorni e sarei un po’ stanco…
– E qual è il problema? Dai, ti fai una doccia e ti metti a nuovo…
– OK, ma chi hai invitato, anche?
– Beh, ci sarà Luca Moro, poi… e segue una lunga lista di amici in comune. Ma alla fine aggiunge: – E poi ci sarà anche la Guya… – con il tono di chi ti sta dicendo “come puoi pensare di non venire, asino che non sei altro?”.
Ecco, ci risiamo, pensai. Ma a quel punto mi aveva convinto.
In effetti il luogo si rivelò davvero piacevole, il ricevimento ben organizzato con tanti amici e tante buone cose da mangiare. E, soprattutto, da bere. Non tentai neppure di sfarfalleggiare con l’uno e con l’altra come si fa nelle feste. Guya ed io ci agganciammo e facemmo serata a sé stante. Non ricordo di quali argomenti la riempimmo, so solo che al di là dei convenevoli non parlai con nessun altro.
Molto probabilmente ci facemmo due risate sulle altre fuggevoli occasioni. Qualche anno prima era venuta a Levanto e io avevo notato quella donna piacente, sorridente, con minigonna di pelle, alla festa di compleanno di Paolo Giusto che lui si era organizzato a Paraggi; le altre volte, invece, furono tutte sulla spiaggia di Levanto, allorché io di pessimo umore ero costretto a stravaccarmi sulla sdraio in un’atmosfera cocente e soffocante, cercando di leggere il giornale o fare le parole crociate. Una o due volte da sola oppure con il suo cane zoppo, Pelucco, e Alessandra Thiele, una bambina della stessa età di Petra, che lei definiva “sua nipote”. Mentre Alessandra e Petra giocavano assieme, Guya se ne stava con le amiche Patrizia, Giovanna ed altre a prendere il sole e a fare “cappottini” su questo o su quella. Altre volte, invece, stessa scena con la variante che c’era pure Rino Croce, il suo fidanzato, un uomo dal quale era davvero difficile estrarre qualche parola e che però si sdraiava accanto a me in shorts e ciabatte, anche lui a leggere. L’aggancio era che Alessandra era figlia di Rossella, sorella di Rino. Ecco perché la bambina la chiamava “zia”.
Entrambi ci ricordavamo della nostra prima breve conversazione, di forse un mese prima, avuta vicino alle cabine più o meno all’ora dell’aperitivo. L’argomento non lo ricordo, ma non è importante. Significativa, invece, era la mia chiusura da incazzato col mondo che toglieva ogni spazio alla tesi di buon senso che per lei chiudeva il discorso.
– Beh, devi fartene una ragione – lei tentò di concludere cercando di ammansirmi.
Al contrario, a me l’espressione “farsene una ragione” pronunciata da chi crede di avere ragione mi ha sempre fatto saltare la mosca al naso, come pure mi succede sempre quando qualcuno mi si rivolge dicendo “questo non è un mio problema, questo è un TUO problema”.
Non esitai a manifestarle il mio disappunto di fronte a quello che aveva appena detto, pur ritenendo di non aggredirla ma semplicemente di esprimere un mio disagio generico di fronte a quelle espressioni verbali.
A Vermezzo Guya mi confidò sorridendo di aver pensato: “E meno male che mi avevano detto che ‘è uno simpatico’…”.
La conversazione toccò anche le rispettive situazioni affettive: ci raccontammo le cose senza particolari omissioni e venni a sapere che lei intendeva rompere in via definitiva la relazione con Rino.
La festa di Vermezzo tardava la conclusione e, anche se un po’ di gente se n’era andata, alle due di notte c’era ancora un discreto numero di allegroni, tra i quali noi, che continuavano a versarsi reciprocamente da bere attingendo alle fornite cantine del papà di Flavio. Poi venne il momento di un doveroso commiato, Guya ed io salimmo sulla mia Mondeo e ci attardammo a mettere in moto e partire. In quella, in un buio che, però, permetteva di riconoscere abbastanza le persone, ci accorgemmo che Luca, assieme ad altri, faceva la bravata di pisciare sulla mia macchina, senza accorgersi che noi eravamo dentro senza luce accesa. Li sentivamo ridere e lasciammo perdere. Anche a noi ci aveva preso una ridarola contagiosa: “Certo che non potevamo avere miglior battesimo di questo”, le dissi.
La portai a casa sua, in viale Sabotino 21a. Accanto al portone ci fu la solita scena delle coppie in cui lui è invitato a salire o meno. In quel caso, però, la cosa era fuori discussione, visto che in casa c’era anche Rino che dormiva serenamente. Ci rifacemmo nei giorni seguenti. Non ebbi alcuna esitazione a cessare di pensare a Stefania Rocca, probabilmente avevo trovato di meglio!
Guya era quanto di più non-sportivo potesse offrire il mercato. Non solo non aveva idea di cosa fossero la montagna e l’arrampicata, ma anche non praticava alcuno sport. Eppure in quella donna io trovai ciò che mi mancava e che magari sarei stato in grado di spiegarmi in seguito. Comunque l’uragano Guya.
Il 13 novembre la portai a Compiano in occasione di uno dei corsi di formazione aziendale con Mediaset. Ospiti di Luca Marcora, non potevamo avere una stanza a disposizione nella sua villa di campagna perché era tutto occupato dai suoi. Luca ci offrì una sistemazione a casa di sua sorella, poco più a monte, dove saremmo stati soli soletti. Peccato che faceva un freddo siderale e la casa non era riscaldata. Dormimmo nel mio saccopiuma gigante, quello rosso della Ciesse Piumini che avevo portato al K2. Il disagio maggiore fu quello di lavarsi con un’acqua che più gelida non poteva essere. Altro bel battesimo, ma lei sopravvisse.
Per farmi piacere una sera, trionfante, mi mostrò l’acquisto che aveva fatto quel giorno in un negozio a Milano. Un paio di scarponcini di pelle scamosciata. Beh, li ha e li usa ancora oggi che sono passati venticinque anni. Con quelle provvidenziali calzature il 28 novembre, altra giornata di grande freddo, la portai al Sass del Tavarac, sopra Erba. Con una camminata di mezz’oretta arrivammo alla base di quella falesia senza problemi: gli scarponcini le andavano bene. Con me avevo anche scarpette e imbragatura per lei, perché l’intenzione era di farle provare l’arrampicata. Ma con quel freddo era fuori discussione.
Così le insegnai a farmi sicura e mi limitai a salire Mary (che avevo scelto per lei, vista la difficoltà di 4a) e poi anche Flavio (6a+) che, invece, scelsi per me. Poi battemmo in ritirata per il freddo eccessivo.
E’ del 18 novembre (e quindi nell’anniversarsario del nostro matrimonio del 1971, non so quanto casualmente) la mail che Nella mi scrisse quando seppe da me del fallimento con Bibi:
“Ciao Alessandro, spero non ti dispiaccia se mi sento di dirti un paio di cose.
Mi ha fatto molto male sentire quanto mi hai comunicato ieri, mi dispiace veramente e non solo per le tue bambine ma anche per te. Mi è anche risuonato male che tu abbia detto che il passato ti ritorna indietro come un boomerang. Ogni storia è una storia a sé, la nostra aveva certi connotati, questa ne ha altri. Io credo che l’importante sia riuscire, poi, quando si soffre un po’ meno, a utilizzare tutto quanto ci accade per fare dei passi avanti, per capirsi di più e acquisire consapevolezza di se stessi. Io sono “diventata grande” a 50 anni (ho avuto bisogno di essere aiutata, non con l’analisi ma con altri percorsi) e ora mi rendo conto di quanto inconsapevolmente e passivamente abbia vissuto la mia vita, ma pazienza, ormai è andata. Vorrei che tu non ti colpevolizzassi più per me, e che non ti colpevolizzassi neppure nei confronti di Bibi. I sensi di colpa non servono a nulla, ti bloccano le energie e non ti fanno andare avanti.
Spero che tu non mi fraintenda se ti dico che ancora oggi, pur essendomi liberata interiormente di te, ti considero una persona un po’ speciale; certo, ciascuno di noi è speciale in quanto individuo unico e irripetibile, certo, hai un sacco di difetti come tutti noi, ma sei un po’ più speciale degli altri. Ti auguro di trovare qualcuno che sappia “vedere” che cosa hai dentro, di non perderti più, di pensare un po’ a te stesso senza rifugiarti solo nel lavoro, di riuscire a dare alle bambine tutto quello che chiedono a un padre e più ancora.
Forse ti ho detto tutte cose scontate, ma avevo voglia di comunicare. Ti voglio bene, e spero non ti dispiaccia, Nella“.
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Che ricchezza, questo diario!
Matteo. Appunto. Una questione di stile. Senza voler urtare la sensibilità di nessuno e con il massimo rispetto, non facciamo paragoni impropri. Il libro di Batard è un’opera “editata” , di buon valore letterario, che ha per oggetto il tema sofferto e drammatico dell’omosessualità nel mondo dell’alpinismo. Ripeto, con tutto il rispetto, siamo su un altro piano. Condivido il tuo giudizio sull’opera e la rileggerò quest’estate. Non è un romanzetto per casalinghe, gronda di sofferenza e autenticità. Saluti. PS. Per dimenticare l’imbarazzo che suscitano le esternazioni dell’ultimo Messner mi permetto di segnalare sugli amori senili l’ultimo libro di Starnone, Il Vecchio al mare. Starnone (forse alias Elena Ferrante) è uno scrittore professionista e si vede. Come si distingue un alpinista professionista da un amatore. A ciascuno il suo.
Quanto a sesso e alpinismo consiglio caldamente di leggere Marc Batard, “La via d’uscita – confessioni intime di un alpinista estremo”, Vivalda 2007.
Tra i libri più interessanti e illuminanti che abbia letto
“La virtù sarebbero, sia detto con la consuveta supportazione, le mutande dell’anima, che nun si vedono, ma si nun ce l’hai, sei un zozzaglione.”t
[Oronzo E. Marginati “Come ti erudisco il pupo”, 1915]
Tendo a concordare con Marcello anch’io.
A prescindere dal fatto che trovo molte relazioni tra sesso e alpinismo (non è la prima volta che lo scrivo qui), c’è anche un un’importante elemento che si chiama stile. Se uno ce l’ha può scrivere ogni cosa senza cadere mai nella cafonaggine, così se a uno manca, c’è ben poco da fare. E l’argomento o la privacy non c’entrano. Gli esempi, anche “illustri” non mancano.
Buona estate anche a te.
Cominetti. Io comunque terrei distinto il racconto pubblico di imprese che riguardano il monte di Venere dal racconto di imprese che riguardano altre montagne. Anche perché non è detto che tutti i protagonisti gradiscano certe esternazioni nei dettagli, seppure in parte coperte da nomi fittizzi. Ma come ti è noto sono un vecchio reazionario bacchettone che patisce alcuni usanze “moderne”, sopratutto se adottate da parte di persone che stima. Ognuno di noi però ha i suoi lati deboli: io cerco di passare dall’intransigenza all’indulgenza, ma faccio fatica. Saluti e buona estate.
Vedi Pasini, se uno racconta il suo privato avendo qualcosa da dire ben scritta, che magari fa pensare, riflettere e magari piacere, non credo vada catalogato tra chi oggi mette in piazza i propri affari sui social…
Penso invece che chi diffonde storie squallide, superficiali o vuote d’ emozioni sia invece da mettere tra tutta la spazzatura del web che brucia megabyte e cervelli.
Sono cose semplicemente diverse. Senza scomodare illustri citazioni.
E comunque le seghe se le sarà fatte pure Freud.
Privacy imperante? Ma quando? Tutti raccontano tutto di tutti. Il privato e la decenza non esistono più. “Nessuno è un grand’uomo per il suo cameriere” ma adesso sono i “grandi uomini” che hanno tolto lavoro ai camerieri memorialisti. Il top lo ha raggiunto Ilda Boccassini, che ha peraltro grandi meriti per le sue azioni antimafia, raccontando delle sue effusioni romantiche con Falcone (sposatissimo) durante un viaggio aereo. Comunque giusta osservazione. Guardare dal buco della serratura nelle stanze da letto, anche quelle fredde e senza acqua calda, offre certamente spunti interessanti di riflessione. Un tizio di Vienna ci costrui’ sopra in passato una pratica professionale molto remunerativa. Su questi argomenti è sicuramente oggi una fonte autorevole per gli appassionati di queste tematiche il settimanale Chi. Genera 1,5 milioni di lettori stimati. Fornisce contributi cruciali per comprendere le diverse sfaccettature di molti personaggi di rilievo della contemporaneita’: artisti, sportivi, politici…pochi alpinisti purtroppo, ma ho saputo da fonti ben informate che presto colmeranno questa lacuna. Buona estate e rimaniamo in fervida attesa che Alfredo Signorini si occupi finalmente, con consolidata professionalità, anche dei personaggi di rilievo del mondo della montagna.
Grazie Alessandro di questi racconti
Beh, è dai tempi di “Un Alpinismo di Ricerca” che Sandro mette il meglio della sua verve di scrittore raccontandoci i fatti suoi, con particolare intensità quando non riguardano le aguzze vette e gli orridi abissi ad esse opposti.Quella ricetta a parer mio funziona e spesso, ringraziandolo, l’ho fatta mia.
La privacy oggi imperante forse è l’opposto del narcisismo, certamente da lei non esce niente di leggibile,anzi credo sia la prima nemica della diaristica contemporanea, ed anche a Dante sarebbe costata cara.
Concordo pienamente con Luca Visentini. La conoscenza delle vicende di vita personali, narrate in modo così bello da Alessandro Gogna, è un arricchimento prezioso della figura stessa dell’ alpinista, con tutte le sfaccettature che ne fanno un essere umano completo e autentico.
Se riuscisimmo a conoscere allo stesso modo la vita degli artisti del passato e del presente, narrata da loro stessi e non da altri, ne ricaveremo senza dubbio una visione meno mitica e più reale, che c’è lì farebbero amare di più.
Grazie ancora, Alessandro!
Caro Fissore, rispetto a ciò che accade oggi, io rimpiango lo stile dei seduttori gentiluomini come il mitico Gigi Rizzi, mito della mia gioventù, recentemente scomparso, che tanto hanno onorato il nostro paese con le loro conquiste, ma che mai sono entrati nei dettagli delle loro imprese e ne avrebbero avute cose da raccontare. Zitti fino alla morte. E come non parlare della signorilità di quella gran donna di Sofia Loren, che anche lei ha dato grande lustro al paese sul piano dei cuori infranti, ma ha sempre risposto con un gran sorriso malizioso e ironicamente napoletano alle domande biricchine sulle sue conquiste. La professionalità e lo stile non sono acqua e non si trasferiscono automaticamente da un campo all’altro. A Milano dicono : pasticcere fai il tuo mestiere ????
Condivido il commento di Pasini, esprime esattamente quel che penso anch’io ma non avrei saputo dirlo così bene.
E mi permetto di dire che se il Gogna alpinista vale un 9 1/2, il Gogna scrittore un bell’8 e sempre un bell’8 come conferenziere, animatore di iniziative lodevoli e predittive, come poeta d’amore ha come massimo risultato la speranza di essere … rimandato a settembre.
Coincidenze che fanno riflettere. Gogna, Messner ….Cosa spinge anziani alpinisti, che in passato furono abbastanza discreti su certi temi, riservati alle chiacchere all’interno di gruppi ristretti, a rendere pubbliche con dovizia di dettagli vicende private e familiari? È un effetto imitativo dei costumi oggi in voga da parte dei cosiddetti “influencer” di non fare distinzioni tra pubblico e privato e di mettere tutto in piazza con tanto di fotografie? Oppure è un’evoluzione senile del “sano” narcisismo correlato per molti alla pratica dell’alpinismo ? “Tutti abbiamo dei tratti narcisistici e anche grazie a essi riusciamo a perseguire i nostri obiettivi e a provare gioia per ciò che facciamo… ma….” (Cfr. Vittorio Lingiardi, Arcipelago N, Einaudi, 2022 pg. 36) Oggi, tra l’altro, il selfismo sui social, sezioni Cai comprese, ha raggiunto livelli inusitati e non si tratta di pre-adolescenti con identità fragili in via di definizione, ma di mature signore e signori che poi magari criticano i nipoti per questa pratica imperante ovunque e francamente un po’ stucchevole (30 foto dei partecipanti e due dei luoghi…). Interessante questione psico-sociale e di costume dei nostri tempi. Già alla fine degli anni ‘70 il sociologo Christopher Lasch aveva intuito l’ondata in arrivo usando la formula “cultura del narcisismo”. Non che in passato non vi fossero comportamenti analoghi ma oggi il fenomeno è possente, diffuso e trasversale.
Urka!
Una narrazione ricca e bellissima!