Walter Bonatti: fermare le emozioni

Questo lavoro mi ha lasciato una dote preziosa: quella di aver visitato luoghi incantevoli, di aver scoperto nuovi territori a me sconosciuti, di essere stato ancora una volta sorpreso della bellezza del nostro Paese… (Walter Bonatti)”.

Walter Bonatti: fermare le emozioni
di Gianfranco Ialongo
(pubblicato su Annuario del CAI Bergamo, 2021)

Io sono rimasto… ecco, alla formula di Ulisse, la curiosità e il fascino dello sconosciuto… il piccolo uomo curioso che si muove sull’onda dei suoi sogni, della sua curiosità, della sua fantasia…”. Con queste parole, con questa espressione, Walter Bonatti, iniziava un’intervista che nell’ormai lontano 1998 ci rilasciava. Un’intervista per un programma televisivo del collega regista Carlo Rossi, in cui il sottoscritto partecipava, assieme all’operatore di ripresa, alla realizzazione di un documentario biografico del grande alpinista ed esploratore quale Bonatti era stato.

Walter Bonatti in Patagonia

Fermare le emozioni era anche il titolo del libro fotografico edito dal Museo della Montagna di Torino, che in quei giorni vedeva la luce. Il volume era stato allora lo spunto per poterci raccontare della sua vita. “La mia prima grande natura che ho conosciuto è stata la montagna e mi ha affascinato vedere quegli uomini che amavano librarsi nel vuoto, amavano scalare queste montagne, cercarsi una via ideale e raggiungerla e tracciarla e a costo di sacrifici e di rischi… tutto questo rispondeva in fondo al mio temperamento e mi piaceva provare…”.

Già a 19 anni, in poco tempo, realizzò alcune salite di altissimo livello tecnico… la Nord-est del Pizzo Badile, la Ovest dell’Aiguille Noire, lo Sperone Walker sulla Nord delle Grandes Jorasses… e queste dopo solo un anno di esperienza sulla montagna di casa, la Grigna! Ma la salita che lo designò tra i migliori scalatori del tempo fu sicuramente l’exploit sulla Est del Grand Capucin insieme con Luciano Ghigo nel 1951. Nel 1954, a soli 24 anni, Bonatti fu chiamato a far parte della vittoriosa spedizione italiana al K2.

Qui, durante un trasporto di ossigeno ai campi alti, fu costretto a bivaccare senza attrezzatura con un portatore hunza, a 8100 metri. Un’esperienza allucinante! Qualcuno disse poi che si trattò di un malinteso, ma in realtà fu una vicenda sulla quale la storia ufficiale della spedizione non riuscì mai a dare una spiegazione convincente. L’anno successivo Bonatti superava se stesso! In 6 giorni da solo salì il pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel massiccio del Monte Bianco.

Quando mi trovai sullo spigolo del Dru, non potevo tornare indietro, non potevo andare avanti, e l’ho risolto poi con un lampo di genio, potrei definirlo. Perché prima pensai, in un momento di debolezza, di lasciarmi morire e poi che in fondo avevo lottato per quattro giorni per vivere e non era… non potevo certo lasciarmi morire così… e alla fine ho risolto il problema individuando delle scaglie di roccia 12 o 15 metri sopra di me. Ho lanciato dei nodi, delle specie di bolas che facessero attrito sulle scaglie a fermare la corda per issarmi nel vuoto fino alle scaglie… durante la scalata del Dru per 5 giorni e 5 notti ho parlato con me stesso e mi sorprendevo a parlare con me stesso…“. Così lo vediamo nel 1958 protagonista con Carlo Mauri ancora in Karakorum, in vetta al Gasherbrum IV, un colosso di 7925 metri!

In questi anni la parete della Brenva al Monte Bianco è il suo habitat. Cinque sono le vie qui aperte da lui, più altre ripetute con varianti e in stagioni diverse. La Mayor, la Pera, la Sentinella, il Pilier d’Angle, il Maudit… ed ancora altre salite, altri tentativi… come quello del luglio 1961 al Pilone Centrale. Una delle tragedie più terribili del Monte Bianco. Bonatti, Andrea Oggioni, Roberto Gallieni, attaccano l’inviolato Pilone; a loro si uniscono 4 alpinisti francesi, fra i più forti del momento: Pierre Mazeaud, Pierre Kohlmann, Robert Guillaume e Antoine Vielle. Dopo giorni di maltempo e di tempesta, nella discesa, in 4 non ce la fanno.

Walter Bonatti sulla cresta sommitale del Resegone, Lecco, novembre 1978. Foto Massimo Cappon.

Trovandomi in Perù, la rivista Epoca, ha voluto fare un servizio sulla scalata del Rondoy Nord che io avevo appena concluso… però avendo visto le mie fotografie ha deciso, ed è stato un omaggio che mi ha fatto, imprevisto, sorprendente, e che per me è stato molto importante, di concepire un nuovo reportage intitolandolo… il fotografo si chiama Bonatti… pubblicando fotografie che non avevano niente a vedere con le creste di ghiaccio appena scalate, fotografie d’ambiente, di gente, di colore… e così nasce il fotografo Bonatti per la rivista Epoca, che in quel momento io non sapevo ancora, mi ha messo alla prova, mi ha inviato nella estrema Siberia di nord-est, con altri due professionisti, io non sapevo ancora che sarebbe stato il mio esame come professionista. Dopodiché mi ha preso, assunto nei suoi ruoli per fare l’inviato speciale… in giro per il mondo sconosciuto, a vederlo, a viverlo soprattutto raccontarlo poi… Era il momento in cui io dalla montagna avevo avuto tutto quello che avevo richiesto, quindi l’alpinismo, seppur ad altissimo livello, mi era già diventato un abito un po’ stretto addosso, quindi io avevo già allargato i miei orizzonti… ebbene così li ho avuti allargati a 360 gradi“.

Tra il 1963 e il 1965 avvengono gli ultimi exploit della sua carriera alpinistica. Salita in invernale dello Sperone Walker, sulla parete nord delle Grandes Jorasses con Cosimo Zappelli, e una nuova via sullo Sperone Whymper con Michel Vaucher, ed infine la solitaria invernale alla Nord del Cervino! Per Bonatti, dunque, 17 anni di grandissimo alpinismo, centinaia di scalate con ogni genere di difficoltà in ogni stagione dell’anno, una passione incredibile per la montagna, ma anche delusione nei confronti di un mondo, quello alpinistico, che non è stato tenero nei suoi confronti.

Pierre Mazeaud e Walter Bonatti. Foto: Gianni Magistris.

La delusione per l’ambiente alpinistico c’è stata innegabilmente, ma non è stata determinante… determinante è stato invece il fatto, la consapevolezza di sentirmi i panni stretti addosso e di vedere allargati i miei orizzonti. Io quando ho fatto la Nord del Cervino, psicologicamente ero già in Alaska… 5 mesi dopo partivo per l’Alaska… mi ero inoltrato nel favoloso Klondike… sapevo che qualunque cosa mi fosse accaduta nessuno avrebbe potuto prestarmi aiuto… dovevo imparare tutto a mie spese… proprio in Alaska rischiai di morire scendendo da una canoa in un fondale di sabbie mobili e solo la sopravvivenza, che fa dei miracoli in queste situazioni, mi ha fatto lanciare un cordino con una palla di gomma sugli alberi intorno, come delle bolas… come sulla parete del Petit Dru… e mi sono tirato fuori grazie a un cordino di 20 metri”.
Quello che Bonatti riportava con le sue immagini, con i suoi servizi sulla rivista Epoca, divenne un evento attesissimo. Lui si inventò una professione nuova.

La professione è stata conseguente a questa mia prima invenzione, cioè quella di dare spazio alla mia fantasia, dare spazio ai miei sogni. Alla base di tutto è quello… sono nate le curiosità che mi hanno portato in giro ai 4 lati del mondo e di conseguenza è nata la professione… un giornale che è interessato a queste mie visioni, e a queste mie possibilità indotte dal fatto che avevo fatto fino a quel momento una vita a vivere le scalate, le più estreme, quindi il giornale ha ritenuto che avessi le carte in regola per poter reinventare un discorso dei viaggiatori dell’Ottocento: questi sono stati i motivi che mi hanno aperto le porte al mondo dell’avventura e al mondo del giornalismo“.

Per 14 anni Bonatti si sposta negli angoli più remoti della Terra, percorre giungle e deserti, si tuffa nelle profondità degli atolli corallini, scende nel cuore dei vulcani, visita popolazioni che vivono in un mondo distante anni luce dalla civiltà dell’uomo occidentale.

Mi sono sempre presentato a queste popolazioni primitive con l’umiltà di apprendere e non di insegnare, per me è stata una grossa lezione e mi ha dato tantissimo“. Sono ancora le sue stesse parole che ci fanno capire quale sia stato lo spirito interiore che ha spinto Walter Bonatti nella sua vita ad intraprendere le sue imprese sulle montagne nelle regioni remote del mondo. “Ero ragazzo e dalla Pianura Padana guardavo la linea azzurrina dei monti lontani sull’orizzonte… amavo molto starmene per ore intere a fantasticare sulle rive del Po. Io sono nativo di Bergamo ma sono cresciuto, per anni ho abitato sulla riva del Po, la riva emiliana del Po. Attraverso la corrente del Po viaggiavo, la mia fantasia viaggiava, arrivava in mare negli oceani e materializzavo, mi portava le immagini suggeritemi dalle avventure degli scrittori che leggevo”.

Walter Bonatti: fermare le emozioni ultima modifica: 2025-12-28T05:16:00+01:00 da GognaBlog

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15 pensieri su “Walter Bonatti: fermare le emozioni”

  1. 14
    Giampiero,
    il fatto che la tendina che tu citi non potesse ospitare 4 persone ma solo 2, non solo non contraddice quello che sostenne Bonatti ma lo rinforza. Perchè stabilire un piano secondo cui tutti e 4 avrebbero dovuto trovarsi nella tenda al campo XI (tra l’altro posta in un punto preciso, condiviso prima, in modo che Bonatti e Madhi dovessero fare un po’ meno dislivello) se già si sapeva che la tenda non li avrebbe potuti ospitare? non voglio tornare sul caso, sono già stati spesi fiumi di parole e la verità dopo 50 anni è venuta a galla. Per il resto Bonatti ha sempre detto quello che pensava e per questo a molti stava antipatico. Il chè non vuol dire che quello che pensasse fosse sempre la cosa più giusta in assoluto ma Bonatti non aveva peli sulla lingua. Prendere o lasciare.

  2. Abbiamo creduto che la parola di un grandissimo alpinista come Bonatti valesse più di quella di alpinisti solo “normali” , quasi che si dovesse applicare una proprietà transitiva per stabilire la verità. Eppure basterebbe osservare la tendina del IX bivacco al K2 conservata al Museo della Montagna di Torino per rendersi conto che li dentro non ci si può entrare in 3, tantomeno in 4. La penso come Cominetti 

  3. @ 9
    Auguri anche a te e grazie per l’interessante citazione su cui vale la pena riflettere.
    A volte ci lasci frasi che in qualche maniera sembra abbiano il sapore del disincanto, e non lo dico in senso negativo, perché anche il disincanto a volte è necessario. Mi sembra molto opportuna la tua sottolineatura della notorietà di Bonatti, il suo aver consegnato la sua vita agli altri attraverso, diciamo, l”informazione nelle sue varie sfaccettature. Hai ragione, ciò rende più complesso, forse paradossalmente, vedere come stiano realmente le cose, sebbene dovremmo almeno basarci su quanto Bonatti ha lasciato scritto, ma non ciecamente però, perché era un uomo come tutti. Ciò che si scrive in un libro può avere gli stesso limiti di ciò che si scrive in un blog, anche se in un blog il confronto è più immediato e conseguente pur se mediato da uno smartphone. Diverso è confrontarsi di persona. Io sono molto contento di non essere conosciuto e di non mettere in mano agli altri la mia vita (comunque non ho capacità tali in qualche cosa che mi renderebbero noto). Bonatti mi sembra che invece si sia voluto porre di fronte al mondo come un nuovo eroe (ne “I Giorni Grandi” lo si vede), con un messaggio spirituale da trasmettere, un eroe diverso da quelli del passato (li ha citati, santi e altri) ma forse, a differenza dei santi, non ha avuto o non ha saputo o voluto munirsi degli strumenti per vivere con più equilibrio i rapporti umani, isolandosi, sostituendo i suoi simili con la natura. Ma anche questo è vero fino a un certo punto… Rossana Podestà, la vita all’Argentario con i parenti e gli amici di lei, i bambini, anche se non suoi. 
    Grazie ancora Antonio per l’utile confronto  nato dai tuoi opportuni suggerimenti.

  4. @ 8
    Semmai sono un ammiratore ‘non condizionato’, visto quel che ho scritto, e che in fine riguarda un tempo ormai lontano della mia vita. Di Bonatti alcune cose non mi sono piaciute sin dall’inizio. Mi riferisco soprattutto a sue affermazioni che non riguardano strettamente le scalate. La consapevolezza che poi si fa strada con la maturità, mi ha consentito di vedere ancora meglio alcune cose. Penso che di una persona si possa ammirare qualcosa, se qualcosa c’è o sembra esserci. Non sono invece per l’esaltazione dei singoli esseri umani. Da cattolico non esalto neanche il papa, ritenendo che da lodare in senso pieno ci sia solamente Dio. 

  5. Riguardo Zappelli chi può dire cosa veeamente sia successo tra loro?Prime donne stuzzicate?Furti di immagine?o semplicemente  un sentimento meno autentico di quello che poteva sembrare dentro il vissuto nella loro “parete” e le scelte di vita hanno poi evidenziato.
     

  6. Tutto ciò che troppo invecchia diventa un male, dunque lo diventa anche il vostro Essere supremo. 
    Gli antichi ci hanno già descritto ogni cosa. È da loro che possiamo imparare. Aprite i vecchi libri e imparate ciò che verrà a voi nella solitudine. Vi sarà donato tutto, e nulla risparmiato: sia la grazia che il tormento.
    Caro Marco / lupo /80…tanti Auguri innanzitutto. 
    Ciò che scrivi è una visione; una delle tante che si possono avere su Bonatti o chiunque raggiunga notorietà e sottoponga la propria esistenza e vita privata a chi la vede dal di fuori.Tutto diviene possibile e ogni lettura corretta o meno che sia ,da quel poco che ci è dato di conoscere,  Personalmente di Bonatti penso abbia ricevuto di rimbalzo più  fama non arrivandoci su quella dannata  cima con l ingiustizia subita ,e tutto quanto da lui fatto in Epoca(!)successiva una consapevole ragionata diffidenza verso tutto il prossimo, ma posso ovviamente sbagliare.
     
     

  7. Umanità in Bonatti, personalmente, non ne ho mai vista.
    Era troppo ambizioso per essere umano.
    Grande alpinista ma piccola persona.
    Mi spiace per i suoi ammiratori incondizionati ma a me non è mai piaciuto.
    Ognuno ha i suoi gusti.

  8. Comunque Bonatti ha avuto una grande umanità, che penso debba essere letta sulla scia della sua sensibilità esistenziale. Ha creduto di aver dato all’umanità conforto con le sue imprese, e questo credo sia avvenuto; ha sempre soccorso chi era in difficoltà in montagna, anche a rischio della propria vita; ha tenuto per mano (parole sue) i suoi lettori mentre scoprivano le sue avventure, e questo è molto bello. Anche se non sono più ‘bonattizzato’ (forse l’espressione ‘eravamo tutti bonattizzati’ è di Massimo Marcheggiani, non ricordo più bene) la mia stima per Bonatti rimane. Anzi, mi dispiace che non ci sia più. Per questo un mio amico mi ha immaginato in suo racconto su Walter nella sua sfida al Dru,  come un amico dello scalatore solitario. Questo racconto ha vinto un premio. Lo ha fatto sapendo quanto in passato ammirassi Bonatti. E poi sono debitore a Walter per la sua determinazione a riportare a casa la pelle sua e quella degli altri. Mi ha ispirato quando è toccato a me riportare la mia pelle a casa di fronte a situazioni severe, in cui avrei potuto scoraggiarmi e forse morire.

  9. È possibile che parta tutto da lì, ma ipotizzo che ci fosse dell’altro, forse qualcosa di più profondo che già lavorava in lui. Bonatti ha dichiarato: “Non ho figli, né vorrei averne in un paese che riesce ancora ad elogiare […] una madre che ha partorito ventisei volte.” Se ne è privato per questo? Se è così rimango piuttosto perplesso di fronte a questa decisione, che esprime una interiorità a mio modesto parere forse un po’ problematica. A veder bene ha fatto la stessa cosa con l’alpinismo: “Da una parte mi attende un mondo vasto e avventuroso che fin’ora ho appena intravisto…; dall’altra c’è un alpinismo stanco ed ormai esaurito per la mediocrità,  l’invidia e l’incomprensione. Ho deciso. Scenderò dai monti…”. E si offre in olocausto alla natura (parole sue). Sempre solo. La vera conoscenza di sé passa inizialmente nel saper stare da soli con sé stessi, ma si completa poi nello stare con gli altri. Penso che il caro Walter Bonatti sia stato veramente mitizzato.
    La mia ammirazione rimane, ma non sono più ‘bonattizzato’, come ai tempi della mia giovinezza si diceva.
    Quanto a Zappelli, la mia perplessità rimane. Lo sciolse dalla sua corda perché Cosimo aveva deciso di diventare guida alpina e di praticare quella professione. Mi pare che questo sia successo. Se è così, può dirsi amicizia questa? Nessun giudizio, però, appunto, la mia perplessità rimane.

  10. 4@Alberto; lo credo anch’io e non per scherzo!quel giovane ribelle ha rappresentato il classico inceppamotore della ardita spedizione italica.

  11. Bonatti per quanto ruvido sia potuto sembrare , ha subito in parete il peggior tradimento possibile poi gli è stato pure chiesto di tacere e non esser  polemico per il buon nome nazionale ed era molto , molto giovane , ecco io credo tutto parta lì. 

    Se non fosse sopravvissuto a quel bivacco, avrebbe fatto un piacere a qualcuno. Invece no!! Quella pellaccia li ha fregati.
    Come Desmaison sulle 342 ore. Alla faccia loro!

  12. 1@Marcolupo…il talento è quasi come l’arte lo/a puoi coltivare ,inseguire ,( non per chi ne è dotato dalla culla)è fonte di ispirazione ma anche di invidie.Quello che avviene legandosi con i compagni di corda  (a volte cordone ombelicale per tornare salvi coi piedi per terra )rimane celato mistero aggrappato tra quelle rughe delle rocce che chiamiamo appigli  che oltre a farci salire ci fan vedere quanto siamo a volte piccoli e meschini , veri o falsi ,generosi o voltafaccia …tolgono insomma ogni maschera.
    Per questo credo che molti scelgano le solitarie non tanto per motivi prestazionali ma per poca sintonia umana ,nostra o altrui che sia.
    Bonatti per quanto ruvido sia potuto sembrare , ha subito in parete il peggior tradimento possibile poi gli è stato pure chiesto di tacere e non esser  polemico per il buon nome nazionale ed era molto , molto giovane , ecco io credo tutto parta lì. 
     

  13. In uomini come Walter Bonatti si racchiude lo spazio infinito dell’animo umano la cui natura esige il bisogno continuo e costante di trascendere il mondo fisico in ogni singolo e piccolo passo che compie.

  14. Chissà se Bonatti, a sua volta, non sia stato tenero con il mondo alpinistico. Ad esempio, il suo congedo da Cosimo Zappelli, forse non brilla di una grande amicizia e umanità. 

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