24 ore di anestesia totale

Metadiario – 284 – 24 ore di anestesia totale

A gennaio 2013, nel rinnovare la mia polizza malattie, scoprii che le due/tre compagnie di assicurazione da me contattate, per quanto riguarda la patologia dichiarata “adenocarcinoma”, purtroppo prevedevano l’esclusione di rimborsi per conseguenze e derivati da tale malattia. Il mio consulente mi confermò che era la prassi. Non potevo sapere che sarei rimasto del tutto scoperto fino a gennaio 2018, quando finalmente lo stesso consulente mi propose una soluzione con Mutua MBA.

Tra le buone cose, il 6 marzo a Milano ci fu l’inaugurazione del Tour per il Banff. Seguirono le serate di Genova, Bergamo e Lecco. Come prima edizione potevamo ritenerci soddisfatti, i risultati furono incoraggianti ma non certo tali da essere remunerativi.

Valle Spluga, Candelino della Condotta forzata, Fabio Salini sulla via di destra (M7), 12 febbraio 2013

Nel marzo uscì finalmente Insieme in vetta, in edizione economica e senza alcuna foto. Dire che la visione dell’editore sia stata meschina è poco.

Tre le meno buone, la collana CampoQuattro che curavo con Alessandra, giunta alla dodicesima pubblicazione, fu sospesa. Tra i titoli più importanti del 2011 e 2012, Speed di Üli Steck, Tempesta sul Manaslu e Solitudine bianca di Reinhold Messner, Walter Bonatti di Roberto Serafin ed Eccesso di montagna, di Denis Urubko.

Alessandro Gogna su Nucleare fa cagare, Gola del Limarò, 7 luglio 2013

Per quanto attiene alle arrampicate, fino al 20 di aprile nulla di particolare da segnalare, tranne il solito rimando alla tabella annuale. Mi suddividevo tra i monotiri di Finale, Toirano, Lecchese, Carate Urio e Sasso Ballaro di Santa Caterina: ma la particolare predilezione era per le multipitch della Valle del Sarca. Il 3 febbraio, su desiderio suo, portai Petra a Pietramurata. Assieme al Furly salimmo sei lunghezze della via Teresa sulle Placche Zebrate: ma arrivata lì si spaventò della traversata a destra del settimo tiro, che non è certo facile. In più tirava un forte vento. Decidemmo di scendere, ma eravamo ugualmente contenti del risultato raggiunto.

Toni Zuech in apertura di Siebenschläfer al Dain di Pietramurata (Pian de la Paia), 18 marzo 1983

Giordania
Il 20 aprile ci fu la partenza per la Giordania. Da parecchi mesi i miei rapporti con la mia figlia maggiore, Petra, non erano dei migliori. L’abitare in case diverse e i di lei silenzi, inframmezzati ogni tanto da guizzi di insofferenza nei miei confronti, ci avevano entrambi “fatti persuasi” che forse ci sarebbe servita una vacanza, a tu per tu, per cercare di ristabilire un affetto che di certo c’era ma sul quale gravavano cose non dette.

Sbarcati ad Amman, noleggiammo un’auto e partimmo subito in direzione sud. Ci fermammo la sera nella popolosa cittadina di Madaba. Petra era incantata dai profumi, dai colori, forse un po’ infastidita dai criteri igienici dell’albergo, certo diversi dai nostri. Nessuno dei due aveva voglia di aprirsi più di tanto, distratti come eravamo da quel mondo che sapevamo essere lo specchio di ciò che era dentro di noi. Il giorno seguente, dopo la quasi obbligatoria visita al castello di Kerak e la facile salita al Mount Rummana nella riserva naturale di Dana, giungemmo al villaggio di Wadi Rum, dove fummo accolti dall’esperta guida locale Muhammad Hammad al Zalabieh.

Coste dell’Anglone, Marco Furlani su Piccola verticalità, 5 maggio 2013

Per due notti dormimmo e mangiammo a casa sua, trattati come principi da lui e dalla giovane moglie, deferenti ma per nulla servili, in una surreale atmosfera di compita ospitalità. Una casa curata, sul pavimento qualche bel ghilim. C’erano anche dei bambini, sorridenti ed educati. Quella famiglia risentiva di secoli di nobiltà e di orgoglioso senso di appartenenza. Nel pomeriggio del 22 aprile Muhammad ci accompagnò con il suo fuoristrada al Canyon Khazali e nella facile passeggiata a Little Arch.

Alla sera pianificammo assieme a lui un’arrampicata per il giorno dopo, non impegnativa, ma nella quale era comunque necessario legarsi e scendere con qualche corda doppia. Quel giorno avevamo appena sfiorato le bellezze di Wadi Rum, così straordinarie da far dimenticare le problematiche che tra di noi erano ancora sospese. Il 23 aprile salimmo dunque alla vetta dello Jebel Khazaali 1420 m. Avevamo arrampicato senza problemi sul II grado con un passo di IV della Sabbah’s route. Dalla vetta si godeva un panorama sterminato fino ad un orizzonte che sfumava nel calore desertico. Anche sulla discesa per una via diversa e più rapida, la Alì route, nonostante due brevi corde doppie (la manovra che mia figlia temeva di più), tutto filò liscio fino a circa 20 metri dalla base della montagna.

Toirano. Il Capo tra i vecchi liguri. Foto: Ezio Marlier.

Muhammad si calò per primo ed io approntai la manovra per farla scendere assicurata. Ma quando si trattò di affacciarsi sull’orlo dei 20 m verticali che la separavano dal suolo ebbe una vera crisi di rigetto per il vuoto che le si apriva sotto e, per trasposizione, nei miei confronti. Si bloccò, inveendo al mio indirizzo, rinfacciandomi d’essere sempre il solito, di non essere minimamente cambiato per accettarla così come era. Non ribattei alle sue provocatorie accuse, preferii concentrarmi nel convincerla con dolcezza che non poteva certo rimanere lì, perché comunque scendere occorreva.

Più sotto Muhammad ci chiamava preoccupato, non capiva certo cosa stava succedendo, anche se cercavo di spiegarglielo urlando in inglese. Lo stallo durò una ventina di minuti, fino a che Muhammad comparve a sorpresa accanto a noi: era salito arrampicando perché c’era un insospettabile passaggio che evitava la doppia. Petra capì subito che c’era quella soluzione e dimostrò la sua buona volontà a scendere, assicurata dalla corda, ma arrampicando. Dopo dieci minuti eravamo finalmente alla base.

Petra si allontanò sulla piana desertica, senza neppure aspettare che il tè che Muhammad stava preparando fosse pronto. Dopo averla recuperata ci fu il silenzio totale fino a Wadi Rum. Entrati in casa ne uscì poco dopo senza neppure avvertirmi, me ne accorsi poco dopo e uscii a mia volta nel sole del pomeriggio tardo a perlustrare le polverose strade di Wadi Rum. Camminai circa un’ora senza incontrarla, non c’erano bar o altri ritrovi che potessero essere ovvi. Una ragazza di 21 anni, carina e bionda, da sola e alterata: ero terrorizzato. Quasi di corsa tornai a casa di Muhammad e lo avvertii. Lui mi disse di non preoccuparmi, l’avrebbero trovata presto. Fece una telefonata, poi ne parlò con qualcuno. Insomma nel giro di poco la rividi, erano circa le 19. Neppure mi salutò e si diresse alla nostra stanza. I nostri ospiti ci lasciarono soli e così rimanemmo, a parte una breve interruzione perché ci portarono un piatto di qualcosa (che quasi non toccammo) e del tè.

Petra a Madaba, Giordania

Iniziò una lunga seduta in cui le chiesi senza mezzi termini di sturare il suo lavandino, di sputarmi addosso tutto ciò che aveva dentro, come già aveva cominciato a fare prima della doppia incriminata. Ne avemmo fino a notte fonda e fu un dialogo fiume. Non posso qui riferirne né i particolari né le sfumature, erano cose troppo intime anche per questo Metadiario. Dirò solo che la problematica principale aveva radici nella separazione e nel divorzio tra Bibi e me, ma aveva trovato modo di svilupparsi prevalentemente in un dato di fatto: Petra sapeva al riguardo solo ciò che mamma negli anni le aveva detto, ma soprattutto non sapeva ciò di cui mamma non le aveva mai neppure accennato. Emersero verità a lei sconosciute e il veicolo era il pianto di entrambi, gli abbracci, come se alla liberazione delle parole e dei singhiozzi rispondesse immediatamente quell’energia potente che per anni aveva subito prigionia. Ci addormentammo sfiniti l’uno nelle braccia dell’altro.

Muhammad Hammad al Zalabieh

Fu con grande sollievo che al mattino dopo Muhammad e signora rilevarono l’atmosfera mutata: Petra ci sorrideva con la luce di cui è capace la sua enorme sensibilità. Avevamo fame, eravamo felici. Accogliemmo con piacere la proposta di andare a fare un grande giro in fuoristrada con previsto bivacco in un accampamento di pastori beduini. Non sono in grado di riferire il nostro tragitto. Ricordo la mia salita solitaria all’Arco di Jebel Burdah, poi il Barrah Canyon, dove Muhammad si fece un passo boulder di 7b a piedi nudi. La notte con i beduini fu in un accampamento a est dello Jebel Annafishiyyah: vivere per qualche ora la loro vita, subirne il fascino, farsi penetrare dalla diversità. Il 25 aprile tornammo a Wadi Rum con tutta calma e fu il momento commovente degli addii. Alla sera eravamo in un albergo di quasi lusso a Petra. Approfittammo della visita guidata che portava al famoso tempio all’imbrunire. Eravamo assieme a decine di altri turisti, tra i quali un gruppetto di toscani. Questi per il tratto in discesa che porta allo strettissimo canyon di accesso non fecero che parlare di cibo, ma erano divertenti e ancora oggi con Petra ne ridiamo: – Ti ricordi quando dicevano con il loro inconfondibile accento la parola “accrudo” (per indicare verdure non cotte)?

Muhammad assicura Petra sulla Sabbah’s route allo Jebel Khazaali, 23 aprile 2013

Il canyon è un incredibile corridoio tortuoso, largo dai 2 ai massimo 5 metri, con pareti verticali che si alzano fino anche a un centinaio di metri: camminavamo tra due file di minuscole torce accese appoggiate a terra, suggestive nel buio ormai sopravvenuto. I toscani si erano zittiti in ammirazione. E d’improvviso sbucammo davanti al tempio, illuminato, misterioso, senza un interno.

La mattina del 26 tornammo al tempio immersi in una luce magica. Poi facemmo un lungo giro, ad ogni centinaio di metri sempre più privi della compagnia di altri turisti, che preferivano le soste e le bibite dei punti di ristoro. Arrivammo fino al Castello dei Crociati e al Belvedere del Monastero; alla sera ci concedemmo un’altra cena e un’altra notte con l’aria condizionata nello stesso hotel della sera prima. Il 27 aprile andammo a Wadi Musa, poi sulle rive salate dell’inquietante Mar Morto, infine ancora a Madaba, dove intendevamo fare qualche piccolo acquisto per regalini vari, in modo da non farlo nel casino di Amman o, peggio, al duty-free dell’aeroporto. Il 28 facemmo un lungo giro, andando a nord della capitale: Monte Nebo – Valle del Giordano – castello di Ajlun – Jerash-As-Salt. Avevamo l’aereo in partenza verso le 22 e a momenti ci perdemmo nel traffico di Amman. Ma il 29 eravamo già a Milano.

Petra sulla Sabbah’s route allo Jebel Khazaali (passo chiave), 23 aprile 2013

Prime sensazioni di equilibrio alterato
Seguì un periodo di altre arrampicate, alternando uscite in falesia (monotiri) con vie di più lunghezze in Valle del Sarca. Ormai la cosa non era limitata ai weekend, erano tante le giornate in cui arrampicavo con Marco Furlani, con il quale mi trovavo davvero bene. Facevamo anche qualche conferenza assieme. Lui poi aveva l’arte di farmi parlare di cose anche delicate e spesso ripeteva, anche in pubblico, che avremmo dovuto fare cordata una dozzina d’anni prima. Chissà cosa avremmo fatto!

In particolare il 13 maggio (ma non sono sicurissimo di questa data) salimmo Luna di Miele al Dain di Pian de la Paia, un itinerario aperto dal grande Marco Pegoretti con Edoardo Covi nel lontano 1980: un itinerario superbo, raramente ripetuto, con un’arrampicata libera sprotetta e davvero impegnativa. Specialmente sulla quarta lunghezza, data di VII obbligatorio e un po’di A1, diedi il massimo. Avevo paura, ma nello stesso tempo ero felice di trovarmi lì su un genere di itinerario che richiedeva le palle di una volta. Anche la settima (l’ultima) m’impegnò allo spasimo.

Petra in vetta allo Jebel Khazaali, 23 aprile 2013

Tornammo sulla stessa parete il 6 giugno per ripetere Charlie Brown, altra via di Pegoretti (maggio 1978): e anche lì grande impegno, anche se si vedeva che qualche ripetizione nel frattempo c’era stata.

Dopo l’arrampicata e dopo aver bevuto l’immancabile birra nei soliti posti deputati (per lui il bar delle Placche Zebrate era il bar delle “smutandine” data la presenza di più di una graziosa fanciulla a servirci), arrivavamo a casa sua dove, se si era dopo una certa ora, si faceva solo merenda a pane e formaggio o salumi, in genere seduti al “gazebo degli dei”, un tavolone con sedili e tettoia di legno nel giardino accanto alla sua “casetta”; oppure, se era presto, andavamo in “cameron” dove preparavo la pasta aglio, olio e peperoncino che a lui piaceva tanto e che non poteva mai mangiare perché Laura non sopportava l’aglio. Al weekend c’era sempre tanta gente, amici o freschi conoscenti. La generosità di Marco e Laura era palpabile. In queste cene conviviali il vino scorreva allegramente, in tandem con l’ilarità che Marco era un vero mago a suscitare nell’uditorio. Anche se lui spesso beveva il vino rosso annacquato, suscitando il mio orrore, la quantità era tale da favorire il fluire dei ricordi e degli aneddoti.

Muhammad in vetta allo Jebel Khazaali, 23 aprile 2013

Anche Guya non si stancava mai di sentirli, anche se già ascoltati più di una volta: perché Marco non li cambiava mai aggiungendo pezzi e numeri come i cacciatori e i pescatori. Il racconto era sempre quello, ma ogni volta c’era da pisciarsi addosso dal ridere anche se si sapeva come sarebbe andata a finire. Mezzo dialetto, mezzo italiano, ce n’era per tutti i suoi amici e per una vita intera. Alcune espressioni sono diventate parte del nostro lessico familiare, tipo l’”agile, agile” rivolto alla suocera (la nonna Silvana) quando la spronava a fare qualcosa che non fosse lo stare in piedi incollata alla stufa tirolese, oppure “l’è ndà al bec” per dire di qualcuno che non godeva più di ottima salute (fisica o mentale). Particolare festa c’era quando era presente l’amico Giuliano Giovannini, con la sua capigliatura sciolta, da indiano. Questi cominciava al pomeriggio a preparare “el conéi”, il coniglio. Per cuocerlo serviva tanto vino e ogni volta aspettavamo quando Giuliano avrebbe esclamato “Madòna santa, che setaa che l’à chel conéi!” (che sete che ha questo coniglio), per giustificare i bicchieri che invece aveva già bevuto il cuoco. E giù a ridere!

Dopo il 23 maggio mi ritrovai a viaggiare non più sulla mia fida ma ormai tredicenne Volvo V40 bensì su una BMW 320 station wagon colore grigio metallizzato, comprata usata dal mio meccanico di fiducia.

Petra e Muhammad in vetta allo Jebel Khazaali, 23 aprile 2013

Dall’11 al 19 giugno fummo in Sardegna con Mario e Giulia Verin. Già in quella settimana avevo avvertito strane sensazioni di perdita d’equilibrio, senza giramenti di testa, ma nette. Le attribuii alla cervicale o a qualche tipo di stanchezza. Ma non passavano. Ricordo che feci davvero mente locale la mattina del 23 giugno quando in auto ero diretto alle fessure di Cadarese in Valle Antigorio. Feci caso al fatto che, al volante, non mi succedeva.

Alessandro e Petra in vetta allo Jebel Khazaali, 23 aprile 2013. Foto: Muhammad Hammad al Zalabieh.

Il neurinoma
Ebbi il nome di un buon otorinolaringoiatra, così mi feci visitare da Dario Carlo Alpini. L’acufene e il neurinoma scoperto nel 2004: Alpini fece due più due e mi consigliò di fare una risonanza magnetica al più presto: era dal 2007 che non monitoravo più, convinto di avere a che fare con un fenomeno stabile. Il 13 agosto Nadia Colombo del CDI confermò “presenza di neurinoma dell’ottavo nervo cranico sinistro che mostra un netto incremento volumetrico (cm 3,2) della componente extra-canalicolare (rispetto a quanto noto al 2007)”.

Il dr. Francesco Di Meco (dell’Istituto Besta) il 20 agosto per la mia “lesione espansiva a carattere cistico pluriconcamerato dell’angolo pontocebellare di sx (3,2 cm di diametro)” ravvisò indicazione chirurgica. Escludeva la radioterapia (gammaknife) per via delle dimensioni e del tipo cistico: diceva addirittura che la radioterapia avrebbe potuto aggravarmi il problema.

Petra nella seconda breve corda doppia (Alì’s route) in discesa dallo Jebel Khazaali, 23 aprile 2013. E’ sorridente.

Alpini insisteva sull’operazione e nel frattempo, vista la stima reciproca, mi comunicò che lo avrebbero operato il 9 ottobre per un problema simile al mio. “Colgo però l’occasione di chiederLe se Lei e sua moglie avete tempo e voglia di venire in zona Grigna sabato 21 settembre nel pomeriggio. Organizziamo nel nostro giardino di Inesio (frazione di Vendrogno) una festa di pre-guarigione, insomma una merenda con amici e persone positive per ‘concentrare energie positive’. I luoghi li conosce molto bene anche se da casa nostra vediamo il Moncodeno e le cime di Parlasco ma non la Grigna in versione cartolina. Ci saranno un po’ di medici, soprattutto otorini.
Ci andammo. Iniziammo con una Messa di “ingraziamento” alle 14.15 presso la Chiesetta di S. Maria Maddalena di Inesio. Poi ci spostammo di un centinaio di metri per la festa in giardino di casa sua, sotto il “castagno del poeta”. Nessuno poteva sapere che Dario fu assai più sfortunato di me: dopo una lunga odissea chemioterapica e chirurgica ci lasciò il 4 giugno 2017. Ce lo comunicò la moglie Rosella.

Muhammad prepara il lunch.

Alla fine scegliemmo il prof. Pietro Mortini; questi, dopo consulto con la sua equipe per un’eventuale gammaknife alternativa, il 27 settembre mi confermò la necessità assoluta di un intervento chirurgico. Iniziai la pratica con la mia assicurazione, ma AXA il 15 ottobre mi comunicò la reiezione, visto che alla firma della polizza non avevo dichiarato il neurinoma che invece nel documento da me prodotto (dr. Nadia Colombo) era citato come “noto dal 2007” (in realtà dal 2004). Dunque sarei stato “solvente” e vi  posso anticipare che la mia operazione costò 27.984,28 euro.

Muhammad Hammad al Zalabieh sale a piedi nudi i primi metri di 7b di una via a Wadi Rum.

Le varie salite dell’estate furono un po’ travagliate dall’incombente problema del neurinoma. Andavo spesso con Umberto Villotta a far monotiri e più spesso ancora con Lorenzo Merlo, con il quale c’era sempre da parlare di mille cose. Tra le multipitch voglio ricordare quella di Siebenschläfer (29 giugno) al Dain di Pietramurata (Pian de la Paia). Questa spettacolare via, con diedri e fessure di ottima roccia, era stata aperta da Toni Zuech e Mike Gamper il 18 marzo 1983. Miei compagni erano Salvatore Bragantini, Marco Furlani e nientemeno che Maurizio Giordani. Sulla terza lunghezza non mi sentivo sicuro, Maurizio era passato come una libellula, con calma e freddezza. Li pregai di non andare così veloci, e intanto mi osservavo. L’equilibrio sui passi di arrampicata era inalterato, dunque buono. Era sui tratti molto facili che avevo bisogno di usare le mani anche quando proprio non ce n’era mai stato bisogno. Non potevo più fare il camoscio!

Petra sovrasta il campo beduino sotto il versante est dello Jebel Faishiyya, 24 aprile 2013

Altra via che ricordo (ma questa volta davvero brutta…) fu Nucleare fa cagare, sulla destra igrografica della Gola del Limarò. Un caminaccio un po’ opprimente che risaliva la parete di destra orografica della gola, salito per la prima volta da Massimo Faletti, Michele Tavernini e Alessio Pedrotti nel 2010. I miei compagni, Marco Furlani e Alberto Rampini mi lasciarono volentieri il comando nelle evoluzioni e contorsioni necessarie a sbucare sulla vecchia carrozzabile della gola, oggi adibita a pista per mountain-bike.

Tanto per sottolineare il clima, il 28 luglio arrampicai con Fabrice Calabrese, l’amico siciliano di Luigi Cutietta, quello che era stato operato di tumore al cervello ed era per questo tenuto in stretta osservazione dai suoi medici. Una persona squisita, che portava la sua malattia con una dignità davvero rispettabile. Andammo ai Pilastri della Diga di Campomoro, in fondo alla Val Malenco, dove arrampicammo (senza completarle) su tre vie nella stessa giornata, Chissà, Necron e Houston il futuro. Bel posto, arrampicata forse un po’ monotona a parte qualche passaggio.

25 aprile 2013. In raccoglimento sotto al tempio di Petra.

Dal 4 all’11 agosto non rinunciammo certo all’ormai consueta rimpatriata a Villar Saint Pancrace (Briançon), a casa di Ugo Valentina. Ma questa volta Marco Furlani era calato in forze, accompagnato da Laura e Lucia. Anche questa volta loro dormivano in camper salvo fare vita in comune con noi per colazioni, cene, merende e uso dei servizi igienici. Invitati da Ugo, c’erano pure Alberto Rampini e la moglie Silvia Mazzani. Come sempre Guya ed io dormivamo nell’appartamentino inferiore, cui si accedeva da una porta sito nel vicolo di accesso alla casa oppure da una botola il cui coperchio faceva parte del pavimento del soggiorno, proprio davanti all’ingresso del bagno. Chi voleva uscire da lì doveva bussare dalla cima della scala per avvertire che avrebbe sollevato la tavola di legno… Alberto e Silvia dormivano su cuccette improvvisate nel locale proprio accanto alla nostra cameretta da letto. Un po’ scomodo per tutti, visto che se volevamo andare in bagno dovevamo passare accanto a loro e visto anche che io non avevo spazio per i miei lavori mattutini al computer. Ma quando si è amici, non c’è mai problema.

Mar Morto, 27 aprile 2013

Passammo a trovare anche Franco e Marvi Ribetti due volte, facendo anche qualche passeggiata con loro e una cena. Era davvero penoso vedere Franco in quelle condizioni: solo il suo senso dell’umorismo era rimasto quasi immutato.
In quel soggiorno facemmo varie salite e qualche uscita in falesia a Les Ayes o a Rocher Baron. Per il resto multipitch a Ponteil (via La Martine, 5 lunghezze fino al 6b+), Ailefroide (Zag-zig) e Crête de Moutouze 2862 m (Le bal des vents pires, 7 lunghezze fino al 6b e A0). Di queste non ricordo nulla, ma certamente sono belle vie. Sulla Paroi du Chas de l’Aiguille (via Chas-Rivari,9 lunghezze) ricordo il favoloso diedro del sesto tiro che mi riuscì perfettamente e fu grande gioia.

Laura e Marco Furlani in marcia verso la Crête de Moutouze per salire l’evidente cresta di Le bal des vents pires, 4 agosto 2013

Ma la perla delle meravigliose giornate l’avemmo sullo sperone sud della Tête Colombe 3022 m. La mattina del 6 agosto lasciammo l’auto per il lungo accesso allo sperone (2h40’ dati sulla guida di Jean-Michel Cambon…). La via À nous la belle vie era stata aperta dallo stesso Cambon con Gérard Fiaschi nel 1994, 12 lunghezze fino al 6a. Confesso che da quei due geni delle aperture mi aspettavo qualcosa di più bello. La salita non è mai brutta, la successione delle difficoltà è sempre regolare: ma non c’è mai un momento di arrampicata esaltante. Marco ed io eravamo davanti, dietro seguivano Alberto e Silvia. Cominciavamo a domandarci se ne era valsa la pena di salire fin quassù. Con Marco arrivammo alla Sosta 10, su un’ampia spalla. Osservavamo le nubi nere che avanzavano da ovest e avevano già invaso gli Écrins. Da lì iniziavano le doppie attrezzate per la discesa. Salimmo in fretta e furia anche le ultime due lunghezze e scendemmo appena in tempo per vedere che Silvia raggiungeva Alberto alla Sosta 10. Cominciavano a cadere i primi goccioloni dal cielo plumbeo e si vedevano anche folgori all’orizzonte. Ci aspettavano quattro lunghe doppie per raggiungere la base. I tre maschi decisero che era il caso di scendere in fretta. Ma Silvia non era d’accordo, diceva che era meglio aspettare, che sarebbe passato l’orage e sarebbe tornato sereno. Per un minuto tentammo di convincerla, poi di fronte a tanta ostinazione approntammo la prima calata. Marco non le risparmiò la battuta: – Qui ci sono tre accademici, dei quali due sono anche guide alpine… è il caso che tu insista così?

Alessandro Gogna, Alberto Rampini e Silvia Mazzani Rampini su Le bal des vents pires, Crête de Moutouze, 4 agosto 2013

Riuscimmo a scendere senza che nessuna folgore cadesse vicino a noi, però alla base eravamo fradici. In quella tornò l’azzurro. Ciò fece precipitare l’umore di Silvia che dopo due giorni di “muso” riuscì a convincere il marito a tornare lassù e a rifare e finire la via…
– Per una via di merda – commentava Marco.

Ugo Manera e Laura Furlani in uscita dalla via Chas-Huant del Chas de l’Aiguille, 9 agosto 2013

Ma vediamo anche quali furono i momenti principali dell’estate. Dopo la rinuncia definitiva dell’editore Stefanoni, e constatato l’ormai evidente disinteresse delle guide, con Popi Miotti vagheggiavamo di proporre il nostro progetto come iniziativa Interreg. Il 19 agosto Popi mi scriveva: “… ho anche già due associazioni svizzere usabili come possibili partner, ma se ne possono trovare altre”. Ma in realtà era ben più interessato a seguire i suoi corsi per diventare insegnante di Tai Chi Ch’üan, disciplina di cui si era invaghito e che coltiva ancora adesso.

Alessandro Gogna su À nous la belle vie, sperone sud della Tête Colombe, 6 agosto 2013.

Il 24 luglio ci fu la tanto sospirata inaugurazione a Cervinia della mostra sull’Everest ’73, lavoro che ad Alessandra e me era costato tanta fatica e tensione.
Ci fu anche l’idea, da parte mia, di contribuire alla cultura generale con un’iniziativa personale. Basta Controscuola, basta Osservatorio per le Libertà in montagna, che costavano più diplomazia di quanto i risultati giustificassero. Volevo qualcosa di mio. Il 2 agosto pubblicai “A Cervinia inaugurata la mostra per i 40 anni italiani dell’Everest” e lo feci sul mio sito Kappatre Comunicazione, quello che mi era rimasto dopo la separazione da Katja. In seguito, tra settembre e novembre pubblicai un’altra decina di articoli. Sapevo bene che senza adeguata promozione sarebbero rimasti lettera morta, nessuno avrebbe potuto imbattercisi per caso. Ma lo consideravo un esperimento. Nel frattempo con Alessandra stavamo costruendo il sito di Banff Italia, e nell’articolare le varie sezioni a lei venne in mente che ci si poteva aggiungere un “blog”, parola il cui significato a me era quasi sconosciuto. Capito meglio di cosa si trattava, mi appassionai all’idea. Così demmo il via alla costruzione di GognaBlog (nome ideato da Alessandra) che fu pronto solo a metà dicembre. I primi articoli con cui lo popolai furono trasferiti da Kappatre Comunicazione e reimpaginati. In quel lavoro mi assisteva un tecnico di Green Media Lab. Fu così che iniziò la grande avventura di GognaBlog: mi sentivo un “contadino che coltivava cultura”.

Rifugio Croz dell’Altissimo, 28 agosto 2014. Da sinistra, Piero Ravà, Sergio Martini, Alessandro Gogna, Marco Furlani, gatto Grill, Chiara Paoli, Valentino Chini, Mariano Frizzera, il fidanzato di Chiara(?), Marco Pilati
Rifugio Croz dell’Altissimo, 28 agosto 2014. Da sinistra, Francesco Salvaterra, Alessandro Baù, Massimo Max Faletti, Rocco Ravà, Alessandro Beber, Andrea Zanetti

Il 28 agosto ci fu un bellissimo incontro al rifugio Croz dell’Altissimo, tra alpinisti che in qualche modo avevano fatto prime nel gruppo del Brenta: c’erano tanti amici.

L’operazione chirurgica
E venne anche il 30 ottobre, il giorno previsto per l’operazione chirurgica. Il giorno precedente, già ricoverato per fare gli esami necessari, mi venne a trovare il prof. Pietro Mortini che mi presentò la sua equipe. Tra i medici era anche Nicola Boari, che dopo l’intervento sarebbe diventato il mio referente preferito. Vi risparmio i dettagli dell’asportazione del mio neurinoma, che nel frattempo scoprirono essere aumentato a 35 mm dai 32 di agosto. Secondo loro tutto era andato a meraviglia, io mi risvegliai il giorno dopo alle 8 di mattina, quindi dopo 24 ore di anestesia totale. L’intervento, mi dissero, era durato 10 ore! Uscii dal San Raffaele il 5 novembre e a casa iniziai a riprendermi. Sapevo già che verso i primi di febbraio 2014 sarei stato sottoposto al trattamento gamma knife per “disintegrare” il piccolo nocciolino che avevano appositamente lasciato (per non rischiare di ledere alcun nervo).
Il prof. Mortini sembrava davvero soddisfatto del suo lavoro e della mia reazione. Il “macellaio” si vede che è contento quando vende buona carne… Come previsto, l’udito sinistro era andato, ma stavo recuperando bene la sensibilità facciale che a sinistra cominciava a dare qualche problema. Sull’equilibrio non ero ancora in grado di esprimermi.

Passo delle Erbe (BZ)
Parete nord del Sass de Putia, 12 ottobre 2013
Guya e Lucia Furlani sulla terrazza dell’hotel Ütia de Börz, 12 ottobre 2013

Il 7 novembre ebbi la forza di rispondere finalmente all’amico Adriano Roncali che a dicembre 2012 mi aveva scritto elencandomi la serie di grossi problemi medici che aveva dovuto affrontare durante l’anno:

“Caro Adriano, ti rispondo colpevolmente con quasi un anno di ritardo. La tua lettera mi ha sconvolto a tal punto che per giorni e mesi non sono stato in grado neppure di pensare cosa scriverti. Ma come? Possibile che l’uomo più forte della parete est della Cima di Pino, l’uomo che faticavo molto a seguire su per i mughi della Ovest (2 volte), mentre io ero scarico e lui carico come un somaro, che mi aspettava nella discesa buia, l’amico generoso, buono e ultimamente anche così bravo a scrivere, avesse avuto una tale serie di sfighe? Spesso ci domandiamo cosa abbiamo fatto di male: nel tuo caso nella vita precedente potevi essere un ufficiale delle SS…
Dopo essermi trascinato per settimane in agenda l’appunto di scriverti, un bel giorno ho smesso. Ed è quindi con evidente trepidazione che ti scrivo finalmente, nella speranza che almeno il 2013 ti sia andato diverso. Anche io ho avuto le mie sfighette. Nel luglio 2011 prostatectomia, e non è una passeggiata. A dicembre 2011 ho però definitivamente chiuso la partita con i miei dolori: un medico ne ha individuato le cause (non artritiche, né artrosiche) e mi ha curato omeopaticamente (!!!) con il risultato di rendermi possibile l’abbandono del maledetto cortisone preso  per 6 lunghi anni, tutti i giorni, anche sotto i tuoi occhi.

Dopo l’intervento chirurgico, Guya ed io torniamo alla “Gogna suite” di Pietramurata

Dopo un periodo di quiete e belle arrampicate, ecco il neurinoma al cervelletto, definito a luglio 2013 causa dei miei evidenti problemi di equilibrio (non tanto ad arrampicare quanto a camminare). Periodo di terrore per l’operazione al cervello, poi finalmente l’incontro con il neurochirurgo giusto, quello che il 30 ottobre mi ha aperto la testa sul dietro asportandomi una palla di siero di 3,5 cm di diametro. Il rischio era che al microscopio mi ledesse qualche nervo (il facciale, udito, vista, trigemino), rendendomi magari in viso una specie di quadro di Picasso. In ogni caso il mio taglio in testa è di 12 cm, spero che la cicatrice si coprirà presto grazie alla mia chioma, sempre boccolosa ed espansiva.
Ora sono a casa, in convalescenza, tutto è andato bene, ma è stato un intervento chirurgico di 10 ore con 24 ore di anestesia totale. L’11 mi tolgono i punti.
E allora ho sentito l’esigenza insopprimibile di abbracciarti, di dirti che non è che mi sono dimenticato di te. E come potrei? Continuo a dire in giro che il giorno della Cima di Pino per me è stato uno dei più belli della mia vita, forse il più bello in montagna. Tu sai bene quanto queste cose contino. E non è stata certo l’unica avventura.
Non voglio neppure pensare se ci rivedremo presto o tardi: basta che succeda. Guya mi è stata vicinissima ed è stremata dall’apprensione: comincia a riprendersi solo adesso, e ti saluta”.

Alessandro Gogna su Spinelo (Placche Zebrate), 8 dicembre 2013

Poi il 15 novembre scrissi una mail a Fabrice Calabrese:
“Caro Fabrice, ricordo che ai primi di settembre mi avevi cercato, e io avevo addotto qualche scusa per non vederci.
Probabilmente ti ricorderai che lamentavo lievi perdite di equilibrio (non tanto ad arrampicare quanto a camminare), quest’estate. E infatti ecco un bel neurinoma al cervelletto, misurato con risonanza magnetica in agosto: 35 mm di diametro! praticamente un mandarino. Periodo di terrore per l’operazione dentro al cranio, poi finalmente l’incontro con il neurochirurgo giusto, quello che il 30 ottobre mi ha aperto la testa sul dietro asportandomi la ciste.
Sarò fuori combattimento almeno fino a fine mese, poi vedrò. Loro dicono che tutto tornerà come prima…
Naturalmente ho pensato molto a te e a quello che devi aver passato tu.  Il tuo racconto aveva impressionato moltissimo sia me che Guya, e ancora non sapevamo nulla… di me. Ti sono molto vicino e mi piacerebbe riprendere i contatti”.

Fabrice rispose lo stesso giorno, manifestando sorpresa e vicinanza, senza quasi accennare alla sua situazione. Che, di fatto, lo avrebbe portato alla morte nel 2016.

Il 23 novembre eravamo dai Furlani, non ero più tanto zombie. Feci con loro (ma c’erano anche Guya e Lucia) il Giro delle Marocche (Pietramurata-Lago di Cavedine-Pietramurata) mentre il 7 dicembre, amorevolmente assistito da Marco e Giuliano l’indiano, salii la via Man-ilia alle Placche Zebrate. Sempre con Marco e un altro assistente, Alberto Rampini, l’8 dicembre salii Spinelo, sempre alle Placche Zebrate.

L’anno si chiuse sempre in Valle del Sarca, dove con Alberto Calamai e con Marco salimmo il 30 dicembre La Bellezza della Venere e il 31 la molto lunga Esclusivamente per Tutti. Su quest’ultima ebbi definitivamente l’impressione che potevo ancora scalare, anche se l’equilibrio su sentiero e su roccia facile non era migliorato.

Da segnalare anche il bel viaggio in auto (con Elena e Guya) fino a Maastricht (Paesi Bassi) a fine agosto, in occasione dell’inizio dell’anno accademico. Elena si era iscritta a biologia. Al ritorno, da Acquisgrana in poi, fu solo Guya a guidare la BMW perché io mi sentivo molto agitato a causa dell’operazione in programma, con conseguente acutizzazione dei miei dolori ricorrenti.

31 dicembre 2013. Nel “cameron” nonna Silvana festeggia il suo compleanno con Marco, Laura e Lucia.

I convegni
Ho selezionato per il lettore la serata del 24 gennaio a Milano, organizzata da Altri Spazi, a ricordo di Patrick Edlinger e in presenza di Marco Anghileri e Manolo; quindi la conferenza fatta assieme a Fulvio Scotto nei locali di Sport Specialist a Bevera (LC), 14 marzo. Non era altro che la presentazione del libro e del film Scarason, ma c’erano più di mille persone assiepate. Il 6 aprile a Valmadrera, “La trasmissione della passione per l’alpinismo”, assieme a Marco Anghileri, Ivan Guerini, Elio Orlandi e Ivo Ferrari. Il 4 settembre, assieme a Ivo Rabanser e Marco Furlani, relatore al prestigioso Festival della Letteratura di Mantova. Il 14 ottobre ero a Genova, al Teatro Carlo Felice. Era una serata del CAI Sezione Ligure, promossa molto bene, a giudicare dal teatro strapieno. Parlando con il past-president del CAI Roberto De Martin, era emerso che a Genova l’avrebbero premiato per i suoi 50 anni di iscrizione al CAI. Io invece, iscritto al CAI dal 1960, ero nel 53° anno e nessuno mi aveva mai fatto cenno al mio diritto di ricevere l’Aquila d’Oro. De Martin fece in modo che potessi essere premiato anche io nella stessa occasione.

Il 18 e 20 ottobre tour de force a Malé dove relazionai il 119° congresso della SAT su “Alpinismo, esplorazione, libertà”. Infine il 6 dicembre ci fu “P come passione”, una serata organizzata dall’amico Giuliano Stenghel a fini benefici. Marco Furlani intrattenne in modo assai brillante il pubblico, mentre salivamo sul palco io e un’altra decina di ospiti. E, anche se non era un convegno, non posso non citare la Festa per il 70° compleanno di Salvatore Bragantini che lui organizzò per il 12 ottobre al Passo delle Erbe, sopra Bressanone. La cena, la seguente festa e il pernottamento erano organizzati nel prestigioso hotel, qualificato come “rifugio alpino”, Ütia de Börz a 2006 m. C’era un centinaio di invitati, noi raggiungemmo il Passo delle Erbe con il van di Filippo Gallizia. Tutto procedette in modo splendido: a fine cena, al momento dei discorsi, mi avventurai nella descrizione di un Braga per nulla propenso alle merende con birra o vino che noi comuni mortali invece apprezzavamo tanto dopo le scalate. Gli amici scalatori lì presenti ne erano al corrente e ridevano alla grande: chi invece non conosceva Salvatore per questo aspetto fu comunque contagiato dall’ilarità generale. Seguì l’esibizione di un complesso di musica sudtirolese.

Romano Prodi era stato invitato ma non aveva potuto venire, mentre tra altri personaggi più o meno noti era presente l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco, pugliese. Questi, al mattino dopo, si stava godendo sul terrazzo il bel sole ottobrino riflesso dalla neve. Il giorno precedente c’era stata una consistente spolverata, il Sass de Putia incombeva con la sua imponente parete nord. Marco Furlani gli si sedette accanto e lo apostrofò: – Allora ministro, come la va a Roma? Riusirem a vignirne fora?“.

Gli organizzatori del Premio Marcello Meroni, la cui prima edizione risaliva al 2008, m’invitarono a far parte della giuria. Da allora ne feci parte fino a oggi, ogni anno c’erano da valutare le candidature per le quattro categorie: alpinismo, ambiente, cultura e solidarietà. Un lavoro impegnativo ma di soddisfazione, perché condotto da soci e dirigenti della SEM-CAI di Milano di grande spessore (in primo luogo Laura Posani e Nicla Diomede).

Questo è un link ad una breve sequenza di foto il cui titolo è Sarcagognarda. L’autore è Alberto Rampini e riguarda il 2013: contiene anche un breve filmato della salita fatta l’8 dicembre a Spinelo alle Placche Zebrate, l’arrampicata che segnò il mio ritorno all’arrampicata dopo l’operazione.

24 ore di anestesia totale ultima modifica: 2025-08-07T05:16:00+02:00 da GognaBlog

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5 pensieri su “24 ore di anestesia totale”

  1. Nel mio di vocabolario c’è!! Come c’è spazzino.
    “Gesto estremo” è anche continuare a vivere quando non ha più senso.

  2. La parola suicidio è stata bandita dal vocabolario. Viviamo in un mondo splatter ma non si può parlare di suicidio. Per cui si usa “atto autolesionistico”, “gesto estremo”, ma molte volte è solo “un drammatico incidente”.

  3. Bel racconto, come sempre, con una serie di eventi molto importanti, alcuni preoccupanti, altri molto belli, tra cui la nascita del GognaBlog!! 🙂

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