Pubblichiamo di seguito la relazione curata da Riccarda de Eccher relativa al convegno “9b+ Femminile Plurale”, tenuto il 2 maggio 2024 nell’ambito del Trento Film Festival e promosso da “Laboratorio Donne” in collaborazione con il Centro Studi Interdisciplinari di Genere, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento.
9b+ Femminile Plurale
di Riccarda de Eccher e Alessia Tuselli
(pubblicato su Le Alpi Venete, autunno-inverno 2024-2025)
“Ci dimentichiamo che l’ingrediente necessario perché il passato serva al futuro è la nostra energia al presente. La continuità non accade automaticamente, e non è nemmeno un processo passivo (Audre Lorde, Sorella Outsider)”.
La frase qui citata di Audre Lorde (1934-1992), poetessa e attivista statunitense, riassume il senso dei nostri incontri che desiderano creare uno spazio di discussione, ricerca e crescita attorno al tema della parità di genere nel mondo della montagna e di farlo da una prospettiva femminista.
Uso con intenzione il termine “femminismo”, conscia del fatto che la parola stessa genera una certa resistenza. Riporta a uno stereotipo creato negli anni Settanta ,da un giornalismo maschile che vedeva nell’avanzata dei diritti delle donne la perdita dei propri privilegi, e che identificava le femministe con donne arrabbiate che strillano in piazza. Il femminismo rappresenta invece l’acquisizione di diritti che riguardano la metà dell’umanità ed è un capitolo fondamentale della storia moderna.
Con Elena Goatelli, abbiamo fondato un gruppo a cui abbiamo dato il nome di “Laboratorio Donne”. Il femminismo a cui “Laboratorio Donne” fa riferimento non pensa in termini di maschi contro femmine, come fossero due squadre opposte, in lotta l’una contro l’altra (maschile non è sinonimo di patriarcale), ma si propone di individuare nuovi equilibri che contribuiscano al benessere di tutti. Il femminismo di “Laboratorio Donne” non chiede l’accesso a un sistema di valori e di gerarchie preesistenti. Il cambiamento non può essere generato dallo stesso sistema che ha creato le discriminazioni che le donne subiscono da millenni. La tradizione va ripensata complessivamente.
Per generare cambiamento è necessario accrescere il senso di consapevolezza; ampliare lo sguardo e identificare i meccanismi che rispecchiano asimmetrie, spesso discriminatorie, di cui è composta la società in cui viviamo, e renderli leggibili. Meccanismi talmente intessuti nel nostro modo di vivere da non essere talvolta visibili nemmeno a chi, come noi, vi presta molta attenzione. Pensiamo per esempio a un aspetto del linguaggio a cui siamo tutte assuefatte. L’uso del “maschile sovraesteso”. Se seduti/e attorno a un tavolo ci sono diciannove donne e un solo uomo si saluta al maschile. «Ciao ragazzi», si direbbe, non: «ciao ragazze», perché l’unico maschio si sentirebbe offeso ad essere apostrofato al femminile. Le diciannove donne invece sono da sempre abituate all’opposto. Da quest’anno l’Università di Trento, che ospita questo evento, ha deciso di utilizzare il femminile sovraesteso in tutte le comunicazioni dell’Ateneo. Persistono automatismi vecchi centinaia di anni che saranno difficili da scalzare. Sono certa però che l’attenzione che chiede il cambiamento, costringerà molti e molte a riflettere sulle dinamiche che hanno generato il problema. Un perfetto esercizio per evidenziare la disparità di genere.
Il titolo dell’evento è “9b + femminile plurale“. Il divario tra uomini e donne, per quanto riguarda le capacità nell’arrampicata, si sta chiudendo. Ci sono donne in grado di superare le massime difficoltà, esattamente al pari degli uomini. La cosa è nota nell’ambiente alpinistico, ma al di là degli addetti ai lavori, se ne parla poco. E anche in ambito sportivo non quanto sarebbe giusto. Non desideriamo occuparci dell’aspetto strettamente sportivo, ma riflettere sulla marginalizzazione delle donne e sulle maggiori difficoltà che incontrano in un percorso costruito, definito e raccontato dagli uomini e per gli uomini. (R.d.E.)
Vedere è potere. La rappresentazione delle atlete
Raccontare lo sport vuoi dire costruire rappresentazioni, renderle visibili: un processo che disegna visioni, modelli, opportunità e prospettive, soprattutto per gli adulti e le adulte di domani. Quando parliamo di rappresentazione dell’universo sportivo dobbiamo sottolineare come siano presenti e reiterate delle importanti asimmetrie di genere nei racconti di sportive e sportivi, dei loro corpi, di capacità e risultati. Dai linguaggi alle immagini, dai commenti alle celebrazioni, atleti e atlete assumono ancora oggi delle identità differenti nel racconto pubblico e mediatico: lo sport rimane uno dei settori in cui le atlete devono spesso confrontarsi con una visione sessista, oggettivante, de-professionalizzante e stereotipica della loro immagine.
Eppure, oggi più di ieri, le atlete sono presenti nel racconto mediatico, scegliendo, sempre più di frequente, di raccontarsi, di autorappresentarsi attraverso account social, documentari, interviste a testate accuratamente selezionate. Questo ha certamente un impatto su ciò che collettivamente sappiamo e impariamo su di loro, sui nostri immaginari collettivi.
Per tutte queste ragioni è importante interrogarsi sulla rappresentazione delle atlete nello sport, tanto nei media quanto nel discorso pubblico, per cercare di capire in quali visioni siamo immerse e immersi.
Cosa raccontiamo, come lo raccontiamo, come lo raccontiamo a chi racconta lo sport
L’International Association for Communication and Sport (ACS) rivela che l’attenzione dei media per lo sport femminile si è attestata intorno al 5%. In generale, sostiene l’UNESCO, al di fuori dei periodi in cui vengono trasmessi eventi sportivi come le Olimpiadi, gli sport femminili ricevono una copertura mediatica pari al 4%. Sempre secondo i dati UNESCO, i media tendono a rappresentare le sportive molto spesso facendo riferimento al loro aspetto, alla vita privata e familiare, un approccio piuttosto discriminante rispetto al ruolo, tanto di donne quanto di atlete.
Esclusione, invisibilizzazione o discriminazione sono dunque presenti nel racconto mediatico delle sportive: questi significati hanno radici lontane. Storicamente, le donne sono state escluse dagli spazi sportivi agonistici a lungo, fino al 1900, perché considerate non idonee per caratteristiche fisiche alla fatica, alla competizione sportiva. Quando vengono ammesse all’interno della cornice olimpica, alle atlete sono riservate discipline senza contatto fisico (tennis, golf, tiro con l’arco) in cui potessero apparire e dimostrare di essere “abbastanza femminili” nell’abbigliamento, nel gesto atletico.
Anche raccontare lo sport è sempre stata una cosa “da uomini”: una prospettiva esclusivamente maschile ha narrato le imprese sportive, plasmato gli immaginari collettivi. Un racconto di uomini per una platea di uomini di una cosa da uomini: lo sport.
Così quando nel 1955 la scrittrice Anna Maria Ortese si approccia al giornalismo sportivo per raccontare il Giro d’Italia per la testata “l’Europeo”, è la prima a farlo. E lo fa travestendosi, per seguire la corsa, camuffando le proprie sembianze femminili. Giorgia Bernardini nell’introduzione al libro Fondamentali. Storie di atlete che hanno cambiato il gioco, sottolinea (pag. 10) come quello di Ortese sia uno dei (poco) noti esempi di «come le donne sia per praticare sport ad alto livello, sia per scrivere di sport abbiamo dovuto fare i conti con la scomparsa del sé. Un fenomeno con cui sono chiamate a misurarsi spesso: in ambito familiare e lavorativo […] nella vita in generale e che si ritrova nelle competizioni, perché lo sport è solo uno dei tanti specchi della società in cui viviamo».
Scomparire, essere invisibili, esserci ma non esistere. Oppure essere presenti ma raccontate dalle parole di altri, che parlano di corpo e delle sue forme, di estetica, di femminilità rappresentata o perduta fin dagli inizi nel Novecento: la foto della velocista americana Helen Stephens vincitrice del titolo olimpico nel 1936 veniva accompagnato con didascalie come “What do you think? This is a man or a woman?” (rivista Look).
I giornali italiani, sportivi e non, nel tempo hanno costruito una narrazione delle atlete attorno al corpo: scelta di foto che mettono in risalto alcune parti del corpo piuttosto che altre; enfasi sulla bellezza, le storie d’amore, i progetti familiari. Lo sport, i titoli, le imprese, sullo sfondo. Tutto questo grazie anche e soprattutto a una cultura sportiva ancora profondamente sessista che genera e promuove certe visioni: lo dimostra il bacio (sulle labbra) non consensuale dato dall’ormai ex presidente della Lega calcio spagnola Luis Rubiales alla giocatrice Jenni Hermoso durante la premiazione dopo la finale dei Mondiali di calcio femminili 2023 vinti dalla Spagna. Una vicenda che non si immagina nemmeno in un contesto di calcio maschile e che fotografa perfettamente il tipo di cultura sportiva dominante.
L’emergere di differenti forme di auto-rappresentazione
Come si cambia la narrazione dello sport? In diversi modi, anche se oggi un ruolo importante può averlo l’auto-rappresentazione. I social media hanno rivoluzionato il modo in cui le atlete possono presentarsi al mondo, creando una narrazione autonoma. Le atlete possono raccontare le loro storie, mostrare non solo le abilità sportive, ma anche il loro impegno sociale, politico e la loro vita quotidiana, ridefmendo la visione stereotipica di “donna e sport”. Atlete come Megan Rapinoe (calcio), Naomi Osaka (tennis), Simone Biles (ginnastica artistica), utilizzano le piattaforme per affrontare questioni che vanno oltre lo sport. In Italia importanti esempi vengono dall’arrampicata sportiva, grazie a personalità come quelle di Wafaa Amer e Lucia Capovilla. Le due atlete sono conosciute non solo per i risultati nel climbing e nel paraclimbing, ma perché mettono al centro della propria narrazione temi come le discriminazioni di genere nello sport, il razzismo, l’abilismo, attraverso interviste, post social e documentari sulla propria esperienza.
Cambiare i linguaggi della narrazione sportiva è una faccenda complessa, che tiene insieme educazione, sensibilizzazione, autonarrazione, trasformazione della cultura sportiva, dentro e fuori lo sport. È un lavoro tanto difficile quanto necessario, perché vedere è potere: nel costruire immaginari, possibilità e prospettive future. È importante ricordarci che quando parliamo di sport, parliamo di noi, perché è uno spazio che collettivamente costruiamo. Chiederci costantemente come vogliamo farlo è l’inizio per guardare al cambiamento in termini di equità, giustizia sociale e riconoscimento di tutte le persone che lo attraversano.
(A.T.)
Wafaa Amer
Climber italo-egiziana, nata nel 1996. Campionessa di boulder, è un’icona di resilienza e determinazione. Da anni si impegna nel promuovere l’uguaglianza di genere attraverso la sua storia e la sua passione per l’arrampicata.
Mi chiamo Wafaa ho 27 anni. Di origine egiziana, sono venuta in Italia all’età di nove anni. Vengo da una cultura diversa da quella in cui sono stata catapultata. Come donna, mi avevano insegnato a dire sempre di sì a un uomo; che fosse il papa, il fratello maggiore, il nonno, o comunque una figura maschile più grande di me. Non potevo avere una mia opinione. Dovevo solo dire: «Sì, va bene». Col tempo ho imparato ad abbandonare ciò che non mi rappresenta della mia tradizione, e tenere quello che sento mio. Non avevo conosciuto mio padre, perché era in Italia da tempo. Secondo lui potevo solo studiare, tornare a casa e imparare a fare “la donna”. Che era sinonimo di “donna di casa”. Poi ho incontrato l’arrampicata. A quindici anni, la scuola ha proposto un corso di arrampicata! Mio padre non era d’accordo, ma io ho falsificato la sua firma e un’amica che già scalava ha chiesto ai suoi genitori di pagarmi il corso. Per me è iniziato un percorso che mi ha insegnato a capire chi sono e qual è il mio posto. Mi ha insegnato che abbiamo una vita sola e che la mia libertà vale più di tutto quello che mi veniva vietato. A 18 anni ho lasciato la mia casa e ho inseguito i miei sogni, che erano soprattutto legati al mondo dell’arrampicata.
Lucia Capovilla
Veneziana, nata nel 1993, è pluricampionessa mondiale di paraclimbing, vincitrice della medaglia d’oro nel 2022. Laureata in Scienze infermieristiche, con esperienza in psichiatria e coordinamento sanitario, è anche formatrice motivazionale e organizzatrice di workshop.
Sono Lucia e sono nata senza un avambraccio. Al contrario dei genitori di Wafaa, i miei hanno subito creduto in me e mi hanno dato lo spazio di cui avevo bisogno. Mi hanno permesso di prendere i miei tempi e di usare la mia creatività per affrontare e risolvere i problemi. Anche nelle cose semplici. Per esempio, lasciarmi il tempo per allacciarmi le scarpe al mattino, anche se questo comportava fare tardi a scuola. Non, si sono mai sostituiti a me. La mia infanzia è stata ricca di momenti in cui non mi sono sentita disabile.
Sono cresciuta con quattro fratelli e ho sempre giocato con loro. Il problema è sorto fuori casa, dove leggevo negli occhi degli altri la mia diversità e sentivo il bisogno di mascherarmi. Tutti avevano due braccia e per essere come loro utilizzavo una protesi. Alle scuole medie è stato un po’ traumatico. Con un braccio rigido, che non mi concedeva alcuna possibilità, non riuscivo a fare niente. Sono introspettiva, forse a seguito delle sofferenze che ho vissuto da bambina, e tendo a elaborare le mie emozioni e analizzarne le dinamiche. A un certo punto mi sono chiesta: ma perché porto la protesi? A cosa mi serve? A niente. Unica eccezione è per il mio lavoro. Sono un’infermiera e senza protesi rischierei di creare un’ulteriore difficoltà al paziente. Faccio i prelievi, che di per sé mettono paura, ansia. Come posso pensare di presentarmi senza un braccio? Aggraverei il problema.
La protesi mi ha aiutata moltissimo anche ad avere una simmetria nel mio corpo, ma ho trovato una vera armonia solo quando ho cominciato a guardarmi allo specchio e ad accettarmi per come sono. È stato difficile. È stato come uscire di casa completamente nuda.
Accettare il mio corpo è stato in realtà una boccata d’aria fresca e l’arrampicata è riuscita ad accrescere questa sensazione. Ho trasformato la mia debolezza nella mia forza e ho deciso di essere un’atleta. Nella disabilita è difficile trovare un allenatore che riesca a seguirti, a credere in te e a credere che, nonostante il tuo problema, tu possa ottenere dei risultati. Ho lasciato Venezia, dove sono nata, e mi sono trasferita ad Arco.
Alessia Tuselli: Pur avendo storie di vita molto diverse, avete entrambe parlato di limite e di libertà riferite all’arrampicata. Il limite in quanto donna o in quanto portatrice di disabilità, e la libertà che entrambe trovate nel praticare questa disciplina. Che tipo di bilanciamento e legame ci sono tra limite e libertà? I limiti vengono dall’esterno oppure pensate che ogni tanto siate voi stesse a porveli?
Wafaa Amer: Per me il limite nella scalata è sempre venuto dall’esterno… proprio perché sono donna, facevo fatica a praticare questo sport. Semplicemente non mi era permesso. Fino ai 18 anni, ho dovuto allenarmi di nascosto. Mio papà, provenendo dalla sua cultura, non riusciva a concepire che sua figlia facesse qualcosa di così diverso da quello per cui, secondo lui, come donna, ero predestinata. Ogni volta che lo scopriva mi buttava via il materiale e io, in qualche maniera, ne recuperavo dell’altro e riprendevo a scalare. Non sempre i genitori sono in grado di fare i genitori. Forse anche, banalmente, perché non gli è stato insegnato. Mia mamma, pur venendo dallo stesso background, ha compreso la mia passione. Lei e i miei fratelli mi coprivano le spalle, dicevano a mio papa che stavo dormendo o studiando, mentre ero a Torino a guadagnarmi il podio in una gara di boulder… E così mi sono liberata dell’idea che l’unica possibilità consisteva nel diventare una donna di casa, sposarmi, fare figli. Mi sono detta: non è questo quello che voglio. Sarò io a decidere quando, e se, vorrò essere una mamma e sposarmi. E me ne sono andata da casa.
Riccarda de Eccher: Prima dell’arrampicata sportiva, lo strapiombo si affrontava frontalmente e la progressione utilizzava soprattutto la forza delle braccia. Con l’arrampicata sportiva e l’uso delle scarpette si usano molto di più le gambe, i bilanciamenti di bacino… L’arrampicata diventa sempre più un’espressione simile alla danza, più adatta ai corpi delle donne.
Pensate che la tecnica possa ancora migliorare e che in futuro si possa dipendere meno dalla pura forza muscolare?
Wafaa: Non mi sembra che i cambiamenti della progressione avvenuti negli ultimi decenni siano più femminili. Vedo tutto semplicemente più dinamico, quasi più scenico. Credo sia dovuto al fatto che l’arrampicata è diventata sport olimpico, da cui deriva l’esigenza di renderlo più divertente da guardare. Quando ho cominciato a scalare io, in tutte le gare dovevi tirare nelle tacche e chiudere basso. Poi le regole del gioco sono completamente cambiate. Il mio allenatore, in palestra, tracciava dei blocchi di gara su cui non scalava nessuno se non noi atleti. Erano dei blocchi dinamici, di coordinazione. Dovevi fare dei lanci, dei movimenti, dei gesti che non sono replicabili su roccia. Lucia, cosa dici di questo?
Lucia Capovilla: In realtà ho conosciuto l’arrampicata solo nove anni fa e quindi con il cambiamento già in atto. Non avevo mai pensato all’evoluzione della tecnica e al supplire della forza muscolare con i movimenti del corpo. Il muscolo proprio non ce l’ho e compenso tantissimo con le gambe, con i laterali o con i talloni. Sono parti del corpo che un non-atleta non sa neanche di avere. L’arrampicata, nella visione dei neofiti, è “bicipiti”. La prima domanda che mi fanno è: «Come fai?». Le Olimpiadi, o le gare internazionali, hanno sicuramente cambiato le dinamiche. E per stupire si è pensato di introdurre il salto, o la “speed”, come specialità olimpica. Lo sport è stato stravolto per una necessità più grande: emozionare, strappare un applauso e fare spettacolo.
L’arrampicata su roccia è una grandissima passione che però non ti permette di guadagnarti da vivere, cosa invece possibile con le competizioni. Quindi la competizione e lo spettacolo hanno fatto sì che ci siano dei professionisti che hanno fatto crescere lo sport. È un circolo vizioso ma al giorno d’oggi queste sono le regole.

Alessia: È anche la dimostrazione che non tutto si fa con la forza. E questo vale anche nella quotidianità. Certi lavori non possono essere fatti dalle donne perché, in passato, si facevano con la forza delle braccia. Adesso talvolta si preme solo un bottone e basta la forza di un dito. Da questo punto di vista lo sport diventa una pratica rivoluzionaria. Non è detto che quello a cui siamo abituati sia l’unico modo di fare le cose. I corpi visibili come i vostri lo incarnano, lo rendono visibile.
Wafaa: Una cosa che mi sono sentita dire spesso: «Secondo me questo passaggio non è per te», «È più fisico», «Più da uomo». Ci sono dei movimenti lunghi che sono per una persona più alta, non ci arrivi. Ma io ho sempre usato la tecnica come scudo. Spreco poca energia, non tiro quasi niente di braccia. Sono la prova vivente che si può scalare senza necessariamente tirare tutto di braccia.
Riccarda: Un’ultima domanda per entrambe. Quando avete iniziato a scalare, avevate dei modelli a cui fare riferimento? E adesso che avete entrambe avuto successo, sentite la responsabilità di essere a vostra volta un modello per le ragazze più giovani?
Wafaa: Fin da quando ho cominciato a scalare, il mio modello è stata Lynn Hill. Le avevano detto che il Nose non si poteva fare in libera ma lei ce l’ha fatta. Per me, è sempre stata un punto di riferimento.
Lucia: Non ho mai avuto nessuno a cui guardare perché non conoscevo la storia dell’alpinismo. Ho sempre scalato per me, senza avere un modello. Probabilmente ne avrei avuto bisogno. Non ho mai cercato questa forza in un esempio femminile, perché il problema per me era un altro. Fin da piccola pensavo di essere l’unica al mondo nella mia condizione.
Riccarda: E quanto senti adesso la responsabilità di poter essere un modello per delle altre ragazze che hanno una disabilità?
Lucia: Sicuramente lo sento. Sui social la gente continuava a chiedermi come faccio, con una sola mano, a fare le cose, come pelare una mela, come allacciare le scarpe o legarmi il costume. Allora ho deciso di fare dei video e postarli. C’è stato un boom di mamme, di genitori, che mi hanno scritto: «La mia bimba ha visto il tuo video e ha imparato a farsi la treccia. Adesso vuole imparare tutto», «Non pensavamo che potesse cavarsela da sola». Mi fa piacere essere di supporto ai genitori che si sostituiscono ai figli solo perché non hanno la forza interiore che ho avuto io.
Wafaa: Quando ho deciso di andarmene di casa e di cambiare le regole del gioco, pian piano la mia famiglia ha iniziato a seguirmi. Abbiamo messo da parte mio papa. Mia mamma e tutto il resto della famiglia hanno completamente cambiato il loro modo di vivere. Anche le mie sorelle hanno preso in mano le loro vite e hanno deciso di fare quello che desiderano. Se non ci fosse stata l’arrampicata nella mia vita, probabilmente sarei finita in Egitto, mi sarei sposata e altrettanto avrebbero fatto le mie sorelle. Invece attraverso l’arrampicata tutta la famiglia ha cambiato direzione. Dopo aver sentito, in Pakistan, le bambine musulmane, dirmi «io da grande voglio essere libera come te» ne sento tanto il peso. Posto i miei allenamenti sui social e mi scrivono in tanti, anche persone di cultura non musulmana. Mi dicono che vorrebbero avere il mio coraggio di cambiare e fare quel tuffo nel vuoto che ti fa riemergere come un fiorellino.
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Wafaa: “Quando ho deciso di andarmene di casa e di cambiare le regole del gioco, pian piano la mia famiglia ha iniziato a seguirmi. Abbiamo messo da parte mio papa. Mia mamma e tutto il resto della famiglia hanno completamente cambiato il loro modo di vivere. Anche le mie sorelle hanno preso in mano le loro vite e hanno deciso di fare quello che desiderano”.
Brava Wafaa! Brava Lucia!
Siete persone rare e preziose.
Scherzi a parte (@ 3), ma davvero all’inizio di una riunione di direttori/segretari dell’Università di Trento – maschi e femmine – si saluterà cosí: “Egregie direttrici/segretarie”?
“Se seduti/e attorno a un tavolo ci sono diciannove donne e un solo uomo si saluta al maschile. «Ciao ragazzi», si direbbe, non: «ciao ragazze», perché l’unico maschio si sentirebbe offeso ad essere apostrofato al femminile. Le diciannove donne invece sono da sempre abituate all’opposto.”
Io invece saluterei cosí: “Ciao a tutti”, e credo che lo farebbe perfino il peggior fallocrate. Oppure, in tono scherzoso: “Ciao, ragazze. E ciao pure al maschietto”.
“Da quest’anno l’Università di Trento, che ospita questo evento, ha deciso di utilizzare il femminile sovraesteso in tutte le comunicazioni dell’Ateneo.”
Pertanto, il rettore dell’Università di Trento (detentore di pisello) è diventato “la rettrice” (sic).
Per solidarietà, propongo che l’amministratore del GognaBlog, anch’egli munito di pisello, sia chiamato “l’amministratrice”.
Analogamente diremo: “La presidente della Repubblica Sergio Mattarella”.
Però, per contrappasso, la guida alpina Marcello Cominetti dovrà essere appellata “guido alpino”.
Commento del commentatore, anzi commentatrice, Fabio Bertoncelli: “[CENSURA DELL’AMMINISTRATRICE]”.
Con tutta la stima che ho per Riccarda de Eccher devo dire che questo scritto è un minestrone di inesattezze e inutili prese di posizione.
Arrampicata e alpinismo sono cose distinte e la storia dello strapiombo di braccia, be’, è proprio da ridere.
Le intervistate, proprio per le loro caratteristiche, mi sembrano totalmente lo strumento per una causa che non c’entra nulla.
Scalo spesso con amiche fortissime e non ho mai vissuto (ma neppure loro) la differenza di sesso come una differenza di atteggiamento e/o di capacità e prestazioni.
L’articolo va bene per una platea Cai, ci manca solo la polentate finale.
PIEDE STA DOVE MANO TIENE! Patrick Berhault.
E vorrei vedere….
Man perché accanirsi con questo scontro tra uomini e donne??????
Almeno nel mondo dell’arrampicata per quello che conosco io, non c’è mai stato nessun bisogno di dimostrare ” siccome sono donna allora…..”
Se fai la via l’hai fatta…se non la fai ….non l’hai fatta. Maschio o femmina è uguale.
Anzi è sempre stato evidente a tutti che le donne scalano molto meglio……
Sarà perché sono maschio etero magro e bianco…..ma quanto articolo mi sembrano ridondanti di inutile retorica.Anzi controproducenti …w le donne!