Perché non spitterò mai

Il Mondo è bello perché è vario? Non tutti gli arrampicatori e accademici sono uguali, ci sono quelli con la “a minuscola” che fanno di tutto ma “senza etica” e quelli con la “A maiuscola”, che hanno fatto sempre tutto “con etica”; non in rapporto ad una tradizione reinventata, ma alla luce di una tradizione che esiste da sempre e può essere “una e una soltanto”.
Marcheggiani è uno di quelli che non dà “un colpo al cerchio e uno alla botte”, non ha “scheletri nell’armadio”, né tanto meno, come diceva Gian Piero Motti, “gioca a scala reale con le regole del rubamazzo”. Ha sempre e ovunque arrampicato seguendo semplicemente l’istinto critico di un’etica esemplare (
Redazione dell’Annuario del CAAI).

Massimo Marcheggiani, dopo la salita di Broken Hand (Gilehri Pakro 5250 m, Valle di Tosh, India), ottobre 2013
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Perché non spitterò mai
di Massimo Marcheggiani
(pubblicato su Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Questa mia testimonianza nell’annuario è tutt’altro che il revival di curriculum, si tratta semmai di considerazioni che vogliono sottolineare la dilagante barbarie dell’etica dello stile e della natura alpina con l’auspicio e la finalità di essere una minima goccia di utilità nel mare dell’insensibilità e dell’indifferenza.

Scalare mi rapisce ancora oggi come in passato, è stata la mia salvezza da una vita che non sentivo mia. Quando da ragazzo, senza arte ne parte, con i disagi relazionali e gli stati d’animo tipici dell’ultimo della classe, ho toccato per la prima volta la roccia, ho avuto chiarissima davanti a me la strada che avrei voluto percorrere – come si suole dire ho visto la luce!

Massimo Marcheggiani su Helzapoppin, Gaeta, 20.04.1980
Gaeta, via Helzapoppin, Massimo Marcheggiani. 20.04.1980

Si potrà anche ridere di questo ma sono certo che si può ben capire ciò che intendo; nessun lavoro sentivo adatto a me, lasciavo scorrere i giorni passivamente facendo cose nelle quali non mi riconoscevo affatto, non mi piacevo e non mi piaceva il mio vivere… poi un giorno di sole, con un paio di amici proviamo a toccare roccia e da quel preciso momento non mi sono più staccato dallo scalare. Su roccia, su ghiaccio, in falesia e in montagna, d’estate e d’inverno, fino alle grandi vette dove spesso mi sono trovato a “vivere” una vita piena, respirando finalmente a pieni polmoni tutto il mio essere, guardando orizzonti non geografici ma interiori, facendo finalmente pace con me stesso…

Marco Marantonio assicura Massimo Marcheggiani sulla via degli Allievi (Monte Cucco, Finale Ligure), 8.03.1980
Massimo Marcheggiani e Marco Marantonio sulla via degli Allievi (Monte Cucco), 03.1980

Che potevo desiderare di più da una “scoperta casuale” come la roccia? Ancora oggi scalo con grande piacere e ancora vado in spedizioni su montagne sconosciute con due o tre amici. Pur non essendo guida alpina, la mia vita anche professionale gira tutta intorno alla montagna, all’uso di corde e moschettoni, all’ancestrale gesto dell’arrampicata.

Ho sempre accettato innanzi tutto i miei limiti tecnici; la frase può sembrare banale e stereotipata ma, non portando con me spit, accetto l’ipotesi di non essere in grado di passare in sicurezza e quindi di dover discendere da una parete soggettivamente troppo difficile, o pericolosa.

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Ciò non toglie che abbia realizzato numerose salite “non proprio banali”, utilizzando esclusivamente protezioni mobili come confermano i miei itinerari. Sono contrario all’uso degli spit, per il banalissimo motivo che “passando attraverso” una montagna o una parete io non voglio lasciare tracce indelebili; esigo da me stesso, condiviso dai miei compagni di scalata, il totale rispetto di ciò che non mi appartiene: la montagna e l’ambiente naturale.

Quando sono dovuto scendere da alcune grandi pareti Himalayane e non ho potuto fare a meno di mettere chiodi e cordini per le corde doppie, mi sono convinto che si trattava di un danno di poco conto, e che la “gara” con il mio “avversario-montagna”, sia stata sufficientemente ad armi pari. Non vorrei essere frainteso ma, ho detto “gara” solo per fare un esempio ai più comprensibile, ben considerando che in me non è praticamente mai esistita una “componente sportiva” in quanto tale.

Sulle placche del Corno Piccolo, Massimo Marcheggiani segue delle non-vie tra gli spit. Foto: Stefano D’Annibale
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In relazione a tutte le mie salite devo sottolineare di non aver mai fatto uso di spit e di non averli mai portati con me, al Gran Sasso, sulle Alpi e tantomeno nelle salite delle pareti himalayane, dov’è sempre stata determinante la presenza di roccia, sovente, molto difficile.

L’unica eccezione è stata su Cavalcare la tigre, dove l’idea di apertura era di Paolo Caruso che utilizzò i pochissimi spit che aveva portato. Secondo il mio modo di vedere, la tendenza dilagante all’uso dello spit, sembra quasi un modo di marcare il proprio territorio, come fanno i cani, che però lo fanno con sostanze degradabili.

Va detto che al Gran Sasso, la stupenda montagna che rappresenta la mia gioventù di scalatore, si trovano spit anche a fianco di evidentissime e nette fessure per i chiodi, dadi o friends, ciò determina stupide vie che – senza alcun senso – passano a un metro e mezzo dagli itinerari classici, con file di infissi sistematiche, che a volte “annettono” i tratti degli itinerari preesistenti. Ma l’assurdo e il ridicolo è che sono stati inflitti spit addirittura sulla Direttissima al Corno Grande (con difficoltà di I grado) così come sulla semplice Cresta nord-est del Corno Piccolo, ricchissima di fessure, clessidre e spuntoni e sulla storica traversata delle tre vette (con difficoltà di III grado) come pure su altri itinerari storici, tutt’altro che privi di fessure dove proteggersi.

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Perché non spitterò mai ultima modifica: 2016-03-02T05:54:35+01:00 da GognaBlog

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23 pensieri su “Perché non spitterò mai”

  1. “Ho sempre visto nell’alpinismo una manifestazione della gioia di vivere e non dello sfogo alle proprie inquietudini, ”

    Marcello, sempre meglio sfogare le proprie inquietudini con l’alpinismo, che strafatti di coca ammazzare una persona per vedere quello che si prova, come purtroppo la cronaca di oggi ci racconta.

    Detto questo, alpinismo E’ gioia di vivere!! e non giocare la propria vita ai dadi come tanti purtroppo credono.

    Quanto agli accademici li accomuna un certo stile, una certa concezione dell’alpinismo. O almeno dovrebbe…

  2. Massimo,
    mi spiace essere stato frainteso al punto di fami passare come uno che ti ha dato del bugiardo.
    Non intendevo questo e mai mi sarei sognato di dirlo.
    Premetto che per me tu sei sempre quello che mi faceva sognare dalle pagine di 100 Nuovi Mattini conle Mecap ai piedi sul paretone di Finale e altrove… Ho dieci anni meno di te.
    Il mio “non ci credo” si riferisce al concetto così poco elastico che esprimono le tue parole. Non me lo sarei aspettato da te, anche se non abbiamo mai mangiato gli spaghetti insieme, come sottolinei pntualmente.
    Mi spiace anche che accomuni le guide alpine tutte come quelli che rovinano le montagne per loro convenienza.
    Intediamoci, io ho dei colleghi di cui non vado affatto fiero, ma credo che questo tuo generalizzare sia fuori luogo.
    Anche io sembro accomunare tutti gli Accademici del Cai ma con la differenza che a noi guide ci accomuna un albo professionale stabilito dalla legge, mentre a voi non ho mai ben capito cosa, ma lasciamo perdere questo aspetto che con gli spit non c’entra.
    Ho sempre visto nell’alpinismo una manifestazione della gioia di vivere e non dello sfogo alle proprie inquietudini, anche se queste ultime possono produrre effetti positivi.
    Gioia di vivere che associo alla libertà, al rispetto del prossimo e della natura.
    Io non sono un fautore dello spit a ogni costo. Ho aperto qualche via utilizzandoli sistematicamente, e mi sono divertito e ti assicuro che quando tra gli spit la distanza non è da falesia plaisir (ma lo saprai) quello che separa le protezioni a volte è alpinismo con la A maiuscola, perché gli alpinismi sono tanti. Questo é uno e a tutti gli scettici dico: provare per credere.
    La tua posizione é rispettabile, ma ce ne sono anche altre che meritano rispetto. E le seghe mentali chi non se le fa?
    Se non finissi facilmente in galera mi piacerebbe bruciare tutti i rifugi, le funivie e certe strade. Quelle sono opere che avviliscono la natura quasi sempre e diseducano alla vita, altro che qualche spit!
    Sono felice che i tuoi denti godano di buona salute come spero anche di te. Ciao. Marcello

  3. Giando scrive:
    “Marcheggiani ci dice fra le righe una cosa che è sotto gli occhi di tutti, e cioè che l’alpinismo e l’arrampicata si sono incartati, fornendoci una possibile via d’uscita.”

    Forse la via d’uscita sta nel cercare di avvicinarsi il più possibile al nostro limite, cercare di superlo, ma senza mai eliminarlo.

    Insomma un alpinismo di rinuncia.

  4. Forse è bene che io sottolinei il fatto che questo mio scritto era per l’annuario dell’Accademico, di cui faccio parte e che quindi non nasce specificatamente per un blog di cui sono un rarissimo fruitore. Alessandro Gogna ha ritenuto potesse essere interessante come spunto e di questo l’ho ringraziato telefonicamente. Generalmente amo parlare a voce e guardare negli occhi l’eventuale interlocutore quando questo è possibile.
    Mi è difficile farlo con Cominetti e quindi uso, ed è la prima volta, il blog.
    Caro Marcello, tutto il tuo dire mi sembra più dettato da un pregiudizio sulla mia persona che non da reali opinioni.
    Inizi dicendo “belle parole ma io non ci credo!” quindi parti da un presupposto di falsità da parte mia e siccome io e te non abbiamo mai condiviso niente permettimi di dirti ” ma come ti permetti di darmi del bugiardo” quando le mie opinioni sono suffragate da fatti chiari e incontestabili. Trova uno spit messo da me e mi rimangio tutto quello che ho detto e scritto.
    I miei denti digrignati non credo possano essere per te, e solo per te, un elemento di giudizio: mi sembri un bambino che non avendo argomenti si rifà sui difetti fisici. Mi dispiace per te ma i miei denti, pur avendo 64 anni godono di buona salute. Se tu avessi letto la didascalia avresti notato che ero appena sceso da una prima in Himalaya: facile?, difficile? non ha la più piccola importanza perchè io scalo ciò che so scalare, se no torno a casa e a volte è successo. Il mio “mai” è riferito a me e soltanto a me, tu sei padrone di mettere spit come e quanto credi ma sono convinto, e parlo per me e per nessun altro, che la spittatura, fermo restando la reale necessità, è il classico inganno tipico dell’uomo piccolo. Non per questo mi ergo a grande, anzi. Il mio alpinismo, che mi da da vivere da tanti anni, è di qualità media ma a me sta bene così. In quanto agli accademici o ai domenicali non vedo cosa tu abbia da ridire. Hai scelto la professione di guida e hai fatto bene, ma permettimi di dirti che VOI siete i maggiori artefici del continuo imbullonamento delle montagne solo e soltanto per il vostro tornaconto professionale. Troppo spesso siete voi guide che aggiustate a spit gli itinerari che la vostra professione vi porta a fare. Il Cervino, se ti è capitato di salirlo per le classiche, è la vergogna più eclatante di addomesticamento della natura montana.

  5. L’alpinismo è pieno zeppo di seghe mentali, a mio avviso troppe, però è pur vero che alcune di queste elucubrazioni (o masturbazioni, volendo rimanere in tema) hanno una loro dignità in quanto portatrici di insegnamenti e talora di cambiamenti interessanti.
    Dopo aver saccheggiato a suon di spit le falesie di fondo valle ed aver intrapreso la colonizzazione delle grandi pareti (cosa peraltro assai più problematica) vedremo cosa ci riserverà il futuro. In ogni caso, qualunque cosa essa sia, assisteremo (se saremo ancora vivi) ad un ennesimo eccesso perchè tanto l’uomo è fatto così. Ci sarà sempre qualcuno che avrà un’idea, più o meno brillante, seguito a ruota da una massa di pecoroni di cui i primi saranno più o meno allo stesso livello dell’ideatore mentre gli ultimi saranno dei meri copiatori di bassa lega, un po’ come nelle catene di Sant’Antonio dove i primi guadagnano e gli ultimi ci rimettono le mutande. Nel mezzo gli irriducibili che prendono sberle dai primi e dagli ultimi.
    La visione del professionista è per forza di cose diversa, non tanto per questioni economiche come qualcuno potrebbe malignamente pensare, ma semplicemente perché il professionista ne vede tante e, quindi, alla fine non può che sorridere di fronte alla cura maniacale del proprio orticello da parte di qualche dilettante.
    Però al tempo stesso sarebbe sempre bene portare rispetto in quanto anche certe posizioni estreme possono costituire fonti interessanti per ulteriori sviluppi, magari anche in altri ambiti.
    Marcheggiani ci dice fra le righe una cosa che è sotto gli occhi di tutti, e cioè che l’alpinismo e l’arrampicata si sono incartati, fornendoci una possibile via d’uscita.
    Ora, è abbastanza evidente che trovare nello spit un capro espiatorio può far sorridere e non è nemmeno credibile. Il punto vero della questione è che la strada della mera difficoltà tecnica ncontra prima o poi un punto d’arresto anche perché arriva il momento in cui ti trovi di fronte ad un muro liscio che per salirlo dovresti metterti le ventose (si fa per dire). Pertanto, si devono necessariamente esplorare nuovi spazi e soprattutto nuove dimensioni, escogitare qualcosa che ponga un orizzonte diverso.
    Tanto per fare un esempio banale, nei lanci (giavellotto, disco, martello) periodicamente viene aumentato il peso dell’attrezzo perché in caso contrario gli atleti ammazzerebbero qualche spettatore. Ovviamente, i primati ne risentono in negativo e così fino alla prossima modifica di peso.
    Chiaramente l’alpinismo e l’arrampicata sono attività molto più complesse (soprattutto l’alpinismo) e, quindi, non si può procedere con ritocchi così banali però risulta evidente come un’evoluzione di tali attività non possa avvenire senza una modifica delle regole del gioco se no va a finire che tutti, prima o poi, si romperanno i coglioni.

  6. “Alberto, non è piantando gli spit a mano che il risultato finale cambia.”

    Marcello sei sicuro che il risultato non cambi? Per mettere uno spit a mano ci vuole del tempo e fatica. Battere il martello stanca le braccia. Questo poi varia a seconda del tipo di roccia. Il calcare è tenero, il marmo è duro, il granito è molto duro. Ripartire per salire in libera dopo aver messo a mano degli spit non la vedo semplice. Le braccia son stanche e sul duro la vedo dura…
    Comunque non è questa la ragione della mia scelta. Il motivo è più da seghe mentali. Dopo aver aperto un paio di vie con il trapano. La prima nel 1984 sul monte Forato in Apuane. Ho maturato la convinzione (ecco le seghe mentali) che usare il trapano in montagna non fa per me. Il trapano serve a fare i lavori di casa, a lavorare in un cantiere edile, ma di certo non serve per aprire vie. Il fastidioso rumore del trapano che batte sulla roccia, non è conciliante con i dolci suoni della natura.
    Ma ti ripeto Marcello. Son seghe mentali.
    Ma anche di questo vive l’uomo.

  7. Salta all’occhio la visione dilettantistica e quella professionistica della questione.
    Entrambe sono praticabili e valide, solo che sono diverse.
    Mi sarebbe piaciuto anche restare un dilettante, ma non è andata così. Quindi la visione che oggi ho è da professionista, come quella di Michelazzi che pure lui fa la guida.
    Non per avercela sempre con il Cai, ma che bisogno c’era di fare gli Accademici? Con tanto di statuti e distintivi? Sarebbe come chiedere a un famoso stilista di confezionare una divisa per gli anarchici, no?
    Trovo assurdo anche che esista un premio per l’alpinismo come il Piolet d’Or, infatti, due dei pochi alpinisti veri che abbiamo in Italia lo hanno rifiutato per la loro salita sul Cerro Torre della via El Arca de los Vientos: Ermanno Salvaterra e Rolando Garibotti (anche se con loro c’era pure il compianto Beltrami)
    Il rispetto per le proprie posizioni lo si ottiene solo se queste ultime sono valide e condivisibili da altri, mi pare.
    Non ci si deve scandalizzare né schierarsi contro o a favore, secondo me, ma prendere atto che per ogni idea c’è posto e terreno, a meno che non si tratti di idee che limitano l’altrui libertà.
    Quando dico così tengo a parte le miriadi di “stronzate” esistenti e che esisteranno, fatte con il trapano in pugno. Infatti rientrano spesso nel limitare l’altrui libertà.
    Alberto, non è piantando gli spit a mano che il risultato finale cambia.
    Esempio: sono convinto che Maestri sul Torre nel 1970 sia stato un eroe! Sono convinto che nel 1959 lui e Egger non siano arrivati in cima e sono stato “sollevato” quando Kennedy e Kruk hanno schiodato la Via del Compressore sulla montagna (forse) “ideale”.
    Tutte queste cose possono convivere, almeno in me, in relazione alle epoche in cui sono successe.
    Mi scandalizzano di più gli austriaci che chiudono le frontiere ai migranti e le prese di posizione rigide e sovente di comodo in ogni campo vengano esse prese.
    Per analizzare argomenti bisognerebbe infilarsici dentro e andare in profondità, senza restare a cazzeggiare sulla loro scorza. Solo così ci si possono fare delle idee.

  8. Alberto con la tua risposta hai dato piena conferma al mio commento:
    vi fu un tempo in cui parlarmi di spit era come parlare di Ba-Bau ma avevo vent’anni ed ero giovanilmente arrogante poi qualche amico prematuramente salutato e la maturità degli anni hanno ammorbidito le mie posizioni. Non per questo ho mai aperto vie plaisir, le reputo un giocattolo da gardaland e le ripeto nemmeno, ma a qualcuno piacciono e non sarà certo imponendo un mio punto di vista che gli farò cambiare idea… credo sia stuzzicando la curiosità che si ottengono i migliori risultati!
    il purismo assoluto ce lo si può permettere solo quando non si ha nulla da perdere o si è giovani e si crede di cambiare il mondo, in tutti gli altri casi gli aggiustamenti sono umani…ed è meglio così!

  9. Stefano che nessuno non abbia detto nulla sulla Larcher-Vigiani non è proprio vero.
    Ora, non mi sembra il caso di rifare la solita diatriba: spit si, spit no. Però Marcheggiani esprime un suo pensiero che senza dubbio è assai estremo. Certo la partecipazione all’apertura di Cavalcare la Tigre non depone a suo favore, ma credo anche che sia stato un episodio di cui non andrà fiero e che se potesse tornare indietro non rifarebbe. Poi magari mi sbaglio.
    Ma chi non ha mai sbagliato e grazie a questo sbaglio ha maturato delle convinzioni diverse?
    Io si! Ad esempio un paio di volte ho usato il trapano. La prima volta nel 1984 . Ma poi mi sono reso conto che andare in montagna con il trapano era una cosa assurda da carpentieri edili. Non ho più usato il trapano e i pochi spit che ho messo li ho piantati a mano cercando sempre, nei limiti delle mie possibilità, di fare il possibile per non usarli.

  10. Etica? E cosa sarebbe?
    Mi scuso ma dall’articolo non si capisce bene… SPIT MAI e vabbé… ma poi su “Cavalcare la tigre” ci possono stare perché tanto li ha messi Caruso? Complicità dunque e non è la complicità un reato a volte forse anche più grave del reato intrinseco? Nella fiaba del vangelo non è Ponzio Pilato visto come più colpevole delle leggi che opportunisticamente lascia applicare?
    E’ interessante la visione individuale di Marcheggiani e pure in molti aspetti condivisibile, ma concordo molto più con Cominetti che non condanna un attrezzo, ma al limite ne può criticare l’uso indiscriminato e comunque solo come punto di vista, perché la verità in tasca nessuno ce l’ha…
    Sbandieriamo a carrettate il principio anarchico dell’alpinismo e poi ci chiudiamo in difesa su principi radicali e reazionari?
    Mi sembra come la querelle che ci fu a suo tempo su “la spada nella roccia” in Marmolada, stile Guerra Santa e poi nessuno e dico NESSUNO, che abbia detto qualcosa nei confronti della Larcher – Vigiani…! Ma non erano tutte e due a spit e sulla stessa parete?
    Di benpensanti scusate ma ne è pieno il mondo e, almeno io, ne ho le tasche piene…
    Ognuno trovi la propria via nel rispetto del prossimo e poi ne parliamo, ma credo la discussione sarà rimandata a data da destinarsi…

  11. Posso andare in un posto a piedi, magari in bicicletta.
    Però posso chiedere di essere portato nello stesso posto con qualche mezzo.
    Io preferisco andarci a piedi, però sulle strade vado in bici o in auto.
    Viva le tante sfaccettature dell’essere umano.
    Non mi sono mai bucato e, se escludo le gomme, la terra, i muri e la neve o il ghiaccio, non ho mai bucato, sono troppo vecchio per capire o imparare.
    Però mi bucano per togliermi il sangue.

  12. “L’uso equilibrato dello spit ha fatto avanzare in avanti l’arrampicata e l’alpinismo,….”

    Anche qui, forse c’è tanto da discutere. Per me, che ho aperto vie con pochi spit e piantati a mano, perchè in montagna con il trapano non ci vado (mica siono in un cantiere edile), è condivisibile.
    Ma per tanti altri no!

    Per tanti altri l’uso dello spit non ha fatto altro che togliere terreno vergine alle generazioni future.

  13. Marcello io non credo che il pensiero di Marcheggiani sia TALEBANO. Certamente ha espresso una posizione forte, un rifiuto forse esagerato, non totalmente condivisibile. Ma il fatto di non condividere l’uso dello spit, non può essere definito talebano.
    Diverso sarebbe se Marcheggiani andasse sulle vie a spit e spaccasse gli spit a suon di martellate.
    Questo si che sarebbe un comportamento talebano e una totale mancanza di buon senso e di rispetto. Ma non mi sembra che leggendo lo scritto si possa accusare Marcheggiani di avere questo comportamento.

    Ben diverso invece è il comportamento di tanti che vanno a mettere gli spit dove originariamente non c’erano.
    Questo non sarà talebano ma certamente non è rispettoso.

  14. Caro Marcheggiani,
    belle parole senz’altro ma io, permettimi, non ci credo.
    Questi discorsi fanno breccia sui puristi della domenica e mi sembrano di una rigidità estrema e soprattutto inutile e poco divertente.
    Perdonami ma la delicatezza in questi casi la trovo come la panna in cucina. Questo è uno spazio dove si esprimono idee e io lo uso come gli altri.
    Come ha scritto qualcun’altro qui, il BUONSENSO basterebbe a mettere tutti d’accordo, ma si sa che è cosa rara, purtroppo.
    Poi quella faccia che digrigna i denti e quel “mai” riferito allo spit mi sa tanto di caiota e, avrai capito, non mi piace, perché lo trovo inutilmente limitante. Anche per te, che comunque sei libero di pensarla e agire come meglio credi.
    Quando vai in falesia, come dici, anche tu arrampicherai sulle vie protette a spit che ha infisso qualcun altro, no? Così, il non volerne piantare è un po’ in eccesso.
    L’uso equilibrato dello spit ha fatto avanzare in avanti l’arrampicata e l’alpinismo, io non lo dimentico “mai”, perché come te ho vissuto a cavallo tra la lotta con l’alpe e il nuovo mattino. Sono felice di essere nato in un’ epoca così piena di fervori, fantasia e intelligenze (anche) verticali e concordo sulla piattezza dell’arrampicata odierna, delle chiodature egoriferite ad atavici istinti insoddisfatti di penetrazione e all’alpinismo social-patetico di molti spacciatori di avventurette sponsorizzate da incompetenti, ma non me la sento di prendermela con lo spit così ciecamente.
    Non credere che la scoperta dell’arrampicata abbia fatto quel miracoloso effetto solo su di te e comunque mi rattrista leggere più consensi che critiche (anche costruttive, intendiamoci) al tuo scritto così talebano.
    La montagna non è un santuario né quella valvola di sfogo a cui purtroppo inneggiano in troppi. E’ semmai un posto in cui alcuni di noi si sentono bene. Basta avere rispetto di cose e persone e tanto equilibrio in quello che si fa, senza dovere imporre il proprio credo come l’unico possibile senza sconfinare nell’ignoranza. A questo punto parlare di etica risulta, secondo me, totalmente superfluo.
    Buone scalate!

  15. Buongiorno Massimo, non ho tempo al momento di leggere gli altri commenti. Ti lascio comunque la mia considerazione al tuo articolo.
    Negli anni sto affinando il mio personalissimo concetto di etica dell’arrampicata in montagna, e il tuo articolo mi aiuta.
    Penso che l’etica sia un concetto personale, una visione propria di come si intende affrontare un problema. E l’etica secondo me non può essere condivisa, però può avere dei seguaci che “seguono” appunto l’idea (etica) proposta da qualcun’altro.
    Qual’è l’etica giusta? Tutte, qualcuna o nessuna? …diciamo che il mondo è bello perchè è vario….
    Quando si parla di buon senso invece, il discorso cambia. Il buon senso è dettato dall’intelligenza individuale e pertanto può essere una “dote” e quindi una “strada” condivisa e riconosciuta. Chi è dotato di buon senso riesce a fare dei paragoni perchè vede i pro e i contro, i vantaggi e gli svantaggi determinati da eventuali azioni che implicano un cambiamento. Chi è dotato di buon senso, dovrebbe rendersi conto che (come dici tu) se fai una fila di spit che non porta da nessuna parte, a due metri da una classica in fessura, stai facendo un’emerita STRONZATA.
    Di esempi purtroppo ce ne sono ormai tanti, credo dettati soprattutto da manie di protagonismo, conscie e inconscie. Poi c’è tutta la mandria di coloro che non riescono ancora a capire la differenza tra la mountain bike e lo spinning, che quando vanno in falesia si incazzano a morte se gli spit non sono messi alla “giusta” (per loro) distanza e se il sottosuolo non è pianeggiante e privo di arbusti. Questi purtroppo alimentano le idee dei primi, quelli che aprono vie a spit a random per “permettere a tutti di salire!!! ” …ahh!! Che altruismo, che dedizione per la società e per i più deboli! Encomiabili direi!!
    …vabbè…chiudo perchè mi sta partendo l’embolo.
    Massimo, la tua etica personalmente l’appoggio (anche se quando hai per forza dovuto scendere dalla parete lasciando chiodi e cordoni hai un pò peccato… 😉 ) ma credo che possa convivere benissimo con le altre “filosofie”. L’importante è che tutte sia messe in atto con un pò di BUON SENSO.
    Ciao!

  16. Sono d’accordo con Massimo. Secondo me la cosa più grave è trovare vie in montagna classiche (vedi aquilotti 75 al corno piccolo, gran sasso) dove qualcuno si è arrogato il diritto di mettere spit dove l’apritore non ne aveva messi. Dimostrando di non rispettare ne l’apritore ne i ripetitori desiderosi di mettersi alla prova lealmente. Nella mia piccola esperienza di arrampicatore ho rimandato varie volte alcune salite che per me erano ai miei limiti. probabilmente il problema è proprio qui…il coraggio della rinuncia, il coraggio di ammettere le proprie debolezze, senza piegare la natura al nostro misero io che cerca di affermarsi ma passare appunto come dice Massimo attraverso la natura mettendoci in gioco fisicamente e mentalmente senza spit in tasca ma con il coraggio di accettare la sconfitta serenamente.

  17. Non mi sono mai piaciuti gli estremismi egli estremisti perchè celano dietro le loro teorie l’incapacità di avere ( ed accettare ) una visione diversa e contemporanea delle cose dovuta ad una “inevitabile” evoluzione dell’essere umano, delle sue scoperte e delle sue conquiste.
    Non sempre pero’ questa evoluzione offre aspetti positivi….anzi,in alcuni casi crea la distruzione di opere che il passato ci ha lasciato.
    Esempio ne è lo “sfruttamento” del nostro pianeta dovuto all’evoluzione che ha creato l’essere umano senza senza tener conto dei danni irreparabili a cui andava incontro nel lungo termine ma guardando solo ai propri interessi momentanei e spesso (sempre) economici.
    In alpinismo, facendo un paragone un pò strampalato (ma collegato con la fine del testo) con le automobili, si potrebbe dire che i chiodi sono un pò come il gas di scarico: prodotti inevitabili per raggiungere un obiettivo ( in sicurezza).
    Una volta i chiodi non esistevano.
    Si scalava senza corda e se si cadeva si moriva,
    Poi è sopraggiunta la corda, il chiodo e i moschettoni e attraverso l’utilizzo di questi attrezzi molti piu’ esseri umani si sono avvicinati alla pratica dell’alpinismo ma comunque se si cadeva si moriva lo stesso perchè ci si legava in vita e i chiodi venivano messi ogni tanto (tantissimo) o solo su qualche sosta…
    Successivamente le tecnologie si sono evolute ( nel bene e nel male ) ed alcuni attrezzi ci hanno permesso di raggiungere e scalare molte belle pareti riducendo il rischio di morte a percentuali di molto inferiori al passato.
    A mio parere NON è lo spit in quanto tale a dover subire un’accusa ma il suo uso ingiustificato,esagerato e scorretto.
    Conosco itinerari di pochi tiri di corda colmi di chiodi normali ( removibili) e viaggi di 1000 metri con 1 o 2 spit ( il cui tassello è irrimovibile).
    Ora le mie conclusioni un po’ estreme e provocatorie sono le seguenti:

    Per essere puristi bisognerebbe arrampicare scalzi ( e nudi) in free-solo

    Se accettiamo la sicurezza per non morire dobbiamo accettare anche lo spit come ultima soluzione data dall’impossibilità di usare chiodi normali o materiale trad ( friends, nut,stopper…ecc)

    Lo spit è nato per proteggersi sulle placche prive di qualsiasi fessura e quindi avremmo dovuto evitare di scalare le placche o scalarle in free-solo.

    Nessuno ci ha obbligati a scalare le placche ma il compromesso dello spit ne ha permesso la salita..(lo spit non si puo’ piu’ togliere ma anche la maggior parte dei chiodi normali , di ferro anch’essi , non verranno mai tolti e quindi “inquinano” tanto quanto gli spit.

    Se vogliamo convincerci che un ancoraggio da doppia è un danno di poco conto ci dovremmo convincere che non è comunque biodegradabile. (…a proposito ma faranno mai chiodi biodegradabili o bioriassorbibili??)

    MI PARE TUTTO UN DISCORSO DI ETICA E NON DI MATERIALE UTILIZZATO (..e qui si apre un mondo..)

    Se vogliamo rispettare il mondo di cui noi NON siamo padroni dovremmo cominciare anche dall’andare in bici e non usare la macchina che inquina, non usare il riscaldamento che inquina, non usare telefonini e computer che creano inquinamento…ecc,ecc…

    Le battaglie ad armi pari con la montagna non esistono a meno che le si scali in free-solo..(.e sempre nudi). Le vere battaglie si combattono con se stessi e la propria coscienza accettando degli inevitabili compromessi dettati dalla cultura, dalla sensibilità e dai propri limiti.

    E’ inaccettabile l’uso SISTEMATICO dello spit dove esistano itinerari attrezzati in modo tradizionale o che si possano percorrere in modo trad o su pareti che storicamente non presentino una tale attrezzatura.

    Se

  18. Per me Alberto e Giando in poche parole manifestano una personalità seria e attenta, parlano con umiltà e spiegano bene la battaglia per l’accettazione dei propri limiti!
    Nel mondo attuale questa serietà è vista male, viene messa da parte se non osteggiata.
    Io parlo di abitudine dello spit e la condanno.
    Posso dire che Piola abbia detto qualcosa di nuovo piantando spit.
    Posso dire che la purezza di Verri sia difficile da raggiungere.
    Posso dire che chi ha spittato a pochi metri da Fazzini ha fatto una porcata, ma me lo spiego dicendomi che forse aveva maturato una idea “strana”, se però persevera in questo agire non posso che denigrarlo.
    A me piace parlare di equilibrio, di conoscenza di se, della storia e del proprio tempo, il resto è la prestazione.
    Se tutto questo non lo trovo in un alpinista allora il suo animo per me è molto misero.

  19. Sì grande coerenza. Indubbiamente si tratta di una questione complessa che dovrebbe essere affrontata con molto buon senso, cosa della quale, purtroppo, molti sono privi anche per le ragioni menzionate da Paolo.
    Personalmente non sono mai stato contrario allo spit in senso assoluto, semplicemente credo che in ogni cosa dovrebbe esserci un limite. Il problema è che non esiste un limite condiviso e a volte nemmeno una apparente maturità è in grado di risolvere il problema.
    Ci sono vie stupende realizzate con l’utilizzo di spit mentre altre sono delle verie e proprie porcate. Ci sono stati e ci saranno sempre dei virtuosi dell’arrampicata a cui diventa difficile negare l’utilizzo dello spit perchè le loro realizzazioni costituiscono una forma d’arte (almeno io la considero tale) ma di contro ci sono anche tanti poveretti che per cercare di farsi grandi bucano senza ritegno lasciando ai posteri una roccia formato emmenthal oltre ad una sfilza di percorsi di dubbio gusto.
    In un mondo ideale ciascuno dovrebbe ammettere ed accettare le proprie limitazioni e comportarsi di conseguenza. Va bene la libertà d’espressione ma se non sono Michelangelo non dovrei mettermi ad affrescare i muri alla porco giuda. Allo stesso modo se non faccio parte dell’elite arrampicatoria forse farei meglio a lasciar perdere l’apertura di vie a suon di spit e a cimentarmi sulla ripetizione di quelle già esistenti, perché tanto non mi basterebbe una vita per percorrerle tutte. Ma tutto ciò, ovviamente, in un mondo ideale.

  20. Grande coerenza da parte di Massimo. Accettare i propri limiti tecnici e piscologici è segno di rispetto di un modo di cui si fa parte ma di cui non siamo padroni.
    Io pur non essendo uno spittatore “abitudinario” non sono riuscito ad essere così rispettoso e qualche spit lo messo.

  21. Io penso che fondamentalmente tutti quelli che scalano forando la roccia per abitudine, siano persone che non accettino se stessi, o abbiano paura di se stessi (tanti portano qualche spit in fondo allo zaino), persone che non vogliano sottostare ai propri limiti.
    Sono persone che non riescono ad ammettere che non sono capaci di fare quella cosa e così forano.
    Ma ritengo anche che il loro ego sia così egoista e infelice da non essere capace di rinunciare a qualcosa, o peggio, mentre fanno qualcosa di nuovo, da non pensare che qualcuno magari dopo di loro potrà essere capace.
    E poi direi in base a questo che dalle realizzazioni si evidenzia sempre il rigore e l’etica dell’anima di chi scala.
    Poi c’è il gioco, il divertimento e quant’altro, ma queste sono per me altre “robe”, quelle solo piacevoli.

  22. Caro Massimo mi ha fatto molto piacere il tuo intervento,
    in un mondo super antropizzato dove ogni roccia è stata salita, tracciata, regolamentata, predisposta alla ripetizione…
    una parete senza chiodi fissi (spit) è una piacevole sorpresa.
    è uno spazio libero fuori legge
    e proprio per questo cosi prezioso, apprezzato e ricercato

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