Calanques

Due vecchi articoli che ricordano cosa fosse il mondo delle Calanques, con gli occhi di un protagonista, Bernard Vaucher, e di una grande osservatrice, Paola Mazzarelli.

Calanques
di Bernard Vaucher
(pubblicato su Momenti di Alpinismo 1985 (Rivista della Montagna)
Traduzione di Paola Mazzarelli

Per la maggior parte degli arrampicatori il sud della Francia significa il Buoux, «les deux Aiguilles» (Sainte-Victoire), o la gola del Verdon. Tutti posti dove l’arrampicata è sempre piacevole e divertente e che oggi vanno per la maggiore. Ma salvo il Verdon, nessuno può reggere il confronto con la bellezza delle Calanques. Qui la roccia, modellata dal lavoro del mare, presenta caratteristiche diverse da zona a zona, a seconda della conformazione e delle dimensioni delle «gouttes d’eau » e delle scaglie, e offre un terreno d’arrampicata estremamente vario che non ha l’eguale altrove. I centri moderni dell’arrampicata libera hanno quasi tutti una storia piuttosto breve, essendo stati valorizzati per lo più negli ultimi quindici anni. L’inizio dell’esplorazione delle Calanques risale invece a circa cent’anni fa, anche se fu all’epoca della seconda guerra mondiale che queste pareti divennero un vero terreno di gioco per gli arrampicatori francesi. Salvo, naturalmente, le eccezioni, quali l’ardita solitaria alla Lézarde (Les Goudes de Saint-Michel, 1928) del «piccolo» Pierre Neuvière, che con uno stile che potremmo definire «alla Bonatti » andava cercando la soluzione dell’angoscia che lo tormentava nel profondo dell’anima. Scoprì invece che dopo tutto anche nella vita c’era qualche cosa di buono.

Da Col des Charbonniers, verso Castelvieil

La guerra segnò l’inizio di un profondo mutamento: la comparsa di arrampicatori di estrazione sociale diversa, per lo più operai che attendevano con impazienza il week-end per correre ad arrampicare, modificò enormemente lo spirito e le regole stesse del gioco. Naturalmente l’evoluzione coinvolse anche gli aspetti tecnici e il livello delle prestazioni. Centinaia di vie nuove vennero aperte da quelli che oggi vengono considerati i pionieri delle Calanques: il dottor Albert Coudray, Henri Moulin, Roger Douchet e Charles Magol, Roger Roulet, Robert Gabriel, Robert e Suzanne Tanner, Sonia e Georges Livanos, Gaston Rébuffat. Sarebbe stata solo la generazione degli anni ’60 a compiere un ulteriore passo avanti e a spostare definitivamente i limiti dell’arrampicata raggiunti da questo gruppo.

Del genio di Robert Tanner e della sua adorabile compagna Suzanne si potrebbe parlare a lungo. Come diceva il Greco, «la cordata pesava sì e no cinquanta chili, ma avevano tonnellate di audacia». A quell’epoca il calcare verticale delle Calanques presentava gli stessi problemi di protezione che si riscontravano sulle pareti delle Dolomiti e i livelli raggiunti dagli arrampicatori francesi non erano per nulla inferiori a quelli degli scalatori dolomitici. Robert e Suzanne arrampicarono solo per qualche anno, ma lasciarono un’impronta indelebile. Basterà ricordare che le loro splendide imprese al Pic de Bartagne (Sainte-Baume) possono essere paragonate ai tratti più difficili delle vie aperte nello stesso periodo in Dolomiti. Sul Pilastro, ad esempio, essi tracciarono una via molto sostenuta in cui si susseguono per 200 metri difficili passaggi in libera e in artificiale. Sia questa via, sia la diretta, ad opera della stessa cordata, presentano tratti chiave non proteggigli di V+ sostenuto.

Vincent Fine su Excalibur. Vincent Fine è uno dei migliori arrampicatori-alpinisti dell’ultima generazione, capace di destreggiarsi tanto sulle vie di VII in Verdon, quanto di salire il couloir nord-est dei Dru in solitaria e d’inverno.

Dopo la guerra, Robert e Suzanne smisero di arrampicare. Non smise, invece, il miglior amico e compagno di cordata di Robert, Georges Livanos. I due avevano compiuto insieme molte imprese memorabili, tra cui la famosa via della Paroi Jaune (Les Goudes de Saint-Michel), una parete di 70 metri che per anni rimase l’arrampicata in artificiale più difficile delle Calanques. Per tutti gli anni ‘40 Georges continuò l’opera iniziata da Robert e nel decennio successivo la superò senz’altro, portando l’arrampicata in Calanques a livelli mai prima raggiunti. Per più di venticinque anni fu lui il dominatore della scena. Personaggio pittoresco e vivace, Georges, detto il Greco, si dedicò completamente all’arrampicata, aprendo vie nuove quasi dovunque, tant’è vero che il suo nome divenne famoso non solo nelle Calanques, dove le sue vie sono più di 400, ma anche nelle Dolomiti, che lui stesso definiva «la mia seconda patria».

Non si può parlare del Greco senza ricordare l’incantevole, vivacissima Sonia, «la plus petite grimpeuse du monde», che lo seguiva dappertutto nelle sue difficili imprese. Pieno di segreta ammirazione per le capacità di sua moglie, lo stesso Georges racconta che sulla Vinatzer-Castiglioni alla Marmolada, considerata allora la via più impegnativa delle Dolomiti, Sonia «arrampicava con naturale scioltezza, sempre sorridendo e chiacchierando».

Tra i compagni di cordata di Georges, due ebbero un ruolo particolare: Charles Magol e Robert Gabriel. Charles Magol fu una bella persona. Spirito originale e nemico di ogni mediocrità, professava idee anarchiche che metteva in pratica nella vita che conduceva. Dalla comunità degli arrampicatori era molto amato. Più vecchio di Georges e di Robert, insegnò loro le regole del gioco e forse influenzò gli atteggiamenti anticonformisti di Georges. Magol morì in uno stupido incidente sull’Aiguille Verte: per il gruppo dei marsigliesi fu una grande perdita.

Robert Gabriel fu il miglior compagno di Georges e di Sonia durante gli anni «eroici». Sulle Alpi la cordata Livanos-Gabriel stava alla pari con le migliori cordate francesi del tempo, ma in casa, sul loro terreno, non ebbero rivali, sia per il numero, sia per la qualità delle salite compiute. Tra i loro «pezzi forti» penso che la Directe de 1952 (Les Goudes de Saint-Michel) sia impareggiabile: 85 metri di difficile arrampicata, con due tiri chiave, di cui il primo, in libera, è un buon 6c odierno, esposto e protetto da chiodi piuttosto dubbi, e il secondo, il vero punto cruciale della via, è una placca verticale di 6a sostenuto in cui il primo chiodo si trova 8 metri sopra la sosta, senza alcuna possibilità di assicurazione intermedia. Un tiro veramente impegnativo che Georges salì, naturalmente, dal basso.

Questo livello non sarebbe stato eguagliato per più di quindici anni, fino a quando, cioè, comparve la nuova generazione degli anni ’60: François Guillot, Joel Coqueugniot, Claude Cassin, Pierre Louis, Serge Gousseault, Raymond Bonnard, Jean-Pierre Charrière, Michel Bonnon, e tanti altri talenti. La maggior parte di loro erano convinti liberisti, pochi invece gli specialisti dell’artificiale. Comprensibilmente il livello tecnico migliorò ulteriormente. Risalgono a quell’epoca il primo tiro del Pilier Droit de la Momie (Sormiou), il muro all’inizio della Triperie (Falaise de la Voile, Morgiou), la Gamma (En Vau), il Pilier Droit du Colouir du Milieu, la Révolution.

Sullo zoccolo della Candelle

Gli anni ’60 videro un fervore straordinario: il numero degli itinerari raddoppiò, lo zoccolo della Candelle, En Vau e Sormiou furono esplorati completamente e le vie nuove si moltiplicarono. Quasi tutte erano molto difficili e poco protette. In questo periodo si cominciò anche ad arrampicare senza toccare i chiodi, ma le regole del gioco restavano ancora più elastiche e meno severe di oggi. Michel Bonnon e François Guillot salirono in libera il Pilastro degli Americani ad En Vau appena dopo che Hemming e Robbins ebbero compiuto la prima. Ci vollero diversi voli perché riuscissero a passare il punto chiave. Lo stesso avvenne al Dru, dove Mick Burke e Mike Kosterlitz e poi Guillot e Kelle ripercorsero la via di Hemming e Robbins in libera; e al Fou, dove Guillot, Coqueugniot e Claude Cassin — quest’ultimo con il cranio fratturato — ripeterono l’exploit della cordata Boysen-Estcourt.

L’evoluzione dell’arrampicata ha seguito e segue le stesse tappe ovunque, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti come in Calanques e oggi in tutta l’Europa. Il passo successivo avvenne dieci anni dopo, quando gli arrampicatori decisero che il week-end non bastava più. Perché non arrampicare tutti i giorni?

Scogliere e traversi
Quando cominciai a frequentare il gruppo degli arrampicatori locali alla fine degli anni ‘60, mi innamorai dell’arrampicata. Fui fortunato a trovare un gruppetto di amici che condivideva la mia passione. Per cinque anni Michel Tanner ed io ci facemmo le ossa sulle vie più difficili della zona e ogni tanto ne aggiungevamo una a quelle già esistenti.

Christian Guyomar sul primo tiro di Que ma joie demeure, una delle nuove classiche di Les Goudes.

A quell’epoca la rivoluzione che stava sconvolgendo il mondo dell’arrampicata in Gran Bretagna e negli Stati Uniti non aveva ancora raggiunto le coste del Mediterraneo.

lo ero in cerca di sensazioni nuove. Le trovai nell’arrampicata sulle scogliere.

A parte qualche evidente sistema di cenge e i facili speroni che erano stati saliti fin dagli anni ’30, le imponenti scogliere delle Calanques a picco sul mare non erano mai state molto frequentate e offrivano ancora grandi possibilità in confronto alle zone più classiche e molto battute. Ciò dipendeva soprattutto dal fatto che l’avvicinamento a queste pareti è spesso lungo e complicato e che la roccia non sempre è buona. Ma la generazione degli anni ’60 qui trovò l’Eldorado. La falaise di Castelvieil, sull’altro versante della Calanque di En Vau, lunga forse più di un chilometro e alta in qualche tratto fino a 200 metri, divenne un vero paradiso per quanti erano in cerca di avventure e di itinerari nuovi. Qui il mare è una presenza costante. Quando scendiamo lungo una doppia nel vuoto, o quando, cercando l’appoggio per il piede, guardiamo giù sotto di noi, ecco, il mare è sempre là in fondo, e sempre si sente il rombo delle onde che si frangono sugli scogli. E capita a volte di scorgere un delfino, o un pescecane solitario, come mi accadde una volta che con mia moglie attraversavo le Calanques in canoa. Dovunque risuonano le grida dei gabbiani.

In doppia da la Grande Croisière.

Arrampicando su queste scogliere bisogna fare attenzione ai chiodi di via e agli ancoraggi, perché il mare li corrode rapidamente. Intorno non c’è nessuno. Forse si scorge solo, da qualche parte, la barca di un pescatore solitario. L’ambiente è selvaggio, soprattutto quando il mare è agitato e le onde raggiungono anche i cinque, sei metri di altezza. (Quell’anno, qualcuno morì sulla traversata Bora-Bora).
I primi ad appassionarsi a quell’ambiente grandioso furono Jacques e Philippe Kelle e Vincent Bourges. Tra il ’63 e il ’68, con diversi altri compagni, essi aprirono una quantità di vie nuove, alcune delle quali veramente spettacolari. Tra i loro capolavori va ricordata Les Futurs Croulants che venne compiuta con François Guillot. Si tratta di 110 metri di difficile arrampicata a picco sul mare che in alto percorre un muro chiuso da un sistema di imponenti tetti squadrati. I tiri chiave consistono in esposti traversi tra i tetti (6a sostenuto) dove tra l’altro si possono scattare fotografie tra le più spettacolari di tutte le Calanques (chi non ne ha una appesa in camera?). Altra notevole impresa della cordata Bourges-Kelle è la Traversée Sans Retour a Castelvieil.

Durante un tentativo, sorpresi dalla notte, i due dovettero essere soccorsi da una barca, come poi accadde a Guillot e Max su Le Bidule, nella stessa zona, e come capitò anche a me, una volta sulla Traversée Ivan. La Traversée Sans Retour è senz’altro una via di grande impegno, non tanto per le difficoltà tecniche che presenta, anche se il tiro chiave è un impressionante traverso di 6a a 70 metri dal mare, nascosto in una profonda insenatura strapiombante, quanto piuttosto per la sua lunghezza (800 metri circa) e soprattutto per la facilità con cui si può sbagliare itinerario e cacciarsi nei guai. Infatti questa via è famosa per il gran numero di salvataggi via mare e di bivacchi non previsti.

Dove finisce la Traversée Sans Retour comincia la Grande Croisière. Più breve, ma più impressionante dell’altra, questa via richiede tutta una serie di manovre piuttosto acrobatiche, corde doppie nel vuoto, un lancio di corda alla cow-boy, e poco rassicuranti passaggi in artificiale, il tutto in un ambiente sempre selvaggio. La Grande Croisière vale veramente la pena! Con quel suo aspetto da boyscout, Jacques Kelle fu un’eccezione tra i contemporanei tutti un po’ hippie. Sebbene non particolarmente dotato tecnicamente, aveva tuttavia un’enorme passione per l’avventura che gli permise di aprire vie spettacolari come la Sans Retour e la Grande Croisière e una quantità di altre salite sulle Alpi, nel Sahara e un po’ dappertutto altrove.

Prima ascensione de La face au large

L’ultima stupenda traversata della serie è la Tabarly, che collega il gigantesco arco alla fine della Grande Croisière con la punta del promontorio di En Vau. Anche qui c’è da fare qualche acrobazia con la corda, ma nell’insieme si tratta di 450 metri di stupenda arrampicata di V su calcare meraviglioso. L’ho percorsa spesso in solitaria, portando con me solo una corda per le due brevi doppie che si incontrano sulla via. Qui si arrampica spesso vicino al mare e, se il mare è calmo, questa è senz’altro una delle più belle vie che io abbia mai fatto. Scoprii tutte queste meraviglie nei giorni di Pasqua del 1973, quando, pensando di aver raggiunto i miei limiti tecnici, andavo in cerca di qualche cosa di nuovo. La scoperta della Sans Retour con Claude Cassin fu un’esperienza indimenticabile e sorprendente. Mi innamorai subito del nuovo mondo dell’arrampicata di traversata che mi si spalancava davanti, e una dopo l’altra percorsi la Tabarly due volte e la Grande Croisière con Michel Tanner, la sua ragazza Michèle e Michel Charles, mentre mia moglie e la moglie di Michel andavano a spasso sullo splendido plateau di Castelvieil.

Sull’ultima lunghezza della Voie de l’Ecaille a La Mounine.

Cap Morgiou
Per un po’ di tempo la nuova scoperta ci impedì di occuparci d’altro. Il piacere che ce ne veniva era grande. Ma poi riemerse la solita fastidiosa domanda: e poi? L’unica altra traversata a quel tempo era la Triperie a Cap Morgiou, il promontorio che separa la Calanque di Morgiou dalla Calanque di Sormiou. Con Jacqueline e Marie organizzammo un weekend all’aria aperta, come avevamo fatto a Castelvieil. Preparato il luogo dove avremmo bivaccato tutti quanti, Michel ed io partimmo per la nostra via. La placca iniziale era veramente mozzafiato: in un muro di 6b alto circa sei metri, senza alcuna possibilità di proteggersi e dove quindi una caduta sarebbe stata molto pericolosa. Dopo un’ora buona di tentativi, riuscii finalmente a vincerlo e a raggiungere stremato la nicchia sovrastante. Di lì in poi la traversata fu un sogno: sono circa trecento metri di arrampicata stupenda tra il IV e il V grado, a due o tre metri dal mare. Un po’ come la Tabarly, ma più breve. La Triperie rimase senza ripetizioni per anni, perché il muro iniziale scoraggiava ogni tentativo. In seguito fu aperta una variante a sinistra, proteggibile con blocchetti (all’epoca questi erano ancora sconosciuti), che rese la partenza molto più sicura.

Il promontorio di Cap Morgiou ha il profilo di un pesce martello. Il giorno dopo, mentre facevo il bagno in mare, mi resi improvvisamente conto che la testa del pesce, cioè il martello, poteva essere percorsa anche se fino ad allora nessuno l’aveva tentata. Poche ore dopo nacque un’altra traversata, la Face au Large, che ci offrì circa 200 metri di stupenda arrampicata. A quell’epoca ero ormai perso nel mio nuovo sogno, un sogno dove la roccia non era verticale, ma orizzontale, e stava racchiusa tra due campi di blu, l’uno blu scuro, in movimento perenne, l’altro, spesso azzurro e più raramente tendente al grigio, che rappresentava la meta di ogni nostro gioco. Le traversate di Castelvieil e la prima ripetizione della Triperie segnarono, dunque, una svolta importante per Michel e per me. Nei tre anni successivi rigammo di traversate i fianchi vergini di Cap Morgiou: la Face au Large, 200 metri; la Marie-Jacqueline, 150 metri; la Bora-Bora, 200 metri, con una doppia; la 8 mai 450 metri.

Bernard Vaucher su Double Dose (6b-6c).

Quando Michel e Marie-Ange partirono per la Corsica, completai la serie di traversate sul capo con la Traversée Ivan, 450 metri, V+ sostenuto nel primo e nell’ultimo terzo, un tiro di 6b strapiombante all’inizio dell’ultima parte. Jean-Louis Fenouil, mio compagno in quella occasione, aprì poi una diretta proprio vicino al mare, sotto la parte centrale della Traversée Ivan, dove avevamo evitato i grandi strapiombi. La via fu chiamata Super-Trempe, con un gioco di parole, poiché in argot trempe significa “tuffo”. Si tratta di una arrampicata di 6b con diversi passaggi su copper-heads. Per aprirla ci vollero vari tuffi… e una barca. Una barca… e molti giorni di lavoro ci vollero per la Megalomane paranoiaque, 300 metri, ED. Per Pen Duick, 200 metri, V+/A4, servirono gli sky-hooks. Castelvieil e Cap Morgiou offrono qualcosa in più delle solite vie di uno o due tiri. E oltre alle normali qualità che ogni arrampicatore deve possedere, qui ne sono richieste altre due, essere decisi e… saper nuotare.

But the times, they are a-changing…
Nell’inverno 1973-74 un uomo giunse da Parigi con la moglie. Nulla di strano che lasciassero la pioggia per il bel sole del sud. Ma Christian e Martine Guyomar erano anche in cerca di vie nuove da aprire. Loro terreno di gioco furono soprattutto la Montagne S.te Victoire e il Verdon, ma l’influenza di Christian, Martine e del loro amico Christian Hautecoeur arrivò ben più lontano. Di fatto furono loro a portare l’arrampicata moderna nel sud. Le vie di Christian Guyomar sono arditissime e non consentono scappatoie. In un certo senso egli rappresentò per la Francia quello che Pete Livesey rappresentò per la Gran Bretagna e io credo che egli debba essere considerato il padre del settimo grado francese. Se è vero, infatti, che Berhault ed Edlinger avrebbero poco dopo superato i limiti raggiunti da Guyomar, bisogna riconoscere che fu lui a rompere le barriere psicologiche che imprigionavano allora il mondo dell’arrampicata libera. Da quel momento sono state scoperte tante zone nuove e altre, già note, sono state rivalutate. Le Roy d’Espagne, ad esempio, è una parete alta 45 metri alle porte di Marsiglia, con vie di difficoltà dal V+ al 7b. Vincent Fine, Fred e Bruno Potié, Tchouky, Robert Balestro e Vincent Giacomo sono i principali rappresentanti della nuova generazione. Ma anche le zone più classiche, come Les Goudes, Morgiou e lo zoccolo della Candelle, oggi sono piene di vie nuove, dove la roccia è solitamente molto buona e le protezioni a prova di bomba. Qui, autore di molte splendide vie moderne, è Gerard Merlin, detto Nat, spesso in cordata con l’amico Picou.

Le Calanques sono un vero paradiso per chi ama l’arrampicata. Qui si trova tutto quello che possiamo desiderare di meglio, dalle vie estreme su roccia stupenda e con protezioni ottime alle grandi avventure sulle più remote scogliere. Ma le Calanques sono rimaste meravigliose perché molti che le amano, escursionisti e arrampicatori, hanno lottato per proteggerle e un uomo, soprattutto, Yves Azème, ha dedicato tutta la sua vita a difenderle e a salvarne la bellezza. Spero che tutti comprendano quanto questo sia necessario e che collaborino a far sì che le Calanques non diventino mai un paradiso perduto. Questo è il mio sogno.

Un itinerario nella memoria
di Paola Mazzarelli

Le Calanques hanno un’anima dentro il loro paesaggio di pietra. Forse le percorre lo spirito che ha fondato Marsiglia e che va ancora cantando la sua inestinguibile allegria di vivere nelle insenature e sull’altopiano e dentro i burroni profondi dove il bianco del calcare scompare nell’infittirsi del bosco. Appena più in là, la Provenza distende la sua mite serenità contadina tra campi di lavanda e vigneti. E oltre Marsiglia, chiara di palazzi sulle colline, è la Camargue, orizzonti di acqua infinita dove il Rodano si apre in mille stagni immobili sotto il cielo. Ma in Calanques è la pietra che possiede il paesaggio e dalla pietra scaturisce ogni segno di vita, albero, passo d’animale e volo d’uccello: in lei è rinchiuso l’incantesimo che libera i profumi della macchia al tramonto, quando guardando ci pare che il sole sia dentro le cose, appeso tra i rami dei ginepri e dei pini, impigliato nelle migliaia di fiori selvatici che illuminano tutto l’anno la nudità della roccia, come di sale, sotto la carezza del vento. È uno spirito multiforme e fantasioso che ha segnato questa costa di innumerevoli anfratti, baie, isole e scogli, speroni e spiagge di sassi, dove lo sguardo si incaglia e sempre corre avanti e indietro, tornando a seguire le linee tra mare e roccia, tra roccia e cielo, mai pago, perché mai possiede l’orizzonte. Solo verso il mare l’occhio si perde tranquillo, perché là l’azzurro sconfina nel nulla e ci sembra che l’universo respiri.

Il sentiero verso la Candelle

In Calanques si vorrebbe sempre avere più tempo e percorrere tutti i sentieri, andare per ogni piega della scogliera, e afferrare tutti i colori, tutti i profumi, tutta l’imprevedibile meraviglia della falaise. Per questo, chi è venuto una volta, vuole sempre tornare. In Calanques siamo stati più volte. All’inizio ci attirava l’incanto di una costa che, nonostante Marsiglia vicina, non sembrava violentata dalla mano dell’uomo. Allora seguivamo i sentieri, bivaccando all’ombra dei pini, una libertà felice di essere in vacanza e di portarsi sulle spalle sacchi a pelo, viveri e acqua per tre giorni. Non conoscevamo ancora la magia della pietra verticale e le Calanques erano per noi un’inesauribile esperienza di spazio. A guardare la carta, sembrava sempre di essere vicini alla meta, dovunque volessimo andare, e invece si camminava per giorni, e oltre ogni promontorio si aprivano altre baie e oltre ogni baia altre scogliere e noi andavamo, stupiti che il tempo passasse tanto in fretta e noi si stesse sempre sospesi tra mare e cielo. Anche ora, che la pietra ci tiene, a volte preferiamo lasciare gli altri sulle pareti vagando da un’insenatura all’altra, sempre scorgendo posti nuovi, angoli che non avevamo mai visto e da ogni altura scorgiamo altri scogli lungo la costa dove vorremmo un giorno scendere a fare il bagno. E anche se le Calanques crediamo di conoscerle bene, ci fa piacere pensare che torneremo altre volte.

Scalata a filo d’acqua a Cap Morgiou

In seguito, cominciammo ad arrampicare. Da principio l’esposizione ci faceva paura. Conoscevamo quei posti, eppure ora, dall’alto delle pareti, ci pareva che il paesaggio avesse acquistato insondabili profondità e ascoltavamo il mare risuonare nelle grotte là in fondo con tonfi sordi che si ripercuotevano dentro la roccia e salivano fino a noi come voci. I nostri richiami si perdevano dentro questo rombo del mare e i gabbiani ci contendevano l’aria. Fu allora che imparammo a tacere in parete e a sentire la voce dell’altro farsi movimento della corda che scorre, sosta, riprende a filare. Andavamo sulle vie più facili, tratti di traversata per cenge si alternavano a volte a tratti di salita e spesso ci voleva tutta la giornata per una via. Sui passaggi difficili restavamo per ore, ma poco importava, che la meraviglia di quella pietra ci compensava della nostra lentezza. La roccia sotto le dita aveva una leggerezza inspiegabile, una levità aerea che ci stupiva. Col tempo scoprimmo che la leggerezza era in noi, forse negli occhi, e che tale è la natura del calcare, che ci fa sentire come sospesi nell’aria, sostenuti da nulla. Altre cordate, ben più veloci, ci superavano sempre e noi credevamo che fosse impazienza o che volessero sempre mostrarci quanto erano più bravi di noi. Invece, credo che quel loro andare di corsa fosse segno di un entusiasmo e di una dimestichezza con la roccia e col vuoto che allora non immaginavamo neppure.

In Calanques torniamo tutti gli inverni. Abbiamo nel frattempo percorso molte pareti, scoperto il free climbing, comperato imbragature basse, blocchetti e cliff-hanger. L’avventura della roccia ha un poco offuscato il nostro passato di escursionisti e il sacco pesante non ci pare più libertà ma schiavitù. Eppure, le Calanques ci stregano sempre. È la stessa bellezza di allora, lo stesso fascino del mare e del cielo. In più, ora conosciamo la roccia. Il vuoto, che una volta ci faceva paura, ora lo andiamo cercando, e ci pare quasi che esso sia una qualità che appartiene alla pietra e per questo lo amiamo. Senza il vuoto, la pietra non ha incanto per noi. Per quella nostra prima esperienza del vuoto, ci pare che in Calanques sia rimasto qualcosa di noi e ci piace tornare a confrontarci di nuovo con quello che una volta eravamo.

Sormiou

Ma della pietra, col tempo, abbiamo conosciuto anche altro: la sua straordinaria bellezza, che si dà lentamente e richiede pazienza, un piacere, che mai si esaurisce, di conoscerne ogni minima piega. E dove una volta la pietra era muta per noi, ora si apre in discorsi che il nostro corpo capisce. Dell’arrampicata si dice che è un gioco o una danza, io credo che sia conoscenza, non di cose strabilianti o profonde, ma della pietra, che non è mai quale noi la pensiamo e sempre ci obbliga ad adeguarci umilmente alla sua inevitabile forma. La pietra non si lascia mai possedere del tutto, sempre un poco ci sfugge e per questo ci piace cercarla.

Non esiste altro posto dove la roccia abbia una tale varietà di strutture. Ogni via, in Calanques, riserva sorprese. Ora, dalla cima di un ardito pilastro, dobbiamo balzare sulla parete di fronte, vincendo lo spavento di staccarci dalla roccia, ora invece è la roccia a inghiottirci e da una angusta fessura passiamo dall’altra parte della scogliera, ad altri orizzonti. Qui l’esposizione ci stordisce, poco più in là risaliamo un umido tunnel verticale per riemergere nel vuoto dieci metri sopra la sosta. A volte ci si cala in doppia con i piedi che sfiorano l’acqua, a volte si va per esili cenge tra strapiombi inavvicinabili, ora una caverna ci protegge dal vento, dopo poco il mistral ci strappa alla roccia su una cresta sottile.

Le possibilità sono infinite e ognuno di noi trova qui quello che nell’arrampicata lo attira, l’ambiente selvaggio delle lunghe, complesse traversate che percorrono le grandi scogliere o l’eleganza delle salite classiche degli anni Quaranta e Cinquanta o le difficoltà estreme delle brevissime placche chiodate a spit. Le Calanques sono come il sogno di ognuno e tutti le amiamo.

Ma c’è altro, in Calanques. È l’ultima cosa che abbiamo scoperto e che ora ci attira di più. Forse perché queste pareti hanno una lunga storia di gente, e i posti che hanno vissuto molte vicende conservano saggezze migliori, forse perché qui aleggia lo spirito fantasioso, arguto e irriverente, giocondo ed entusiasta della Francia del sud, le Calanques non si sono lasciate domare dalle nostre velleità di freeclimber. È anzi lo spirito che le abita che ci prende, quando arriviamo, e ci sveste della nostra arroganza, irride alla nostra convinzione che arrampicare sia moderna virtù. E noi, che altrove respiriamo l’aria tesa della competizione, che sempre ci affanniamo a superare la roccia, qui restiamo soggiogati dall’allegria, liberi dal nostro ansioso desiderio di prevalere. Nell’aria delle Calanques vive una tolleranza che non si incontra nelle palestre moderne, io tocco tutti i chiodi e tu non ne tocchi nessuno, lui si porta le staffe e nessuno lo disprezza, lei sale in libera e nessuno si stupisce.

En Vau. «Quello che incanta delle Calanques è la bellezza dei luoghi, lo splendore della roccia… ci stregano sempre… ».

Sulla via di fianco alla nostra, mentre ci ostiniamo su un passaggio di 6c, sale una cordata di sessantenni. Ci guardano e noi li guardiamo. Sorridono del sole e del vento, della nostra e della loro allegria di arrampicare, del loro e del nostro piacere di toccare la roccia. Alle spalle, lo si vede da come vanno sicuri, hanno decenni di salite. Forse avevano corde di canapa e pantaloni alla zuava. Ora dall’imbragatura pende il sacchetto della magnesite e ai piedi portano EB. Le Calanques ci sono per tutti.

Ma loro, i vecchi — chi saranno quei due? marito e moglie, padre e figlia, madre e genero — loro hanno una contentezza che noi non abbiamo, una felicità di essere qui che noi un poco invidiamo. Ci stupisce incontrarli perché credevamo, la roccia, di averla contesa ai nostri padri e qui invece li ritroviamo sereni a dirci che la roccia non si contende a nessuno.

«Che via fate?» urliamo da sotto a una coppia di mezza età che si sta divertendo immensamente e scambia battute con le cordate vicine. «On sait pas». Forse ci prendono in giro? E i due che arrivano ora? Capelli grigi, rughe tra gli occhi. Ci imprestereste la cartina? Sono venuti a pomeriggio inoltrato, tanto per fare due passi. Ce la restituiscono dopo attenta consultazione. Dove andate? «On sait pas». Ridono della nostra domanda. Quando alziamo gli occhi, sono già a metà parete. Vanno veloci. L’allegria è dentro di loro.

Sì, è questo che ora ci incanta delle Calanques. Più ancora della bellezza dei luoghi, più dello splendore della roccia, è la gente che si incontra. Non sappiamo se sono personaggi famosi, forse tra questi che ora incontriamo ci sono i grandi di un tempo. Ma siccome non dicono nulla, e non hanno imitatori, presunzione, divise, non possiamo saperlo. Ma lo spirito che li accompagna, questa serena allegria, questa saggezza di prendersi poco sul serio, che anche noi passeremo, e di ridere un poco della propria e dell’altrui debolezza, questo spirito ci pare di conoscerlo già. Forse l’abbiamo incontrato nei libri di Rébuffat o forse è rimasto tra queste pareti dai tempi di Livanos e compagni. Ci sembra però che appartenga alle Calanques, ed è una semplicità di essere contenti. Della roccia, del mare, del cielo e umiltà di guardare le cose, che non sono per noi.

Gioia di vivere. Ci prende e ci porta con sé, questo spirito delle Calanques. Perfino ad En Vau sono pochi gli estremi. E allora anche noi dimentichiamo che eravamo venuti per andare di fretta sulle vie più difficili e invece torniamo di nuovo sulla Arête de Marseille, perché è bella, sospesa nel cielo. Oppure andiamo a passeggiare lungo un sentiero sul mare.

Il free climbing qui si libera l’anima. Ci viene da pensare, infatti, che non è il 6c a dirci chi siamo. Né la pietra si lascia possedere per questo. Sì, credo che sia per questo che in Calanques torneremo di nuovo.

Bibliografia e notizie utili
(L’articolo è stato pubblicato nel 1985, dunque molti dei titoli qui sotto elencati o sono esauriti o sono stati rimpiazzati da guide ben più moderne, NdR)

Carte Touristique IGN 1:50.000 f. 269, Les Calanques, de Marseille a Cassis. Può inoltre essere utile consultare i vecchi numeri della Rivista della Montagna (Ed. CDA, Torino): il n. 4, il 24 e il 28. Per una scelta più accurata degli itinerari di arrampicata si vedano Calanques (Sainte-Baume – Sainte-Victoire) di Gaston Rébuffat, Ed. Denoèl, Paris 1980; Escalades a Sugiton, Saint Cyr, Massif des Calanques di Alexis Lucchesi, Edisud, Aix-en-Provence, 1984; Escalades dans le massif de la Sainte-Victoire, di Bernard Gorgeon, Christian Guyomar e Alexis Lucchesi, Edisud, Aix-en-Provence, 1983. Sempre per i tipi dell’Edisud, Lucchesi ha curato anche i volumi: Escalades dans le massif des Calanques: En Vau ed Escalades: Morgiou.

Calanques ultima modifica: 2024-12-22T05:17:00+01:00 da GognaBlog

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5 pensieri su “Calanques”

  1. Quante volte sono stato in Calanques ad arrampicare! Solo in Sardegna ho provato tanta soddisfazione e divertimento a scalare su un calcare da sogno. Ora mi resta della nostalgia.

  2. C’est vrai. Les Calanques, c’est le paradis du grimpeur ; tout y est pour vous envoûter. Et on n’a jamais fini de découvrir et avoir envie de découvrir encore et encore.

  3. Luoghi davvero unici.
    Chiunque scali dovrebbe andarci almeno una volta per arrampicare su quelle rocce così ben descritte dalla Mazzarelli.
    C ero stato con Nadia, la mia socia da sempre nelle vacanze di Natale del ’08.
    Fatta base a Cassis eravamo abbastanza vicini a tutte le pareti che ci interessavano.
    Nel cuore ci è rimasta En Vau, eravamo scesi alla spiaggetta serpeggiando pericolosamente lungo la scogliera e una volta al mare la bellezza del luogo si scolpì per sempre nei nostri occhi.
    Nessuno in vista, c era solo da riempirci di meraviglia e attaccare la nostra via.
    Il mio diario riporta che trovammo lungo e che la mia dolce Naddy (anche) quel giorno diede il massimo!
    Nei giorni seguenti raggiungemmo le rocce di Roy d’Epagne, quanta fatica trovarle, però anche in quella falesia il calcare era perfetto ed il tramonto su Marsiglia indimenticabile.
     
     

  4. Articolo che rende bene il carattere magico delle Calanques. Un posto unico, anche se non dipende tanto dalle difficoltà arrampicatorie in quanto tali, bensì dalla commistione fra il “sapore di sale” e le mani stanche e sudate al termine di una via. Sicuramente esistono molti altri luoghi, altrettanto magici, di incontro fra mare e rocce, ma nella mia personale esperienza le Calanques rappresentano l’incona del Paradiso in terra.

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