Metadiario – 282 – A tutto Sarca (AG 2012-001)
Ovviamente, in seguito all’operazione fatta a luglio 2011, non potevo mancare l’ebbrezza della radioterapia. Cosa che feci a cavallo tra gennaio e febbraio 2012, con una dozzina di sessioni. Mi alzavo al mattino più presto del solito, prendevo il tram 2, poi la metropolitana verde fino a Cascina Gobba, quindi camminavo sul ponte coperto che porta al trenino per il San Raffaele. Il ricordo più vivo che ho di quelle mattine riguarda proprio quel ponte, sotto al quale è il frastuono del congestionato traffico della Tangenziale Est. Vedere scorrere tutto quel mondo grigio e affannoso sotto di me era tutt’uno con il pensare a quanto sia io che loro fossimo insignificanti.
Già il 7 ottobre 2011 avevo fatto conoscenza con il ligure, e guida alpina, Ferdinando Rollando. Mi era venuto a trovare a casa ed era stato un vero e proprio ciclone, ben lontano dai finti pudori e riservatezze dei liguri. Lui aveva in mente una grande iniziativa, nata durante un suo viaggio in Afghanistan: migliorare le condizioni di vita nelle aree di montagna a rischio povertà, mettendo l’uomo al centro del proprio operato per valorizzarne le potenzialità. Portare la cultura delle nostre genti montanare sulle montagne afghane, con l’ausilio di iniziative, corsi, scuole, aiuti internazionali. Istruire i giovani locali ai primi rudimenti del mestiere di guida, aiutarli a imparare come condurre un turista, sugli sci o sui sentieri. Favorire le prime strutture di accoglienza.
Grandi progetti, come quello di creare una rete d’informazione meteorologica ad uso degli abitanti di sperduti villaggi per evitare che questi, spostandosi per lavoro o per andare a scuola, incappassero nei più evidenti pericoli di grandi slavine. Il 18 dicembre 2011, presso il notaio di Aosta Giampaolo Marcoz era nata Alpistan, l’associazione internazionale che avrebbe gestito la valanga di idee che si stava ammassando nella mente di Nando. Che era già stato a Bamyan e aveva già improvvisato un corso di sci per i giovani locali. Perciò nei primi mesi del 2012, alle normali mie attività si aggiunsero la campagna soci e la ricerca finanziamenti per Alpistan, del quale ero presidente.
Ai primi gennaio arrivò la delibera regionale lombarda per un contributo di 5.000 euro. La gioia per questo successo era molto mitigata dalla loro richiesta che il libro sulle guide alpine fosse stampato entro aprile. Chiedemmo uno slittamento a maggio e ci fu concesso. I costi di stampa dell’editore Bellavite erano però di 21.000 euro, per 2.000 copie. C’era finalmente uno sprazzo di ottimismo.
Il 22 febbraio Gianantonio Moles, presidente del Collegio lombardo, mi scriveva:
“Buon giorno Alessandro. Ritengo siano giuste due osservazioni, per non trovarci di nuovo invischiati in promesse che poi nessuno potrebbe essere in grado di mantenere. Ho dato fiducia alla tua richiesta di contributo alla Regione perché eravamo sotto data e rispetto alle promesse che ti avevano fatto c’era la necessità dell’urgenza. Il risultato, direi già buono, è stato la metà della promessa e tempi ristretti per la conclusione del lavoro. Le successive tue richieste (qui Moles fa riferimento al contributo spese che il Consiglio doveva deliberare) le ho dovute rinviare perché quest’anno ci sono state le elezioni per il nuovo direttivo e non potevo di sicuro continuare ad assumermi impegni senza nemmeno sapere se sarei stato di nuovo riconfermato. Al primo direttivo ho presentato la “problematica” libro storico ai colleghi consiglieri e insieme abbiamo deciso di intravederne una fine dando l’incarico a Jacopo Merizzi di sentirti e cercare di trovare la via per una conclusione e relativa stampa del tuo lavoro.[…] Merizzi mi ha presentato le condizioni necessarie per addivenire ad una conclusione del lavoro, sarà mia premura mettere tutti i punti in un accordo che poi verrà sottoscritto dalle parti interessate. Fiducioso che questa sia la volta buona e che queste osservazioni siano solo necessarie per non ritrovarci di nuovo… come nel passato”.
Ebbene, a dispetto dei 5.000 euro sicuri e a dispetto dei 7.000 promessimi da Aldo Anghileri, non riuscimmo a trovare altri finanziamenti, pur cercandoli accanitamente. Le guide non deliberarono nulla in proposito, giunse il 31 maggio e dunque perdemmo il contributo.
Altre cosette importanti di quel periodo furono la pubblicazione di Maestri delle altezze e di Rifiuti verticali (entrambe nel marzo 2012). Di quest’ultimo riporto l’introduzione di Mario Pinoli (co-autore):
“Era il novembre del 1987 ed ero tornato da un lungo trekking al Campo Base dell’Everest, sul lato nepalese. Avevo potuto constatare di persona la presenza delle tonnellate di rifiuti abbandonate dalle spedizioni, attorno al Campo Base. Decisi allora di scrivere ad Ambrogio Fogar, allora popolare esploratore velista, che conduceva la celebre trasmissione televisiva Jonathan, chiedendogli un aiuto per organizzare una spedizione di pulizia nella Valle del Khumbu. Dopo due settimane dall’invio, ricevetti una lettera, personalmente scritta e firmata da Fogar. Con gentilezza mi lodava per l’idea, ma mi informava con rammarico, che non poteva contribuire finanziariamente alla spedizione ambientale, augurandomi di poterla raccontare su Jonathan, se fossi riuscito a metterla in pratica. Sono passati tanti anni ormai dalla lettura della lettera di Fogar, e la realtà di questi nostri anni è una cronaca di iniziative, spedizioni, operazioni legate alla protezione e alla bonifica delle montagne.
Questo libro racconta alcuni di questi casi “assurdi”, di raccolta rifiuti e bonifica ambientale di santuari della natura. Assurdi perché quasi inconcepibili pensando alla posizione remota di queste aree contaminate, sacrari della natura e non discariche abusive di pianura o aree industriali abbandonate. Raccolta anche di anni di impegno ambientale di grandi nomi dell’alpinismo e di iniziative ambientali di alta idealità e profondità intellettuale. Un viaggio ambientale che abbiamo condiviso personalmente, lavorando in Mountain Wilderness e poi progettando ed eseguendo interventi di studio, indagine e cleaning ambientale in alta quota. Con questo libro vogliamo raccontare i concetti e gli ideali alla base di queste azioni e operazioni, i dettagli e le storie di migliaia di kg di rifiuti raccolti e portati a valle.
Tutto condensato dal 1986 ad oggi, in circa 25 anni, un periodo storico importante nel mondo e nel nostro Paese per lo sviluppo e il consolidamento di una coscienza ambientale sempre più viva e necessaria. Un’ondata Green che ha coinvolto uomini, associazioni volontaristiche, alpinisti, tecnici dell’ambiente, aziende e media. Il nostro testo racconta di tutto ciò, attraverso le Alpi e l’Himalaya. Simbolicamente, la culla originaria dell’alpinismo e il santuario degli ottomila, accomunati da imprese, spettacoli della natura e, tristemente, dall’immondizia.
Rifiuti verticali racconta semplicemente queste vicende e le propone come esempio di iniziative ambientali a volte molto simboliche, come spunto progettuale per ampliarle e proseguirle o a concluderle, per riportare integrità e pulizia in ambiti montani che devono mantenere o riguadagnare la purezza originaria”.
Poi ci fu la nascita di una nuova grande idea. Con Alessandra Raggio, e nell’ambito delle attività di Altri Spazi, si era pensato di portare in Italia il festival canadese di Banff. In occasione del Festival di Trento, incontrammo Joni Cooper, del “Banff Centre for arts and creativity”. Eravamo di pomeriggio nei locali della birreria Pedavena ed avemmo l’impressione che da quell’incontro sarebbero nate grandi cose. E in effetti fummo incaricati di creare e gestire per l’Italia il Banff Center Mountain Film Festival World Tour, una rassegna di film selezionati tra i finalisti all’omonimo film festival canadese.
Il Banff Italia sarebbe stato un appuntamento annuale che avrebbe fatto tappa nelle principali città italiane tra fine gennaio e i primi di aprile, con un nuovo programma di film a ogni edizione. In genere i film in Italia sarebbero stati corti e/o medio metraggi che raccontavano storie di avventura ed esplorazione, di montagna e di action sport, per mostrare la bellezza e la magia dei grandi spazi e veicolare valori come l’amore per la natura e il rispetto per l’ambiente.
Come soci di Altri Spazi, Alessandra, Stefano Romanengo (suo marito) ed io proponemmo quest’avventura agli amici Daniele De Negri e Benedetto Sironi, da tanti anni operativi nel settore degli articoli sportivi per la montagna, che avrebbero perciò garantito con le loro strutture Green Media Lab e Sportpress la comunicazione di cui avremmo avuto bisogno per lo sviluppo del nostro Banff Italia. Il vero e proprio avvio dell’iniziativa fu l’11 e il 12 luglio, quando andammo tutti alla fiera di Friedrichshafen nella Germania meridionale, in posizione strategica sulla sponda nord del Lago di Costanza, vicino al confine con Svizzera e Austria. Furono due giorni convulsi, nei quali seminammo e ponemmo le basi per la necessaria ricerca sponsor.
Nel frattempo il mio impegno come relatore ai convegni s’intensificava. Il 13 marzo con Marco Furlani organizzammo presso la SOSAT di Trento una serata sulla storia alpinistica del Croz dell’Altissimo, con la presenza di parecchi ospiti protagonisti. Il 1° maggio presentai Alpistan al Festival di Trento e proiettai il film Re: Afghanistan. Sempre a Trento il 3 maggio, in qualità di coordinatore, presentai Alpinismo e Libertà. Il 18 maggio, a Valenza, con Fulvio Scotto presentammo il suo libro Scarason e l’omonimo film di Angelo Siri. Il 29 maggio, con il regista Giorgio Gregario e con Flavio Ghio, presentammo a Trieste il bel film su Cozzolino. Il 6 luglio ero il testimonial 2012 all’evento “Cortina in Croda”, mentre il 4 agosto presentavo a Castelnuovo di Garfagnana la ripubblicazione del primo libro di Fosco Maraini, Dren-giong. Appunti di un viaggio nell’lmàlaia: ero assieme alla vedova, Mieko Maraini.

Poi ci fu una terribile notizia: il 14 giugno 2012 muore Ivan Negro. Guida alpina (iscritto all’albo valdostano dal 1998), torinese di nascita e “uomo ragno” della Mole Antonelliana, è stato trovato morto nella sua auto nel primo pomeriggio, davanti allo Scoglio di Mroz. Era sposato con Anne-Lise Rochat e da lei aveva avuto un figlio. Dopo la mia movimentata conoscenza con lui, più volte avevo avuto modo di incontrarlo e arrampicare assieme. Per me era una grande persona, fragile, ma elegantemente riservata nella vita come sulle pareti.
Così lo ricorda Fulvio Scotto:
“I miei ricordi sono andati indietro di oltre trent’anni ad un periodo di sogni fantastici che ricordo ancora oggi con grande malinconia e direi quasi con commozione. Ero lì per la Sentinella Rossa, il mio socio finì dentro la terminale del Col Moore… mi aiutarono a tirarlo fuori due alpinisti bolognesi e insieme tornammo al rifugio Ghiglione, anche per l’ora ormai tarda e per il gran caldo… facemmo amicizia… era appena giunta voce di una esplosione alla stazione di Bologna… i custodi rientrarono anche per capire cosa era successo preoccupati per dei loro amici… noi ci fermammo al bivacco, sperando nel giorno dopo. Nel mio diario leggo: ‘Eccezionale ospitalità dei custodi del Ghiglione, Francesco Della Beffa e Ivan Negro, con cui abbiamo fatto amicizia’… Di lui ho un ricordo che mi ha lasciato, ancora a distanza di tanti anni, una sensazione di grande serenità e simpatia”.
Maurizio Puato nel 2016 scrisse, riferendosi alla manutenzione del monumento simbolo di Torino, la Mole, un lavoro acrobatico che solo la gente abituata a misurarsi con la vertigine della montagna e con l’esposizione riesce a svolgere:
«Ivan, sai che con quella matassa di corda sulle spalle, così come sei, in brua sul cornicione, mi ricordi la locandina del film di Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino?».
– Davvero?
– Sì, poi con questa atmosfera nebbiosa che c’è su Torino, la città lì sotto potrebbe anche essere Berlino».
Ci sediamo sul parapetto di una delle tre torri della nuova Spina 3 e guardiamo giù. Ivan tira fuori il pacchetto di Pall Mall rosse e se ne accende una. Siamo seduti come due bambini piccoli su una panchina dei giardini, e siccome le gambe sono più corte dello spazio che ci separa dal suolo, ciondolano nel vuoto.
– Tu l’hai visto, vero, il film?
– Certo che l’ho visto. Bellissimo.
– Sembravi uno degli angeli che stavano sui tetti e ascoltavano i pensieri della gente. Guarda, Ivan: le persone stanno sotto, camminano, guidano… guarda quella mamma che sta accompagnando il bimbo a scuola. Pensa se anche noi potessimo ascoltare o meglio dare una forma ai nostri pensieri, ai nostri desideri…
Tanti palloncini colorati che salgono verso l’alto… pensa che immagine meravigliosa: dal basso delle strade, migliaia di palloncini colorati che salgono verso l’alto.
– Già. Pensa che foto potrei fare…
– Guarda, guarda: c’è un palloncino che è rimasto incagliato nella grondaia di quel palazzo. Quello giallo, laggiù, lo sta portando via il vento… e guarda quello, quello rosso: è quello del bambino che la mamma teneva per mano, guarda come sta salendo in alto.

Queste parole che ho scritto non fanno parte di un dialogo immaginario tra me e Ivan, ma sono le parole scambiate in uno dei tanti momenti condivisi con quell’uomo che mi ha insegnato a volteggiare nel vuoto appeso a una corda, con un buiolo di cemento o una latta di vernice appesa all’imbragatura. Ivan è stato per anni il vero e unico angelo custode della Mole Antonelliana. Mentre i torinesi si affannavano per le strade come tante formichine (perché davvero, quando guardi la città da centocinquanta metri di altezza, le persone sembrano delle formichine silenziose) Ivan cambiava una lampada anti collisione sulla guglia, sistemava un oblò della cupola o faceva qualsiasi cosa occorresse fare per prendersi cura del monumento tanto caro ai torinesi. Una volta finito il suo lavoro aereo, tornava giù al piano terra, sistemava lo zainetto con l’imbragatura e la corda sulla sua bicicletta La Parisienne (quale nome più appropriato?), si sistemava il suo basco nero sulla folta chioma argentata, si dava una sistemata ai grandi e nobili baffi e partiva, diventando anche lui una di quelle formichine silenziose che si vedono dall’alto.

Dicono che da due anni Ivan se ne sia andato, ma chi lo pensa sbaglia. Ivan ha scalato la Mole insieme a me e Renzo perché era quello che insieme avevamo deciso di fare. Vedo sempre la sua bicicletta da corsa parcheggiata nel cortile della Mole e, quando vado su in cima alla guglia, lo vedo lassù, seduto sotto il cono sommitale che sostiene la stella: lui fuma la sua sigaretta e mi guarda con quegli occhi che hanno il colore dell’azzurro del ghiaccio spesso delle sue montagne partigiane. Al suo fianco c’è un palloncino colorato legato a una punta della stella. Ma non si è incagliato, è stato legato volutamente, Jvan l’ha fatto per sottolineare che lui aveva voluto salire fino là, non più in alto, fin là. Quello era ed è il suo posto. Non sotto la stella più alta del cielo, ma quella più vicina ai suoi cari, ai suoi amici e a tutti i torinesi».

Dopo un bellissimo weekend con Guya a Vienna, ospiti degli amici Firi e Camillo, furono frenetici i lavori per l’allestimento della mostra a Cervinia, quella sul Polo Nord di Monzino e le guide della Valtournenche. E in contemporanea quella permanente nella capanna Luigi Amedeo. Il 13 agosto le inaugurammo. Alessandra ed io eravamo abbastanza fusi, anche perché per contratto dovevamo mandare avanti, almeno fino a un certo stadio di preparazione, anche le altre tre mostre in programma (2013, 2014 e 2015).
Il 1° di gennaio 2012 salii la via Baldessarini alle Coste dell’Anglone, bellissima via attrezzata a chiodi senza spit. La cito perché compiuta con Stefano Michelazzi, Alberto Rampini e, per la prima volta assieme, Marco Furlani. Pochi giorni prima ero stato a casa sua con mia figlia Elena e ci eravamo ripromessi di scalare assieme quanto prima. In quell’occasione Guya fece conoscenza con Laura e con la figlia Lucia, un amore a prima vista.
Con Marco seguirono l’Isola del Nagual alla Pala delle Lastiele (6 gennaio con gli stessi di capodanno), che avevo fatto molto meglio anni prima, e Anche le donne vogliono arrampicare alle Coste dell’Anglone (ma qui erano anche Nadia Schianchi e Diego Lavo, 8 gennaio), caratterizzata da uno stupendo diedro nella zona centrale che da solo vale la via. Il 15 gennaio mi trovai a salire (da secondo) la via degli Esseri Brutti alle Coste dell’Anglone. Ricordo che mi dispiacque non fare bene il tettuccio alla seconda lunghezza, un bel VII+. Stefano fece da capocorda a me e Salvatore, mentre Guya saliva assieme a Lucia Bragantini il curioso Sentiero della Maestra al Dosso Grande, il non banale tragitto che ogni giorno una maestra doveva percorrere per raggiungere la scuola della frazione di Braila. Si narra che fosse una donnina magra, minuta, mentre il marito era un omone di poche parole. Quando c’era neve e la moglie era stanca, se la caricava in spalla come un fagottino e via… Oggi qualche corda fissa facilita quell’itinerario. Alle Coste dell’Anglone andò meglio il 25 febbraio sulla fantastica via Sintesi, ancora con Salvatore e Stefano (una quinta lunghezza fantastica, con roccia lavorata in modo incredibile).
Si era creata anche una buona amicizia tra Stefano e Marco e venne il momento di tentare in tre una via nuova sulle Coste dell’Anglone (nei due giorni 10 e 11 marzo): avevamo già trovato il nome, Ah, mi te copo! Il perché di questo battesimo si rifaceva a un racconto che ci aveva fatto Stefano. Era nelle campagne sicule con una ragazza e a un certo punto la strada gli fu sbarrata da un’auto il cui guidatore parlava con un contadino. Quello non voleva spostarsi e ostentatamente prolungava le chiacchiere. Allora Stefano era sceso e si era avvicinato ai due; si era rivolto a quello sull’auto e gli aveva imposto di spostarsi. Quello aveva fatto resistenza con un sorrisetto e continuava a non muoversi. Stefano lo aveva preso per il bavero della giacca di velluto e gli aveva urlato “Ah, mi te copo!”. Il suo racconto era serio e ormai con la faccia imitava l’espressione pazza di quel momento, gli occhi fuori dalle orbite, il volto trasformato in una maschera di cattiveria. Noi invece, al pensiero di quella gradassata nei confronti di un orgoglioso siculo che certo nessuno poteva sapere come avrebbe potuto reagire, ridevamo sgangheratamente.

Ah, mi te copo! la interrompemmo presto, praticamente alla Sosta 2. Pur avendo lasciato in loco un grosso mazzo di chiodi, visto che la via rispettava criteri di bellezza e di forte difficoltà, nessuno di noi ci tornò mai più. Il 12 marzo preferimmo ripetere una via lì vicino, la via del Sass de la Vecia (13 lunghezze fino al 6c, A1, aperta da Antonio Toni Zanetti e Franco Sartori nel 2011). Ricordo che alla Sosta 10, ormai desiderosi di uscire al più presto, Marco ed io assicuravamo Stefano impegnato sul 6b dell’undicesima lunghezza. D’improvviso Marco se ne uscì a freddo con la famosa frase (che nulla c’entrava con il contesto) “Mi me incularia la Serracchiani!”. Si riferiva proprio alla nota Debora, allora europarlamentare e segretario regionale del PD in Friuli-Venezia Giulia. Scoppiai in una risata fragorosa, mentre Stefano pregava di non farlo ridere, ché in quel momento non era proprio il caso…
Dopo la grandiosa via 23 Settembre al Dain di Pian de la Paia con Florian Kluchner del 17 marzo, con passi di VII obbligatori e chiodi non troppo vicini; il giorno dopo la pioggia interruppe alla Sosta 3 la salita alla via della Rampa con pilastro alla Parete dei Due Laghi (con Alberto Rampini e Marco). Con gli stessi tornai là il 24 marzo, c’era in più Salvatore. Questi alla prima lunghezza mi volò da tre metri di altezza e feci appena in tempo a pararlo, come fanno i boulderisti. Eravamo sulla Rampa Centrale e dopo quel piccolo incidente tutto andò a meraviglia.
Dopo il compleanno di Mario Verin in Sardegna (vedi Metadiario-283), il 17 aprile mi trovai con Valeria De Vecchi, Pietro Cozzi e la guida Alberto Boschiazzo ad Entrèves alla prima corsa della funivia. Questa volta era per lavoro. Per Bell’Italia dovevo illustrare un giro in ciaspole e scegliemmo il Col de Toula. Passammo tutta la mattina a far pose e scatti, con un sereno meraviglioso e un gruppo del Monte Bianco nel pieno del suo splendore.
Ma il 21 aprile ero di nuovo nella Valle del Sarca, a terminare l’apertura di un nuovo itinerario che Stefano iniziato sulle Coste dell’Anglone, a sinistra di Mastro Birraio: l’aveva battezzata La Selvaggia, dal soprannome della sua fidanzata Eleonora Lavo, tanto simpatica quanto aggressivamente bella e imprevedibile. Mancavano gli ultimi due tiri (di cinque in totale), entrambi di VII.
Poi riuscii a trascinare su calcare (una roccia che lui temeva un poco) Ferdinando Rollando: assieme salimmo la via Persephone, 28 aprile, Orfeo (29 aprile) e Panta Rei (30 aprile) (tutte a San Paolo). Una di quelle sere, da buon cuoco qual era, Nando si esibì nella lavorazione di ravioli alla genovese per un numero esagerato di convitati. Il processo avvenne nel mitico “cameron” di Marco, in un appartamento sito al primo piano della bella casa rurale che è accanto alla “casetta”, dove lui abitava con la famiglia. Quell’appartamento era arredato di tutto punto, ma era disabitato e serviva per le grandi cene e merende per le quali Marco e Laura sono diventati giustamente celebri. Accanto a quel locale erano quello dedicato a me (la Gogna suite) e quello dove andava a dormire la “nonna”, cioè la mamma di Laura. La lavorazione dei ravioli era iniziata con notevole tasso alcolico dovuto alle birre bevute al pomeriggio in almeno due bar diversi, ed era proseguita con le bottiglie di vino che venivano sturate a velocità impressionante. Alla fine non c‘era pavimento, tavolo o suppellettile che non fosse bianco di farina: e la cosa rimase storica, perché la pulizia dei locali (ovviamente a cura di Laura e Marco…) era durata molto più del solito.
Alla fine Nando si era un po’ riconciliato con quel tipo di arrampicata, così diverso dalle rudi fessure granitiche. Tanto che ritornò, e questa volta salimmo l’impegnativa Scansafatiche (sempre a San Paolo).
Dopo il 23 maggio mi ritrovai a viaggiare non più sulla mia fida ma ormai dodicenne Volvo V40 bensì su una BMW 320 station wagon colore grigio metallizzato, comprata usata dal mio meccanico di fiducia.
Come già detto in precedenza ho scelto di non citare proprio tutte le salite, facendo distinzione tra quelle di cui ricordo qualcosa e quelle di cui non ho alcun particolare. Rimando alla tabella finale. Ormai cominciava a far troppo caldo in Valle del Sarca, così le mete si differenziarono. Il 9 giugno con Salvatore salimmo in Apuane la via Estasi sulla Piccola Roccandagia, 12 lunghezze fino al 6b+ aperte da Bruno Barsuglia e Marco Colò nel 1999.
Il 17 giugno toccò a me restituire il favore a Nando e arrampicare con lui dalle sue parti. Lasciata Guya al rifugio della Crête Sèche (alta Valpelline), ci avviammo per sfasciumi inauditi alla base della parete est dell’Aiguille de l’Aroletta 2700 m. Salimmo la via Fantascienza (6 lunghezze fino al 6b+), un rude itinerario aperto da Gianluca Ippolito e Daniele Pieiller nel 2009.
Nel mio peregrinare per le Alpi, il 24 giugno con Matteo Pellegrini e con Salvatore ero sulla bella via Dente per Dente al Pizzo Spazzacaldera (Albigna) mentre il 7 luglio, visto che ero festeggiato a Cortina, ero con Marco Furlani e niente meno che Patrick Gabarrou sul Primo Spigolo della Tofana di Rozes, una via non difficile ma da non prendere mai sottogamba visti i rari chiodi alla moda dolomitica. Patrick, nelle nebbie dell’uscita e nella discesa al rifugio Dibona, era felice come un bambino. Ma anche noi, di essere con lui, un vero mito dell’alpinismo.
Poi, il 15 luglio, con Salvatore salimmo dalle parti di Dondena e Champorcher alla remota parete sud-est del Bec de Raty, dove scegliemmo la via Aspettando Danilo, 6 lunghezze fino al 6b aperte da Roberto Sgubin, Gianni Predan e Danilo Noro nel 2009.

In agosto ci fu la quasi consueta trasferta a Briançon: Guya ed io ospiti di Ugo e Valentina, mentre Marco Furlani dormiva nel suo camper ma faceva vita in comune con noi. Purtroppo quella fu l’estate in cui Franco Ribetti dava segno di essere molto malato. Un’odissea che si trascinò fino all’aprile 2024.
Il trio Furlani-Gogna-Manera si diede molto da fare, sia a scalare che a preparare cene luculliane. Per la verità Marco è appena capace di farsi una pasta al burro o di cuocersi un uovo, quindi preferiva le piccole riparazioni (lavatrice, scarico dell’acqua in un bagno, ecc.) delle quali la casa di Ugo e Valentina necessitava. Bellissime le salite ai Contrafforti della Tete d’Aval (via Faibles Feinéants Froussards, 7 agosto), oppure alla Crête du Raisin 2818 m (8 agosto) per la via Le raisin giclera trois fois, aperta daGérard Fiaschi e Nicolas Izquierdo nel 1997. Dopo una puntata (9 agosto) al classico Ponteil, alla via Le nid d’Aigle, ecco la grande uscita in ambiente, dal Col du Galibier alla Tour Termier (10 agosto). Mentre camminavano verso la base della parete, Ugo accusò un malessere, tale da dover rinunciare. Fece ritorno alla macchina mentre Marco, Valentina ed io salivamo la via Treize a la Douzaine. Il bel tempo imperante ci “costrinse” a fare una puntata anche alle Tenailles de Montbrison, questa volta diretti alla via Joan e con la graditissima presenza di Claudio Sant’Unione.
Per il 21 e 22 agosto recuperai a Levanto mia figlia Elena con l’amica Martina Trotta e le portai in Apuane. Il primo giorno salimmo il Monte Corchia per lo Spigolo di Fociomboli, via Dolfi. Martina era principiante, ma se la cavò egregiamente. Così a fine pomeriggio salimmo al rifugio Forte dei Marmi, per goderci il trattamento dei nuovi custodi, che non conoscevo: una dolce serata, seguita da una profonda dormita nelle cuccette del rifugio, un po’ cigolanti. Il giorno dopo salita al Monte Procinto, via Capanna-Ceragioli con variante Olì-Volà.
Dopo le due belle salite con Marco Furlani e Alberto Calamai allo spigolo sud-est (via Detassis) della Corna Rossa di Grosté (24 agosto) e parete sud, via Mario Burrini, della Cima del Grosté (25 agosto), altre salitelle in Valle del Sarca (caldo, molto caldo), Alberto, Marco ed io molto spesso accompagnati da Laura.
Il 9 settembre, con Laura e Marco salimmo la parete sud del Castelletto di Mezzo, via Davide Pinamonti (un bell’itinerario aperto da Luca Pilati e Fabio Demetri nel periodo primaverile-estivo del 2012. Ricordo che in una delle prime lunghezze mi cadde dalla tasca il telefonino, per fortuna munito di custodia. Marco vide dove era caduto, su una chiazza d’erba della cengia d’attacco. Al ritorno si offrì di andare a cercarlo e lo trovò… intatto.
il 25 ottobre a Bressanone ci fu l’ormai consueta edizione dell’International Mountain Summit: celebrammo una di quelle giornate con la salita al Col de Poma, un gruppo di amici nuovi e vecchi (come Cristina Pavan e il marito Antonello).
Il 2 novembre fu la volta di una vecchia idea, quella di salire la via degli Amici alla Bastionata del Lago (Lecco), un itinerario appena rivisto e leggermente pulito e corretto da Ivo Ferrari. Ero con Lorenzo Merlo, c’erano residui di pioggia e non salimmo l’ultima lunghezza, completamente fradicia.
E, grande chiusura, ultimo dell’anno al Dain di Pian de la Paia. Ugo Manera e Valentina avevano finalmente accolto l’invito di Marco per la fine del 2012. Così quel 31 dicembre eravamo tutti (ma senza Valentina) sulla via della Gioia ritrovata, seconda ascensione: però in compagnia assai speciale, cioè con il primo salitore, Heinz Grill, che era assieme a Petra Himmel e Barbara Holzer.
Il giorno prima, 30 dicembre, con Alberto Rampini avevamo salito Angolo obliquo, altro capolavoro di Grill alla Parete di Padaro. Per fortuna i tiri più difficili sono capitati al mio compagno…

Prima di chiudere voglio citare ancora i convegni della seconda parte dell’anno, ai quali cominciavo ad attribuire sempre più importanza, ben più che alle serate imperniate sulla mia persona. Il 14 agosto, serata di chiusura del CervinoFilmFestival, festeggiato assieme a Kurt Diemberger, Hervé Barmasse e Christophe Profit); il 15 agosto presentazione ufficiale a Champoluc del libro Maestri delle Altezze (era anche la Festa delle Guide); il 31 agosto, organizzata da Fiorenza Aste, la serata cinquantennale dei reduci della prima salita italiana alla Nord dell’Eiger, dove erano presenti Armando Aste, Franco Solina, Romano Perego, Andrea Mellano e Gildo Airoldi. Mancava solo lo scomparso Pierlorenzo Canéla Acquistapace. Fu un grande onore per me presentarli al pubblico di Vallarsa (TN). La sera Guya ed io accompagnammo il grande Armando, ormai parzialmente impedito nei movimenti, fino a casa sua a Rovereto. Mi attardai con lui ad ammirare cimeli, foto. Poi lo vidi salire sulla sedia che lo portava al primo piano sulla rotaia accanto alla ringhiera. Poi andammo a dormire nella Gogna suite di Pietramurata.
Grande serata, con numerosissimo pubblico e grandi ospiti grazie all’organizzazione di Florian Kluckner e di Marco Furlani, in queste cose una vera e propria forza della natura. Ciò accadeva il 6 ottobre a Dro, tema “Libertà in Alpinismo, sulla base dei valori durevoli”.
Prima di chiudere voglio citare ancora i convegni della seconda parte dell’anno, ai quali cominciavo ad attribuire sempre più importanza, ben più che alle serate imperniate sulla mia persona. Il 14 agosto, serata di chiusura del CervinoFilmFestival, festeggiato assieme a Kurt Diemberger, Hervé Barmasse e Christophe Profit); il 15 agosto presentazione ufficiale a Champoluc del libro Maestri delle Altezze (era anche la Festa delle Guide); il 31 agosto, organizzata da Fiorenza Aste, la serata cinquantennale dei reduci della prima salita italiana alla Nord dell’Eiger, dove erano presenti Armando Aste, Franco Solina, Romano Perego, Andrea Mellano e Gildo Airoldi. Mancava solo lo scomparso Pierlorenzo Canéla Acquistapace. Fu un grande onore per me presentarli al pubblico di Vallarsa (TN). La sera Guya ed io accompagnammo il grande Armando, ormai parzialmente impedito nei movimenti, fino a casa sua a Rovereto. Mi attardai con lui ad ammirare cimeli, foto. Poi lo vidi salire sulla sedia che lo portava al primo piano sulla rotaia accanto alla ringhiera. Poi andammo a dormire nella Gogna suite di Pietramurata.
Grande serata, con numerosissimo pubblico e grandi ospiti grazie all’organizzazione di Florian Kluckner e di Marco Furlani, in queste cose una vera e propria forza della natura. Ciò accadeva il 6 ottobre a Dro, tema “Libertà in Alpinismo, sulla base dei valori durevoli”.



Il 24 ottobre a Bressanone (IMS), ancora sulla Libertà in Alpinismo: ma questa volta lo organizzai io. Tra i vari relatori illustri ebbi perfino il filosofo Giulio Giorello. E infine grande fuoco d’artificio a Zambana (TN), dove Marco ed io riempimmo una sala da mille posti per raccontare e far raccontare ai protagonisti la storia alpinistica del Croz dell’Altissimo. Storico furono il pomeriggio e la fine serata a casa di Marco Pilati, la cui cantina subì in quell’occasione un colpo durissimo.
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Molto bella la via SINTESI all’Anglone aperta da Ivo Rabanser. Noto con simpatia che Ivo arrampica con i calzini come me.
Fare la Capanna Ceragioli per poi uscire per gli ultimi due tiri la via Olì -Vola Oli-Volà è diventata una classica combinazione del Procinto.
Ma la via Oli-Volà NON è una variante, è una via a se che sale direttamente dalla Cintura per lo spigolo nord est a sx della Capanna Ceragioli con due bei tiri iniziali piuttosto sostenuti di 6b. Il primo in strapiombo e il secondo per fessura.
Lo so bene perchè l’ho aperta io.