Ago di Sciora, spigolo ovest-nord-ovest

Nel marzo del 1971, Daniele Chiappa affronta per la prima volta l’inverno sulle pareti alpine, scegliendo lo spigolo ovest-nord-ovest dell’Ago di Sciora, un elegante pinnacolo di granito che svetta nel cuore della Val Bondasca. Accompagnato dai comaschi Elio Scarabelli e Rino Zocchi, Chiappa vive tre giorni (da 7 al 9 marzo) di sfide estreme tra neve, ghiaccio e bivacchi sospesi, dove la fatica si mescola all’emozione pura della montagna. Ogni passo sulla parete è un incontro con l’incertezza, la paura e la bellezza selvaggia di un ambiente unico. Nella narrazione, non solo la conquista tecnica della vetta, ma anche la trasformazione interiore che nasce dall’affrontare l’inverno alpino. È la storia di un battesimo che segna l’inizio di un legame profondo e duraturo con le montagne.

Ago di Sciora, spigolo ovest-nord-ovest
(la mia prima invernale)
di Daniele Chiappa
(pubblicato suUomini e Sport n. 41, aprile 2026)

L’Ago di Sciora 3205 m è “un arditissimo pinnacolo di granito, una delle vette più caratteristiche e famose della regione”. Così dice Aldo Bonacossa nella guida della Val Bondasca. Esso è una punta della famosa Costiera di Sciora e, con la Sciora di Fuori, la Pioda di Sciora e la Sciora di Dentro, costituisce uno dei quadri più suggestivi e selvaggi di tutte le Alpi.

Questa montagna, di aspetto elegante, si presenta nella zona come una slanciata cattedrale dalle forme dominanti, con lo spigolo ovest-nord-ovest svettante al cielo per 750 m di dislivello quasi con caparbia arditezza (questo era stato superato in prima ascensione, e in solitaria, da Walter Risch il 1° luglio 1923, NdR).

Con i comaschi Elio Scarabelli e Rino Zocchi ho realizzato la “prima invernale” di questa parete ovest-nord-ovest per lo spigolo: per la riuscita si sono resi necessari due bivacchi in parete. È questo un fatto importante per la mia attività in montagna, essendo alla mia prima esperienza in invernale.

Per dire il vero, da tempo pensavo di realizzare qualcosa di interessante in inverno, quando la montagna è più ostile. Eppure in questa cordata ci sono entrato quasi per caso. Scarabelli e Zocchi li avevo conosciuti solo tre giorni prima della partenza: mi aggregai a loro. Godevo di un buon allenamento, perché mi stavo preparando per l’invernale della via Corti al Pizzo Palù occidentale da compiere con amici lecchesi.

Ma quando mi capitò l’occasione di prendere parte all’invernale già predisposta dai comaschi, colsi al volo la felice opportunità. Zocchi e Scarabelli ritenevano di avere maggiori probabilità di riuscita con un terzo uomo nella cordata.

Sabato 6 marzo 1971 siamo a Bondo. Prendiamo accordi con la guida alpina Dino Salis per i collegamenti di segnalazione attraverso razzi colorati e ci incamminiamo verso la Capanna Sciora a 2118 m che, a causa della pessima neve, raggiungiamo quando è già buio.

Passiamo la notte in rifugio, parliamo di cose svariate, pur di non soffermarci col pensiero all’Ago di Sciora, che personalmente sento con la sua imponenza, con la sua nota di incertezza e di mistero… è una prima invernale!

L’Ago di Sciora, che scende ripido, mi sconvolgeva la mente e mi sembrava più imponente e grandioso che mai, tanto da farmi paura.

“Quasi mi fa paura”: ma, mi dicevo, era tutta colpa del percorso che avevo già fatto, dello zaino pesante che avevo portato in spalla. Era colpa del fatto di non trovarmi completamente a mio agio con due compagni che conoscevo solo di fama.

Ma forse era tutt’altro questa prima invernale: era il “battesimo” delle arrampicate da proscenio, come la pietra di paragone per altre arrampicate e, nonostante non fosse il mio primo approccio con una salita impegnativa, mi sentivo a disagio.

Sì, avevo timore, ma non dello spigolo. Avevo paura dell’ascensione in invernale, degli eventuali bivacchi in parete. E, proprio come alla vigilia di un esame, la notte passò inquieta e insonne.

Solo il mattino successivo, dopo esserci portati alla base dello sperone, mi accorsi che ogni mia preoccupazione era svanita.

Succedeva quel qualcosa di strano, di indefinito di ogni salita: un bisogno di dimenticare con l’azione, che la scalata è dura, che le incognite sono tante, un bisogno di rompere quel silenzio che regna tra noi.

È Zocchi che ha la forza di reagire per primo… e parte in testa, all’attacco del ripido canalone Klucker. Si sale relativamente veloci, e volgendo intorno lo sguardo al sottostante ghiacciaio di Bondo, penso già di individuare una traccia per la discesa.

A quota 2700 m, dopo aver arrampicato per otto ore a 18-20 gradi sotto zero, con il tempo messosi al bello, si decide di effettuare il primo bivacco. Oggi, primo giorno, abbiamo superato le roccette che separano il canalone Klucker dalla cresta vera e propria.

Il razzo verde che ci collega con Salis annuncia il tutto OK.

Le ore del bivacco sono forse tra quelle che un uomo non dimenticherà mai, perché in esse noi troviamo la bellezza e la forza della montagna, la gioia di godere questa bellezza e la paura di assaporarne la forza. Sono indimenticabili questi momenti: ad uno ad uno si rivedono tutti gli istanti della vita, ricordandoli come mai li abbiamo ricordati, ed allora il tempo diventa impalpabile, lo spirito si stacca dal corpo che è come un pezzo di legno abbandonato in montagna, irrigidito dal freddo.

Il mattino di lunedì 8 marzo 1971 si attacca la parete e ci si porta ad affrontare le maggiori difficoltà della salita.

Ci vediamo impegnati in un lungo e duro lavoro per ripulire il granito dall’innevamento determinatosi in recenti nevicate e nel costante ricupero del sacco contenente i viveri, i materiali e le tende da bivacco. E pensare che, in apparenza, da sotto, la parete sembrava abbastanza pulita, ma questa neve e gli appigli intasati di ghiaccio ci costringono ad una lenta arrampicata.

La salita si fa più bella e più esposta e Scarabelli, che ha rilevato il comando della cordata continua a salire con padronanza, mentre la montagna cela l’insidia del ghiaccio e si difende offrendo interessanti difficoltà, avara di appoggi, fessure a canne d’organo, appigli rovesciati. Ma alla fine il fortissimo capocordata ha ragione: viene così la mia volta e quella di Zocchi.

In fermata penso che il trovarci qui soli nel cuore della montagna, con tutte quelle pareti coperte di bianco, il Badile, il Céngalo, gli affilati spigoli dei Pizzi Gemelli, ci dà un senso di sicurezza, di evasione dalla “routine” dei giorni trascorsi al piano.

Nell’ascesa, due tiri sotto al posto dove piazzeremo il secondo bivacco, davanti a noi si presenta una zona franata di fresco, segno di spaccature recenti. Bivacchiamo per la seconda volta sull’ampia, ma scoscesa cengia che ci separa di soli cinquanta metri dalla vetta. Riprendiamo le segnalazioni con Bondo e ci sistemiamo al chiaro di luna per la notte: sono ormai le ore 20 e 30 minuti.

Siamo nuovamente riuniti, sebbene in precarie condizioni, ma il sapere di essere prossimi alla vetta è una realtà che ci stimola a riprendere l’indomani la salita con maggior lena. Oggi è stata veramente dura la scalata, lenta e faticosa ed ha richiesto soste interminabili. Ho avuto modo di apprezzare in Scarabelli delle doti di energia, di capacità e di morale che fino ad allora non avevo avuto occasione di conoscere in siffatta misura e opportunità.

Di Zocchi ammiro la maturità, la preparazione e la sobria ponderatezza che lo rendono alpinista all’altezza di qualsiasi critica situazione che possa determinarsi.

La notte all’addiaccio è lunga e perfino penosa e non sempre riesco a dare al mio animo la necessaria tranquillità in questo frangente. La temperatura è scesa a 28 gradi sotto lo zero, il vento soffia fastidioso, la nicchia è scomoda, e devo assumere posizioni innaturali, aspettando che il tempo passi, tra un batter di denti e l’agitare dei piedi.

Un leggero strato di nubi ci mette in allarme. Questo preludio di un mutamento delle condizioni atmosferiche e qualche lieve sintomo di congelamento, ci inducono all’azione di buon’ora, all’alba del 9 marzo.

Scarabelli, con la solita decisione, parte all’attacco: sono le ore 9 quando la vetta raggiunta pone termine alla nostra ascensione. Siamo stremati dalla fatica, l’avventura che ormai dura da tre giorni sta lentamente volgendo al termine.

Questa invernale ha richiesto 27 ore di arrampicata effettiva e 24 ore di bivacco, oltre al superamento di difficoltà tecniche di V grado, non indifferenti, per vincere quei 750 metri di parete: questi sono gli scarni dati più significativi ed eloquenti che posso citare.

Ci guardiamo attorno per scegliere la via di discesa. Vediamo la Sciora di Dentro completamente innevata; uno scivolo solo e unico che, dalla vetta, raggiunge la base del monte, sul versante Albigna. Ci orientiamo per la discesa a corde doppie lungo la parete sud-est.

Mentre Zocchi ed io siamo in fermata ad aspettare il nostro turno, Scarabelli ci mette paura – tratteniamo il fiato – poiché una scarica di massi forse causata dallo sfregamento della corda di sicurezza, investe l’alpinista di striscio. Non ci sono conseguenze!

Alla Forcola di Sciora 3082 m arriviamo alle ore 12 e, dopo aver valutato le condizioni dei canaloni, si decide di scendere verso la Val d’Albigna.

Il canalone sembrava perdersi nel vuoto e non aveva mai fine: una lunga e penosa discesa nella neve fresca: solo alle ore 17 arriviamo al capanna Albigna 2331 m, dopo sette ore di marcia. Dalla diga dell’Albigna una provvidenziale funivia ci riporta a Bondo, dove siamo accolti con molta cordialità e calore da Dino Salis e dalle guide alpine della Val Bregaglia.

Con la discesa a valle finisce questa mia nuova esperienza. La mia passione per l’alpinismo ha avuto da questa invernale piena soddisfazione, come ogni volta quando riesco a compiere una salita, alla quale ho pensato durante il lavoro quotidiano, sulla quale ho fantasticato, a sera, raccogliendomi in me stesso.

È un’avventura che poteva risolversi anche in un nulla di fatto, e allora quando lo scendere a valle è silenzioso e meno bello, l’osservare la natura sembra più penoso: impossibile è il voltarsi indietro verso quella cima che non è stata mia.

Al fondovalle stavolta mi fermo e guardo verso l’alto fissando con lo sguardo i punti più salienti dell’ascensione compiuta, e mi soffermo ad osservare il posto di bivacco, lassù in alto, molto in alto, quasi sospeso nel vuoto.

Con questa invernale ho coronato una mia grande aspirazione, e la mia gioia si accomuna a quella dei miei due compagni. Voglio dare atto alla preziosa e determinante collaborazione di Scarabelli e Zocchi, della Sezione del CAI di Como, ed all’ambiente vivace del CAI Sottosezione di Belledo che mi ha sempre aiutato, sostenuto e incoraggiato nei miei primi passi, per assicurarmi nel migliore dei modi il raggiungimento dello scopo che ogni qualvolta mi ero prefisso.
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Ago di Sciora invernale
(
28 ore di arrampicata effettiva ad una temperatura fra i -15° e i -28°)
di Rino Zocchi
(pubblicato su cima-asso.it il 21 dicembre 2019 e in precedenza su Rivista Mensile del CAI, dicembre 1971)

Sotto la nostra piccola tendina rossa e marrone, assicurati a quattro chiodi e col fornello acceso, cerchiamo di vincere le morse del freddo intenso che sopportiamo ormai da tre giorni. Ancora due o tre lunghezze di corda, borbottiamo fra noi, e poi ce l’abbiamo fatta e con grande emozione lanciamo due razzi verdi per segnalare a Dino, laggiù a Bondo, che tutto procede regolarmente; e la risposta convenuta ci dà fiducia, ci fa sentire meno soli.

È il secondo bivacco che effettuiamo sul filo di questo sperone ed è il terzo giorno che fatichiamo; non ci nascondiamo di essere provati, ma l’equipaggiamento valido ed omogeneo, la studiata attrezzatura, la perfetta intesa ed il tempo eccezionalmente bello, anche se caratterizzato da una temperatura rigidissima, sono elementi più che sufficienti per renderci sicuri ormai di riuscire.

Le luci di Soglio intanto, una cinquantina in tutto, brillano tremolanti nella valle buia e ci tengono compagnia assieme alla luna che illumina tutto lo splendido anfiteatro della Bondasca.

Quassù regnano una pace assoluta ed un silenzio esaltante, rotti di tanto in tanto da un fastidioso vento che giostra nel ballatoio su cui siamo appollaiati e che scuote con discrezione la parete gelata della nostra angusta dimora e la ferraglia appesa a qualche metro da noi.

Stretti uno vicino all’altro, impacciati nei movimenti da tanto siamo imbottiti, ci scambiamo i viveri preferiti tenendo a turno fra le ginocchia l’utilissimo fornello e fra le mani il pentolino colmo di neve.

La cengia è stretta, troppo piccola per noi tre che, stanchi, vorremmo sdraiarci, e oltretutto la sua inclinazione verso l’esterno ci obbliga ad assumere una posizione scomodissima: tutti con le gambe penzoloni e appoggiati con la schiena alla parete, leggermente strapiombante. Non riusciamo a chiudere occhio per tutta la notte, una delle tante notti lunghissime che caratterizzano l’inverno, e fra uno spintone, un’imprecazione, una parola d’incoraggiamento, giungono (puntuali come sempre) le immancabili fantasticherie dei nostri pensieri, che ben presto si accavallano, si moltiplicano, corrono con una rapidità eccezionale portandoci (non a caso) sulle cime delle altre famosissime montagne che ci circondano: Trubinasca, S. Anna, Badile, Céngalo, Gemelli, Sciora, Innominata.

Ripercorriamo ad una ad una tutte le vie tracciate su di esse e ricordiamo soprattutto quelle da noi percorse; poi inevitabilmente gli accenni cadono sull’attività invernale svolta in questo versante, caratterizzata quasi sempre da diversi tentativi, ed ai risultati conseguiti (tutti di prestigio) sia nei canaloni che su pareti o creste.

Passiamo in rassegna con precisione nomi e date, che per oltre quindici anni hanno richiamato l’attenzione del mondo alpinistico su questo selvaggio e meraviglioso angolo delle Retiche. Scopriamo così che l’alpinismo invernale in Bondasca ha inizio proprio con tre comaschi, che nel 1957 percorrono il Canalone del Céngalo, seguiti dopo quattro anni da altri comaschi lungo il Canalone dei Gemelli; ad Elio, che era fra questi ultimi, non sembra vero che siano già passati dieci anni da quel giorno e guarda con insistenza e nostalgia quello scivolo ghiacciato che sta proprio di fronte a noi, rischiarato per metà dalla luna. Nel 1965 tre «ragni di Lecco» risolvono il primo grande problema su roccia della valle: il fantastico Spigolo Nord del Badile, richiamando ancor più l’attenzione, già viva del resto, per l’altra ciclopica via su questa splendida montagna: la Cassin alla parete nord est. I tentativi per superare questa caratteristica ed enorme pala di granito sono molti, da parte di fortissime cordate sia italiane che straniere, ma solo nel ’68, con circa dieci giorni di scalata, una perfetta intesa italo-elvetica riesce a far raggiungere a sei alpinisti la cima del Badile. Nel frattempo comaschi e lecchesi percorrono d’inverno altri due itinerari in ghiaccio tracciati dal fortissimo Klucker: i canaloni nord-ovest alla Forcola di Sciora e al Colle della Scioretta.

Terminata questa meravigliosa rassegna, piombiamo tutti e tre con un gran tonfo nella realtà del nostro bivacco; le ore passano con una lentezza esasperante, sembra quasi che si divertano a farci accendere in continuazione le nostre pile.

Per far trascorrere il tempo spostiamo i pensieri sulla nostra salita ripetendo lunghezza dopo lunghezza tutta l’ascensione: dalla crepaccia terminale, superata senza difficoltà, al primo tratto nel canalone su neve ottima e al lungo traverso, che ci impegna prima di raggiungere la grande cengia, finalmente riscaldati dal pur debole sole invernale.

Con enorme stupore constatiamo che la cengia si nasconde completamente sotto uno scivolo ripidissimo di neve fresca che, per essere superato, richiede molta attenzione senza poter avere in pratica un minimo di sicurezza. Poi uno stretto camino-canale che immette su un altro pendìo dalla pendenza eccezionale ci porta a circa due lunghezze di corda dalla cresta vera e propria. È qui che effettuiamo il primo bivacco, su una piccola balza di rocce ottime, che ripulite accuratamente ci offrono una discreta sistemazione, poco sotto ad un chiodo di via che al vederlo ci tranquillizza non poco poiché ci conferma che siamo sull’itinerario giusto.

Impieghiamo alcune ore a prepararci per bene e lanciamo poi un razzo verde, prima di ritirarci nella nostra tendina, sporgendo il capo di tanto in tanto e a turno per controllare il tempo.

Iniziamo qui le lagnanze di Daniele, che comincia a rendersi conto di non poter essere a casa per lunedì a prendere le redini della sua azienda di acque gasate, visto che anche il fratello Roberto se ne è andato in Civetta con altri quattro o cinque compagni per salire la Philipp-Flamm, e preoccupatissimo per il lavoro supplementare che si dovrà sobbarcare il padre. Non ci sarà frase, d’ora in poi, in cui in un modo o nell’altro egli non faccia riferimento alle sue care ed amate gassose; Elio ed io sappiamo tutto, ormai, sulle sue bibite: ingredienti usati, costo vivo per ogni tipo, modalità di preparazione e di trasporto e non manchiamo ogni tanto di stuzzicarlo bonariamente e di rassicurarlo che, dato il freddo intenso, saranno pochi i clienti ad effettuare vistose ordinazioni.

Al mattino seguente decidiamo di iniziare l’arrampicata in quattro… chiedo scusa, in tre più il sacco, il quale però per peso, posizione in cordata e importanza, potrebbe essere considerato degnamente il quarto componente; Elio prende deciso il comando, superando con eleganza un colatoio vetrato molto delicato, la cui uscita richiede una spaccata alquanto esposta, e successivamente una serie di placche cosparse di neve, che portano in prossimità dello spigolo. Con un’altra lunghezza siamo finalmente sullo sperone vero e proprio. Mentre dal basso, osservato anche col cannocchiale, sembrava avere le rocce pulite, qui ci offre appigli e appoggi completamente intasati di neve, per fortuna abbastanza polverosa. Entra in funzione, a questo punto, lo «scopino» (utilissimo anzi indispensabile) che, pur scandalizzando i «puri», contribuisce a rendere più sicura e veloce l’arrampicata.

La biforcuta vetta dell’Ago, col passar delle ore, si avvicina sempre di più e ormai la nostra attenzione è concentrata al massimo sul modo di superare la sua parte finale; ci rammentiamo del giudizio di Bonacossa scritto sulla guida Màsino-Bregaglia-Disgrazia «arditissimo pinnacolo di granito, una delle vette più caratteristiche della regione» e guardandolo con insistenza confermiamo senza dubbio questa felice ed esatta descrizione.

Non ci resta ora che valutare le due possibilità che ci si presentano: seguire la via originale di Risch, che aggira il pinnacolo con un gran traverso per poi raggiungere la vetta della cresta ovest, od affrontare la via diretta, senz’altro più impegnativa, ma di maggior valore, il cui problema è dato (in inverno) dai diedri verticali, dalle rispettive uscite e dalle placche che li congiungono.

Sono già le 17 ed incomincia a far buio; siamo molto stanchi, ma con risolutezza attacchiamo i diedri, decisi ad arrivare almeno alla cengia per passare la notte tutti e tre riuniti sotto la tendina in maniera almeno sopportabile.

Elio, con la sua calma eccezionale e la sua indiscussa bravura, risolve questo problema arrampicando ormai al buio e intuendo i passaggi e le difficoltà come solo un alpinista di gran classe può fare; mi rendo conto ancora una volta, in questa circostanza, come abbia potuto percorrere da solo la Cassin al Badile in tre ore e mezza. Lo assicuriamo in due e lo sentiamo procedere con lentezza, ma inesorabilmente, senza vederlo; la sua posizione la intuiamo dal rumore dei chiodi che pianta e dai moschettoni che sbattono sordamente contro l’ottimo granito.

Non impreca, non brontola, anzi sembra allegro dalle poche parole che ci comunica e alla fine, dopo due lunghezze durissime, lo raggiungiamo definitivamente anche noi due.

E così siamo riuniti tutti e tre per passare la seconda notte, dopo aver arrampicato ininterrottamente per tredici ore senza aver bevuto un solo sorso di tè, senza aver mangiato un sol dattero, ma sempre di corsa, nella speranza di poter risolvere la salita in giornata. Non riusciamo ed è forse meglio, perché la cima affilatissima ed aerea, non ci consentirebbe di predisporre la tendina.

E quando alle 9 di martedì le nostre mani, che risentono di qualche leggero sintomo di congelamento, per aver arrampicato senza guanti nei tratti più impegnativi, si stringono con forza dopo aver concluso l’ascensione, non possiamo nasconderci l’un l’altro la gioia e la commozione che ci assalgono; vediamo ora le montagne circostanti con altri occhi, con altro animo: oltre alla Bondasca, dalla quale siamo ormai usciti, ci appaiono nel loro candido manto invernale anche le altre valli vicine: dell’Albigna, del Ferro, di Zocca, di Porcellizzo, individuando ad una ad una tutte le loro cime, molte delle quali già salite.

Felici come poche altre volte, rimaniamo senza parlare per parecchio tempo a cavalcioni di una colossale lastra di granito, guardando lontano e fissando ora questa, ora quella parete, ora l’una, ora l’altra delle innumerevoli catene montagnose che ci circondano; passano attraverso la nostra mente altri nomi, altre date, altri ricordi; sono momenti d’estasi che ci fanno dimenticare la lunga fatica portata a termine da poco, momenti descritti da molti alpinisti con fiumi di parole e che noi viviamo ora in silenziosa, ma intensa contemplazione.

Il tempo sta per cambiare, il sole è reso opaco da un alone di foschaa che non prelude certamente al bello ed è quindi nostra intenzione essere fuori dalle difficoltà al più presto possibile; preparando accuratamente le doppie ci accorgiamo con grande sorpresa di aver due delle tre corde tranciate, per fortuna in punti che non pregiudicano interamente il loro impiego. I nodi che siamo costretti a predisporre per scendere con una maggior sicurezza fanno smuovere un masso di notevoli proporzioni proprio mentre Elio sta scendendo.

Daniele ed io, dopo aver udito un boato assordante, notiamo le corde delle doppie allentarsi e quella di sicurezza senza peso; restiamo paralizzati; temiamo il peggio e chiamiamo il nostro compagno con la voce rotta dall’ansia e dal terrore sperando non ne sia rimasto investito: nessuna risposta, nessun segno di vita; solo i continui tonfi e il disperdersi nel vuoto del masso frantumatosi sulle rocce sottostanti.

Finalmente un suo richiamo ci tranquillizza e con fredda decisione lo raggiungiamo ansiosi di sapere cosa sia successo: Niente di particolare — ci spiega con tutta tranquillità — quando ho sentito arrivare il masso, mi sono spostato rapidamente e mi sono aggrappato ad uno spuntone solido, temendo appunto che le corde subissero qualche rottura e poi, constatata la loro piena efficienza, ho ripreso a scendere.

Dopo altre doppie, non ci resta che raggiungere per una cresta di neve la Forcola di Sciora e scendere il ripido, ma corto canale che ci porta nell’alto circo dell’Albigna.

Ora, finalmente, possiamo sdraiarci sulla neve in posizione orizzontale, completamente rilassati, e lanciare dalla gioia razzi bianchi, verdi ed anche rossi… sì rossi, tanto Dino nell’altro versante ormai non li può più vedere e non può quindi pensar male.


Cronistoria delle prime invernali della Val Bondasca (fino al 1971)
7-9 marzo 1971 – Ago di Sciora – Spigolo ovest-nord-ovest – Via Risch: Elio Scarabelli, Rino Zocchi e Daniele Chiappa.
18 marzo 1957 – Colle del Céngalo – Canalone Klucker: Pierluigi Bernasconi, Fabio Masciadri e Vittorio Meroni.
12 marzo 1961 – Colle dei Gemelli – Canalone Klucker: Giovanni Noseda Pedraglio, Roberto Compagnoni, Vittorio Meroni ed Elio Scarabelli.
21-23 marzo 1965 – Pizzo Badile – Spigolo nord – Via Risch: Aldo Anghileri, Casimiro Ferrari e Giuseppe Pino Negri.
8 gennaio 1967 – Forcola di Sciora – Canalone Klucker: Flavio Longhi, Giampiero Balestrini, Guido Colonna e Dieter Jäkel.
21 dicembre 1967- 2 gennaio 1968 – Pizzo Badile – Parete nord-est – Via Cassin: Paolo Armando, Gianni Calcagno, Alessandro Gogna, Camille Bornissen, Michel Darbellay e Daniel Troillet.
9 marzo 1969 – Colle della Scioretta – Canalone Klucker: Giuliano Maresi e Lino Trovati.
8-10 marzo 1969 – Sciora di Fuori – Spigolo nord-ovest – Via Simon-Weippert: Ernst Neeracher e Paul Nigg.
14-20 marzo 1970 – Pizzo Badile – Sperone est-nord-est – Via del Fratello: Antonio e Gianni Rusconi.
5-15 febbraio 1971 – Pizzo Céngalo – Parete nord – Via Attilio Piacco: Antonio e Gianni Rusconi, Giuliano Fabbrica, Heinz Steinkötter e Giogio Tessari.

Ago di Sciora, spigolo ovest-nord-ovest ultima modifica: 2026-06-23T05:50:00+02:00 da GognaBlog

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2 pensieri su “Ago di Sciora, spigolo ovest-nord-ovest”

  1. Ho avuto la possibilità di lavorare fianco a fianco con ‘Ciapin’. Come in montagna il suo metodo era ‘pasin , pasin’ : passo dopo passo e i problemi si affrontavano insieme. Bella persona. 

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