Alpinismo e cambio climatico

In tutto il mondo aumenta la fusione dei corpi glaciali. L’Europa centrale con Alpi e Pirenei l’area montana più colpita, qui le montagne si stanno riscaldando a una velocità doppia rispetto al resto del Pianeta con ripercussioni a valle, su comunità locali ed ecosistemi.

Alpinismo e cambio climatico
di Alessandro Gogna
(pubblicato su Rivista del CAI, numero 15)

Il nuovo dossier di Legambiente, dal titolo Sos ghiacciai: un passato e un futuro da proteggere, parla chiaro: nelle regioni con una piccola area glaciale (cioè minore di 15.000 km²) dal 2000 al 2023 si sono verificate grandi perdite. L’Europa centrale è a -39%, il Caucaso a -35%, la Nuova Zelanda a -29%, l’Asia settentrionale a -23%, il Canada occidentale e Stati Uniti a -23% e i ghiacciai di basse latitudini a -20%.

Praticamente i ghiacciai alpini ad oggi hanno registrato la perdita di almeno un terzo della massa che possedevano a fine secolo XX e con l’incremento delle temperature previsto entro il 2050 tutti i corpi glaciali al di sotto dei 3500 metri di quota saranno scomparsi.

La Mer de Glace vista dal Montenvers: in condizioni pressoché disperate.

Garantire un futuro sostenibile per i ghiacciai e per le comunità che da essi dipendono è una sfida enorme, e in più il tempo per agire è ora.

Si stima che riducendo le emissioni si potrebbero salvare i ghiacciai in 2/3 dei siti del patrimonio mondiale. Ad esempio, con emissioni molto basse e il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2050, in alcune zone, come ad esempio l’Himalaya, fino al 40% del ghiaccio regionale potrebbe essere preservato, e alcune aree glaciali potrebbero addirittura iniziare una lenta ricrescita tra il 2100 e il 2300.  Anche in Asia centrale e nelle Ande meridionali, una riduzione rapida delle emissioni, in linea con il limite di 1,5°C, permetterebbe di conservare il doppio del ghiaccio rispetto agli scenari più critici”.

Il Manifesto europeo per i ghiacciai raccomanda la riduzione delle emissioni di gas serra, più azioni di adattamento assieme ad una governance europea dei ghiacciai e delle risorse di alta quota, una maggiore cooperazione internazionale tra ricercatori, società civile e istituzioni e infine campagne di informazione e sensibilizzazione.

Questi provvedimenti sono obbligatori, ma non sembra che l’umanità sia ancora pronta all’impegno concreto e ai sacrifici necessari per la resilienza climatica e lo sviluppo sostenibile.

La crescita del livello dei mari è uno degli effetti più visibili del cambio climatico: tante sono le cause, ma tra queste e tra le più importanti sono la graduale fusione del ghiaccio antartico e della banchisa artica, oltre che lo scioglimento dei ghiacciai delle montagne della Terra.

Chi va in montagna è a contatto con questo fenomeno, lo può toccare facilmente con mano e fronteggiare.

Lo scopo di questo articolo è illustrare una serie di situazioni, tutte abbastanza nuove, determinate dal cambio climatico.

Una delle grandi attrattive del turismo di una località famosa come Chamonix è quella di condurre persone provenienti da tutte le nazioni a vedere da vicino un ghiacciaio. I turisti s’imbarcano sul trenino del Montenvers e da lì possono scegliere di scendere fino a mettere piede sul ghiaccio della Mer de Glace. Fino a venticinque anni fa bastava scendere un centinaio di metri con l’aiuto di qualche corda metallica: oggi il corpo glaciale si è ridotto a tal punto da costringere gli operatori turistici a costruire una scalinata metallica munita di ringhiera di ferro per compensare il dislivello di decine di altri metri, ripido e roccioso, che si è creato.

Lo stesso fenomeno, in proporzioni più o meno simili, si è verificato anche su tutti i ghiacciai che gli alpinisti percorrono per andare all’attacco delle ascensioni, dal montagne del Delfinato al Gran Paradiso, dal Monte Bianco al Monte Rosa. Come in tutto l’Oberland Bernese, per non parlare di Ortles, Adamello o Marmolada.

In previsione di ciò l’alpinista deve essere preparato a superare anche fino a qualche decina di metri di rocce lisciate per raggiungere il vecchio “attacco” della via. Qualcuno può averlo preceduto e può aver lasciato qualche chiodo, ma non si può mai sapere. Le guide che riportano le relazioni dovrebbero essere tutte aggiornate e questo è un lavoro colossale che nessuno ha finora intrapreso: eppure le info potrebbero confluire in un unico sito internet, senza il bisogno di ristampare nulla.

Il pericolo di frane, a causa della riduzione del permafrost, è notevolmente aumentato. Abbiamo assistito in questi venticinque anni a decine di crolli giganteschi, dalle Occidentali alle Dolomiti e oltre. Ricordiamo solo i più eclatanti, quello del Pilastro Bonatti del Petit Dru e quello del Pilastro della Cima Su Alto in Civetta, tali da rendere irriconoscibili le montagne. Se è vero che i crolli ci sono sempre stati (due esempi per tutti siano la frana del Pomagagnon, raccontata da Emilio Comici che ne fu sfiorato, e quella della Parete di San Martino che colpì un quartiere della città di Lecco), è altrettanto indiscutibile che il ritmo di questo fenomeno sia stato accelerato di parecchio.

Un corollario di questo dato di fatto è l’aumento della pericolosità di certi bivacchi fissi e qui, per brevità, richiamo solo il crollo del bivacco della Fourche. Certi pernottamenti sono da evitare e qui, ancora una volta, servirebbe un sito di aggiornamento e di riferimento.

La diminuzione delle precipitazioni nevose assieme all’aumento della temperatura media non sono solo responsabili dello smagrimento dei ghiacciai e dell’impossibilità di sciare in modo naturale d’inverno su piste che senza innevamento artificiale non esisterebbero. Sono responsabili della difficoltà sempre più acuta di effettuare ascensioni su terreno glaciale o misto.

Nella seconda metà del secolo XX le ascensioni di ghiaccio e/o misto erano possibili, sia pur affrontando qualche pericolo, nei mesi estivi.

Prendiamo ad esempio la parete nord dell’Eiger, ma il discorso è valido per tutte le pareti di quota, compresi gli itinerari su cresta. Lo scioglimento dei tre nevai della Nord dell’Eiger è responsabile di un aumento di scariche di ghiaia e sassi tale da rendervi del tutto suicida qualunque ingaggio nei mesi estivi. Chi oggi la sale, l’affronta nei mesi freddi, da ottobre in poi, fino ad aprile se in presenza di significative precipitazioni nevose.

La Cresta di Zmutt al Cervino è stata più volte indicata dalle guide di Zermatt come una possibile alternativa all’affollato percorso “taxi” della via normale svizzera dell’Hörnli. Ma anche la Cresta di Zmutt avrebbe dovuto subire una massiccia attrezzatura con corde fisse: e la scusa ufficiale era l’addomesticamento di una così nobile salita in luogo della verità, cioè la necessità di percorrere la cresta in punti non logici e più difficili del normale itinerario proprio per la presenza di detriti che una volta erano del tutto coperti dalla neve.

Altro grande capitolo delle nuove attenzioni che alpinisti e scialpinisti devono riservare alle loro avventure è il pericolo di valanghe.

In buona sostanza, gran parte della vecchia teoria sulle precipitazioni, sulla trasformazione degli strati e sul distacco è stata stravolta da eventi meteorologici assai mutati rispetto al secolo scorso. L’esperienza di una vita spesa sulle nevi può non bastare se il gioco è cambiato. Questo occorre che ciascuno di noi l’abbia ben chiaro se non vuole rimanere seppellito da slavine ormai difficilmente prevedibili.

Un ultimo accenno va doverosamente fatto alla caduta di seracchi. Tante sono le vie normali di salita ai Quattromila che si svolgono su terreno potenzialmente molto più esposto di prima alla caduta di seracchi. L’esempio del 2022 sulla Marmolada è stato significativamente tragico, ma è stato anche l’avvertimento che di sicuro ormai non c’è più nulla. E’ vero, il crollo è avvenuto alla prima ora pomeridiana, con un caldo soffocante. Ma io sfido chiunque a dire che lui sarebbe tornato prima, quando in vetta era presente una capanna-rifugio in grado di accontentare anche i più golosi. E poi: prima quando? Alle 12? Pericolo uguale. Prima ancora? Impossibile se ci si è serviti degli impianti per salire a Pian dei Fiacconi, che aprono alle 8 se va bene. L’alternativa era di partire alle 5 a piedi dal Pian Fedaia e dunque arrivare in cima alle 9 e riscendere poco dopo. Ma anche così nessuno è garantito: sappiamo per esperienza che i seracchi possono cadere anche di notte. Queste poche righe non pretendono di esaurire un discorso assai complesso e ricco di sfumature storiche, geografiche e locali. Vogliono solo ricordare che occorre che ciascuno di noi aggiorni la propria esperienza, con metodo e umiltà.

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Allarmanti i dati riassunti nel nuovo dossier dal titolo “Sos ghiacciai: un passato e un futuro da proteggere”. Dall’Everest, il tetto del mondo, al Monte Bianco, la cima più alta d’Europa, la crisi climatica corre veloce tra i ghiacciai di tutte le vette. I dati messi in fila da Legambiente, incrociando diversi studi internazionali, parlano chiaro: dal 2000 al 2023 la maggiore perdita relativa di ghiaccio si è verificata nelle regioni con una piccola area glaciale (cioè minore di 15.000 km²): Europa centrale (-39%), Caucaso (-35%), Nuova Zelanda (-29%), Asia settentrionale (-23%), Canada occidentale e Stati Uniti (-23%) e i ghiacciai di basse latitudini (-20%). (Fonte The GlaMBIE Team).

SOS GHIACCIAI
Un passato e un futuro da proteggere

Alpinismo e cambio climatico ultima modifica: 2025-09-01T05:34:00+02:00 da GognaBlog

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37 pensieri su “Alpinismo e cambio climatico”

  1. Sul punto specifico delle montagne, la differenza fra le due posizioni completamente antitetiche (come sono le nostre) è nelle conseguenze sulle montagne. Io amo più le montagne degli esseri umani, per cui antepongo la tutela delle montagne a quella del “diritto” degli esseri umani di andarci (a partire dal sottoscritto e di fatti sono coerente e da tempo  autolimito nelle uscite in montagna: se arrivassi alla conclusione che il bene delle montagne richiede la totale assenza di pressioni antropiche, sarei pronto a “impedirmi” di andarci tper sempre). Viceversa tu/voi (voi “buonisti” per capirci…) anteponete i diritti degli esseri umani alla tutela delle montagne e i risultati si vedono: a forza di sostenere che in montagna possono andare cani e porci, alla fine le montagne sono strapiene di cani e di porci, come testimonia, ahimé, l’estate 2025, con i suoi mille episodi di cronaca cafonesca. Le conseguenze e oggettive sulla montagna “sputtanata” sono talmente chiare che è pazzesco che si antepongano i “diritti” umani alla tutela delle montagne, specie se le povere montagne debbono già fronteggiare le conseguenze del riscaldamento globale. A maggior ragione per chi “crede” nei diritti umani: se le montagne diventeranno oggettivamente infrequentabili dall’uomo (causa troppi crolli, inondazioni, frane, temperature invivibili, ecc ecc ecc), i vostri tanti amati diritti li useranno come salamelle per le grigliate alle Feste dell’Unità…

  2. Continui a battere un tasto sbagliato alla radice. A me NON importa un fico secco se le mie posizioni siano “logiche” o meno. Tanto non c’è scritto da nessuna parte (tanto meno nella Costituzione da voi tanto “amata”) che le idee e le opinioni siano legittime o meno in funzione della maggior o minor  “logica” che le anima. I voti nelle elezioni valgono tutti alla stesso modo, a prescindere dalla “logica” o meno che li anima, e vince chi ha più voti numerici, non chi ha posizioni più “logiche”. premesso ciò, io sono convinto che (su questo come su qualsiasi altro tema) le mie idee siano impostate su una rigidissima logica aristotelica, ma non voglio spostarmi su questo terreno, perché è evidente che l’incompatibilità ideologica fra noi due è insanabile e ciascuno considera le proprie idee “estremamente logiche” e viceversa quelle dell’altro “delle strunzate immani”. inutile quindi cercare di convincerci superandoci sul terreno della logica, perché tanto NON è su quel terreno che si muovono le opibnioni e quindi le eventuali scelte politiche ed elettorali. per cui: chissenefrega della logica. Il mondo e la vita sono totalmente “illogici”, basta guardarsi intorno ma anche guardare a ritroso la storia dell’umanità: il fil rouge degli eventi umani da Adamo ed Eva in poi (ma compresi anche  loro due) è la totale assenza di logica. per cui è inutile che continui a cercare una “logica” nelle mie posizioni, perché tanto non c’è (nel senso che la mia logica è diametralmente opposta alla tua) e soltanto gli stolti perdurano nel tuo errore metodologico. CONT

  3. La totale inconsistenza logica del tuo argomentare è sconfortante: cosa c’entra il diritto di tutti ad andare in montagna, con la comodità dell’andare in montagna?
     
    Magari con la comodità della montagna c’entra il diritto di costruire/ampliare rifugi, strade, funivie, parcheggi, hotel e centri benessere e sarei favorevole a robuste limitazioni e regolamentazioni.
    Ma assolutamente non c’entra il diritto al muoversi liberamente!
     

  4. Io non voglio certo la montagna per tutti, ma che tutti possano essere liberi di andare in montagna come e quando vogliono. Se non cogli la differenza è un problema tuo.
    All’atto pratico NON c’è differenza perché se tieni la montagna potenzialmente aperta a tutti coloro che, “liberamente”, vogliano andarci, alla fine arriverai ad avere “la montagna per tutti”. Estremizzando: se tutti gli 8 mld di individui presenti sul pianeta Terra, vogliono andare tutti in montagna, la tua visione (“tua” nel senso che ti riconosci anche tu, ma non solo tu: é il comun denominatore dei “buonisti”, cioè coloro che sono per l’estensione dei diritti a tutti), la tua visione, dicevo, non impedisce che 8 mld di individui possano essere contemporaneamente sulle montagne, con tutte le ripercussioni del caso.
    Andare in montagna NON è un diritto: è vero, affermo ESPLCITAMENTE che NON sia un diritto. Se la montagna tornerà ad essere “scomoda” (come auspico), andare in montagna occorrerà conquistarselo, sta tutta lì la differenza. Con una montagna scomoda, vedrai come si defileranno alla velocità della luce tutti quelli che, oggi con la montagna comoda, reclamano il “loro” diritto di andarci…
    Da questo punto di vista, e mi ricollego all’articolo principale, una montagna più infida, e quindi più rischiosa, in conseguenza del riscaldamento climatico, sarà una montagna sempre più selettiva, perché scremerà i faciloni e gli approssimativi (al limite “eliminandoli”). Nel danno complessivo conseguente al riscaldamento climatiche, io spero di registrare questo effetto “positivo”.

  5. “Non sapete neppure riconoscervi? Compreso te, caro Balsamo: vuoi “buonisti”, intendo tutti voi che, appunto volete la montagna per tanti o addirittura per tutti, in nome della bontà d’animo, del senso di umanità (?!?) e della condivisione.”
     
    Non sarà che sei tu che distribuisci etichette a caso e attribuisci opinioni fondate su posizioni mai espresse?
    Chi vuole la montagna per tanti o addirittura per tutti?
    Chi ha espresso posizioni fondate su bontà d’animo…senso di umanità (?!?) e della condivisione?
     
    Io non voglio certo la montagna per tutti, ma che tutti possano essere liberi di andare in montagna come e quando vogliono. Se non cogli la differenza è un problema tuo.
    La mia posizione non nasce certo da bontà d’animo o senso di condivisione (qualità a me alquanto aliene), ma dalla convinzione che un diritto debba valere per chiunque e possa essere regolamentato solo per motivi validi e ben delimitati.
    A differenza tua che ritieni che i diritti (sopratutto degli altri, ovviamente) non dovrebbero esistere e che tutto dovrebbe essere una graziosa concessione del potere.

  6. Non sapete neppure riconoscervi? Compreso te, caro Balsamo: vuoi “buonisti”, intendo tutti voi che, appunto volete la montagna per tanti o addirittura per tutti, in nome della bontà d’animo, del senso di umanità (?!?) e della condivisione. Io invece sono convinto (e non da oggi) che andar in montagna sia una “cosa” bella se è limitato a relativamente poche persone (*), mentre una montagna a disposizione di tanti, se non addirittura di tutti, è una montagna “sputtanata”. Siamo reduci da un’estate in cui ogni giorno ci sono arrivati valanghe di episodi raccapriccianti e vi devo ancora spiegare cosa sia una montagna “sputtanata”?… Basta leggere i quotidiani da giugno fino ad adesso e avete la conferma di cosa sia una montagna “sputtanata”…
    Non fatemi riscrivere le cose già dette e stradette, Sono agli atti, almeno dal 2019:  https://gognablog.sherpa-gate.com/piu-montagna-per-pochi-1/
    (*) Per evitare equivoci, la mia visione di una montagna “per pochi” NON è basata sulla disponibilità finanziaria  – perché i turisti “ricchi”, clienti di un modello alla Briatore, sono dannosi quanto e più dei più beceri cannibali), ma su elementi “immateriali”, principalmente intellettuali-culturali-ideologici-comportamentali ecc ecc ecc, cioè elementi che con i soldi non c’entrano un fico secco.

  7. “Però mi riesce incomprensibile…”
    …come quasi tutto il resto, d’altronde!

  8. Mi dica, Crovella, questo signor Voi Buonisti con cui sta dialogando, è con lei nella stanza in questo momento?
     
    Che ci sia linearità posso anche essere d’accordo. Sull’umanità della proposta o anche sulla sua effettiva utilità pratica ci sarebbe parecchio da dire. Ma ne abbiamo già parlato, mi pare.
     
    Così come sull’affermare “così tanti morti“, senza rapportarne il numero al complessivo di giornate in montagna, al tipo di attività svolta dalle vittime e/o al loro tasso di cannibbalismo lascia spazio più alla retorica che a un’analisi seria, Crovella.
    Poi uno può dire che anche uno solo sia troppo, ci mancherebbe, ma dovrebbe perlomeno fare lo stesso discorso per qualsiasi morte c.d. inutile (inutile, poi, in che senso? Per chi? Secondo quale metro? Mah!).
     
    Che poi l’approccio alla montagna, in special modo ai ghiacciai, debba tenere conto delle mutate condizioni climatiche e prendere relazioni, magari datate, con le pinze mi trova totalmente d’accordo. Chiunque abbia girato un poco in montagna senza un sacco in testa ha avuto sicuramente modo di accertarsene di persona, ma non fa certo male ribadirlo.

  9. Mi sa che (more solito) sapete capito roma per toma.
     
    Mi stavo immedesimando nel vs buonismo ideologico. Come fate, se volete bene a tutti, convivere con un modello che (per un divertimento!) produce così tanti morti? Io vedo in voiem una contraddizione insansbile di fondo.
    Io sto sull’estremo ideologico opposto: se i cannibali si spiattellano, non dico che faccio salti di gioia, ma non mi strappo di certo i vestiti… Per cui c’è perfetta linearità con la proposta provocatoria di spe Derek il Socvorso alpino.
     
    Anche il mio riferimento alla libertà e’ da intendersi nel senso di “andare in montagna come a ciascuno gli va” (quindi i cannibali alla cannibalesca ecc). Un detto popolare piemontese afferma: “Se metti la paglia vicino al fuoco, non ti stupire se divampa l’incendio”. Con le montagne divenute così infide e imprevedibili rispetto ai decenni scorsi, bisognerebbe tirare ancor di più il freno a mano della prudenza. Se invece fai andare in montagna tanti cannibali, “liberi” di andarci alla carnevalesca, altro che incendio… Dopodiche se i cannibali si autoriducono per le conseguenze del loro approccio superficiale e approssimativo, io non faccio una piega. Però mi riesce incomprensibile come i buonisti possano convivere serenamente con tale modello…

  10. Che poi leggere l’accusa che “vi piace che ci siano 100 morti per ogni estate (solo sulle montagne italiane!)” da parte di chi ha scritto che vorrebbe “interrompere il soccorso alpino” con “la conseguenza per cui il primo anno i cannibali muoiono tutti come mosche” farebbe anche un pò ridere, eh.
    Com’è che diceva quel tipo dei Trettrè? 🙂

  11. “Con tutte le “fatalità” che ci propone la vita, morire perché si affronta con superficialità e impreparazione…”
    E fin qui tutto d’accordo.
    La stronzata che non c’entra nulla e nel tuo proseguo, che riverbera la tua personale idiosincrasia verso la libertà:
    “in nome della libertà dell’andar in montagna, vi piace che ci siano 100 morti”
    Primo, non credo proprio che a nessuno piacciano i morti in montagna, ma sopratutto la libertà di frequentare la montagna non c’entra nulla
    Che poi sia auspicabile una maggiore coscienza e una conoscenza nell’andar per monti, cioé in una parola una migliore educazione, siamo di nuovo d’accordo, come sarebbe necessaria al mare o guidando un’auto: com’è che in questi casi non auspichi una limitazione della libertà?

  12. Con tutte le “fatalità” che ci propone la vita, morire perché si affronta con superficialità e impreparazione un cosiddetto “divertimento” (come dovrebbe esser l’andar in montagna), io lo giudico ‘na strunzata, a prescindere se le statistiche avvalorano o meno tale valutazione. Lo pensavo 50 anni fa (con le montagne di allora – pre drammatiche conseguenze del cambiamento climatico) e lo penso vieppiù adesso, con le montagne come le vediamo… che si “sgretolano” per gli effetti del cambiamento climatico. Si vede che sono un pauroso e un istituzionale (nel senso che aborro l’approccio ribelle, e non solo in montagna, anzi…). Ai giorni nostri non sono didatticamente attivo, perché sono diventato un “emerito”, però mantengo i contatti e vedo sistematicamente che, nel nostro ambiente, la mentalità rimane quella che ci ha caratterizzato in passato, ovviamente con il recepimento delle novità tecniche e didattiche. Quindi il messaggio, in cui mi riconosco io, viene ancora proposto, e con convinzione, anche ai giorni nostri (in realtà anche da mille altri ambienti didattici).
    A parte ciò, ma per carità fate pure come vi va, la pelle è la vostra… io sono arciconvinto che 3 morti al giorno (per un divertimento!) siano una “tassa” del tutto insensata, ma siccome ognuno paga ‘sta tassa con la sua pelle, è comprensibile che ognuno agisca come ritiene opportuno… Nel dubbio io sto abbottonato e oggi lo sono infinitamente di più rispetto al passato, proprio perché la montagna è diventata ancor più infida per le conseguenze del cambiamento climatico.

  13. Non conosco le statistiche storiche dei morti in montagna e di certo gli interventi del Soccorso Alpino sono aumentati moltissimo, ma per il 70-80% sono relativi a persone illese, quindi la correlazione con l’aumento della frequentazione alpinistica o  con la “cannibalizazione” dell’alpinista medio mi pare scontata.
     
    Di certo è totalmente gratuita e non c’entra nulla la tua frase “Se, in nome della libertà dell’andar in montagna, vi piace che ci siano 100 morti per ogni estate”, questa si ‘na strunzata pazzesca!

  14. I due fenomeni si intersecano. Concettualmente è bene focalizzarli in modalità separata, per poi comprendere la correlazione che ne scaturisce.
    Da un lato ci sono i cannibali (alias cafoni/tamarri ecc ecc ecc) che sono aumentati esponenzialmente e, anche quando sono tecnicamente “capaci” (come nell’esempio citato) , mettono a repentaglio la loro incolumità a prescindere dal peggioramento delle condizioni delle montagne in conseguenza del cambiamento climatico. Dall’altro lato  c’è questa seconda variabile (il peggioramento delle condizioni in montagna al seguito dei riscaldamento climatico), che agisce per conto suo (cioè a prescindere da quanto sia cannibalesco o meno l’approccio di ciascuno alle montagne), ma rende ancor più incomprensibile il comportamento cannibalesco ai giorni nostri, perché semmai, con una montagna molto più infida e imprevedibile del passato, dovrebbe aumentare l’approccio prudenziale/timoroso/rispettoso e NON quello sbruffone e spavaldo.
    La correlazione fra questi due fenomeni crea la miscela di tutte le scempiaggini che vediamo in giro ai nostri giorni, compresa buona parte degli incidenti  gravi e/o con esito fatale.
    Che ci sia un oggettivo aumento di interventi del Soccorso Alpino causa improvvisazione e superficialità di chi approccia la montagna, è comprovato. Vedi intervista al capo del Soccorso Alpino, pubblicata sul sito parallelo Altri Spazi il 29 luglio 2025 (https://www.sherpa-gate.com/altrispazi/intervista-al-capo-del-soccorso-alpino/). Questo personaggio (che NON possiamo certo accusare di ignoranza della materia) inizia l’intervista affermando esplicitamente: “Io un’estate così, con così tanti morti in montagna, non me la ricorso… Sono quasi tre incidenti fatali al giorno… ecc ecc ecc.
    Ripeto: questo approccio, caratterizzato da improvvisazione e superficialità, a volte anche da spavalderia (approccio che, per esigenze di sintesi, io definisco “cannibalesco”) è sbagliato in assoluto (cioè anche con le condizioni della montagna di 50-60 anni fa), ma è ancor più sbagliato con le condizioni attuali delle montagne, al seguito degli effetti del cambiamento climatico. Se, in nome della libertà dell’andar in montagna, vi piace che ci siano 100 morti per ogni estate (solo sulle montagne italiane!), a me  pare ‘na strunzata (è una battuta di un trio di comici d’antan, mi pare chiamati “Tretré”. Questa battuta ha segnato i miei anni giovanili, quando c’era da esprimere un giudizio sull’opinione altrui che non consideravo “intelligente”… All’uopo la utilizzo ancora, è sempre di attualità).

  15. Però francamente io non vedo proprio tutto questo aumento esponenziale degli incidenti, questo esplodere numerico di comportamenti irrazionali e totale sconsideratezza in montagna…
    Vedo torme di merenderos e gente improbabile che fa mezz’oretta, un’ora al massimo per sfondarsi di grassi saturi in pseudo rifugi o false malghe turistiche, un po’ di panzerotti su e-bike, ma perlopiù sulle sterrate che portano in quegli stessi posti e frotte di ferratisti, ma eccettuati 2 o 3 posti “iconici” (Cervino, Bianco, normale al Castore) e un paio di “Alte Vie” mi pare anzi che la frequentazione della montagna sia piuttosto diminuita rispetto a quarant’anni fa, quando sulle nord di Lavaredo vedevi anche una decina di cordate.

  16. Due inverni fa ho salito la goulotte Hlozknecht al Sassolungo partendo la mattina da passo Sella alle 4.30. Via bellissima e famosa per la sua estetica aperta dal fortissimo Adam di Ortisei.
    La salita, era in condizioni “minime” con il tiro chiave piuttosto bucherellato e più roccia che ghiaccio. Nulla di estremo ma la parete prende il sole a metà mattinata e sarebbe meglio passare questo punto ancora con l’ombra perché poi inizia a scorrere acqua e i pezzi di ghiaccio su cui si sale possono scollarsi dalla roccia verticale.
    Mentre eravamo di ritorno dalla cima incrociamo sul tiro chiave una cordata di due giovani scalatori in maglietta, braghe dal cavallo basso e cinturoni borchiati che saliva allegramente come fosse in falesia a S.Vito Lo Capo. 
    Per fortuna non ho sentito di incidenti ma secondo me era andarsela a cercare sapendo di trovarla!
    Ecco, atteggiamenti così non sono di certo influenzati dal cambio climatico ma semmai dal sale in zucca e purtroppo, nonostante i due salissero tecnicamente bene, sarebbero da evitare per la propria incolumità.

  17. Se il tema specifico è che la montagna nel suo insieme è divenuta più insidiosa e pericolosa rispetto ai decenni scorsi (sottinteso: per le conseguenze del riscaldamento globale), la risposta dei frequentatori della montagna non può che essere una sola: aumentare la prudenza e la prevenzione. Come per gli automobilisti quando la strada diventa insidiosa, per esempio se c’è una patina di ghiaccio sull’asfalto: rallentare fino al limite di procedere a passo d’uomo. Addirittura se procedere continua ad esser troppo rischioso, anche a passo d’uomo, ti fermarsi r/o evitare di mettersi in viaggio. (nota: nell’esempio faccio riferimento all’automobilista medio e NON al pilota da F1). Invece, nella montagna di oggi, assistiamo all’esplodere numerico di comportamenti totalmente irrazionali, che sarebbero stati sbagliati anche nella montagna degli anni ’70-80, ma che lo sono vieppiù nella montagna ancor più imprevedibile e insidiosa dei nostri giorni. Inevitabili le conseguenze, a volte dolorose: non è colpa della montagna, è colpa di chi non sa o non vuole “ragionare” sulla montagna più insidiosa dei tempi attuali. Basta leggere la cronaca dei quotidiani e gran parte degli incidenti (specie quelli con esito fatale) affonda le radici in questa asimmetria, fra la maggior insidia della montagna di oggi e la totale sconsideratezza con la quel molti la affrontano. I continuo a credere che il modo superficiale di affrontare la montagna (ripeto: sbagliato già 50-60 anni fa, a maggior ragione oggi con tutto che “crolla”) derivi dalla diffusione a macchia d’olio del concetto per cui andare in montagna, nelle sue declinazioni (alpinismo, scialpinismo, arrampicata, escursionismo, MTB, ecc ecc ecc) sia uno “sport”, da praticare né più né meno come andare a correre nel parco cittadino. Invece l’alpinista medio, rispetto alla montagna di 50 anni fa,  dovrebbe avere ancor più “timore” proprio perché, nel frattempo, la montagna è divenuta estremamente imprevedibile e insidiosa.

  18. Anno:2225 – Era:Ecocene (post-Antropocene)
     
    I sequestratori quantici alimentati a energie rinnovabili vanno alla grande. Ormai i livelli di CO2 e delle altre schifezze climalteranti disperse in atmosfera durante l’Antropocene come se non ci fosse un domani, sono quasi tornati ai livelli pre-industriali.
     
    A bordo del suo ecocottero (veicolo a zero emissioni, anche sonore, utilizzato per le esplorazioni personali, da non confondere con l’antiquato elicottero – in disuso da un secolo) un mio pro-pro-pro-pronipote sta sorvolando il ghiacciaio della Marmolada, ormai cresciuto assai oltre il punto in cui sorgeva la Capanna al Ghiacciaio (sorgeva: all’inizio dell’Ecocene, tutte le strutture antropiche sopra i 2000m sono state eliminate), cercando un percorso per la sua salita.
     
    Che bello questo ghiacciaio! E quanto siamo andati vicini a perderlo! Bis-bis-bis-bisavolo, tu che hai vissuto in pieno Antropocene, com’è possibile che, ad esempio nel 2025, ci fosse ancora chi non aveva capito le cause del riscaldamento globale e che dicesse di non preoccuparsi, che bastava aspettare e il trend si serebbe invertito?
     
    Non si sta rivolgendo direttamente a me, naturalmente. La mia parte materiale si è ricongiunta al Tutto Quantico da un pezzo. Sta dialogando con l’AI addestrata a imitare il mio pensiero in base ai miei scritti e ai documenti dell’epoca.
    Il computer quantistico ci impiega qualche nanosecondo a configurare i suoi q-bits e a formulare una risposta.
     
    Caro pro-pro-pro-pronipote, eppure è così. Pensa che a quei tempi avevamo ‘ste cose, le sigarette, che facevano danni terribili. C’era pure scritto sulla confezione, eppure la gente le comprava e le fumava lo stesso. Ecco, erano come quei fumatori: se il problema non mi tocca direttamente, oggi, non esiste. S’è sempre fumato, che vuoi che mi succeda?
    Davvero? Pazzesco! E allora come abbiamo fatto?
    Pazzesco, già. Come abbiamo fatto te lo dirò un’altra volta. Ora fai scendere a terra ‘sto coso e và a studiare, che metafisica quantistica e filosofia e matematica dei sistemi dinamici complessi non-lineari non si imparano da sole. A meno che tu non voglia ripetere le elementari, naturalmente.

  19. Però qui il discorso occorre farlo non sui cambiamenti climatici, ma su come gli alpinisti devono formarsi per affrontare una montagna che cambia. Mi sembra che sia questo lo spirito dell’articolo di Alessandro Gogna, a cominciare dal suo titolo. 

  20. @10 “Mi pare d’aver capito che non vi sono certezze sul fatto che il riscaldamento climatico sia da imputare al consumismo e all’inquinamento provocati dall’umano
    @14 “potremmo anche NON preoccuparci del trend in atto, basta aspettare e rivedremmo il giro di giostra sull’altro versante
     
    A me invece pare d’aver capito che la stragrande maggioranza dei climatologi ritiene che l’attuale riscaldamento climatico sia proprio da imputare per la maggior parte alle attività umane e che rivedere “il giro di giostra sull’altro versante” (ovvero che continuando con il “trend in atto” questo rimanga reversibile, non sia poi così scontato).
     
    Questo perché il problema della fusione dei ghiacciai non è tanto che siano belli o che siano luoghi di svago per alpinisti che si vedono sottrarre il giochino: la criosfera è parte integrante di un equilibrio geo-ecologico che si sta alterando (che stiamo alterando, per dirla meglio) — e ciò a una velocità infinitamente maggiore rispetto al passato (così dicono i suddetti climatologi, eh).
     
    E quando un equilibrio si rompe, un sistema prima o poi ne trova un altro e resta da vedere se noi, intesi come razza umana, per quanto adattabili saremo parte di quel nuovo equilibrio, che potrebbe anche non essere così piacevole.
     
    Quindi, anche se “non vi sono certezze” (che quelle le lasciamo ai ciarlatani), a fronte di un consenso quasi unanime della comunità scientifica, io qualche domanda me la farei e un po’ di preoccupazione me la porrei.
    A meno che uno non pensi che l’acqua cresca dal rubinetto, naturalmente, e a patto che la risposta non sia “è tutto un complotto del green”… 🙂
     
    Nel frattempo… tic tac, tic tac.

  21. Alti e bassi in ogni risvolto dell’esistenza del pianeta Terra ce ne sono sempre stati, così come i famosi corsi e ricorsi della storia. Quindi in prima battuta NON dovremmo preoccuparci per la fusione dei ghiacciai (nota: scioglimento e sciogliere, se riferito al ghiaccio, sono termini “sbagliati” –  avendo io una moglie che si occupa professionalmente di ecologia, ho imparato a mie spese la terminologia corretta), dicevo che potremmo anche NON preoccuparci del trend in atto, basta aspettare e rivedremmo il giro di giostra sull’altro versante (ammesso che si realizzi nell’ambito della nostra speranza di vita statistica, sennò lo vedranno nipoti e pronipoti…). Quindi a prima vista il pessimismo pare esagerato. In realtà NON è così, proprio perché l’attività umana dalla ripresa post bellica (II G.M.) in poi ha fortemente squilibrato lo scenario complessivo (questa annotazione non vale solo per i ghiacciai, ma per l’insieme: è appunto il “riscaldamento globale”). La teoria scientifica che descrive le “malefatte” compiute dall’uomo negli ultimi 70 anni circa è stata sintetizzata nella definizione “La Grande Accelerazione”. Di conseguenza, da circa 70 anni, il pianeta Terra è entrato in una “era” completamente nuova che è stata chiamata “Antropocene”, proprio per l’influsso (malefico) dell’umanità. Sulla Grande Accelerazione, rilevante anche per i comuni cittadini, circa 3 anni fa ho pubblicato su questo blog un articolo dal taglio divulgativo. Per i lettori di recente accesso e/o gli interessati in generale, segnalo che trovano l’articolo al seguente link: https://gognablog.sherpa-gate.com/la-grande-accelerazione-arriva-in-vetta/. In conclusione, poiché le malefatte degli ultimi 70 anni sono comprovatamente attribuibili all’attività umana, tocca all’umanità ridurre tale attività al fine di rientrare o almeno riavvicinarsi al contesto precedente alla Grande Accelerazione. In assenza della volontà umana di ridurre l’attività, è materialmente impossibile rientrare nei range storici, per cui i “generici” riferimenti al passato citano un quadro complessivo che (probabilmente) non vedremo mai più.
     

  22. I “superpignoli” dicono che il ghiaccio fonde, non che si scioglie 🙂
     
    Chiedo perdono in anticipo ai glaciologi per le inevitabili semplificazioni: forse è controintuitivo, ma la portata dei torrenti glaciali è solo un indicatore parziale — e talvolta fuorviante — del ritmo di fusione di un ghiacciaio.
     
    Non tutta l’acqua di fusione finisce infatti nei torrenti: una parte si infiltra nel sottosuolo o resta immagazzinata temporaneamente all’interno del ghiacciaio stesso (in cavità, falde interne, ecc.). Questo può anche provocare fenomeni… esplosivi.
     
    Ma soprattutto, quando un ghiacciaio perde massa, la portata complessiva può diminuire anche se la fusione prosegue.
    Questo fenomeno è noto come “Peak Meltwater”: un punto oltre il quale la fusione continua, anche rapidamente, ma il deflusso idrico si riduce.
    Semplicemente perché c’è meno massa ghiacciata da fondere, meno superficie esposta, ecc.
     
    È il caso della maggior parte dei nostri ghiacciai alpini, che sono relativamente piccoli e già in fase avanzata di ritiro.
     
    Alla fine si tratta effettivamente di un bilancio: massa accumulata in inverno contro massa persa in estate. E il bilancio oggi è negativo per un effetto combinato: sia meno precipitazioni nevose che temperature medie annuali più alte.
     
    Comunque, per rendersi conto dell’effetto della temperatura sulla fusione, basta passare una giornata vicino a un torrente glaciale (o meglio ancora, sotto una cascata da seracco) e osservare come cambia il flusso tra la mattina e il pomeriggio.

  23. I superpignoli risultano antipatici a tutti, sopratutto quando si mettono a fare le pulci ad un artic0lo,che tratta di argomenti ben seri. Ma anche così, correrò il rischio per far notare che:
    – Lo scioglimento dei ghiacci della banchisa artica non ha, nè potrebbe mai avere alcun influsso sul livello dei mari. Questo per l’eccellente motivo che il ghiaccio è meno denso dell’ acqua,e difatti galleggia. E anche tutti i ghiacciai delle zone montuose sono di fatto irrilevanti. Il vero problema è l’ Antartide, e in misura minore la Groenlandia…
    – Che il rapido ritiro dei ghiacciai sia dovuto a cambiamenti climatici in corso, è palese e indiscutibile. Però mi sembra si faccia spesso l’ equivalenza cambiamenti climatici = aumento delle temperature medie = i ghiacciai si sciolgono. equivalenza che almeno per quanto riguarda le nostre montagne mi risulterebbe essere non del tutto corretta (e se qualcuno è in grado di correggermi, gliene sarò grato). Non ho infatti trovato da nessuna parte (forse non ho cercato bene) alcuna indicazione che i torrenti di fusione che escono dai ghiacciai abbiano aumentato le loro portate in modo significativo. Quello che invece succede è che non nevica abbastanza in inverno, e quindi non si accumula abbastanza neve nei bacini collettori e il ghiacciaio cessa di avanzare e si ritira perché non é più alimentato. Questo dovrebbe essere dovuto a cause diverse dall’ aumento delle temperature in sè. O sbaglio?
     

  24. @ 10
    Poco romanticismo, ma conta molto di più il buon senso delle cose e quello della realtà.  A me piace!

  25. Mi pare d’aver capito che non vi sono certezze sul fatto che il riscaldamento climatico sia da imputare al consumismo e all’inquinamento provocati dall’umano.
    Intendiamoci, sono due fattori dei quali ho sempre tenuto conto contrastandoli con comportamenti e stile di vita, ma credo che il clima faccia per suo conto. Ci sino stati storicamente periodi caldi e freddi e ora stiamo andando verso uno dei primi. Come sempre ci si deve adattare, anche nell’alpinismo, che semmai riveste un’attività di importanza quasi nulla.
    Nei decenni si sono sviluppate attività umane che vorrebbero comandare il meteo alla stregua di casa propria quando si imposta sul termostato la temperatura desiderata. Purtroppo non è così e dobbiamo metterci l’anima in pace. Un ghiacciaio che fonde per il caldo, a me non fa pena né mette tristezza. Sarebbe come lamentarsi di una giornata di pioggia quando se ne voleva una di sole. Non serve a niente. 
    Anche da alpinista dovrò adattare il mio agire tenendo conto delle condizioni della montagna e farò la nord dell’Eiger nella stagione giusta sganciandomi da abitudini, che comunque personalmente  non ho mai avuto. Mi spiace solo quando questo causa incidenti a persone che magari quelle abitudini (cosa secondo me sempre negativa) le hanno sempre avute e non hanno saputo adattarsi.
    Quanto alle frane, se crollano il pilier Bonatti al Dru, il diedro Livanos alla Su Alto o le lame della Buhl alla Roda di Vael, l’importante è che non ci sia nessuno sotto, ma sennò della roccia che cade non credo me ne possa importare più di tanto.
    Risparmieremo sui vestiti!

  26. Anzi, trovo che l’articolo di Alessandro Gogna sia senz’altro necessario, perché fa porre l’attenzione su questioni che ai frequentatori delle montagne possono sembrare scontate, ma che in realtà non sempre sono così ben considerate e ponderate, fatte proprie. 

  27. Comunque,  l’articolo, che ho letto dopo i commenti e dopo aver commentato io stesso, mi sembra una sintesi opportuna da cui poter sviluppare ulteriori ragionamenti sul rapporto alpinista montagna, di fronte al mutare repentino delle situazioni ambientali.

  28. Nel frattempo sì, mi piacerebbe lasciare a figli e nipoti qualche bel ghiacciao da contemplare, però mi sembra più urgente che ereditino un mondo maggiormente pacificato, meno ipocrita e subdolo. Qualche ghiacciaio in meno e molte più persone vive e in salute, a Gaza, in Ucraina, in Sud Sudan e via dicendo, perché la lista è molto lunga. E in cui non si impedisca ai bambini di nascere: quanti alpinisti e alpiniste e contemplatori e contemplatrici di ghiacciai perdiamo ogni anno. In più, anche le guerre contribuiscono, con l’inquinamento che generano, all’estinzione dei ghiacciai. Ma in genere questo non piace dirlo. L’ambiente, di fronte alle guerre, cessa di esistere.

  29. Le montagne crolleranno e i mari saliranno, ergo l’alpinismo scomparirà.
    Il futuro è nel sassismo e nel DWS 🙂

  30. Nel Medioevo le Alpi hanno conosciuto un grande sviluppo economico e commerciale grazie al cambiamento climatico. Poi, la Piccola Glaciazione, dal 1460 al 1860, ha ribaltato la situazione. Magari adesso torneranno tempi più favorevoli per gli abitanti delle Alpi, anche se meno gratificanti per gli estimatori dei ghiacciai, che amano contemplarli.

  31. La vedo diversamente, credo che l’immagine dei ghiacciai cui eravamo abituati nei nostri anni di attività, anni che segnarono la parte terminale dell’età dell’oro dell’alpinismo classico, con 150 anni di relativa stabilità delle fronti e dei bacini, siano irreversibilmente terminati. Non dobbiamo neppure sperare di tornarci, a beneficio nostro o di figli e nipoti. Il profilo dei ghiacciai del Novecento non è stato disegnato da qualcuno nei progetti del mondo, come scenografia fissa del panorama. È una fase effimera di amplissimi cicli e oscillazioni rispetto alle quali la nostra influenza è risibile, e che nei milioni di anni hanno disegnato paesaggi incomparabilmente altri rispetto a ciò che i nostri occhi sono abituati a definire “bello”, o “ottimale”.  Facciamone una ragione magari limitando moltissimo la frequentazione estiva dei quattromila, divenuti veri e propri inferni dí ghiaccio e pietre cadenti.

  32. A me pare ci sia una visione molto corta in questi articoli.
    I ghiacciai stanno sparendo….. embè è successo molte alte volte e nella storia della terra e persino nella storia dell’uomo.
    Ora che lo abbiamo capito dobbiamo riprendere il contatto con la natura, ma non andando a camminare in un bosco o risalendo un ghiacciaio…..ma ripiantando i 6000 miliardi di alberi che abbiam tagliato, smettere di allevare animali per mangiarli.
    I ghiacciai continueranno a sparire, ma forse noi come specie riusciremo a vederli tornare

  33. Temo che, nel breve (forse anche nel medio-breve), non ci sia altro da fare che stringere i denti e saper soffrire nel vedere i ghiacciai ridotti in questo modo. L’importante è “lavorare”, anche individualmente (nelle piccole scelte quotidiane), per cambiare il paradigma generale del nostro modo di vivere, abbandonando progressivamente il consumismo. Meno consumi, meno inquinamento, iniziando dalle emissioni di CO2. Piano piano la situazione generale cambierà e, si spera, tornerà verso un contesto coerente con ghiacciai belli pimpanti. Per noi boomer è probabile che l’arco temporale di questo trend  travalichi la vita residua statistica, ma sarà un regalo (se lo otterremo) che lasceremo a figli e nipoti. La vera domanda è: saremo capaci ad autocontrollarci nella propensione al consumismo? Io qui ho molti dubbi e temo che la società debba ancora toccare il fondo prima di rimbalzare. Per cui i tempi del riassestamento planetario (per i ghiacciai, per i mari, per il permafrost…, ma anche per i cosiddetti “fenomeni estremi” -inondazioni, bombe d’acqua, siccità, scombussolamenti naturali nel loro insieme – insomma per il mondo in cui viviamo) sono lunghetti… La difficoltà psicologica è che dobbiamo “lottare” con la quasi certezza che noi NON vedremo i risultati della nostra lotta…

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