Durante un corso aspiranti guide, il 19 marzo 2026 a seguito di un incidente mortale, moriva Carlo Chiodini. Carlo era un caro amico, un ingegnere che ha lavorato alla SAIPEM per molti anni, poi ha deciso di intraprendere l’iter per ottenere la qualifica di Guida Alpina ed ha passato le selezioni nel 2025.
Lavorava con me nella Form UP occupandosi di sicurezza, valutazione dei rischi e gestione di commesse nel settore degli audit di sicurezza nel settore eolico che è il core business di Form UP. Lavorando con me molto spesso, si era instaurato un rapporto di amicizia e stima professionale molto profondo e durante i moduli da aspirante guida ci sentivamo spesso per consigli e racconti vari.
Durante il corso mi ha spesso sollevato qualche dubbio sulle modalità di gestione delle scelte degli istruttori che, a volte, sembravano in competizione tra loro e l’obiettivo della formazione sembrava in secondo piano rispetto all’ingaggio alpinistico.
Il giorno prima della sua morte mi ha scritto chiedendomi consigli per la giornata successiva, asserendo che le scelte degli istruttori erano diciamo “fuori controllo” e l’obiettivo della giornata era l’apertura di una variante di una via già conosciuta per la precarietà della roccia, senza considerare che non c’erano le condizioni per approcciare la salita in condizioni sufficienti di sicurezza.
Dopo l’incidente ho riflettuto per giorni e giorni, occupandomi di formazione, sul significato della formazione di un aspirante guida e sul ruolo di una guida alpina… il significato del ruolo si acquisisce durante il corso… ma se durante il percorso formativo non si fanno valutazioni oggettive degli itinerari, credo che si stia andando nella direzione sbagliata.
L’attività alpinistica è rischiosa, chiaro, e tutti sappiamo che la morte è una delle possibilità… ma è accettabile la morte di un allievo che partecipa ad un corso? Questa è la domanda che mi sono posto.
Queste mie riflessioni dovrebbero condurre ad una analisi di quanto accaduto (e non è la prima volta) per comprendere quali “azioni correttive” intraprendere per ridurre al minimo il rischio che ciò accada, consapevoli che il rischio residuo deve essere accettabile e non inconsapevolmente accettato dagli allievi che temono di non “passare un esame” se sollevano dubbi di sicurezza all’istruttore (Luigi Trippa).
Carlo Chiodini
a cura della Redazione
Carlo Chiodini aveva 43 anni, l’esperienza di un alpinista serio e il sogno di diventare guida alpina. Giovedì 19 marzo 2026, poco prima delle 13.30, quel sogno si è spezzato sul versante francese del Monte Bianco, nell’area del Grand Flambeau a 3400 metri di quota, quando un crollo di pietre ha investito senza preavviso la cordata di cui faceva parte. Carlo era originario di Maniago, in provincia di Pordenone, ma da anni viveva a Pozzale di Pieve di Cadore, nel bellunese, portando con sé quella doppia anima montanara del Friuli e del Veneto.
Stava partecipando a un corso per aspiranti guide alpine organizzato dal Collegio delle Guide Alpine del Friuli Venezia Giulia, insieme a un compagno e a una guida trentina che è rimasta illesa. La scarica di massi non ha dato scampo a Carlo, colpito in pieno, e ha lasciato il compagno con fratture multiple. La montagna li aveva sorpresi in un settore impegnativo, al confine tra Italia e Francia, su un terreno dove l’imprevisto non avvisa.
Alpinismo, ricerca della prestazione e professione di Guida Alpina
di Luigi Trippa
Il 29 marzo 2026 Erik Decamp e Blaise Agresti, in una intervista su Le Dauphiné Liberé, richiamano alla “rottura del silenzio” sulle morti dei professionisti della montagna; l’articolo è un pugno allo stomaco.
Scrivono della “cultura del rischio problematica, della valorizzazione del rischio incoraggiata dall’immaginario degli eroi della montagna, normalizzando la morte”, “questa scuola (ENSA, NdR) dovrebbe essere un luogo di condivisione delle esperienze, comprese quelle negative e gli incidenti”, l’articolo prosegue senza accuse ma promuovendo la necessità di un modello nuovo di apprendimento, dando luogo ad una trasformazione che deve essere costruita con coerenza dagli attori chiave.
Non sono una Guida Alpina di valle, sono una Guida Alpina di pianura, e nell’evoluzione della mia gioventù conto i sopravvissuti nel periodo dell’alpinismo senza freni, dove ognuno ha delle personalissime motivazioni per andare a rischiare la pelle in inverno sulla parete est del Monte Bianco, sulle pareti dolomitiche, nei couloir fantasma e nelle “vie” che dovevi superare perché rappresentavano quasi dei passaggi obbligati.
Poi sono venuti gli anni del corso da Aspirante Guida Alpina e poi del professionista vero e proprio, con la spilla UIAGM, Guida Alpina–Maestro di Alpinismo; il passaggio da alpinista che ricerca sempre il “suo” limite a professionista che insegna e accompagna i clienti non avviene nell’immediato, un pezzo di alpinista resta sempre dentro ogni guida che ha attraversato il ponte e che da una sponda vede la passione e dall’altra la responsabilità.
Ricordo bene ciò che mi disse Maurizio Gallo durante il mio corso da aspirante guida alla fine degli anni ’90: “noi guide siamo dei manager del rischio in montagna”.
Ma cosa significa essere “manager del rischio”? Il mio lavoro prevalente di oggi mi ricollega quella frase di Gallo alla figura del HSE aziendale, con i dovuti paragoni, tuttavia alla base ci deve essere una elevata capacità di valutare i rischi, elaborare delle procedure, trasferire le proprie conoscenze, prevenire gli incidenti e raccogliere esperienze sulle situazioni potenzialmente pericolose.
Erik Decamp e Blaise Agresti ci dicono, invece, che la morte dei professionisti della montagna (e non solo) oggi fa parte della cultura e della vita di chi abita a Chamonix. L’incapacità evidente di valutare i rischi di chi ha scelto di fare il mestiere di Guida Alpina è nei numeri degli incidenti, dei figli orfani, delle mogli vedove e dei colleghi in divisa con la spilla sul petto alle funzioni funebri.
Cosa serve per invertire la rotta? Un altro modello è possibile? Chi sono gli attori principali?
Queste sono le tre domande in sintesi alle quali si dovrebbe dare una risposta, non è accettabile che la montagna venga ritenuta responsabile di tutti gli incidenti; un professionista, ancor più un istruttore delle Guide Alpine, ha una responsabilità enorme, soprattutto, ma non solo, quando avvengono degli incidenti durante il percorso formativo per aspirante guida.
Per invertire la rotta serve innanzitutto che si lavori sulla consapevolezza del ruolo di Guida Alpina, delle capacità che l’allievo deve sviluppare durante il percorso formativo, l’obiettivo del corso non è innalzare il livello tecnico ma gestire l’accompagnamento di clienti in montagna, instradando l’alpinista euforico alla professione del “manager del rischio”.
Un altro modello, rispetto a quello attuale, non solo è possibile ma è necessario e urgente; il nuovo modello si deve basare sui principi della valutazione dei rischi e non solo quelli riconducibili alla “scala del pericolo valanghe” per le attività dello scialpinismo e del free-ride, argomento affrontato durante i corsi per aspirante guida, ma sullo sviluppo delle capacità dell’allievo di individuare e valutare i rischi su ogni terreno.
L’alpinista ha un metro di valutazione che prevede l’assunzione di rischi senza limiti, fa parte della natura dell’obiettivo.
La Guida Alpina deve essere in grado di frenare la sua parte interiore di alpinista e far parlare il professionista, che in primis si occupa della sicurezza del suo cliente.
L’Istruttore delle Guide Alpine deve comprendere quali sono gli obiettivi del corso, come raggiungerli, deve fornire correzioni e indicazioni costanti per orientare l’apprendimento, deve esistere allineamento tra obiettivi didattici, modalità di insegnamento e contesto operativo.
L’efficacia della didattica si misura nella qualità delle competenze acquisite e nella capacità dell’allievo di operare in sicurezza e autonomia decisionale.
Nei contesti ad alto rischio, la didattica rappresenta un elemento fondamentale per la prevenzione degli incidenti.
La didattica, durante un percorso formativo da Guida Alpina, non è il mero trasferimento di nozioni tecniche atte al raggiungimento di elevati standard di difficoltà, ma rappresenta il trasferimento dell’esperienza dell’istruttore (con metodo strutturato) durante la sua attività di guida alpina.
Gli attori principali sono i Collegi Regionali e Provinciali, la Commissione Tecnica Nazionale, gli Istruttori e tutti quei professionisti a supporto che sono necessari al nuovo modello di formazione.
“La comunità montana muore nei suoi silenzi” è quanto esprime l’intervista a Decamp e Agresti; vorrei fosse possibile rompere questo silenzio che non riguarda solo Chamonix, ma anche casa nostra perché riconoscere un problema è il primo passo.
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


Per capire, dato che tu racconti esattamente come è andata, eri lì quel giorno?
, infatti, la cordata era composta da 3 persone e non penso che l’istruttore fosse un suicida. Poteva benissimo essere colpito anche lui dai sassi che sono caduti. Il destino ha
@14
No, erano due cordate da due, con l’istruttore davanti a tutti, e l’ultimo miracolato alla sosta ancora prima di quella di C e F.
Anche gli istruttori sono umani e sbagliano. In montagna può succedere. In questo caso la scelta dell’itinerario non era corretta, e sembra che il sasso non sia caduto in modo “autonomo”. Carlo era un grande e umile uomo, lo ricorderò sempre come un esempio da seguire, in montagna ma sopratutto giù a valle. Ciao Grande
Non entro nella discussione,ma volevo solo portare un ricordo di Carlo;quando eravamo più giovani abbiamo gareggiato assieme a parecchie gare di orienteering,era davvero un bravo ragazzo.Con il tempo ci eravamo persi di vista e non sapevo che aveva intrapreso la carriera di guida alpina;quando a marzo ho sentito la notizia sono rimasto senza parole.
Sono la sorella di Carlo Chiodini. Leggo con rispetto le riflessioni di Luigi Trippa, che conosceva Carlo e sa di cosa parla. Sapere che forse si poteva evitare, che ci sono responsabilità, è qualcosa che brucia in un modo diverso dal semplice lutto. È ingiustizia sopra al dolore. Non si tratta di fare processi ma di migliorare le cose con il cuore in mano, se si ha l’onestà, la forza di vedere la verità… in fondo davanti alla montagna siamo tutti piccoli.
I commenti di Marcello e Luigi sono sensati. Resta poi il fatto che il tutto si trasferisce in tribunale …………..
Ciao Marcello, come hai scritto tu nel messaggio precedente e’ inammissibile che chi partecipa ad un corso di formazione venga coinvolto in un incidente che comporti un decesso.
l’alpinismo e’ una attività molto pericolosa lo sappiamo tutti e ci assumiamo i rischi cercando di mitigarli.
In una uscita durante un corso, decidere di andare in diverse cordate in un luogo che ha rischi oggettivi molto elevati evidenzia che l’istruttore ha valutato che i rischi fossero in qualche modo gestibili; ed ha commesso un errore.
Nessuno credo esula dal commettere errori, tutti sbagliamo e chi è senza peccato scagli la prima pietra.
L’importante è analizzare l’accaduto, capire, riconoscere, raccogliere l’esperienza per ridurre la probabilità che accada nuovamente.
Questo è ciò che deve essere fatto.
Vedo che non capisci e continui a non capire. Buona fortuna.
Ritengo di essermi spiegato.
…gli istruttori erano in quel posto anche i giorni precedenti… Fai te.
Jacque, io sono guida da più di 40 anni, ho fatto l’istruttore ai corsi e non mi vedo affatto nella tua descrizione, per questo intervengo. Perché in quello che ho fatto e continuo a fare ci credo. Sono convinto che nessuna guida-istruttore si vada a mettere nei guai con la sua cordata volendolo fare. Nel caso specifico, infatti, la cordata era composta da 3 persone e non penso che l’istruttore fosse un suicida. Poteva benissimo essere colpito anche lui dai sassi che sono caduti. Il destino ha voluto diversamente.
Conosco decine di allievi che non superando i corsi se la prendono con gli istruttori e la cosa succede sempre più perché in troppi li frequentano per imparare quello che dovrebbero già saper fare. Forse il problema sta nelle selezioni che dovrebbero essere più severe. Ma anche lì, so che ci sono proteste.
A commento di questo articolo potrebbero scrivere tutti quelli che ai corsi non sono passati o non si sono trovati bene e ne verrebbe fuori un quadro squilibrato perché chi invece li ha passati con soddisfazione magari non ne scrive. Io lo faccio invece, perché credo che i corsi siano condotti da guide in gamba e siano formativi anche sotto l’aspetto umano. Sicuramente non sono perfetti, come ogni scuola, ma pretendere che siano “formativi” e per “venditori di sicurezza”, significa partire col piede sbagliato. L’alpinismo non è certificabile, come in molti vorrebbero, o credono che sia possibile, e chi lo pratica si assume la propria responsabilità. I rischi si possono certamente limitare ma non eliminare. Pensare quest’ultima soluzione come possibile mette chi lo fa in una situazione di rischio enorme. Meglio che lasci perdere.
Il problema è che il mondo delle Guide…non cambia.
Ebbi una discussione durante il mio corso, anni fa, con un istruttore. E avevo chiaramente ragione io. Casualmente poi non mi fece passare.
3 anni fa sono morti 3 aspiranti su un pendio di neve. Evitabile? Non lo so… Ma so che l’elicottero non riusciva nemmeno ad alzarsi in volo.
E quest’anno? Un altro morto, su una insulsa vietta di pochi tiri, da giorni già ampiamente descritta come impraticabile. Evitabile? Giudicate voi.
Non è la morte in sé il problema – Messner diceva, se non vuoi morire non devi salire-, il problema è il come, il quando, il dove e soprattutto il CON CHI.
E questo è inammissibile. Non si trattava di due giapponesi in gita sul bianco. Si trattava -o meglio, si sarebbe dovuto trattare-, di quelli che vendono sicurezza, o che dovrebbero insegnare a vendere sicurezza al prossimo.
Ma le guide non cambieranno. Perché sono le stesse guide, ad esempio, che hanno aperto un caso legale contro la leggenda Profit che se n’è andato dalla Compagnia. Le stesse che obbligano a mentire altri in casi come questi.
Quanti morti ci vorranno ancora? Perché viene saranno altri.
Fortunatamente delle Guide ne posso fare a meno.
Spero bene che chi organizza il corso si faccia delle domande di fronte a casi drammatici come questo.
I corsi guida sono per alpinisti che vogliono diventare guide alpine. Una volta divenuti guide, secondo me, dovranno restare alpinisti, proprio per garantire la massima sicurezza possibile a chi accompagnano. E anche così non sarà mai abbastanza perché l’alpinismo è pericoloso. Ciao.
Innanzitutto ringrazio chi ha dato spazio a questa riflessione; subito dopo a chi interviene, qualsiasi sia la posizione.
Marcello ricorda “Mastica e sputa” e forse altre vie potrei raccontarle (Ben Nevis compreso) e questo è per me un moto di orgoglio… sono stato un alpinista. Ho rischiato la pelle ben più di una volta.
Poi ho deciso di diventare una Guida, una parte del mio modo di essere e’ mutata, l’ho lasciata nei ricordi, bellissimi e folli.
L’altra parte di me è quella “legata” alla garanzia di sicurezza; garanzia non in termini assoluti, ma la massima possibile, per le mie competenze, esperienza e conoscenza.
Non ho scritto di sentenze, accuse, giudici o responsabilità legate ad un giudizio; ho scritto altro ma forse l’ho scritto male, oppure sono stato frainteso.
Un corso di formazione (qualsiasi) prevede un programma ed obiettivi definiti; certo si possono e devono essere spazi per modifiche o integrazioni, ma considerando in primis i rischi per i partecipanti.
Nel caso in questione, volendo approfondire, trattasi di percorso formativo della Regione FVG organizzato in collaborazione con un Ente di diritto pubblico (Collegio) al quale possono partecipare persone che hanno superato una prova di ammissione. Un partecipante ad un corso per asp. Guide e’ un cliente, di fatto, che ritengo si aspetti che tutto venga valutato con la massima attenzione e venga scelta la linea prudenziale maggiore.
L’organizzazione si farà qualche domanda se alla fine del corso il numero di vivi è minore rispetto al numero di persone iscritte all’inizio?
@3 Mastica e Sputa, tengo ancora il ritaglio dell’articolo uscito sulla Rivista del CAI dell’epoca. Trippa lo associo a quel nastro di ghiaccio striminzito. Nadali invece all’estrema simpatia e all’apprendimento dell’autocontrollo nella zona di rischio. Un grosso contributo ai corsi. Come un Paleari, Dorotei o un Gigi Mario. Mio zio ricorda sempre l’Arziro: “Togo su do moschettoni, che se ghen perdo uno ho quell’altro mó!” Assicurazione in vita…
Poi alla Parete dei Militi ci fu un distacco pesante, causato dalle cordate davanti composte da allievi con istruttori, che sfasciò la gamba ad un suo compagno di corso. Una brutta storia anche quella volta.
Aiuta anche perdersi nelle pagine di “Ci Sfiorava il Soffio delle Valanghe” (Scusate che cito sempre libri ma li preferisco al casino del Web)
@5, @8:
L’argomento della percepita deriva giustizialista della magistratura italiana, in termini generali e in modo specifico in relazione alle attivita’ alpinistiche, e’ gia’ stato affrontato nella discussione in merito alla sentenza austriaca per la tragedia del Grossglickner.
All’epoca, venne autorevolmente sostenuto, in termini anche alquanto decisi, che una siffatta deriva non esisteva affatto, ed era solo una malsana farneticazione di Crovella e, in via subordinata, del sottoscritto.
Adesso apprendo invece, peraltro senza particolare sorpresa, che il problema esiste davvero, ed e’ riconosciuto e discusso.
Il che, come diceva qualcuno, e’ bello e istruttivo.
Io penso che ci sia un bias , in base al quale in casi come questo la magistratura indaga su un “errore” ; se l’errore umano emerge , allora la magistratura ha tutti gli strumenti per arrivare ad una sentenza equilibrata.
Purtroppo, capita che talvolta l’errore sia piccolissimo o inesistente, ma per la forma mentis del magistrato non esiste incidente senza colpa, quindi un colpevole va trovato anche con il lanternino , causando esiti surreali.
Cominetti, certezze granitiche come quel “palesemente”? Su due cose siamo sicuramente d’accordo, sul fatto che l’argomento sia molto complesso e – mi pare di capire – sulla nostra visione del rischio. Tant’è che la sua menzione che in termini di rischio la mette, dimostra che non ha capito il punto. Palesemente.
Certo sig.Cominetti ..come dice Lei la fatalità esiste eccome..per questo una guida,un chirirurgo,chiunque abbia in mano per un x periodo la vita di un altro,più o meno scentemente decisa,sa dove risiede il limite,limite diverso da quello usato per se stesso e arbitrario dalle precedenti djnamiche,ma il limite djverso usato da ambienti diversi e particolari,jmpone una particolare attenzione,un intervento mai eseguito su di un caso particolare,necessita di una attenzione e diverso approccio da quello di routine,tradotto…tra istruttori e guide deve essere vigente una maggiore attenzione un approccio diverso e analisi specifiche
@4. D’accordissimo, l’incidente mortale a un corso è inammissibile ma non totalmente evitabile. E sulla giustizia una considerazione: non mi risulta ci sia alcun procedimento penale aperto per la morte di Chiodini. L’incidente è avvenuto in Francia e la magistratura francese, con la quale fra l’altro Decamp ha collaborato realizzando il bel volume “Le guide et le procureur”, accetta il concetto di fatalità ed è assai aperta alla complessità di questi eventi. Al contrario di quella italiana e soprattutto di quella aostana, le cui sentenze giustizialiste sono già criticate e stigmatizzate in letteratura giuridica.
Matteo e Crovella hanno commentato con le loro certezze granitiche su un un’argomento che palesemente conoscono solo di striscio. Beati voi che avete in mano la verità usando un sistema alla Bruno Vespa, mi viene da dire. Si, la butto in vacca, anche se il tema è serio eccome. Ma andrebbe discusso con chi lo conosce, prima di arrivare a giudizi insensati.
L’esperienza insegna (sempre) che i tribunali, si spera, operino per risolvere situazioni in cui le ragioni sono molteplici e spesso confuse. Ci si augura che lo facciano bene, che non vuol dire che succeda proprio così, ma neppure che la morte di un alpinista debba essere unicamente attribuita a qualcun altro e non alla fatalità.
La fatalità esiste ancora, nonostante in tanti (quasi tutti) ci sia impegnati per eliminarla, anche dal vocabolario.
Secondo me, l’articolo nel suo insieme mescola aspetti che poco hanno a che vedere l’uno con l’altro. È uno scritto di denuncia ma che, sempre mio parere personale, utilizza elementi in parte travisati. Non che il problema non esista, intendiamoci, ma, per esempio, l’articolo di Decamp, così come lo scritto di Trippa, sono prodotti da un sentimento di presa di coscienza di certi rischi dovuti all’età che avanza. Cosa che succede anche a me, nonostante certi rischi me li prenda eccome, perché fare la guida lo comporta comunque. Il rischio zero non esiste né in montagna né nella vita. Personalmente non amo tutto il castello di lavoro e vendita di sicurezza che avviluppa certi ambiti professionali, perché c’ho lavorato un po’ e mi è bastato. È un po’ come il soccorso alpino. Se i tuoi ideali sono limpidi, non ti ci troverai mai a tua agio, nonostante i propositi di base siano persino nobili.
Con Erik Decamp c’ho lavorato insieme come guide e ricordo, dovuto anche all’età, di un discreto scavezzacollo. E tu Luigi (Trippa), solo per fare un esempio, hai aperto una delle più belle ma rischiose linee di tutta la Patagonia: Mastica e sputa sul Cerro Pollone con il nostro comune amico Lorenzo Nadali, che i corsi guida li ha diretti magistralmente per diversi anni.
Sono fasi della vita, bisogna farsene una ragione.
Una morte a un corso guide è qualcosa di inammissibile (ho fatto l’istruttore anch’io, so di cosa parlo), ma non è totalmente evitabile come purtroppo dimostrato.
Comunque il tema è amplissimo.
So quanto Carlo abbia lavorato a quel sogno. E conosco bene le dinamiche descritte nell’articolo. Personalmente penso che l’ambiente dei corsi guida sia uno dei meno trasparenti, meno controllati e perciò più contaminati che abbia avuto l’occasione di conoscere. Ogni tanto i risultati sono evidenti…
Da libero pensatore quale mi sono sempre definito (NON sono minimamente coinvolto nel settore professionale della montagna,. neppure come cliente), mi schiero apertamente a sostegno del mondo delle Guide, compresi anche gli AMM, nella indiscussa tutela della loro esclusività professionale. Però, proprio per questi motivi, “pretendo” che il mondo delle Guide sia sempre caratterizzato da comportamenti assolutamente cristallini, che purtroppo non sempre si ravvisano. Ne va della loro immagine professionale (come categoria) e spesso i costi umani che si pagano sono insensati. Anche il mondo delle Guide è chiamato a un salto di qualità che ormai non è più procrastinabile.