Amare conclusioni

Metadiario – 226 – Amare conclusioni (AG 2000-002)

Questo è l’ombelico del mondo, questo è il sigillo della terra, questo è il cuore del mondo recintato di nevi (Anonimo Tibetano)”.

Ora per l’Everest qualcosa deve essere fatto. L’aspetto più evidente sta nei danni e nelle tonnellate d’immondizia abbandonate sulle montagne (sir Edmund Hillary)”.

Scrissi queste note a conclusione del mio libro Rifiuti verticali, nei primi giorni del 2012. È inevitabile ch’esse risentissero di una maturazione personale e riflettessero un mutato spirito e un diverso atteggiamento di fronte ai rifiuti verticali. Se volete potete saltare i primi due paragrafi e andare al terzo (Amare conclusioni)…

Everest dal campo base tibetano

Levissima for Everest
La conquista dell’Everest è un sogno che da molto tempo non è più proibito: dal 1953 in poi le spedizioni di alpinismo si sono avvicendate, per provare l’intensa emozione di toccare i quasi novemila metri della cima più famosa del mondo.

I membri di molte spedizioni, troppo coinvolti nell’attività alpinistica, si sono rivelati dimentichi delle più elementari norme di rispetto per l’ambiente e hanno abbandonato negli anni tonnellate di rifiuti, creando vere e proprie discariche nelle aree circostanti i campi base, sia quello nepalese che quello tibetano.

Appena oltrepassato il confine tra Nepal e Cina (Tibet) il grosso villaggio di Tsang-mo ci accoglie. Questa è una delle tre discariche che lo invadono.

In questo modo sono stati esportati l’inquinamento e la fruizione, cioè un per nulla sostenibile modello culturale di frequentazione delle aree naturali di alta quota.

Come urina e feci, a livello quotidiano, e come vomito e pus, a livello occasionale, sono produzioni normali e rifiuto del nostro organismo individuale, anche di quello più intellettuale o spirituale, così i rifiuti e la spazzatura abbandonati in montagna sono produzione logica dell’alpinismo, anche del più evoluto.

Apparentemente, dunque, si possono ridurre il fenomeno e la problematica dell’inquinamento delle terre alte a una mera questione di igiene.

Bandiere tibetane al Lalung-La

La squadra era quella collaudata, cioè il sodalizio che si era creato tra Mario Pinoli, responsabile tecnico del progetto, e me, capospedizione. Mario, classe 1961, dottore in scienze geologiche ed environmental auditor, aveva diretto le fila già dal primo inizio, quando grazie a lui l’idea era diventata una proposta a Levissima. Ben presto ci si aggiunse il varesotto Luca De Franco, classe 1966, geologo esperto in campo ambientale nella valutazione, analisi e recupero di aree inquinate e degradate. Tutti e tre di Montana, la società di Milano specializzata in indagine e progettazione ambientale, in eco-audit e in operazioni di bonifica (in area montana di alta quota e non), cui spesso fanno seguito progetti di adeguata comunicazione.

Mario Pinoli in una casa tibetana

Di fronte a uno schieramento così professionale di forze in campo, Levissima acconsentì anche alla nostra richiesta di inserire nella squadra un bravo cine-operatore, l’amico Marco Preti, bresciano del 1956. Marco è regista, cameraman e scrittore, specializzato in documentari e fiction in luoghi di natura estrema sparsi nell’intero pianeta: montagna, oceani, deserti, regioni polari, jungla. Ex alpinista professionista (guida alpina, maestro di sci, ISEF Università Cattolica Milano), dal 1986 si dedica esclusivamente alla cinematografia.

L’Everest dal campo base tibetano

Questa idea si inquadrava in un contesto culturale nuovo e attento ai valori dell’ambiente, che ben si allineava ai concetti di sostenibilità e tutela: ecco perché avevamo chiesto di finanziare un concreto intervento ecologico per il recupero e la salvaguardia di queste aree proprio a Levissima-San Pellegrino, un’acqua minerale che da anni aveva saputo stabilire nella mente del consumatore, grazie a un felice abbinamento slogan-testimonial, un’immagine di purezza “alta”, anzi, altissima.

Il progetto Levissima forEverest aveva il doppio scopo di bonificare le aree tibetane del Campo Base e del Campo Avanzato dell’Everest dai rifiuti abbandonati dalle spedizioni di alpinismo e di trekking nel corso degli anni e di favorirne la frequentazione sostenibile con la costruzione dell’Isola Ecologica più alta del mondo (raccolta differenziata).

Campo base tibetano dell’Everest: da sinistra, Manuel Lugli, Luca De Franco e Mario Pinoli.

Non eravamo i primi in senso assoluto all’Everest, bensì solo tra i primi, a occuparci di un problema che era ben noto all’opinione pubblica. Le immagini delle bombole di ossigeno vuote abbandonate sul Colle Sud spazzato dal vento avevano fatto il giro del mondo.

Proprio nel 2000 si registrarono le prime spedizioni alpinistiche che, oltre a tentare di raggiungere normalmente la vetta, avevano come obiettivo la pulizia della montagna, totale o parziale. Anche se i maligni potrebbero osservare che tale nobile scopo potesse nascondere in realtà la maggiore facilità a ricevere finanziamenti, in qualche modo dette spedizioni comunque assolvevano il loro compito. Dunque possiamo lodare quelle iniziative, che anche oggi continuano. Era stata Mountain Wilderness a cominciare, con la spedizione al K2 (Free K2) del 1990, ma la serietà allora imponeva di non puntare alla vetta.

Oggi, a leggere le relazioni di molte di queste spedizioni “miste”, dove guarda caso quasi mai si fa cenno alle spedizioni che hanno avuto la medesima idea l’anno precedente, si ha l’impressione che il gioco non possa reggere. La corda ormai è tesa.

Campo base tibetano dell’Everest: le operazioni di bonifica del recinto di cemento

Il ragionamento per cui, se una città è invasa dai rifiuti, basta assoldare un maggior numero di netturbini, costruire nuovi inceneritori e abilitare discariche sempre più grandi, crolla alla prova dei fatti: per quante spedizioni “clean” si facciano, la spazzatura è in aumento, il disagio cresce e la sensazione che non si possa fare nulla dilaga.

Non si può contrastare il fenomeno perché eventuali regolamenti ferrei provvisti di sanzioni anche terribili non possono essere applicati in territori che hanno, in genere, problemi di gran lunga superiori. Se un parco in Alaska proibisce qualcosa, ci sono ranger che fanno rispettare questo divieto, e l’opinione pubblica è d’accordo. Provate a fare la stessa cosa in Pakistan… e con un po’ di rupie sottobanco avrete risolto il problema.

E non si può contrastare questo fenomeno neppure continuando affannosamente a pulire ciò che altri beffardamente sporcano. Questo sarebbe il “nuovo contesto culturale” che tutti predicavamo?

Campo base tibetano dell’Everest: Marco Preti al lavoro.

A fine gennaio 2000 avevo fatto incontrare per la prima volta Guya con Mario Pinoli e Katja Roediger. L’occasione era la festosa inaugurazione a Milano (in zona Porta Romana) di un’agenzia che si proponeva di trattare qualunque argomento relativo all’outdoor, dai viaggi alle sponsorizzazioni, dalla comunicazione aziendale alle manifestazioni culturali e sportive. L’affluenza fu enorme, circa 600 invitati, più o meno operativi in quel mercato. Era quindi un evento parecchio mondano, tanto che era previsto un momento danzante che, in realtà, si protrasse fino quasi al mattino.

Guya si era presentata come al solito con la sua fascinosa eleganza, avendo scelto una mise assai personale e indovinato come convivere, pur distinguendosi, con le altre rappresentazioni teatrali che andavano dal profilo comune allo stile primadonna. In particolare Mario e Katja avevano apprezzato i suoi sandali, verde appariscente. Questi, chissà perché, a me non piacevano per nulla. Così, dopo aver incassato le lodi dei nostri amici, Guya dovette digerire la mia bocciatura, espressa ad alta voce. Poi cercai di moderare il giudizio, ma ormai la frittata era fatta… Ancora oggi ci ridiamo sopra.

A quel tempo Katja e Mario abitavano in affitto una bellissima villa in Brianza, in cima a Montevecchia. Diedero anche qualche festa cui naturalmente partecipammo anche noi. Durante quelle “riunioni” scorrevano fiumi di vino pregiato, mentre dopocena, musica e danze sfrenate creavano o rinsaldavano le amicizie.

A febbraio, nella prima di queste feste, piuttosto eccitato dalla frizzante compagnia e dalla quantità di vino bevuto, mi ritrovai piuttosto in assidua sintonia con un’amica di Mario, un’avvenente ragazza ucraina di nome Helena: insieme avevamo avviato due o tre show danzanti ai ritmi che ci piacevano. Senza volerlo, però eravamo sotto gli occhi di tutti.

Alla fine della serata, tipo alle due di notte, ci furono i saluti nel vasto giardino. Dopo il bacetto di commiato, Helena chiese, in modo naturale o sfrontato a seconda dei punti di vista, il mio numero di cellulare. Prima che io potessi rispondere o reagire in qualche modo si sentì, ad alto timbro, il deciso “No, non te lo dà” da parte di Guya che provocò l’ilarità generale degli ormai pochi astanti.

Katja e Guya si sentivano e si vedevano anche per alcune uscite milanesi a base di shopping: perciò quando ci ritrovammo tutti all’aeroporto in partenza per l’Everest non correvano certo il rischio dell'”amicizia conseguenza degli uomini lontani”. Ancora oggi Katja e Mario sono tra i nostri amici più cari.

Le attività, iniziate il 19 maggio 2000, si sono svolte nella Valle di Rongbuk, situata ai piedi del versante nord dell’Everest, in territorio tibetano-cinese. I servizi logistici, dal viaggio aereo al trekking, erano forniti dall’amico Manuel Lugli e la sua agenzia “Il nodo infinito”.

In particolare la bonifica è stata eseguita al Campo Base 5200 m, situato al termine del tratto vallivo principale presso la fronte del Ghiacciaio di Rongbuk, nei tre campi situati lungo la Valle di Rongbuk Orientale (a 5500, 5800 e 6000 m), e al Campo Base Avanzato 6400 m, situato ai piedi del Colle Nord dell’Everest.

Il 6 giugno 2000 il team ha iniziato il viaggio di ritorno a Kathmandu.

Le operazioni sono state svolte con la cooperazione e l’egida della Tibetan Mountaineering Association (TMA), l’organizzazione locale che coordina e controlla le attività alpinistiche ed escursionistiche nell’area dell’Himalaya tibetano.

Campo base tibetano dell’Everest. L’isola ecologica è pronta.

Abbiamo lavorato a stretto contatto con Nyma Tsering, General Liason Officer della TMA al Campo Base dell’Everest, che ci ha fornito una squadra di 16 operatori locali e qualche decina di yak per il trasporto dal Campo Base Avanzato all’Isola Ecologica del Campo Base.

Con il loro aiuto si è fatta una stima della stagionale produzione di rifiuti del Campo Base e Campo Base Avanzato, stimata attorno alle 23 tonnellate in poco più di due mesi primaverili.

Sapevamo in anticipo dell’usanza tibetana di non accendere mai fuochi allo scopo di bruciare i rifiuti, perché il cielo possa continuare a essere libero dai miasmi impuri. Questa proibizione, tanto bella quanto scomoda, ci ha costretti alla sola raccolta.

Campo base tibetano dell’Everest: l’isola ecologica profanata dopo una sola notte.

600 kg sono stati raccolti nell’area del Campo Base, 200 kg nei campi intermedi del ghiacciaio, 4.200 kg al Campo Base Avanzato. I rifiuti raccolti sono stati suddivisi in base alle frazioni merceologiche, sia durante le fasi di raccolta sia in seguito al conferimento presso l’Isola Ecologica del Campo Base.

Dunque il totale dei rifiuti raccolti da noi assomma a 4.800 kg. Questo quantitativo è costituito in gran parte da rifiuti “vecchi”, che giacevano da anni nella varie aree.

Sono state identificate e quantificate le seguenti frazioni merceologiche:
30% imballaggi di vario tipo (plastica, cartoni, sacchetti);
30% umido;
20% lattine, scatole metalliche, barattoli;
10% vetro;
10% materiale vario (tra cui batterie e medicinali).

Tra i rifiuti sono stati ritrovati anche parecchi oggetti curiosi (quanto meno per quelle altitudini) come bottiglie di champagne vuote, confezioni di patè de foie gras vuote, varie bottiglie di vino, carte da gioco, un pappagallo, una sveglia degli anni ’70, alcuni libri religiosi, riviste pornografiche.

In partenza dal campo base tibetano verso l’Everest

Occorre precisare che ci hanno aiutato nel nostro lavoro la spedizione commerciale di Russell Brice e la spedizione giapponese guidata da Ken Noguchi che, sulla via normale dell’Everest, ha raccolto ben 120 bottiglie di ossigeno (di cui la più vecchia degli anni ’60) e una quantità imprecisata di corde da alpinismo, oggetti che Noguchi intendeva esporre in un futuro museo.

I 588 sacchi da 8,2 kg circa cadauno, in cui sono stati assemblati in modo differenziato i rifiuti raccolti direttamente dal nostro team, e le altre 23 tonnellate di normale produzione, sono poi stati trasportati a valle mediante appositi automezzi nella discarica di Tingri, l’ultimo centro abitato sulla strada che da Kathmandu porta all’Everest.

Il sito di discarica è un’area confinata direttamente gestita dalla TMA, come discarica ufficiale per i rifiuti provenienti dalla zona dell’Everest.

Campo a 5800 m verso il campo base avanzato dell’Everest

Già prima di partire, il nostro progetto non riteneva sufficiente la bonifica: noi volevamo che la purezza ritrovata dell’Everest potesse conservarsi anche nelle successive stagioni alpinistiche.

Per questo era stata concepita l’Isola Ecologica più alta del mondo, una speciale struttura in muratura suddivisa in due corpi funzionali, localizzata nel Campo Base, nel punto nevralgico dove le decine di tende vengono normalmente montate. Di facile accessibilità e utilizzo, l’Isola ospitava i contenitori appositamente trasportati dall’Italia per raccogliere le varie frazioni di rifiuto prodotte al Campo Base e nei campi successivi sino all’Avanzato. I contenitori utilizzati, gentilmente offerti dalla Spider Italia, avevano un volume di 240 litri.

Campo a 5800 m verso il campo base avanzato dell’Everest

I contenitori dell’Isola Ecologica sono stati razionalmente predisposti: posizionati in due gruppi di 7 e 5, sono stati suddivisi per frazione merceologica, in accordo con prassi ragionevolmente attuabili in sito. Sono stati previsti dunque contenitori per vetro, lattine e metalli, plastiche, medicinali e batterie, combustibili.

I contenitori, alloggiati nelle idonee struttura in muratura, sono stati contrassegnati da appositi adesivi con la denominazione della frazione merceologica in inglese e con traduzioni scritte in cinese e tibetano.

Dopo due giorni di permanenza al Campo Base, constatata la critica situazione in cui versavano i due preesistenti recinti di cemento armato, completamente ricolmi di rifiuto indifferenziato e maleodorante, avevamo finito di raccogliere, suddividere e insaccare l’intera massa. Ciò che prima era la fotografia di una vergognosa inciviltà, adesso era una coppia di recinti puliti e vuoti, nei quali disponemmo con orgoglio i nostri contenitori blu con tanto di etichette in tre lingue. Erano le sei di sera e andammo a cenare soddisfatti, fieri del lavoro compiuto.

In marcia verso il campo base avanzato dell’Everest

Al mattino dopo i recinti erano invasi dalla spazzatura, come se due autocarri l’avessero scaricata lì. Tutto era come prima, anzi peggio, perché i nostri contenitori facevano fatica ad affiorare nell’immane immondezzaio!

I tibetani s’incazzarono assai per ciò che era successo nella notte, vedevamo tutti molto agitati, come se in qualche modo sapessero chi erano i responsabili.

E occorre riconoscere che, dopo altre due giornate di lavoro per ripristinare l’ordine, episodi così incresciosi non si verificarono più. Anche al nostro ritorno dal Campo Base Avanzato le condizioni dei contenitori erano assolutamente accettabili.

Al termine delle attività della spedizione, l’Isola Ecologica è stata ufficialmente inaugurata e consegnata, per la futura gestione, alla TMA.

Mentre noi tornavamo in Italia, Mario andò a Lhasa per perfezionare gli accordi con la TMA, incontrando così il direttore generale Munzhing Gao.

Il campo base avanzato tibetano dell’Everest, a 6400 m

Codice di gestione ambientale per le spedizioni
1) Nessun rifiuto dovrà essere abbandonato abusivamente sul terreno, nei corsi d’acqua e in nessuna area naturale dell’area dei vari campi base di salita all’Everest;
2) le spedizioni devono collaborare con la TMA, in base al presente codice ambientale per la gestione dei rifiuti, per il mantenimento della pulizia nelle aree dei campi base, per la diffusione dei concetti di gestione e tutela ambientale e per l’adozione di un comportamento eco-compatibile;
3) i dirigenti delle spedizioni devono illustrare a tutti i loro membri questo codice ambientale e devono eseguire apposita istruzione al personale logistico (portatori, yak-men, cuochi e aiuto cuochi) per una gestione corretta ed ecocompatibile dei rifiuti;
4) i rifiuti prodotti devono essere gestiti nel modo più attento al fine di evitare inquinamento o degrado anche visivo dell’ambiente;
5) le spedizioni devono collaborare con gli altri team per la pulizia del campo base;
6) le spedizioni devono utilizzare l’isola ecologica installata dalla spedizione Levissima for Everest al fine di gestire in modo eco-compatibile i rifiuti prodotti;
7) ogni spedizione deve gestire i propri rifiuti mediante una raccolta in frazioni differenziate con stoccaggio finale all’interno dei contenitori dell’isola ecologica; ogni spedizione, in base al quantitativo di rifiuti prodotti, deve provvedere a una raccolta in appositi sacchi o al conferimento diretto nei vari contenitori dell’isola ecologica;
8) l’isola ecologica deve essere mantenuta in ordine e i rifiuti devono essere stoccati all’interno delle strutture fisse, solo nei contenitori o in appositi sacchi opportunamente sigillati;
9) nell’isola ecologica non devono essere recapitati rifiuti liquidi o umidi (resti alimentari) provenienti dall’attività di cucina. i rifiuti liquidi dovranno essere depositati in apposito sito indicato dalla TMA;
10) al fine di ridurre la produzione di rifiuti, le spedizioni devono ridurre gli imballaggi delle merci e dei materiali per quanto possibile prima dell’arrivo al campo base, in fase di preparazione della spedizione;
11) le spedizioni devono evitare l’utilizzo di detergenti e saponi non biodegradabili;
12) le spedizioni devono usare, se possibile, pannelli solari ed evitare l’utilizzo di batterie a perdere e di generatori;
13) rifiuti di tipo pericoloso come batterie o medicinali devono essere assolutamente stoccati negli appositi contenitori dell’isola ecologica;
14) quando possibile durante i periodi di acclimatazione, le spedizioni sono invitate a destinare del tempo dei loro membri per la raccolta dei rifiuti eventualmente rinvenuti al momento della partenza dal campo base, dopo lo smontaggio del campo ogni spedizione deve provvedere a una accurata pulizia delle superfici occupate, alla raccolta dei rifiuti prodotti e al loro confezionamento per lo smaltimento finale.

Raccolta rifiuti al campo base avanzato dell’Everest

Amare conclusioni
Tutto ciò era destinato ad essere lettera morta. Già allora espressi questa mia preoccupazione con una lettera all’amico Ken Wilson:

La rivista italiana Montebianco stava pubblicando un reportage completo sulle nostre attività al Campo Base e al Campo Base Avanzato, ma all’ultimo momento il loro marketing ha chiesto all’acqua minerale Levissima di acquistare alcune pagine di pubblicità. Levissima ha rifiutato, quindi la redazione ha messo in stand by il reportage e noi stiamo aspettando qualcosa che probabilmente non accadrà mai. È un vero peccato, perché il reportage è molto interessante.

Stavo pensando alla possibilità di pubblicarlo su High Mountain. Il reportage è pronto, le immagini ci sono: basta tagliare qualcosa e tradurre. Si possono unire belle foto panoramiche (6 x 12 cm). Non vogliamo alcun onorario per questo: basterà vedere pubblicato in tutto il mondo ciò che crediamo fermamente, cioè che gli alpinisti devono cambiare la loro mentalità e il loro modo di usare le montagne. Altrimenti sarà sempre giusto quello che penso: che scegliere in questi anni di scalare l’Everest è una schifezza esattamente come lo è la montagna stessa (sai che, solo nella primavera del 2000, all’ultimo campo della via normale dell’Everest North Side sono state lasciate 21 tende con tutta l’attrezzatura dentro? Sai che la produzione stagionale di rifiuti da parte di 620 persone, solo al Campo Base e al Campo Base Avanzato, è stata stimata in 22 tonnellate?)

Per favore, aiutami. Tutta la tua vita è stata dedicata all’alpinismo e alle montagne come la mia. Non voglio che il risultato finale della nostra attività letteraria e giornalistica sia questo. Mi sento in colpa per aver capito troppo tardi che le cose stavano andando in questo modo.
Per favore, fammi sapere qualcosa“.

Raccolta rifiuti al campo base avanzato dell’Everest

Sono ormai trascorsi quasi dodici anni (questo testo è del 2012, NdR) e non voglio neppure pensare cosa può essere successo alla nostra Isola Ecologica più alta del mondo… le spedizioni continuano ad abbandonare merce e rifiuti, altre spedizioni tentano di bonificare: sembra che agli uomini di buona volontà non resti che piangere.

Però, forse, oggi, sono più in grado di capire.

L’alpinismo “sociale”, per quanto mi riguarda, è stato un periodo successivo a quello delle mie conquiste, raccontate in Un alpinismo di ricerca. Possiamo definirlo periodo delle conquiste, in quanto sono stati gli anni in cui ho fatto le cose alpinistiche più importanti.

Raccolta rifiuti al campo base avanzato dell’Everest

Nel mio cammino di montagna, fare conquiste e imprese ha mantenuto un carattere di individualità. Al massimo in condivisione con un compagno, ma comunque sempre nella prospettiva individuale. Per un complesso di ragioni. Se si vuole, anche di crisi. Sono emersi aspetti che prima non vedevo e che ho un po’ tradotto, con un termine non mio, con alpinismo sociale. Improvvisamente ho capito di essere troppo individualista: intorno a me c’era una realtà che avevo tralasciato e dalla quale, più o meno volutamente, mi ero estraniato. Potrei dire una realtà non solo del sociale, ma anche degli affetti, di tutte le persone che avevo vicino. Ho vissuto nel mio mondo per un po’ di anni. Un sociale che si era cristallizzato su idee marxiste. Appena sfiorate, però. Ci credevo e le ritenevo interessanti, importanti: mi avevano colpito.

I rifiuti raccolti al campo base avanzato dell’Everest partono a dorso di yak verso il campo base.

Una manifestazione dell’alpinismo sociale, per esempio, è l’attività svolta dal Club Alpino Italiano. In quanto club, è sociale per definizione. Organizza corsi, promuove una serie di attività tecniche, culturali che poi vengono spese sotto il nome di formazione, di diffusione della cultura alpinistico-montana, di salvaguardia, ecc. Non ho mai operato in associazioni di questo tipo, se non marginalmente: non mi andava di lavorare, più di tanto, con gli altri.

Poi c’è stata l’esperienza con l’associazione Mountain Wilderness: mi sono impegnato. Abbiamo preso coscienza in molti di quel che era stato fatto all’ambiente. Il settore delle mie attività di pensiero “ambientale” ha fronteggiato e fatto da contraltare al mio impegno di ricerca interiore. E ora, sono ancora lì. Cerco di conciliare tutte queste diverse esigenze, comunicazioni, scalate, lettere, parole come una massa di informazioni da scartare o da far confluire in qualcosa. Che possiamo dipingere come la continua evoluzione di mondo interiore e di mondo esteriore, secondo un rapporto diverso e mutevole. Questa è stata l’evoluzione. Molto difficile, d’altra parte.

Lago temporaneo

Nelle disgrazie degli ultimi decenni è contenuta la “corsa alla vetta”. Sul K2 nel 1986 e anche nel 1996 all’Everest, poi ancora sul K2 nel 2008. Gente che andava in cima approfittando delle tracce degli altri, dei campi degli altri, sorpassandosi, scavalcandosi, calpestandosi. Per che cosa? Non si capisce. Che esperienza poteva essere, quella…? Non ho mai colto il senso di accalcarsi tutti insieme su uno stesso obiettivo. E poi la montagna, soprattutto, finiva in secondo piano. Quando la competizione assume questa importanza esagerata, la corsa alla vetta diventa la cosa più importante e la montagna degrada a sfondo, a semplice palcoscenico. È allora che diventiamo più esposti. Quando l’alpinismo sociale diventa commerciale. Ed è allora che produciamo il massimo di rifiuti, ciò che vorremmo cancellare nel nostro animo ce lo ritroviamo in una valanga di spazzatura che ci sovrasta minacciosa.

Quindi, da una parte l’alpinismo di conquista individuale e, dall’altra, la presa di coscienza del sociale mi hanno portato, insieme, a superare un gradino. Parliamo di evoluzione quasi dialettica alla Hegel. Cioè tesi/antitesi/sintesi. Sintesi che poi diventerà tesi o antitesi, e che verrà quindi ancora messa in discussione in un secondo tempo.

Alessandro Gogna in discesa verso il campo base

Le cose cambiano, per fortuna. Altrimenti tutto rimarrebbe fermo e sarebbe noiosissimo. La sintesi è diventata una tesi e mi sono reso conto che non bastava ancora. Oltre, c’era la ricerca individuale nell’ambito della propria sfera interiore: parliamo di inconscio, di analisi. Cose venute dopo. È stato un passaggio epocale per me. Trovarmi in un altro mondo, assolutamente affascinante, completamente sconosciuto.

La sintesi che poteva esserci stata prima è diventata immediatamente una tesi, che avrebbe avuto bisogno, a sua volta, di un’antitesi. Il mio rifugiarmi nella ricerca interiore era diventata la cosa più importante. Non era più la ricerca dell’impresa o la difesa dell’ambiente. È stato un salto notevole che, però, dovrà essere bilanciato per non correre il rischio di un altro, diverso, straniamento.

Campo base tibetano dell’Everest: da sinistra, Marco Preti, Alessandro Gogna, Mario Pinoli e Luca De Franco.

Anni fa ho diretto un confronto, in internet, che si chiamava Controscuola. Una specie di forum per trattare temi relativi alla montagna. Anche realtà individuali, problemi di crescita e di sviluppo interiore. L’esperimento è andato avanti sei o sette mesi, poi ho dovuto interromperlo. Purtroppo qualcuno partecipava e più o meno inconsapevolmente ne corrompeva il significato. In un primo momento non mi sono sentito di intervenire d’autorità, pur essendone stato l’ideatore, ma ho ripetuto per un po’ di tempo: «Così non va, questa non può essere una ricerca della verità, stiamo dilaniandoci su cose che sono solo personali. E non può essere un motivo di interesse comune». Alla fine mi sono arreso, ho scritto una lettera a tutti quanti chiedendo di sospendere. Questo esperimento mi ha deluso, però faceva parte del sociale. Ho capito un’altra volta che la propria ricerca bisogna farsela da soli.

Everest dal campo base tibetano, al tramonto

Il sentimento individuale è l’unica forza umana veramente creativa, dunque in grado di contrastare la ripetitività compulsiva e la noia coatta di individui che vorrebbero cancellare del tutto il sentimento in ossequio al pensiero. La prima cosa che ci si dovrebbe domandare, a un certo punto della propria vita, è “Quanta spazzatura è in me?

Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, ha sporcato già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale.

Amare conclusioni ultima modifica: 2024-08-17T05:51:00+02:00 da GognaBlog

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20 pensieri su “Amare conclusioni”

  1. considerando il gap economico fra scalatori/turisti e locali, non vedo il problema di stabilire una sovrattassa tesa a stipendiare un numero di locali yak muniti, sufficienti a risolvere il problema. Ovvio, serve la volontà politica, magari spinta da campagne media internazionali

  2. “ciò che vorremmo cancellare dal nostro animo ce lo ritroviamo in una valanga di rifiuti che ci sovrasta minacciosa”. Fine.
    Testimonianza, esempio. L’amara conclusione era già abbastanza amara. Emozionato rispetto, tutta l’ammirazione e la stima del mondo.
    Poteva chiudersi qui. Mi avresti lasciato un appiglio.
    Poi il finale è diventato così intimo, ma così necessariamente complesso nella sintesi cercata da mettermi in difficoltà. Rinnovo il massimo rispetto e la gratitudine per il dono delle tue parole; rimango tuttavia perplesso nel leggere le “conclusioni”, colpa solo delle parole sentimento e pensiero associate così …
    Rileggerò ancora, Ci penserò su …
    Chissà! magari un giorno troveremo una conclusione diversa.
    Le cose cambiano, per fortuna.
    Grazie sempre!

  3. @ 17
    Insomma, ragazzi, qui abbiamo il nostro Alessandro. Volendo riassumerne la vita in poche parole, diremo di lui:
    “Dalle altezze dei monti alle profondità dello spirito”.
     
    P.S. E questa NON è una battuta!

  4. Grazie Alessandro per aver condiviso, non solo l’esperienza di impegno nella bonifica del Campo Base dell’Everest, della quale, conoscevo già le dimensioni (sia in termini di lavoro eseguito, di rifiuti abbandonati e del, successivo, tristissimo fallimento), ma anche, e soprattutto, la storia della tua crescita interiore, i dilemmi intellettuali e culturali, le vicende di una dialettica che tu definisci giustamente egheliana

  5. Senza andare troppo lontano, nei miei ricordi ci sono indicazioni su dove buttare i rifiuti, scritte in bivacchi come il Dal Bianco a Passo Ombretta o al Lampugnani al Col Eccles, che indicavano un canalone piuttosto che un altro. 
    In Himalaya ancora oggi a lato dei sentieri è un immondezzaio un po’ ovunque. Un po’ meno nelle zone di Everest e Annapurna perché, tramite il contatto con i trekkers, è dove si è sviluppata per prima una coscienza locale un po’ ecologica. Comunque i dintorni dei sentieri sono ancora stracolmi di rifiuti d’ogni sorta.
    Lo scorso Aprile sono stato a fare un trek tra i meno popolari, il giro del Manaslu, è lì i rifiuti, soprattutto confezioni di plastica, abbondano ovunque. L’abbandono è da parte dei locali. Il trekker noto che, pur vedendoli, resta sopraffatto dalla bellezza delle montagne e infine se li dimentica, mentre gli alpinisti mi sembra che quest’aspetto proprio non li tocchi.

  6. @sig.Mirko n.12 
    Lo scempio è iniziato cento anni fa con le spedizioni composte da eserciti di migliaia di persone, pagate per portare su, non giù! In seguito sono diminuiti gli eserciti, ma aumentate considerevolmente le spedizioni con i risultati raccontati in tutti i campi base e di avvicinamento agli 8000 della terra (senza considerare i territori adiacenti le vette più basse e meno famose dei 14 giganti). Sono occorsi 3-4-5 passaggi generazionali per cercare di riportare quei terreni alla pulizia di metà ‘800, quando si iniziò lo studio, la  mappatura e il censimento di quelle enormi aree totalmente inesplorate. Ignoro tuttavia il comportamento di quei pionieri che nei precedenti due secoli si dedicarono alla conquista dei più ‘nostrani’ 4000 delle Alpi. Certamente all’epoca non c’era ancora nulla in PVC ma tanto altro non facilmente degradabile.
    Che dire? Noi pronipoti di costoro abbiamo  ricevuto questo tipo di educazione, pur oggi costretti (!?!) a riciclare malvolentieri i nostri rifiuti urbani, senza dimenticare che i nostri predecessori recenti risolvevano il problema seppellendo tutto in buchi più o meno profondi, nel mare e nei fiumi se più a portata. Nelle città e nei loro pressi nascono continuamente discariche viste da milioni di persone. Che importa dei rifiuti lasciati a 5-6-7000 metri visti da poche centinaia di persone, talvolta disposte a superare qualche cadavere pur di andare un po’ più sù?
    Nonostante l’impegno e gli imperativi che motivano (ma proprio tutti?) i moderni alpinisti il lindo candore dei ghiacci eterni non tornerà mai più. Come i marciapiedi cittadini e le circostanti aiuole verdi infestati dalle cacche del ‘miglior amico dell’uomo’. Ecco, cominciamo proprio da lì o forse i pionieri delle Alpi e degli 8000 pensavano che la natura avrebbe fatto il suo corso, come la pioggia per le cacche dei cani e la terra che seppelliva i rifiuti urbani negli anni scorsi. Non giustifico affatto il comportamento di alpinisti e portatori, ma chiudo con una domanda. Un extraterrestre dono’ all’uomo del Similaun una confezione di 6 bottiglie d’acqua minerale. Dove credete che questo nostro antenato avrebbe abbandonato i vuoti di plastica?

  7. Possibile che tutti questi avventurieri pseudo ecologisti amanti del pianeta abbiano combinato tutto questo marciume solo per soddisfare il proprio ego e vantarsi dell’impresa compiuta? La verità é che a 8000 metri ed in generale le egoistiche imprese della razza umana sono necessarie solo a noi stessi e questo é il risultato … basta guardare il mare e tanti altri posti rovinati dalla presenza umana.Noi siamo i veri extraterrestri di questo fantastico pianeta che non necessita la nostra presenza , tanto é vero, che manco sappiamo esattamente da dove veniamo e in questi frangenti si nota la nostra intelligenza superiore. Siamo l’unica specie ad aver bisogno di vivere oltre i ritmi naturali storpiando tutte le cose e forme di vita che ci circondano e, inoltre , ci sentiamo pure i migliori. Siamo solo noi che dobbiamo scaldarci , raffrescarsi , spostarsi , cibarci in modo artificiale producendo rifiuti che ci seppelliranno.

  8. È proprio vero che i veri rifiuti sono nel nostro profondo, nella nostra vita interiore e per sanare quelli non serve né la razionalità né le norme. 
    Bellissima riflessione ed analisi!

  9. Ricordo una conversazione con Gianni Calcagno quando mi disse che davanti ai grandi inquinamenti non possiamo fare nulla, a Gianni ho dedicato la mia traversata solitaria degli Appennini da Varazze Monte Beigua ad Assisi 1/19 agosto 1992. 

  10. PULIAMO PULIAMO PULIAMO
    tt quello che ignoranti lasciano in giro
    poi….lavoro, impegno, costi….e i rifiuti dove vengono buttatti?
    non raccolti, ma buttati?
    nel mare? Lui purifica tutto con il suo sale!!!!!
    è la gente da buttare ed il bello è che va tutta nell’umido

  11. Egoismo e individualismo li considero prerogative positive e indispensabili per poter fare anche una buona vita sociale. Però dovrebbero averle tutti.
    Partendo dal voler essere socievoli, buoni e fare collettività, secondo me, complica le cose e non produce nulla di buono.
    Per essere buoni e altruisti bisogna essere degli stronzi con se stessi. Prima di tutto. 

  12. Grazie, Alessandro, per alimentare e corroborare la mia ricerca personale.

    Grazie a incontri preziosi, avvenuti nel corso di tutta la mia vita, sono arrivata all’ecologia profonda, che parte proprio dal lavoro sull’universo interiore come partenza per agire all’esterno. Durante diversi laboratori ho compreso l’importanza di prendere coscienza d’essere tutti, in un modo o nell’altro, chiave di volta per il cambiamento, di quella stessa trasformazione che auspichiamo sempre negli altri.

  13. IL PROBLEMA È UN ALTRO, I CENTRI DI RACCOLTA RIFIUTI UBICATI NEI CAMPI BASE, PRIMA O POI DOVRANNO ESSERE SVUOTATI. CON QUALI MEZZI E CON QUALI SOLDI? E GLI IMMONDEZZAI SITUATI NEI CAMPI ALTI? BISOGNEREBBE ADOTTARE UNA TASSA, PRO CAPITE PER LO SMALTIMENTO RIFIUTI, DA RISCUOTERE ASSIEME AI PERMESSI DI SALITA. SI FARÀ? NUTRO SERI DUBBI. MI SOVVIENE LA SALITA DELLA PARETE NORD DELL’EVEREST, DA PARTE DI TROILLET E LORETAN. SALIRONO SOLI , DI NOTTE, NON PORTARONO NIENTE E NON LASCIARONO NIENTE. ALTRI TEMPI!!!
     
     

  14. Mah… mi sa che se non si chiude Himalaya-Karakorum per almeno una decina d’anni, non si riesce a ripulirli a fondo. In tale arco temporale, solo “spazzini” al lavoro e, invece, niente spedizioni e niente trekking. Forse così, dopo 10 anni senza nuovi rifiuti e con l’asportazione di quelli ora esistenti, magari quelle valli torneranno lustre come nuove. Però: poi, per quanto resisteranno “linde”? Temo per poco, pochissimo. Infatti io sono convinto, da mo’, che la vera spazzatura del pianeta Terra sia la specie dei Sapiens, i quali purtroppo inquinano, sporcano, consumano e depredano come se non ci fosse un domani.

  15. Purtroppo quelli che sporcano sono più di quelli che puliscono. In questo caso le  prediche non servono, come crede il ministro della pubblica istruzione e con lui quanti confondono la pratica con la teoria.  Non servono nuovi programmi di educazione civica nelle scuole: bisogna piuttosto costringere gli alunni a pulire periodicamente le strade e le spiagge per educare al rispetto della natura e del prossimo. Altro che noiose visite didattiche per musei e città d’arte!

  16. La tua conclusione è esaustiva di un processo irreversibile, business e globalizzazione comandano il mondo e noi tutti, in un modo o nell’altro, anche chi è puro di pensiero, ne è fagocitato.
    L’individualità probabilmente è l’unica strada da percorrere. Ognuno dovrà fare i conti con se stesso e agire di conseguenza.
    La collettività è troppo coinvolta, si arrovella su questioni che esulano fin troppo dall’assunto di una iniziativa, vuoi per incapacità, vuoi per autocelebrazione, vuoi perché social e strumenti informatici non ti fanno guardare negli occhi.
    Ho fatto tesoro delle tue ultime righe che conservo nei miei appunti per giornate in cui mi porrò le stesse domande.
     

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