Metadiario – 272 – “Au petit déjeuner, il n’y a pas d’amis…” (AG 2007-001)
Nel Metadiario-127, in occasione del viaggio in Niger dell’inverno 1984-1985, ho già tratteggiato un po’ di geografia del gruppo di montagne dell’Air. Senza ripetermi, in occasione del secondo viaggio nello stesso Paese, inizio con una breve storia alpinistica (che si arresta al 2006).
Alpinismo in Air
Nel 1967 una spedizione italiana del CAAI è la prima ad esplorare le montagne dell’Air: i componenti erano Franco Alletto, Cino Boccazzi, Gino Buscaini, Carlo Claus, Paolo Consiglio, Bruno Crepaz e Marco Dal Bianco. Oltre alle montagne di Aroua (che vedremo dopo), il gruppo sale la parete sud-ovest dell’Abattul (18 marzo 1967) e lo spigolo nord-ovest dell’Igujer (18 marzo 1967) nel Gruppo di Todra; sul Tagha, la più bella montagna in senso moderno di tutto l’Air, Boccazzi e Consiglio salgono il canalone sud-est + cresta nord della Punta Occidentale 1280 m (23 marzo 1967), cui fanno seguire sempre nello stesso giorno il versante nord-ovest + cresta nord-est della punta principale del Tagha 1505 m; la difficile parete sud-est è salita da Crepaz e Buscaini in 10 ore, 500 m, VI (23 marzo 1967); e l’ancor più difficile parete sud-ovest è vinta da Dal Bianco, Alletto e Claus il 23 e 24 marzo 1967, 480 m, VI+. Per maggiori dettagli, vedi Paolo Consiglio, Air-Niger 1967, (Rivista Mensile del CAI, n°12, 1968).
Dal 23 dicembre 1970 al 2 gennaio 1971 è la volta dei francesi Danielle e Jacques Ramouillet con Henri Agresti: salgono la cresta nord dell’Aiguille de Temet e, sempre sulla stessa cima, la parete est (La Montagne 1973, n° 4-5). In seguito si rivolgono al Tagha, dove salgono il 31 dicembre 1970 una via nuova sulla parete nord, 250 m, V (la «via di sinistra», che Simone Badier e Cécile Mayeur ripeteranno il 7 aprile 1971).
Dal 2 al 16 aprile 1971 Henri Agresti torna con alcuni compagni: mete del gruppo sono ancora gli Aroua e il Tagha. Il 7 aprile Henri Agresti con la moglie Isabelle e Louis Broch salgono i 300 m della cresta ovest del Tagha, V e VI, in dieci ore.
Dopo un gruppo britannico (1971) di cui non si è riusciti a sapere nulla, è la volta del francese Michel Bertinotti che, nei primi mesi del 1973, visita con alcuni compagni questi gruppi. Con Tralli sale il 27 e 28 gennaio (dopo tentativo del 25) i 420 m del pilastro sud del Tagha, V+, 19 ore. Mentre con Tralli, Baker e Soulat, il 1° febbraio sale la parete nord del Tagha per la «via di destra», 250 m, V+, 6 ore.
In seguito sul Tagha la storia si confonde, perché altri gruppi lo visitano e percorrono vie che magari sono già state fatte o parzialmente fatte: parliamo di Jean-Christoph Lafaille con Nathalie e Jean-François Hagenmuller alla fine degli anni ’80, come pure di Manuel Ratouis, Olivier Blanche e compagni che mettono spit qua e là e fanno una relazione delle loro scalate in cui si capisce poco o nulla (Vertical, gen-feb 2006). Con gli stessi sistemi, Ratouis e compagni aprono anche alcuni brevi itinerari sulle placche orientali del Tchiriken Abontorok e sul Pince de Crabe ad Arakao.


Nel 1974 Gino Buscaini e Silvia Metzeltin, a volte con compagni, esplorano a fondo soprattutto il Gruppo del Tamgak producendo più di 15 vie nuove. La più notevole è senza dubbio la parete nord della Quota 1450 m dell’Adrar-n-Toubouzout (Tamgak), battezzata Cima Paolo Consiglio, 400 m, dal IV al V+, 24 febbraio. Il 10 gennaio salgono lo spigolo est della più alta delle cime quasi gemelle del Tchiriken Abontorok 1385 m, 200 m, IV e V; l’11 gennaio salgono con Loulou Boulaz una bella torre di 120 m (parete est, IV, V, V+) situata tra il Tchiriken Abontorok e il Tchigorarene; il 12 gennaio salgono il Tchigorarene per la Spalla e la cresta est; il 13 gennaio lo spigolo nord-ovest della Torre Tchigorarene (III, IV e V); il 14 gennaio salgono la Quota 1297 m, situata tra l’Aroua e il Tagha, per la parete est, 450 m (notizie private).
Questa ricerca non pretende di essere completa.

Il nostro viaggio
Anzitutto la penosa notte passata in alcuni curiosi loculi a pagamento vicini all’aeroporto di Marsiglia: nei pressi era una piccola ciminiera che produceva tanto fumo, che scoprimmo generato dalla cremazione di animali domestici. Con un vago senso di liberazione partimmo da Marsiglia la mattina del 12 febbraio 2007 con intenti prevalentemente turistici, anche se le nostre sacche celavano comunque una discreta quantità di materiale alpinistico, tanto da superare di un bel po’ il numero di kg permesso a testa. Nel bagaglio a mano, perché comprati al duty free, avevo quattro litri di pastis in bottiglie di plastica, ideali per gli aperitivi serali in previsto regime di assenza di vini. Ad Agades, dopo aver fatto rapida conoscenza con il nostro personale, ingurgitati avidamente i panini offerti dall’agenzia (la fame ci aveva fatto subito dimenticare la verdura cruda con cui erano imbottiti e le relative paure di infezioni intestinali e diarree), caricate con efficienza le tre Toyota, verso le 17 eravamo già oltre la polverosa periferia e con gli occhi frugavamo già verso le ancora invisibili montagne dell’Air.
Per Guya e per Carlo Vagliani era il battesimo del deserto. Mario Verin e Giulia Castelli si potevano considerare veterani oltre che “capi”, per non parlare del “vecchio” Bernard Amy, sufficientemente trasandato per aver l’aria di non dare importanza alle cose che in effetti non ne hanno. Quanto a Dario Mantoan, l’attenzione che poneva al suo bagaglio e a qualunque altro dettaglio di precisa comodità, lo poneva su un piano di ragguardevole esperienza. Quanto a me, storicamente è sempre stato difficile che mi aprissi fino da subito alle emozioni orizzontali e contemplative, perciò speravo di essere cambiato, almeno un po’. La volta precedente, a Capodanno 1985, sulle prime mi era rimasta l’impressione di un viaggio fatto di fretta, senza poter arrampicare perché non in programma, in certi punti quasi noioso. La tragedia del 2003, in cui morirono saltando su una mina i miei amici Ettore, Sandro e Marilena, aveva sconvolto quel ricordo come un calzino da buttare in lavatrice. Spesso pensavo alle possibili motivazioni di quelle morti, senza trovarne, e senza accettare di non trovarne.
Guya, seduta accanto a me, guardava il paesaggio, sempre più desertico, ogni tanto interrotto da scarni villaggi di capanne, figure curve di pastori anziani, ma anche figure erette di dignitosa miseria tra magri animali.
Davanti a me l’autista Illy e il cuoco Hamamoun erano due veri touareg, proprio come li immagina la nostra fantasia: viso nobile, spesso coperto sì da lasciare visibili solo le fessure degli occhi, gentilezza senza piaggeria, efficienza. Altrettanto caratteristici, gli altri due autisti Rissha e Hama erano solo leggermente meno “signori”: per il secondo, poi, ogni tanto avevamo il sospetto che non fosse del tutto a posto, specie quando si produsse in un esilarante monologo sul cosa lui avrebbe fatto se avesse potuto innamorarsi di un’europea (la moglie la incontrammo in un villaggio verso la fine del viaggio, ma nessuno le disse nulla): Dario in seguito lo soprannominò “giuggiolone”, anche perché fu quello che fece più errori nella difficile guida sulla sabbia. Chiudeva il quintetto Adam, il più giovane, al servizio di autisti e cuoco, un ragazzo molto bello e molto intelligente, di immediata simpatia. Lui e Carlo hanno passato ore a chiacchierare biascicando un francese improbabile davanti al fuoco serale, ben oltre l’orario di chiusura del bar che per almeno un’ora tutte le sere serviva tè alla touareg: Hama era bravissimo, quanto Hamamoun, a fare un tè inebriante.
Giulia aveva preparato un programma che probabilmente era più adatto al doppio di quei giorni di cui realmente disponevamo. Questo provocò un iniziale disorientamento in Illy, responsabile della comitiva, e in Rissha, il più anziano. Ciò che li turbava era un qualcosa che ancora non avevano capito: come potessero degli europei non avere un programma preciso. In realtà noi volevamo prima vedere, poi decidere cosa scalare, pronti a “tagliare” una parte di programma in caso di esubero. “Noi” vuol dire tutti meno Giulia, per la quale “segare” una parte di luoghi da visitare era come segarle un braccio.
Dopo Auderas, una bella struttura rocciosa nel massiccio dei Bilet, alta presumibilmente un 300 m, fu causa di una leggera tensione tra Bernard, che avrebbe voluto andare a scalarla a tutti i costi, e gli altri che non si facevano fuorviare da strutture rocciose mai viste né censite: specialmente se questo avveniva il secondo giorno di viaggio, con un programma che più pieno non si poteva. Per fortuna ogni tipo di divergenza e di tensione svanisce con rapidità quando tra gli interlocutori c’è franchezza e soprattutto umorismo intelligente. E quando si parla con e di Bernard Amy questa non è mai merce rara.
Le prime due notti in tenda di Guya erano passate senza danni, anche le paure dei disagi igienici per la scarsità d’acqua avevano perso molta della loro intensità iniziale. La dotazione di due bottiglie di plastica, piene di acqua, funzionava: una, da bere, aveva ricevuto la depurazione Micropur; l’altra, solo per igiene intima. Insomma tutto procedeva per il meglio quando il 14 a fine mattinata, dopo aver terminato di costeggiare la base orientale della catena dei Bilet, ecco apparire il versante meridionale del Gruppo di Aroua, più esattamente la Cima Sud-ovest e la Torre Zeni con i loro versanti meridionali. Occorse ancora aggirare le pendici a sud-est per addentrarsi in piano allo sbocco del vallone di cui parlava Paolo Consiglio.
Dopo una ricerca di un campo che rispondesse a precise caratteristiche (presenza di qualche albero ombroso, terreno sabbioso e invisibilità dalla pista fin lì seguita), piantammo finalmente le tende allo sbocco del vallone.
Il Gruppo di Aroua
“20 marzo 1967- Il campo, ai piedi del versante orientale del massiccio degli Aroua, è posto allo sbocco di un valloncello. Sulla sinistra di questo (destra idrografica) una cresta leggermente concava porta subito ad un’aguzza torre verso cui si dirige la cordata Marco-Carlo. Dopo una profonda breccia si eleva un altro torrioncino isolato, quindi la cresta sale seghettata fino ad una vetta tondeggiante che sembra chiudere la testata del vallone, la Quota 1360 m.
Questa cresta viene affrontata da Bruno e da Gino. A destra dello sbocco del vallone sono altre due cime fasciate di lisce placche incise da superficiali diedri e fessure, le Quote 1285 m e 1340 m; Franco ed io ci rivolgiamo alla prima.
Giornata fruttuosa: tutti e tre gli obiettivi vengono raggiunti. L’aguzza torre è vinta da Marco e Carlo per la parete est con difficoltà di V+, la discesa a sud oppone difficoltà di III, ma con questo non vengono esaurite le possibilità della bella cima, in particolare la parete nord, alta 300 metri, è un problema magnifico di estrema difficoltà. La sera siamo concordi nel fare un’eccezione alla regola di non seminare di nomi italiani queste montagne e decidiamo di intitolarla a Donato Zeni. Bruno e Gino aprono una via poco impegnativa (II), ma interessante per i frequenti prospetti che, a parte il panorama, permettono di confermare come anche questa cima abbia a sud il suo bel problema sui 350 metri. Franco ed io, infine, salendo la Quota 1285 m per la parete nord (III), studiamo anche le altre pareti e la cima successiva che scopriamo essere un’anticima della vetta più alta, la Quota 1430 m….
21 marzo – Carlo e Marco vanno a tentare la quarta cima della zona attaccando la parete nord-est della sua Anticima Orientale; Bruno e Franco a salire il diedro-camino che solca la parete est della Quota 1285 m…“, così scriveva Paolo Consiglio (Rivista Mensile del CAI, n°12, 1968).
La posizione GPS del nostro campo base è 18° 04’ 318 N e 8° 29’ 973 E, a 774 m di quota. Sulla carta francese IGN il gruppo è nominato Aritoua e quotato 1448 m (contro i 1430 m della spedizione Consiglio). Dal campo base si osservano bene, da sinistra, la Torre Zeni, la Cima Sud-est di Aroua e l’Anticima Orientale della Cima Principale. Invisibili sono quest’ultima e la Cima Sud-ovest di Aroua. In direzione nord-nord-est, sita a circa 2 km in linea d’aria, è la considerevole Quota 1297 m, salita per lo spigolo est da Buscaini-Metzeltin nel 1974.
Qui sotto le relazioni tecniche delle nostre salite, inserite in una breve monografia del Gruppo di Aroua.
Ho sempre spiato con molta attenzione i parametri secondo cui ogni proprietario di tenda (single o in coppia) la piazzava per la notte, azione che senza dubbio rivelava molto delle personalità. In tutto il viaggio, però, non sono riuscito a capire bene se ero io a non comprendere l’oscura razionalità di certe scelte o se invece questa non ci fosse affatto. All’apparenza sembrava che una logica li guidasse quasi a colpo sicuro: mentre io ero incerto se era più importante il fastidio della sabbia alzata dal vento per l’inesistenza del riparo o la privacy di un minimo d’intervallo tra una tenda e l’altra, altri sembravano seguire imperscrutabili regole. Poi naturalmente c’erano gli eccessi: Bernard che dormiva alla bella stella, oppure Dario che della sabbia selezionava maniacalmente perfino il colore e in certi luoghi si costruiva davanti all’apertura anche un piccolo pavimento di sassi piatti da lui definito “poggiolo”. Guya, che all’inizio era nella condizione di spirito di limitarsi a raggiungere l’obiettivo di superare la notte, via via volle esprimere un parere sempre meno timido nella scelta della location. Meglio, così la responsabilità non era più solo mia.
Quel giorno però Bernard, Carlo ed io avevamo fretta di partire per la scalata: dopo un lunch ricco come al solito, partimmo sotto un sole bestiale per fare la nostra prima arrampicata sulla Cima Sud-est.
E il giorno dopo, quando Bernard vide che stavo guardando un settore preciso della Torre Zeni alle prime luci dell’alba, mi dichiarò nel francese più puro: «On ira là où le soleil dessine notre voie».
Alla nostra partenza, Guya rimase sola al campo, riverita e coccolata dai touareg. Dario, Giulia e Mario, partiti inizialmente per l’Anticima Orientale, finirono poi per fare la stessa via che noi avevamo fatto il giorno prima.
E alla sera eravamo tutti stanchi morti, ristorati però prima dal karkadè e poi dal pastis… avevamo ancora negli occhi tutta quella luce e la carovana di cammelli che avevamo avvistato dalla cima, irreale come lo stesso paesaggio.
La mattina dopo (16 febbraio) ero un po’ triste di dover partire, anch’io un po’ schiavo del principio di non dover mai stare fermi. Sì, sarei stato ancora lì, ancora qualche giorno, non fosse altro che per riguardarmi per ore quella via che il sole aveva disegnato per noi. Senza neppure fermarci per una fotografia vedemmo in lontananza il Tagha e, dopo la Torre di Tchigorarene, ecco le punte gemelle di Tchiriken Abontorok. Qui la pietraia per arrivare all’attacco dello sperone nord-est fu proprio impegnativa, sembrava non finire mai. «Il faut que l’approche finisse tôt ou tard s’il doit y avoir une voie» (Bisogna che l’approccio prima o poi finisca se ci deve essere una via), sentenziò Bernard una mezz’ora prima che ci legassimo. La via era facile e vi trovammo anche una coppia di cunei di legno marcio. Dalla vetta si vedeva la cima gemella, un poco più bassa, oltre alla quale una miriade di rocce e montagnole si perdeva in un orizzonte giallo fiammante, come ci si può immaginare Marte.
In discesa incontrammo altri due chiodi, sembrava ci fossero varie vie, poi sentimmo le voci di Mario, Giulia e Dario che stavano salendo una delle vie a spit di Ratouis, con commenti negativi. Ci sporgemmo oltre uno spigoletto e li salutammo. Loro interruppero la via e deviarono verso di noi, dicendo che non ne valeva la pena.
Dopo una notte a Iferouane, “allietati” dal ragliare di non so quanti asini, ma ancora emozionati per la festa di matrimonio cui avevamo assistito in serata, partimmo per il vero deserto. Sul tetto della nostra Toyota era crocefissa una capra rinsecchita: la nostra dispensa. Adrar Chiriet quindi, poi Izouzaouène (Montagne Blu), con bellissime gite a piedi; poi il deserto assolutamente piatto, dove Guya camminò per almeno un chilometro prima di rendersi conto che mai avrebbe potuto avere un po’ di privacy: la vidi accucciarsi, rassegnata; poi Grein, dove salii in cima con una breve scarpinata per dominare un deserto senza alcun rilievo a 360°; poi l’Arbre Perdu e infine la bellissima falesia di Dissilak.
Il mattino dopo in breve a Chirfa (posto di polizia), poi a Djado e alle rovine del forte, poi a Djaba (altro fortino) e infine alla sorgente di Orida, dove ero già stato tanti anni prima. Piazzammo il campo sotto e a sud-ovest della spettacolare Torre di Orida 805 m, ieratica e irreale nel pieno del fenomeno di brume sèche, quando il vento solleva una polvere così leggera che rimane per giorni in sospensione nell’aria.
Il 22 febbraio ci trovammo in cinque a salire la Torre di Orida. Il sesto abituale, Carlo, quel giorno non stava bene. La via degli Hagenmuller, Tezidert (22 novembre 1991), ci sembrava troppo impegnativa per le nostre piccole ambizioni, così ci rivolgemmo all’altra magnifica via, Ténéré Crack, aperta da Charles Dupuy e Maurice Giquel sempre il 22 novembre 1991. Unico segno di passaggio su questa serie di camini e fessure erano dei fittoni di sosta che erano serviti anche per scendere a corda doppia. La roccia qui non è granito, è una particolare arenaria, abbastanza lavorata ma molto tenera. I chiodi entrano ma, specie se tolti, tendono a spaccare tutto. Un vero disastro per la roccia, tanto da convincermi, a dispetto della mia notoria riluttanza, che qui è senz’altro più opportuno piantare un fittone di 10 cm con un perforatore (che peraltro non avevamo) evitando così di chiodare con gravi danni.
In vetta, dopo 400 m di salita bellissima, la brume sèche ci impediva un panorama vasto, ma nell’immediato ciò che vedevamo era indimenticabile: decine e decine di torrioni che spuntavano ovunque come funghi dalle sabbie del deserto, ovattati in un’atmosfera biancastra e lattiginosa. Cercai anche di ricordare su quale torre ero salito, tanti anni prima, partendo dalla sorgente di Orida, in una breve fuga dal campo prima che gli impazienti miei compagni si potessero spazientire. E, a proposito di impazienza, Dario non ebbe neppure il tempo di fumarsi una sigaretta: quando accennò all’accensione fu immediatamente bloccato da tutti noi che sentivamo che era meglio scendere subito. Durante la discesa, bonarie discussioni con Bernard e sui diversi metodi di attrezzare una calata in quelle condizioni.

Verso la conclusione
Un viaggio diventa bello per molti motivi, primi fra i quali i posti e la compagnia. Quanto ai primi, eravamo in uno dei luoghi più belli al mondo; quanto ai secondi, vedere Bernard tutte le mattine precipitarsi per primo al tavolo della colazione e spazzolare una buona parte di cibo che avrebbe meritato una condivisione maggiore avrebbe potuto essere fonte di discordia se il suddetto un giorno non avesse sentenziato: «Au petit déjeuner, il n’y a pas d’amis...»; fossimo stati tedeschi, all’alba e al tramonto nei vari campi ci saremmo incolonnati con le nostre macchine fotografiche tutti assieme a visitare i dintorni e riprendere le stesse identiche scene senza produrre antiestetiche orme sulle dune più del necessario: invece, da buoni italiani, ognuno partiva per i cavoli suoi, si arrabbiava molto a vedere il calpestio altrui, quindi si spingeva ancora più lontano… convinto di aver scovato lui e solo lui gli angoli più belli.
Durante i trasferimenti in auto talvolta Bernard si toglieva le scarpe e allora non c’era più scampo per Mario e per Giulia: cosa ne pensasse Rissha non sappiamo. Mai odore più penetrante. Dario, invece, era convinto che la sua Toyota fosse la più polverosa per via delle numerose fessure nella carrozzeria, mentre di veramente certo c’era solo la sua telefonata serale all’amata moglie Giovanna. Anche il cibo ha la sua importanza, ma qui devo dire che siamo stati davvero fortunati, perché Hamamoun si rivelò uno dei migliori cuochi in assoluto mai sperimentati in trekking e viaggi vari. Era commovente quando faceva il pane sotto un catino di metallo, per la precisione e l’amore con cui sistemava la brace, per l’attenzione con cui lo sfornava…
All’inizio pochi volevano il pastis alla sera, alla fine invece temevo non bastasse, anche se sono sempre contento di mettere un po’ d’alcol nei miei compagni.
Ogni volta che il campo era vicino a qualche accampamento nomade oppure ad un piccolo villaggio si materializzavano dal nulla tre o quattro touareg che in silenzio ponevano su alcuni tappetini la loro mercanzia, sempre ad almeno una ventina di metri. E stavano lì, ad aspettare. Con il buio pesto sgomberavano, ma il mattino dopo erano di nuovo lì, taciti ed inesorabili. Dario era tra noi quello che più dette loro retta, comprando qualcosa ogni volta, oltre a collanine, paia d’orecchini, o croci touareg, anche oggetti destinati ad un rapido oblio: concludeva ad ogni acquisto pronosticando che la moglie lo avrebbe accolto a casa con un «anche questa volta hai comprato un sacco delle solite puttanate».
La tanto temuta penuria d’acqua si rivelò un’inutile ansia. Guya ed io avevamo aumentato a tre le bottiglie di plastica per il campo serale, una per bere (mescolata con il tè in polvere per non sentire il Micropur disinfettante), una per i denti e una per i bidet. Purtroppo la roba nella nostra sacca era stata sistemata in sacchetti del supermercato tutti uguali e questo non facilitava la cernita dei vari articoli, specie al buio o con il vento che sollevava la sabbia. Anche a pile frontali eravamo deboli, per via di una mia cattiva scelta.
Mario, oltre ad essere un grande fotografo, rivelò grande bravura nei lavori manuali, come quando riparò un paio d’occhiali rotti. Di fronte alla sua inventiva, il mio usare tape americano per qualunque guasto faceva una parte ben rozza.
Quando da Chirfa ci accingemmo a ritraversare il Ténéré alla volta di Agamgam, sapevamo che avevamo girato la boa del nostro viaggio: ci preparammo, perciò, a godere di ogni minuto che ci rimaneva.
Il 26 febbraio arrivammo ad Arakao, un antico e vasto cratere vulcanico invaso da enormi dune. Ci fu una parziale delusione a vedere la parete del Pince de Crabe, perché una bella foto di Vertical ci aveva illusi. In realtà la parete sembrava quasi ridicola, arroccata nella parte superiore di un gigantesco mucchio di sassi arrotondati. Nessuno voleva, a parte me, affrontare quello che ritenevano un supplizio inutile, perfino Bernard che, anzi, rispolverando la vecchia e mai sopita questione del pilastro di 300 m dei Bilet, sentenziò: «Je n’ai pas fait 15 jours de voyage pour aller faire de l’escalade sur une paroi de merde».
Tutto il gruppo decise di fare una traversata salendo sulla cerchia di montagne che ci sovrastava, anche se era l’ora più calda, alla ricerca di acqua e di guelta. Guya ed io andammo ai graffiti della guelta di Arakao, assieme a Rissha e “giuggiolone” Hama. Più tardi anch’io mi mossi per fotografare il tramonto sulla Gran Duna, sempre spiando i movimenti di Mario e Carlo al fine (non sempre raggiunto) di precederli sulla sabbia intatta. Il mattino dopo ebbi la soddisfazione di convincere Mario e Carlo a salire la tanto vituperata via dei francesi, che non era poi così male. Bernard, invece, si diresse per protesta a fare un’altra escursione che ci descrisse in seguito in termini ovviamente entusiastici.
Il viaggio riprese fino alle montagne attorno a Kogo, dove ci fu l’emozionante incontro mattutino con una vipera; poi fino a Timia, una vera oasi nell’Air, ricca di frutta e di gente. Il giorno dopo, attraverso Ajirou, arrivammo costeggiando a N e a E i Baghzan fino al villaggio di Tadara.
Il mattino dopo, 2 marzo, dal nostro campo a 978 m in posizione 17° 41’ 654N e 8° 50’ 379E partimmo in sette per la traversata dei monti di Baghzan a piedi, un programma troppo faticoso per Guya che rimase con gli autisti e fece il viaggio con loro al campo d’incontro. Con noi era Hamamoun, la cui spiccata predilezione per le gite a piedi e la cui conoscenza del luogo erano davvero preziose.

Da Tadara risalimmo un lungo vallone fino al bel villaggio di Eghalabelaben, sovrastato da falesie che ci fecero rimpiangere di non aver programmato qui una scalata; poi raggiungemmo il più popolato Aoukadédé e quindi, dopo una splendida zona di massi meravigliosi, alcuni incisi da graffiti policromi, ecco Emalaoélé, dove c’era una gran festa (stavano sgozzando una ventina di capretti) per la fine della prima lettura del Corano dei bambini del villaggio. Da lì iniziò la parte più faticosa della traversata, anche più monotona, fino al passo di Zabou 1607 m, a 17° 39’ 971N e 8° 39’ 692E. Qui cominciava la lunga discesa, abbastanza ripida, verso il grande solco dell’Agha che divide i Baghzan dai Todra. La nostra destinazione era Taka Zanzan, abbastanza vicino ad una caratteristica guglia di granito chiamata In Bodenam.
Il calore e la monotonia della lunga salita a Zabou aveva visto Bernard sempre nelle retrovie della comitiva, cosa strana. Non appena iniziò la discesa il nostro amico si precipitò davanti a noi a gran velocità. Io rimasi indietro con Dario cui faceva male un piede per via di una fiacca. I quattro intermedi persero contatto, anche visivo, con Bernard sapendo però che lui si era diretto in un preciso valloncello seguendo delle tracce. Il nostro percorso, però, andava a destra, e secondo Hamamoun non c’era problema, perché alla fine ci saremmo riuniti.
Arrivammo alle 17 al campo, ma di Bernard nessuna traccia. Neppure alle 18, perciò scattarono le ricerche. Dopo un quarto d’ora tutti i pastori della zona, grandi e piccoli, sapevano che c’era un europeo disperso. Hamamoun risalì con Carlo fino al punto in cui le due strade si erano divise, altri lo cercarono in altre direzioni. Bernard arrivò al buio delle 20.30, accompagnato da un ragazzo touareg: era arrivato ad un villaggio, aveva chiesto da bere e poco dopo gli avevano fatto capire di seguire il ragazzo.
Dal campo 17° 38’ 109N e 8° 37’ 174E, a 968 m, la guglia di In Bodenam, un aguzzo e al contempo squadrato campanile, era preceduta da un’altra torre, più alta ma meno caratteristica: la chiamammo Grand In Bodenam e il mattino dopo Bernard ed io ci avviammo per scalarla, una meta del tutto imprevista.
Quando arrivammo in cima lui era davvero felice, ci sembrava una vetta su cui non era mai salito nessuno. Per ringraziarmi d’essergli stato compagno di quella bella avventura, in vetta mi offrì da bere, dicendomi solo dopo che quella era l’acqua che la donna touareg della sera prima gli aveva tirato su dal pozzo, quindi senza quel Micropur che tanto Bernard disdegnava. Credo d’aver fatto una smorfia di disappunto mentre lui sogghignava, dicendomi che se non morivo voleva dire che aveva ragione lui.

Il terzultimo e penultimo giorno Guya si beccò un’infezione intestinale: Hamamoun era riuscito a convincerla ad assaggiare almeno un boccone di capra, ma lei è sempre stata intollerante alla carne e ai prodotti caseari di ovini e caprini. Furono giornate devastanti, ma alla fine, grazie anche ad alcuni infusi che Hamamoun riuscì a procurarle, anche questo grosso problema finì.

Il viaggio era praticamente terminato, senza sapere se là ci saremmo mai tornati. Bernard in seguito mi scrisse: «… Notre arrivée sur le sommet du Bodenam, le dernier jour, reste pour moi un très beau souvenir. J’ai été content aussi que nous ayons terminé le voyage par cette escalade non prévue mais qui était vraiment parfaite: escalade “à vue” sur un sommet découvert puis convoité, voie inconnue à imaginer par nous-mêmes, c’était vraiment l’escalade telle que je l’aime…. Au fait, où en es-tu dans la terrible maladie qui sans doute n’a pas manqué de s’abattre sur toi après que tu as bu l’eau que m’avait offerte la femme touareg. Je suis désolé pour cette maladie. J’ai bien compris que c’était un difficile dilemme psychologique pour toi: ou bien tu a été malade, et c’est difficile d’être malade; ou bien tu n’as pas été malade, et c’est difficile d’avoir à admettre que j’avais raison de te dire qu’il n’y aurait pas de problème…».
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Bella avventura, e bel racconto, come al solito condito da particolari spassosi. Alessandro, sei un grande anche come scrittore
che bele foto (e avventure)!
Viaggi incredibili!
Molto belle perché evocative per me le immagini dell’Air, di Iferouane e delle “Montagne Blu”, che visitammo nel 2000, appoggiandoci anche alle strutture di Piero Ravà e di Spazi d’Avventura
C’est très beau, très attirant.
Les gravures ont-elles été datées ?
Sempre interessanti e pure intriganti questi racconti che mettono in risalto più le persone che quello che fanno e dove lo fanno, anche se lo fanno.