Bambini che scalano il Cervino

A 11 anni sulla vetta del Cervino: “Un sogno diventato realtà” è il titolo apparso su La Stampa del 15 settembre 2021, che poi sottotitola “Federico, che vive a Beinasco, è il primo bambino italiano a scalare la vetta dalla parte italiana”. Quest’ultima affermazione non corrisponde al vero.

Al di là del caso, con lodi e critiche affrontato in https://altrispazi.sherpa-gate.com/altrilibri/racconti/a-11-anni-in-vetta-al-cervino/, del bimbo scozzese che per primo a fatto parlare di sé sui social, ci sono due bimbi che in precedenza hanno fatto “meglio”, entrambi figli di due guide alpine di Cervinia e di Zermatt. Sono saliti ai 4478 metri della cima del Cervino a 8 anni e mezzo. Sono Jasmine Corradi, figlia di Nicola, che ha affrontato la Cresta del Leone, la via italiana, più difficile della Hörnli, e Kevin Laubert, figlio di Kurt che all’epoca era anche custode della capanna Hörnli.

Questa notizia di cronaca ha suscitato un vespaio di polemiche. Dopo l’articolo di Rambaldi (che non prende posizione) pubblichiamo due interventi (il secondo è inedito) di diverso parere. Molto più semplice il commento (finale) della guida Matteo Faletti, protagonista di questa avventura.

Federico in sosta alla Croce Carrel

Bambini che scalano il Cervino
di Massimiliano Rambaldi
(pubblicato su La Stampa del 15 settembre 2021)

C’è un bimbo di 11 anni di Beinasco (TO), che da ieri potrà raccontare di aver toccato il cielo con un dito. Federico Tomasi, in compagnia di una guida esperta, la scorsa notte ha scalato il Cervino dalla parte italiana, arrivando alla vetta fissata a 4478 metri di altezza. Un sogno che durava due anni, da quando un giorno di agosto in cima alla Rognosa di Sestriere, guardando il Monviso, disse al padre che voleva provare a conquistare quella montagna al confine con la Svizzera. E non erano parole a caso di un bimbo sognatore. È il primo bambino italiano a scalare la vetta dalla parte italiana (non vero, vedi sopra, NdR). L’anno scorso, un suo coetaneo scozzese salì dalla «sponda» svizzera in cordata con il padre. Federico però voleva raggiungere il suo sogno, senza pensare a record o a titoloni sui giornali. L’impresa, però, non può non essere raccontata.

«Il momento più difficile – racconta il bimbo in compagnia del padre Fabio, dopo aver riabbracciato i suoi cari – è stata la prima ora al buio e al freddo. Mi ero appena svegliato: la corda era dura e scivolosa. Se ho pensato di non farcela? Ho chiesto alla guida di fermarsi, per poter riposare un po’. Quel momento è stato duro, ma una volta superato mi ha dato la forza per proseguire sicuro». Nessuna preoccupazione o spavento? «Al ritorno – racconta – quando un gruppo dietro di noi ha fatto precipitare delle pietre, non di grandi dimensioni, che per fortuna non ci hanno colpito. Ma è stato bellissimo. Arrivare lì, così in alto: un sogno diventato realtà».

Il padre racconta la determinazione del figlio e il suo amore per la montagna: «Quando due anni fa mi disse che voleva salire fin sul Cervino, in un primo momento ho pensato a parole dette così, senza una reale convinzione. Invece, nonostante avesse solo 9 anni, Federico ha mostrato fin da subito una grande voglia di raggiungere questo suo desiderio. Quest’anno si è allenato fin dal mese di maggio, percorrendo circa 20 escursioni in 4 mesi tra ferrate, trekking e una scalata. È arrivato a toccare cinque cime oltre i tremila metri: Punta Ramiere, Rocciamelone, Monte Terra Nera, Albergian e Punta Tzan». Una passione certo, ma vedendo il suo percorso forse qualcosa di ancora più profondo. Un legame con la montagna viscerale. «Ho avuto parecchie difficoltà a trovare una guida disposta ad accompagnarlo – continua Fabio Tomasi – molte di loro, in un primo momento disponibili, si tiravano indietro all’ultimo». Sì, perché non tutti si sono mostrati convinti della bontà dell’impresa. Finché Matteo Faletti, un professionista del Trentino Alto Adige, si è offerto di accompagnarlo in prima battuta alla Capanna Carrel (il rifugio lungo la scalata a 3800 m). Una volta arrivati lì, la guida ha deciso di proseguire la scorsa notte verso la cima. Partiti alle 4 dal rifugio, alle 8 erano in cima. «A tre gradi sotto zero, torcia in testa, ha scalato due ore nel buio più completo – racconta il papà – io ero a duemila metri più sotto e guardavo quella montagna con occhi lucidi e apprensione. È stata la notte più lunga della mia vita».

Un percorso possibile grazie all’affiancamento di tante persone fondamentali. «Roberto Fassina del Soccorso Alpino di Sestrière ha insegnato a dosare forze e ritmo – spiega il papà di Federico – Ivan Bianchi, guida del Cervino, gli ha insegnato l’arrampicata, trasmettendo nozioni tecniche e la passione per le montagne della Valle d’Aosta, le più belle d’Europa. E poi Rita Semeraro, la sua mamma che ha saputo far coesistere il suo infinito amore con la scelta di far vivere a Federico il suo sogno, nonostante qualche rischio purtroppo inevitabile».

Federico verso la capanna Carrel

I bambini che scalano il Cervino
di Roberto Serafin
(pubblicato su Mountcity.it il 22 luglio 2020, a proposito della scalata al Cervino del bimbo scozzese Jules Molyneaux)

E’ giusto portare un bambino in vetta? Se lo chiede in un titolo a tutta pagina il Corriere della Sera di mercoledì 21 luglio 2020, prendendo spunto dalla storia di Jules Molyneaux, l’undicenne scozzese che ha scalato il Cervino con il padre.

Divisi dalla singolare performance a detta di Franco Brevini, firma “alpinistica” del Corrierone, risultano ora scalatori e guide alpine. “Una scelta troppo pericolosa, non è stato giusto portarlo lassù”, è quanto avrebbero affermato certi addetti ai lavori.

Ignorando (e Brevini con loro) che il Cervino non si è mai negato ai bambini. E nemmeno il Monte Bianco visto che l’americano Patrick Sweeney nell’agosto del 2014 ha portato i suoi due figli di 9 e 11 anni in cima esponendo i pargoli a pericoli mortali: durante la salita i tre schivarono per poco una valanga.

Di sicuro la Gran Becca è affare per alpinisti preparati e “navigati” anche se si presenta in genere più abbordabile del Bianco. MountCity propose a suo tempo immagini di piccoli summiter soddisfatti tratte dal bel volume Whymper, Carrel & Company a cura di Ludovico Bich (Editions L’Eubage, 2001).

E’ probabilmente vero che il Cervino, a differenza del Bianco, è una sfida da consumare in famiglia, come suggerisce Bich, convinto che “sul Cervino ci si va con i propri cari, per offrirsi un regalo unico, un ricordo indelebile”.

Problemi medici? Per quanto riguarda l’alta quota, secondo le indicazioni della commissione medica UIAA, per brevi soggiorni non ci sono restrizioni specifiche, almeno fino a 3000 metri di quota, sempre che il bambino sia in buona salute. Al di sopra dei 3000 metri è bene porre particolare attenzione al mal di montagna acuto, anche perché i più piccoli spesso non sanno riferire con precisione i sintomi.

Scandalizzarsi per certe esperienze “estreme” dei bambini sembrerebbe più che altro, per concludere, frutto della mentalità dei nostri tempi così votata alla sicurezza.

Quand’era piccolo, chi raggiunge oggi il traguardo della terza età andava in bicicletta senza il casco, il latte era quello del contadino, non sterilizzato, le auto di papà non avevano cinture di sicurezza né airbag.

E si trascorrevano ore e ore costruendo carretti a rotelle e i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, si ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, s’imparò a risolvere il problema. Anche se i giocattoli non avevano il marchio CEE, questi bambini del remoto passato sono in genere sopravvissuti. E anche i piccoli che hanno scalato il Cervino non possono dire di avere corso rischi mortali o perlomeno non se ne sono accorti checché ne dicano oggi i presunti esperti chiamati in causa dal Corriere.

Prima dell’alba sulle corde fisse dopo la capanna Carrel

Prodigio talentuoso o scriteriatezza genitoriale?
di Carlo Crovella

Confesso che la recentissima notizia della salita in vetta al Cervino, compiuta da un ragazzino di undici anni, mi ha un po’ infastidito.

La mia reazione è perfettamente uguale a quella di quando lessi (estate 2020) la notizia dell’ascensione sulla Gran Becca, ma dal lato svizzero, di un altro ragazzo (guarda caso sempre di undici anni) di origine scozzese.

C’è qualcosa che non mi torna in questi episodi. Con riferimento alla salita del ragazzo scozzese, Franco Brevini sul Corriere della Sera ha parlato di responsabilità genitoriali, affermando che il principale ruolo del genitore è quello di proteggere i figli.

Condivido la tesi di Brevini, ma il mio fastidio riguarda un aspetto collaterale rispetto alla pura e semplice protezione fisica dei figli dai pericoli della montagna.

Andiamo per ordine, iniziamo dalla prima domanda: se un ragazzino sale sul Cervino a undici anni, cosa gli resterà da fare nella sua fruizione futura della montagna?

Mia madre, con riferimento generico alle vicende della vita, mi ripeteva sempre: “L’esistenza è come un gomitolo di lana, se lo srotoli troppo in fretta, arrivi presto al termine, poi cosa ti rimane?”

È ammirevole che i giovani vadano in montagna. La montagna, per dirla come diceva mio padre, è scuola di vita: ti forma, ti irrobustisce, sia nel fisico che nel carattere. Ti permette di avere una visione lucida delle cose, di impostare la tua vita nel lavoro, in famiglia, verso gli altri. Quindi ben venga che i ragazzi frequentino la montagna: nella mia esperienza ultra quarantennale da istruttore, di ragazzi e ragazze (considerando il range anagrafico fino a cavallo dei 20 anni) ne ho introdotti letteralmente a vagonate. Ho perso il conto, ma parlo di decine e decine, forse ben più di cento.

Non sono un’eccezione, tanto meno a Torino, dove la tradizione dell’alpinismo giovanile ha antiche e solide radici: già ad inizio del Novecento agiva la S.A.R.I. (Sint Alpes Robur Iuvenum: siano le Alpi la forza dei giovani. Secondo altre fonti: Società Alpina Ragazzi Italiani), il cui “demiurgo” era Eugenio Ferreri, noto compilatore di guide alpinisto-escursionistiche, specie delle Alpi Cozie. Ancora a Torino negli anni Trenta, sotto umoristiche sigle para romane (collegate al regime), fu molto attiva l’attività di introduzione dei giovani e giovanissimi alla montagna, ricorrendo spesso, come consulenti tecnici, ad Accademici di grido (da Gervasutti a De Rege, Chabod, ecc). Nel torinese la tradizione dell’alpinismo giovanile si è protratta, senza soluzioni di continuità, fino ai nostri giorni, specie nelle Sezioni CAI sia della città che dell’hinterland: nel CAI Torino è talmente sentita e robusta che, qualche anno fa, si è consolidata in una vera e propria Scuola di Alpinismo Giovanile.

Cito l’esperienza torinese perché la conosco direttamente, ma sono certo che in numerosissime altre realtà italiane il Gruppo Giovanile è un perno importantissimo della comunità di appassionati della montagna.

Selfie durante la scalata sulla Cresta del Leone

Però, questi giovani e giovanissimi li abbiamo sempre accompagnati con i dovuti passi. Con il tempo giusto, con una progressione controllata e prudente. Qui va inteso in senso metaforico, ma forse non solo.

La mia sensazione è che salire il Cervino a undici anni sia invece una evidente forzatura. Psicologico-emotiva più che in senso tecnico. Dall’articolo si evince che il ragazzo in questione ha espresso il desiderio di salire il Cervino nell’estate di due anni fa (quando cioè avena nove anni), in vetta alla Rognosa di Sestriere, montagna di 3300 m in alta Val Susa: si tratta di una bellissima gita escursionistica o scialpinistica, ma stona che in due stagioni un ragazzo di nove-undici anni passi da una vetta escursionistica di 3300 m al Cervino vero e proprio. L’accelerazione è visivamente fuori da un normale range di progressiva crescita alpinistica. Che farà ‘sto ragazzino la prossima estate? Il Pilone Centrale? O passerà direttamente al K2 in giornata dal basso?

C’è infine un’ultima annotazione di più ampia respiro. Se il calendario non mi inganna, il ragazzo era in vetta al Cervino proprio a cavallo dei giorni in cui hanno riaperto le scuole. Parlo delle scuole normali, non delle scuole di alpinismo. Dopo due anni scolastici a mezzo servizio, per non dire persi quasi del tutto, mi pare che la responsabilità dei genitori avrebbe dovuto insegnare al figlio che il dovere viene prima del piacere.

I due anni di DAD che le giovani generazioni hanno alle spalle peseranno moltissimo sulla loro formazione: rischiamo di avere prossimi adulti semi analfabeti o parzialmente acculturati. Non è molto intelligente aggiungerci anche altre assenze “giustificate” dai genitori, chi per il Cervino, chi per la partita con i pulcini della Juventus, chi per le gare di sci…

In altre parole: o questo ragazzo ha la stoffa per diventare il prossimo Messner (e allora la preparazione culturale e quindi professionale per lui sono un optional superfluo perché farà parte dello star system) oppure con un approccio reiterato come questo (dopo il Cervino, cosa verrà? il Monte Bianco, poi il Rosa poi chissà quale altra vetta sempre a scapito della scuola) rischia di non disporre, in futuro, di quegli strumenti che saranno sempre più necessari nel mondo iper competitivo che deriva dalla globalizzazione.

Parliamoci chiaro: i nuovi popoli “ci mangeranno la minestra in testa”, come si dice in piemontese, e l’unica vera difesa che abbiamo è essere iper preparati e iper specializzati.

Non è salendo il Cervino che un ragazzo normale si irrobustirà verso questo obiettivo, a meno, appunto, che sia il prossimo Messner…

Nell’ultimo articolo allegato vengono citate alcune foto (tratte da un libro da non perdere) con diversi ragazzini in vetta al Cervino negli anni ’70 e ’80. Alcuni di questi sono poi diventati capitani d’industria, manager di successo, personaggi di rilievo. A prima vista, quindi, La salita sulla Gran Becca in età precoce non pregiudica il futuro.

Ma in questi decenni il mondo è completamente cambiato (appunto per la globalizzazione) e, oggi, quello che conta è sgobbare sui libri per contrapporsi alla prossima concorrenza di agguerriti ingegneri indiani, dei fisici nucleari cinesi, dei giuristi arabi e così via. Allentare la presa sulla preparazione scolastica – e quindi professionale – dei propri figli rischia di condannarli, in un domani, a ruoli di lavapiatti, uscieri e badanti dei “nuovi” protagonisti mondiali.

La vetta del Cervino di oggi vale questo rischio del domani?

Matteo e Federico in vetta

Il commento di Matteo Faletti
(dal suo profilo facebook, 16 settembre 2021)

Che Avventura questa volta, di quelle che non si dimenticano facilmente, sia per me ma soprattutto per Federico, il ragazzo che all’età di 11 anni è riuscito a salire in cima al Cervino.
È stato un immenso piacere poter accompagnare questo giovane alpinista che con una determinazione senza eguali per la sua età è riuscito a realizzare questo suo sogno.
Un esempio per altri giovani alpinisti. “Inseguite i vostri sogni”.

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Bambini che scalano il Cervino ultima modifica: 2021-10-14T05:23:00+02:00 da GognaBlog

94 pensieri su “Bambini che scalano il Cervino”

  1. 94
    Simone Di Natale says:

    Si deve essere rotto un disco…

  2. 93
    Carlo Crovella says:

    Mi dispiace che siano poco apprezzatr le mie considerazioni, perché sul tema della pedagogia da decenni sono particolarmente documentato, essendo uno dei mie “balin” (come si dice in piemontese). Ho iniziato a occuparmene nei primi anni 80 e non ho mai smesso di farlo. Non mi definisco uno psicologo professionista, per carità, ma certamente maneggio il tema più di un qualsiasi individuo. Mi piace così tanto che mi sono dedicato all’educazione di ragazzi/adolescenti anche al di là della montagna, per es nella circoscrizione, con una specie di oratorio laico. Per poter svolgere adeguatamente questi compiti ho studiato a fondo sia ai corsi di formazione che su testi del settore, in particolare di un autore che si chiama Pietropolli Chamet. Il cognome può indurre ad un primo sorrisetto, ma è personaggio di grande spessore sul tema. Posso dire che, oltre ai miei due figli anagrafici, ho contribuito a tirar su centinaia di ragazzi/e, sia nell’ambito della montagna che totalmente fuori da essa (ora sono un organizzatore più che un educatore diretto). Ebbene il perno centrale della linea di cui faccio parte è insegnare che ti puoi sentire dire di “no”. No al sogno/capriccio del momento. Un no a ragion veduta ovviamentr, non una mera frustrazione/punizione. Il secondo passo è far raggiungere ai ragazzi un autocontrollo in cui loro stessi sanno dirsi di no. L’ho fatta molto breve, ma lo sbagasciamento dell’attuale società deriva sostanzialmente dal fatto che non si accetta più di ricevere dei “no” e meno che mai ci si sa dire dei no da soli. Sono convintissimo, e da 40 anni opero coerentemente, che la montagna sia uno splendido terreno ideologico per insegnare a sapersi dire dei no. Come istruttore sono sempre stato più interessato a questo aspetto che al puro e semplice insegnamento tecnico. Non mi è mai capitato di suscitare ribellione o proteste, mentre invece mi capita spesso di incontrare allievi anche di 20-30 anni fa che, ormai adulti, mi ringraziano di quanto hanno imparato da me, sia in termini strettamente alpinistici sia come visione esistenziale: è il più bel premio del mio impegno 40ennale da educatore. Saluti!

  3. 92
    Antoniomereu says:

    L ultimo sicuro avvistamento di lavapiatti di italica etnia è dell settembre 2018 nei pressi di capo passera…altri sono stati identificati di recente a Roma sotto l enorme monumento dedicato alle badanti rigorosamente dell Est mentre facevano sicura molto sicura ai loro compagni uscieri in libera uscita e sotto mentite spoglie perche senza diploma e green pass.
    Qualcuno li ha sentiti urlare slogan del tipo viva il  CAI abbasso le guide e viceversa  ma poi qualcosa è andato di traverso e sono volati tutti nei social.
    Interrogati sulla parola social hanno giurato di non avere nessun  tipo di tessera dai tempi di ghino di tacco ma nessuno gli crede. 

  4. 91
    Lusa Mutti says:

    A proposito di “storture”: sulla facciata di una casa campeggia ancora, sebbene molto scolorita, una scritta “Noi tireremo diritto”. La cosa curiosa è che la scritta è stata fatta su una casa che sorge su una curva. Chissà quanti hanno dato le nasate su quella casa per non contraddire l'”educatore”.
    Guardatevi dagli “educatori” (Crovella) che ciarlano di adeguate “educazioni” e che non vogliono “storture”! Salvatevi il naso.
    “Tutto ciò che è diritto mente. Ogni verità è curva.” (F. Nietzsche)
     

  5. 90
    Lusa Mutti says:

    https://radionumberone.it/podcast/11-anni-scala-cervino-incredibile-storia-di-federico/
    Sentite l’intervista al ragazzino Federico Tomasi e della Guida alpina può insegnare qualcosa ai vari starnazzatori retrogradi, ottusi sabaudi colmi di pregiudizi e “storture” mentali.

  6. 89
    Enri says:

    Naturalmente la frase di Crovella e’ giusta se estrapolata, ma se inserita in un articolo in cui la stortura diseducativa e’ un ragazzino che fa il Cervino a 11 anni c’e’ da poter essere in largo disaccordo.

  7. 88
    Enri says:

    @87
    effettivamente anche Bonatti, salendo da giovanissimo la Cassin alla Walker, fu per se stesso e per tanti altri causa ed esempio di storture…. ma via su, la smettiamo di dire sciocchezze?

  8. 87
    Egidio Bona says:

    Concordo con l’articolo di Carlo Crovella e, per non farla lunga, ricordo solo  la chiusa della sua mail del 17/10/2021 09:57 che trovo di esemplare sintetizzazione e cito di seguito: 
    “Se vi fosse in generale una più adeguata “educazione”, in montagna come nel resto della vita, non avremmo storture cui, in generale, dobbiamo assistere”. 

  9. 86
    Marina Morpurgo says:

    A parte il costo della guida, l’invito a non frequentare per nessun motivo gruppi giovanili mi pare che non consideri affatto l’aspetto sociale. Io credo che farsi degli amici in montagna sia una cosa bellissima e preziosa tanto quanto le performance, se non di più.Tantissimi anni fa ho frequentato una scuola di scialpinismo del CAI e nonostante non sia proprio una campionessa di disciplina mi sono divertita enormemente e ho imparato molte cose, e ancora oggi a decenni di distanza mi ritrovo a fare gite con alcuni dei miei compagni di corso. Adesso credo che sarei un po’ insofferente a certe abitudini vagamente militari (era una scuola famosa e temuta per la sua severità, c’erano allievi che andavano a letto imbragati per paura di fare tardi al mattino) però non posso negare che sia stata un’esperienza fantastica e che mi ha fatto definitivamente innamorare dello scialpinismo.

  10. 85

    Da guida alpina sarebbe troppo comodo sostenere, come scrive Lusa, che i giovani dovrebbero solo andare con le guide evitando i gruppi giovanili del Cai. Anche perché andare con la guida da soli costa molto e non tutti possono permetterselo. Non vorrei creare discriminazioni e proprio per questo mi sento di affermare che in molte sezioni del Cai operano persone in gamba e che ci credono. Non assimilo queste ultime a quanto sostiene Crovella, che è pure istruttore, che ha una visione torinocentrica dell’andare per monti che si rifà alla metà dell’ottocento. Ricordo, dopo per fare un esempio, che quando ero un ragazzino vedevo in Verdon i locals scalare con le scarpette mentre qualche istruttore della Gervasutti tentava in scarponi e staffe di fare del suo meglio per salire da qualche parte e non farsi deridere. Ma lasciamo perdere, anche perché c’erano e sicuramente ci sono ancora degli alpinisti di grande valore che però ruppero gli schemi proprio per potere progredire in tutti i sensi. L’esempio di Motti &C. e del Nuovo Mattino parlano da soli, ma chissà dov’era il nostro alfiere della muffa.
    Quello che generalizzando possiamo imputare all’ambiente Cai giovanile, ma anche oltre, è che quelli che hanno un titolo si sentono (sto generalizzando, badate bene) degli dei a cui tutto è permesso proprio in termini di “educazione” degli allievi. Poi li vedi con la panzetta e le patacche (anche i ragazzini lo notano) che pontificano, anche su argomenti che conoscono appena, rifacendosi a schemi noiosi che fanno allontanare i più. Personalmente non sono affatto per l’annullamento di certi valori storici e culturali che ritengo imprescindibili ma l’aspetto atletico e adrenalinico non possono essere considerati aristocraticamente in secondo piano nei confronti dei più giovani. Il cosiddetto “titolato” in ambito Cai, quando un allievo dimostra talento, ci patisce e cerca di soffocarlo per non farsi mettere in ombra. È successo anche a me quando ero giovane istruttore alla sezione ligure e divenni aspirante guida alpina. Dovetti andarmene perché i più caioti mi guardavano male, nonostante avessi capacità didattiche che tutti apprezzavano. Sarebbe un discorso lungo che sintetizzo con l’esempio della volpe e l’uva, così tutti capiscono.

  11. 84
    Enri says:

    Sig. Tommasi, qui si scrivono tante cose e a volte ad alcune non bisogna farci troppo caso. Godetevi le belle salite fatte ( il 14 settembre e’ anche il giorno in cui salii io…).
    E ricordi sempre a suo figlio che la vetta di ogni montagna non e’ il punto piu’ alto ma il rientro a casa sani e salvi.
    Quanto alla scuola, immagino che le doti di volonta’ e disciplina necessarie ad affrontare le scalate saranno certamente utili anche alla pagella.
    saluti

  12. 83
    Lusa Mutti says:

    La cosa importante Sig. Tommasi, è non far l’errore di far frequentare al ragazzino ogni sorta di associazione aggregazione di Alpinismo giovanile. Continui a fargli frequentare esclusivamente da solo e possibilmente senza altri compagni le Guide Alpine. Dalle Guide imparerà tutto ciò che occorre per frequentare la montagna e ambire alle proprie aspirazioni senza interferenze esterne negative e demotivanti.
     
     
     

  13. 82
    Fabio Tomasi says:

    Ma davvero una persona che si occupa di montagna sta paragonando il desiderio e il modo di realizzarlo di acquistare uno smartphone (con i soldini di papà e mamma) a quello di raggiungere il Cervino ? Dietro l escursione compiuta da mio figlio ci sono decine di escursioni preparatorie, c è la sua libera scelta di passare agosto a Sestriere (con una media di 1.500 mt di dislivello percorsi ogni 4 gg)  e rinunciare al mare per allenarsi, c è una sveglia alle 3.15, c è una notte in rifugio con estranei (situazione non particolarmente ambita dalla media degli undicenni). Ci sono scalate precedenti con altra guida alpina che gli ha dato l ok…Poi se ho letto bene l aver perso I PRIMI DUE GIORNI DI SCUOLA metterebbe a rischio mio figlio di “diventare un lavapiatti, uscieri e badanti”. Chissà se saranno contenti i lettori che lavorano nel campo della ristorazione o dell’assistenza  che svolgono quelle mansioni, di essere denigrati a codesta maniera…  quale modeste e umilianti  professioni per gli snobbissimi e saccenti protagonisti di blog…
    Altrettanto poco gratificante per me il perdere ulteriore tempo a rispondere… ma a volte non se ne può proprio fare a meno.
     
     
    Ps: vi aggiorno che domenica scorsa siamo saliti anche sul Monviso e lunedì Federico si è presentato a scuola, certamente non per il rischio di diventare un futuro lavapiatti…
     

  14. 81
    Lusa Mutti says:

    Se il ragazzino fosse stato nell’Alpinismo giovanile torinese starebbe ancora a sentire le fregnacce dei pataccari accompagnatori di alpinismo giovanile che sono alla stessa stregua dei circoli parrocchiali e degli scout cattolici.
    In quegli ambienti non vi è crescita, vi è solamente decrescita. Vale più il ragazzino da solo che tutto l’alpinismo giovanile torinese messo insieme. Chi vuole andare in montagna e imparare qualcosa deve solo affidarsi ad una Guida alpina e non ai pataccati di turno irregimentati. Lo dimostra il fatto di questa “ECCEZZIONALE IMPRESA” compiuta da un super ragazzino e dalla sua Guida alpina.
    Il resto sono tutte chiacchere da pura conventicola con preconcetti e schemi preconfezionati appiattiti, antiquati e retrogradi.
     

  15. 80
    Carlo Crovella says:

    Sul fatto che, con mentalità conservatrice, saremmo tutti alle caverne, non sono per nulla d’accordo, anzi. Torino è un continuo laboratorio, è la città dell’incentiva per eccellenza, a prescindere dalla montagna, anche se poi spesso non sappiamo tenerci il frutto delle nostre invenzioni. Spessl tale inventiva deriva da ambienti ideologicamentr conservatori. Non parliamo poi, se restringiamo l’ottica al solo tema della montagna: dal CAI al Museo Montagna, dalle scuole di montagna all’alpinismo giovanile (la S.A.R.I. è di inizio 900, ante 1 Guerra Mondiale) fino allo sci (lo “ski”) introdotto qui  a fine 800 e poi estesosi in tutta Italia, moltissime cose di montagna hanno visto la luce solo qui o cmq anche qui. La mentalità “conservatrice” tiene viva, da 70 anni senza soluzioni di continuità, una Scuola di prestigio che ha saputo introdurre ripetute innovazioni, che poi si sono estese all’intero mondo scialpinistico. Abbiamo un retroterra storico e culturale che ci permette di trattare i temi di montagna con adeguata cognizione di causa. C’è invece una tara di fondo nei commenti di chi antepone la “ribellione”, ovvero che dà per scontato che andare in montagna sia roba da ribelli e basta. Gli approcci alla montagna sono mpleplici e perfino i conservatori ci vanno, anzi. Occorre consentire a tutti di potersi esprimere, altrimenti questo non e’un dibattito ma un organo di stampa (cosa che non rientra nella linea editoriale di Gogna). Il caso di specie in quanto tale mi lascia del tutto indifferente, ovvero  non mi importa un fico secco di questo specifico ragazzino. Tuttavia analizzo e commento l’episodio per trarne motivi di riflessione comportamentale. Se vi fosse in generale una più adeguata “educazione”, in montagna come nel resto della vita, non avremmo le storture cui, in generale, dobbiamo assistere.

  16. 79
    Simone Di Natale says:

    Prendere lezioni di pedagogia da uno che guarda con i cuoricini negli occhi le finestre dove NON lavorava Giovanni Agnelli che per foraggiare i suoi capricci e le sue non rinunce ha ciucciato i risparmi a svariati operai…..bha!! 

  17. 78
    Lusa Mutti says:

    Complimenti al ragazzino e alla Guida alpina! Bravissimi e grandi!
    Questo è alpinismo giovanile per eccellenza; questa è scuola di montagna.
    Un bell’esempio e uno schiaffo alla mediocrità imperante.
    I caioti dell’Alpinismo giovanile si roderanno il fegato per un bel pò di tempo…
     

  18. 77

    Chi è contro il green pass non è stato educato male, ma semplicemente è stato educato diversamente. Io credo che le migliaia di allievi passati sotto le grinfie di Crovella siano stati rovinati più che educati, per il mio modo di vedere le cose e per quanti rovinati ho visto da questa mentalità ottusa e conservatrice. È questione di gusti e che ognuno abbia i propri,  ma quando attacca il pippone dell’educazione sabauda e caiana, mi viene il latte alle ginocchia. L’analisi di questa salita sul Cervino di un ragazzino è evidentemente filtrata dall’unica visione integralista caiota che Crovella possiede. Non difendo l’undicenne né i suoi genitori,  ma le differenze. Fossimo tutti simil Crovella saremo ancora nelle caverne ma allineati e coperti. Che palle!
     

  19. 76
    Fabio Bertoncelli says:

    Posso dire la mia? Chi se ne frega!
    … … …
    Ciascuno faccia ciò che vuole e che può! Ma almeno usi riserbo. Cioè senza disintegrare zebedei altrui per vanagloria su Facebook e Instagram e alla televisione e sui giornali.
    Chiedo troppo? Sí.

  20. 75
    Riva Guido says:

    Volere è potere. Non sottovalutiamo il fatto che davanti c’era una Guida Alpina e non un altro undicenne.

  21. 74
    Carlo Crovella says:

    Io invece sono convinto che, nel caso di specie, si tratti di un “sogno” che sconfina rapidanente nel capriccio del momento. Se rileggi quanto scritto dal padre in un contributo sottostante, emerge proprio la natura “momentanea” dell’esigenza del figlio: oggi è così, donna chissà, magari farà base junping o chissà cos’altro (più o.meno ha scritto questo). Per il modello istituzionale cui mi rifaccio io, questa aleatorietà del momento emotivo è inconcepibile, specie se riferita ad un’ascensione seria, come hai precisato tu. Sarà anche che per l’ambiente cui appartengo la montagna ha anche (“anche” e non solo) un carattere di strumento educazionale della personalità. Un po’ come certi sport nei college anglosassoni, es il canottaggio a Oxford/Cambridge oppure il basket o il football nelle università yankee. Ciò nonostante, non ci limitiamo a raccogliere funghi e mangiar polenta. Mastichismo montagna anche in senso diretto, ma portiamo i nostri allievi a fare le cose al momento giusto con la loro maturazione. Difficile che un 11enne abbia gia’ la testa da adulto, a meno che sia il nuovo Messner come ho scritto. Ma il padre stesso dice che è un normale ragazzino. Giusto così, ma io lo vedrei più armonicamente inserito in una escursione di un qualsiasi Gruppo Giovanile, insieme a suoi coetanei, a ridere spensieratamente imparando passetto dopo passetto a far montagna, anziché impegnato già ora in un’ascensione seria e da adulti. Le mie sono considerazioni che vertono sull’opportunità educazionale, mentre non tocco per nulla il discorso “esposizione al rischio” (compresi i rischi di salute, cuore ecc), discorso parallelo che inquinerebbe gli attuali pensieri. Buona domenica!

  22. 73
    Enri says:

    Rispetto il tuo punto di vista, che contiene delle considerazioni condivisibili anche se da me solo in parte nel caso specifico.
    Una sola precisazione: il Cervino ( e stavolta parliamo di questa vetta non di una qualsiasi) non puo’ essere equiparato ad un capriccio come lo smartphone per il semplice motivo che te lo devi guadagnare. E siccome tutti noi sappiamo cosa vuol dire salire una cima seria ( non estrema ma seria) sappiamo che implica voglia di faticare, di prepararsi con altre salite, di soffrire quando alle 4 di notte il buio e il vento freddo che di solito tira quando arrivi sulla ovest infastidiscono anche l’alpinista piu’ esperto. Quindi chiunque sia salito su di la’ non lo ha fatto per caso, non era il ragazzino che alla domenica pomeriggio mette a perdere i genitori per andare in mountain bike. Altrimenti in cima non ci arrivi…. anzi non arrivi nemmeno alla Capanna che e’ gia’ una discreta sgambata…

  23. 72
    Carlo Crovella says:

    Il punto del mio ragionamento è proprio l’oggetto della discordia del dibattito. La sensazione che mi ispira questo avvenimento è che il “sogno” di un 11enne sia più che altro un capriccio. Assecondare i capricci (che siano il Cervino o l’ultimo modello della smatphone poco importa) è sensibilmente antieducativo. Non insegna al valore etico della rinuncia. L’obiettivo non è abituare alla rinuncia in sè, come a una punizione. Bisogna insegnare i motivi per cui è meglio rinunciare, i motivi per cui è meglio “saper scegliere”. Senza quest’ultimo tassello, avremo futuri adulti del tutto sballati, abituati solo a veder soddisfatti i loro capricci del momento. Non stupiamoci, poi, se una banalità burocratica come il Green Pass viene vissuta (da adulti di oggi, che sono stati non adeguatamente educati ieri) come una costruzione e inneschi i disordini di piazza, fino all’immotivato assalto alla sede sindacale. La matrice è nella totale assenza di progettualità degli individui, che sono sostanzialmente dei viziati, in quanto abituati fin da piccoli a veder soddisfatti (dai genitori, dallo Stato, dalla scuola, ecc) i loro capricci a ripetizione. E’ un capriccio anche quello di comportarsi insensatamente in tempo di pandemia (girare senza vaccino, cosa che appunto viene impedita dal Green Pass).  Tornando sul caso di specie (Cervino), se i miei figli mi chiedessero, adesso che sono adulti, di regalare loro la guida per la Gran Becca, lo farei con infinito piacere. Ma perché adesso sono appunti “adulti”, ben strutturati, mi hanno dimostrato che sanno riconoscere le cose sensate da quelle insensate, e, last but non least, hanno alle spalle oltre 20 anni di esperienza spicciola di montagna. Se, invece, i mie stessi figli mi avessero avanzato la medesima richiesta (pagare guida per Cervino) quando avevano 11 anni… beh si sarebbero presi una pedata coi fiocchi. “Ripresentati quando avrai la testa giusta per farlo” sarebbe stato il messaggio mio e di mia moglie. In questo sta il vero valore educativo dell’introdurre i giovani alla montagna, che poi siano i propri figli o gli allievi o i figli degli amici poco rileva. A parete i mie figli, di allievi (a suo tempo anche 1s6enni) che ho introdotto alla montagna ne posso contare decine e decine, forse centinaia. Ora che sono adulti fatti, spesso mi ringraziano anche per questo specifico “taglio” educativo che seguo nella mia missione didattica.

  24. 71
    Enri says:

    Pur comprendendo gli aspetti di prudenza di Crovella, il ragionamento complessivo non mi trova d’accordo. La bonta’ dei sogni non puo’  essere misurata con il numero degli anni. E, come dici tu, il fatto di alzare a 18 anni il limite della scuola cai rispetto a 16 e’ stato fatto solo per questioni giuridiche. Dovremmo forse pensare che ragazzini che oggi a 10 / 15 anni fanno l’8a ( senza per forza ricercare record ancor maggiori) sono da prendere come esempi negativi? No, per favore. E a maggior ragione se un ragazzino di 11 ha espresso il desiderio di salire una cima e i genitori lo hanno liberamente coadiuvato nel farlo mi sembra una cosa magnifica ( che poi tutto questo sia finito sui giornali non piace nemmeno a me ma io devo credere alla buona fede delle persone innanzitutto).
     

  25. 70
    Carlo Crovella says:

    Nella scuola di scialpinismo dove sono nato e cresciuto, storicamente per iscriversi esisteva il limite minimo di 16 anni. Finché la nostra generazione è stata impegnata nella gestione abbiamo lottato per mantenere tale limite, perché pensavamo che fosse importante “catturare” gli adolescenti prima che si invaghissero di altri sport, allontanandosi dalla montagna. Questo dimostra che siamo stati da sempre molto sensibili al tema. Poi, circa 10-12 anni fa, il limite è stato portato a 18 anni: le nuove generazioni che governano la Scuola preferiscono (in modo ineccepibile sul piano formale) una situazione che non comporti responsabilità  verso i minori. Nel CAI Torino, ma credo non solo nella ns Sezione, la gestione dei minori (in genere dalle scuole medie fino ai 18 anni) è appannaggio del Gruppo Giovanile, che a Torino ha antichissima tradizione  e svolge molto bene il suo compito. Certo a nessuno di noi verrebbe in mente di far andare i ragazzini sul Cervino. Di conseguenza il tema generale NON è “meglio montagna piuttosto che discoteca o stare davanti al pc”, perché questo è scontato. Il tema è se sia “sano” (emotivamente, moralmente, educazionalmente) anche solo autorizzare in un ragazzino il pensiero di salire sul Cervino. Io sono molto rigido su questo punto educazionale (“montagna sì, ma sempre adeguata all’età”), perché i miei mi hanno portato in montagna praticamente in fasce, ma certo non con esagerazione e in modo progressivo, passo dopo passo. Guardandomi intorno qui nel mio ambiente, vedo che l’impostazione è complessivamente sulle mie posizioni. Episodi di questo tipo, ancorché non illegittimi, hanno una valenza negativa: appaiono come fenomeni da baraccone… Il tutto è amplificato dall’effetto mediatico, ma il giudizio negativo di fondo resta a prescindere dall’effetto social. Infatti non bisogna insegnare ai ragazzi ad inseguire i propri sogni quali che siano, ma invece a saper distinguere i sogni sensati da quelli esasperati: i primi vanno perseguiti, ai secondi occorra saper rinunciare o, quanto meno, posticiparli. La capacità della rinuncia è il vero “valore etico” che insegna la montagna, specie ai ragazzi. Così dovrebbe svolgersi il compito degli educatori, a cominciare dai genitori, perché un approccio del genere si trasmette a tutto il resto dell’esistenza, anche e soprattutto di quando si sarà adulti.

  26. 69

    Classe ’51… Si andava alle colonie con i preti. E siamo andati due anni a Dobbiaco in un piccolo gruppo. E su a camminare, niente Cervini, ma comunque un paio di scivolate sono state a GROSSO rischio. Alle medie, stessa età del ragazzino. Io con le vertigini ma molti di noi arrampicavano difficoltà di terzo e forse di 4°, anche se solo su brevi tratti. E il prete forse neanche ci faceva caso. E’ proprio cambiato il mondo, non è solo l’impressione di noi boomers 🙂

  27. 68
    Roberto Pasini says:

    Hai colto perfettamente il punto. Ci sono tipi umani diversi la cui mente funziona in modo diverso (Jung, Tipi Psicologici, 1911). Tutti sono utili visto che la specie continua a selezionare persone con queste caratteristiche. Il problema è accettare questa verità come un fatto positivo e integrare i diversi tipi. In me è prevalente l’intuizione razionale non la sensazione. I singoli fatti ed eventi non sono così interessanti. Li collego subito ad altri e cerco di ricavarne schemi e modelli generali. Questo so fare meglio e mi sono così  anche guadagnato da vivere. Perché gli schemi e i modelli possono servire come serve anche altro nella vita individuale e organizzativa. A volte capita che io venga percepito per questo come una persona fredda, supponente, intellettuale. Infatti le mie principali difficoltà relazionali sono proprio con le persone dove invece prevale la sensazione o l’affettivita’. Poi compenso nella vita privata dove faccio cose molto concrete e affettive.  Altri sono l’opposto., Siamo fatti così. La consapevolezza aiuta ad apprezzare gli altri proprio perché integrano le parti meno sviluppate di noi, spesso sono così le persone con cui abbiamo scelto di condividere la nostra vita. “Non sono pazzo, ma semplicemente diverso da te” titolo bellissimo di un libro su cui mi sono formato. Ciao

  28. 67
    Simone Di Natale says:

    Ok.
    È una questione di struttura mentale.
    Quando io ho letto la notizia ho pensato alle sensazioni che puó aver provato, a quelle della sua famiglia, a me alla sua etá..non alle possibili conseguenze negative del gesto o della pubblicitá che ne deriva, men che meno ad un giorno di scuola saltato. Ognuno vive a modo suo. Mi farebbe piacere se ne prendesse atto, senza necessariamente dare giudizi o pensare di voler educare chi si comporta diversamente da noi senza arrecarci danno.
    C’ è da tanto in rete un vecchio video dove Corona accompagna un bimbo sul campanile di Val Montanaia. Ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto fosse successo a me. Non mi sono mai chiesto cosa avrebbe fatto da adulto quel bimbo in seguito a tale esperienza. Non ho mai percepito quel video come una possibile violenza nei suoi confronti.

  29. 66
    Roberto Pasini says:

    Di Natale. I ragazzi tra 11 e 18 anni trascorrono mediamente più di  4 ore al giorno sui social. Sono 2 mesi pieni all’anno. Non ho mai detto che è il male e non lo penso.  Solo che è una novità significativa rispetto a una o due generazioni fa. Non è una cosa da poco. Val la pena rifletterci. 

  30. 65
    Simone Di Natale says:

    Pasini non è internet il male. 
    Tantissimi ragazzi sognavano che gli episodi della loro vita potessero avere una colonna sonora e potessero essere visti da altri. I social sono nati, ed hanno avuto successo, per soddisfare questa esigenza e non viceversa.
    Certo che possono trasformarsi anche in una dipendenza o un pericolo…ma ce ne sono sempre stati.
    Io non vedo grosse novitá…cambiano solo i mezzi….e noi siamo ormai generazioni che valutano in base a canoni che fra poco non esisteranno più.
    Poi capisco che abbiamo approcci diversi e diversi modi di valutare. Io sono allergico alle troppe seghe mentali e ho meno fiducia di te nei confronti della societá…le persone però, prese a piccole dosi, mi piacciono.

  31. 64
    Roberto Pasini says:

    Cominetti. Una conseguenza che ho visto dell’educazione al vivere pubblicamente. Il protagonismo narcisistico e spesso falso dei social gonfia l’ego, ma in realtà lo indebolisce rendendolo dipendente dall’approvazione sociale. Come il pesce per il delfino nell’acquario che diventa dipendente dal suo istruttore. E’ l’opposto dell’antica saggezza del vivi nascostamente epicureo, finalizzata a sviluppare autonomia e indipendenza dal giudizio del mondo. Non hai idea di quanti amici mi hanno detto per favore dai una mano a mio figlio sul lavoro. Spesso mi sono trovato davanti un ragazzone con un fisico possente ma un’anima fragile e dipendente, totalmente incapace di accettare le durezze e le frustrazioni del mondo del lavoro, dove non tutti sono pronti costantemente a considerarti eccezionale e a rinforzarti con like pubblici. Non so se sia una conseguenza del narcisismo digitale diffuso fin dalla più tenera età, ma ho qualche sospetto. Hai mai visto una coppia giovane al ristorante quanto dedica a parlare o a vivere in rete inviando selfie e foto del cibo che stanno mangiando ? Ovviamente si mette in rete sempre ciò che ti mette in buona luce. Sembra che l’identità virtuale sia più importante di quella reale. Forse sarebbe meglio non incoraggiare questo comportamento anche se è un’impresa disperata ma proprio il ritorno ad attività concrete e private, fatte per se e per pochi amici può rappresentare un correttivo, almeno nelle fasi di formazione della personalità.

  32. 63
    Carlo Crovella says:

    Per scrupolo ho chiesto verbalmente a numerosi amici/istruttori del mio gruppo e anche loro, seppur con sfumature di diversa intensità, giudicano complessivamente poco opportuno l’episodio (a prescindere dall’enfasi mediatica, che e’ un tema che si interseca, ma diverso). Cito questo per dire che in montagna ci vanno persone con mentalità anche molto diverse, a volte addirittura contrastanti. Se ci si vuole “confrontare”, occorre accettare il principio che nel dibattito si incontrano posizioni perfino antitetiche. Altrimenti non è un dibattito, ma un quotidiano di partito, cioè un giornale schierato. Mi pare però che l’unica linea editoriale del Blog, piu” volte ribadota da Gogna, è quella di lasciare spazio alle idee diverse che si confrontino e non dare un indirizzo univoco. Pertanto sul caso di specie hanno dignità di espressione anche le idee dei “calzoni alla zuava”. Inoltre perfino Franco Brevini (non certo l’ultimo arrivato) sul Corriere fu critico nei confronti dell’altro 11enne, lo scozzese salito dal lato svizzero. Il mondo è bello proprio perché è vario. Nella nostra esperienza pluridecennale di introduzione dei giovani ed anche giovanissimi alla montagna, seguiamo principi diversi e puntiamo ad obiettivi differenti. Il fatto che da decenni ci siano sempre sia ragazzi che accompagnatori significa che l’iniziativa suscita un notevole gradimento. Buona serata a tutti.

  33. 62

    Pasini, guarda che le immagini dell’ecografia si Facebook sono la norma da anni. È un’assurdità,  lo so, e te lo dice uno che l’unico social che frequenta è il gognablog.  Ciao

  34. 61
    Roberto Pasini says:

    Caro Di Natale. Il tema è questo: il Truman Show. Tutto pubblico, socializzato, fin dalla nascita, compresi i sentimenti, le relazioni, le dichiarazioni d’amore  e tutto il resto. Come i divi di Hollywood o i Vip. Tra poco qualcuno mettera’  in rete le ecografie del nascituro e le sue lacrime di commozione genitoriale. Fine del privato e dell’intimita’ anche familiare.  Senza moralismi o rifiuti qualcuno si domanda legittimamente: che conseguenze può avere sugli individui e la società? Su questo c’è da riflettere non su una delle tante saliti di ragazzi sul Cervino a cui sicuramente diciamo bravi e le cui foto in passato si mostravano agli amici di famiglia. 

  35. 60
    Andy61 says:

    Io trovo una cosa splendida che un ragazzino si sia approcciato alla montagna con  il supporto di vere guide alpine che lo hanno introdotto  alla tecnica ed alle regole dell’alpinismo e che abbia avuto la possibilità di coronare un sogno scalando il Cervino. Mi cavo anche tanto di cappello davanti ai genitori che  hanno saputo instradarlo subito su un approccio virtuoso e hanno avuto il coraggio nel assecondare un desiderio che evidentemente non era un capriccio visto la preparazione a cui si è sottoposto.  Al di là delle solite polemiche ammuffite da pantaloni alla zuava, dovremmo riflettere su come noi italiani siamo abituati ad avere un atteggiamento iperprotettivo nei confronti dei figli; nel mio piccolo, ho un figlio che a 9 anni ha iniziato a prendere l’aereo da solo per andare in un camp dall’altra parte dell’oceano perché quello era il suo sogno. Non vi dico gli insulti e le accuse di insensibilità da parte di amici e parenti. Quel mese che mio figlio ha passato tutti gli anni a vivere in tenda in riva ad un lago, senza contatti con noi se non epistolari, lo hanno aiutato a crescere, a sviluppare il senso di responsabilità ed ancora oggi sono una delle esperienze che più felicemente porta nel cuore.  Io non so se Federico diventerà un alpinista ma so che ha iniziato con tanta passione e con le persone giuste per guidarlo in un percorso di crescita positivo. 
    P.S. certi pistolotti moralistici andrebbero secondo me evitati perché la maggior parte delle persone che salgono il Cervino accompagnati da una guida, se lasciate sole dovrebbero fare ricorso al Soccorso Alpino.

  36. 59

    Questo articolo poteva essere uno spunto di discussione gioioso e invece ha tirato fuori montagne di assurdità e ignoranza. 
    Mi scuso se ho definito cazzate quelle dei bambini in montagna, ma ricordo che quando Messner salì l’Everest senza ossigeno la più parte dei medici sosteneva che sarebbe morto o avrebbe riportato danni cerebrali irreversibili. Ho guidato varie famiglie con bambini lungo trekking in cui si superavano i 5000m e, acclimatandoci tutti con le dovute precauzioni, nessuno ha mai lamentato problemi. Conosco gestori di rifugi alpini  anche a quote alte,  che hanno portato in rifugio i figli neonati per farli vivere ovviamente con loro. Mai sentito di problemi legati alla quota. 
    Se le notizie giunte ai genitori di Federico Tomasi sono state dello stesso tenore ottuso-conservatore di quelle pubblicate qui, immagino siano state numerose perché gli imbecilli superano numericamente quelli sani di mente.
    Merlo, così credo di aver capito. Grazie.

  37. 58
    Fabio Bertoncelli says:

    L’alpinista più giovane ad aver raggiunto la vetta dell’Everest è Jordan Romero, all’età di 13 anni. La salita è avvenuta il 22 maggio 2010 insieme al padre Paul, la compagna del padre Karen Lundgren e tre sherpa. La via di salita è stata la cresta nord-est.
    A undici anni Jordan salí Elbrus e Aconcagua, a dodici il Denali.

  38. 57
    Enri says:

    Ragazzi, dopo 56 messaggi, li vogliamo fare i complimenti a questo ragazzino e mollare un attimo gli schieramenti?? No perche’ salire su di la’ non e’ uno scherzo…. 
    Bravo! Ti auguro che questo monento rimanga indimenticabile.

  39. 56
    Roberto Pasini says:

    Di Natale. Possibile sia così difficile farsi capire. Non si parla di questo caso che è una vicenda privata che è diventata fin troppo pubblica. Non mi sembra di essere stato paternalista. Ho espresso solo una mia osservazione di ordine generale. Me ne guardo bene di dare consigli. Magari ti sembra una prudenza esagerata. Non sono l’unico a pensarla così anche tra chi è ben più nativo digitale di me. Si parlava poi di esposizione ai media nazionali e ai social compreso questo, non di uso dei social da parte della comunità dei ragazzi che si autogestiscono e hanno le loro dinamiche interne. Sono cose ben diverse. I media costruiscono un caso e una narrazione come si dice e la buttano in pasto a tutto lo zoo. E ne hai visto gli effetti. 
     
     

  40. 55
    Carlo Crovella says:

    Se da un mese abbondante sono giunte ai genitori del ragazzo numerosissime critiche, significa che una certa “titubanza” a condividere l’opportunita’ dell’accaduto non è prerogativa solo di alcuni contributori del GognaBlog. È evidente che l’effetto mediatico amplifica la diffusione della notizia, ma resta altrettanto indubbio che gli osservatori commentano a prescindere da come apprendono la notizia. Inoltre ciascuno commenta a seconda della proprio ideologia. I punti cruciali sono due: 1) Se si vuole evitare il can can, questi episodi vanno tenuti estremamente riservati. Pretendere di andare su Corriere/Repubblica e di non suscitare dibattito è davvero molto ingenuo. 2) In ogni caso, la mia opinione in merito all’episodio prescinde dall’esposizione mediatica. Intendo dire che se io avessi appreso da racconti verbali che il figlio 11enne di un mio conoscente o anche amico era andato sul Cervino, la mia valutazione dell’evento non sarebbe per nulla diversa da quanti ho espresso. Non c’è nulla di offensivo nell’elaborare delle idee su eventi oggettivi. Se non ci si può più esprimere liberamente, facciamo che chiudere non solo i commenti ma anche gli articoli del Blog. Ciao!

  41. 54
    Ale says:

    Il primo intervistato era il nonno di Hervé Barmasse, forse se lo guardate tutto, alla fine , se avete ancora voglia di commentare, forse tornate con i piedi per terra. 

  42. 53
    Ale says:

    https://youtu.be/Uk15z9GKnKI
    dovrebbe essere giusto come indirizzo

  43. 52
    Simone Di Natale says:

    Diversi anni fa portare mio figlio a fare un tratto di una via ferrata in dolomiti. Aveva 5 anni. Ne abbiamo percorso il tratto che era in grado di salire in autonomia e siamo tornati indietro evitando la parte nella quale non sarebbe potuto arrivare agli appigli. Non abbiamo incontrato altri bimbi italiani della sua età. Ne abbiamo incontrati vari francesi e tedeschi. La sera la gestrice del rifugio ci ha confermato che per gli italiani è inconcepile portare un figlio così presto in certi contesti mentre per molti stranieri è una cosa normalissima. Non ho contato un gran numero di adolescenti sfracellati ai piedi della via quel giorno….neanche di infartuati.
    Continuo poi a non comprendere come si possa giudicare in modo duro ed offensivo la condotta di vita altrui (per me l’offesa non consiste nell’uso di linguaggio scurrile ma ad esempio nel dire a un genitore che non sa educare il proprio figlio) senza conoscere approfonditamente i fatti.
    Ed infine mi lasciano dei dubbi anche i consigli paternalistici sull’uso della rete fatte da persone che appartengono decisamente all’epoca analogica (di cui faccio parte anche io) e che si pongono forse più problemi del dovuto. Un undicenne in rete ci vive perennemente non saranno le foto sul Cervino ad esporlo a particolari rischi.
    Insomma un conto è quando ci mandiamo a quel paese fra di noi, un altro però è dire gratuitamente ad un padre che non sa fare il suo lavoro o peggio ancora dagli del frustrato….senza conoscerlo minimamente.

  44. 51
    albertperth says:

    Un pensiero corre alla Guida emerita Michael Jackson ma anche all’articolato argomentare di un altra infante, Gretabla,e che oramai per stupire e instupidire si usa di tutto, attingendo a piene mani anche  nell’infanzia, a qualsiasi titolo, concordo per il voto elettivo  a 6 anni. Tanto una guida emerita un cantante emerito un emerito emerito lo si trova ovunque ,vale pertanto la regola  meglio ignoranti in un mondo d’intelligenti che intelligenti in un mondo di ignoranti.

  45. 50
    Antonio Arioti says:

    48@Pasini. Hai fatto bene a ricordare quell’episodio ma forse dovresti anche sottolineare che non è servito a un cazzo.
    Mi associo a quanto scritto da Gengis (vaffa…), Marcello (ad eccezione dei riferimenti a Morpurgo che poteva benissimo evitare, non foss’altro per educazione) e a Lorenzo che è stato estremamente chiaro su questioni di principio.

  46. 49
    Stefano M says:

    Siamo alla filosofia pura.
    Tenere le cose semplici no?
    Un bambino aveva un sogno e le capacità, il padre lo ha permesso.
    Una bellissima storia semplice.
    Fine. Il resto è noia.

  47. 48
    Roberto Pasini says:

    Signor  Tomasi, lei ha sperimentato quanto tossica sia l’esposizione ai social. Si scatena di tutto: dagli odiatori ai giudici ai diffamatori. È già dura per un adulto figurarsi per un ragazzino. Forse lei non sa che su proprio su questo blog, frequentato da persone di un certo tipo, uno dei momenti più drammatici che io vorrei cancellare dalla mia memoria è stata proprio la discussione, persino violenta, seguita ad un post di una mamma sulla perdita in montagna di sua figlia. Una discussione così feroce che ha persino rovinato relazioni personali.  Io ormai sono esentato da compiti educativi diretti, per fortuna, ma sicuramente chi è genitore oggi ha un compito cruciale che è educare i figli a gestire gli effetti negativi di questa esposizioni. Io non sono nessuno e me ne guardo bene dal dare consigli. Esprimo solo una mia osservazione, poi lei ne faccia ciò che vuole. Forse è meglio prevenire  e difendere il proprio privato con le unghie e con i denti, almeno finché i ragazzi non sono adeguatamente preparati a reggere l’urto di quello che viene su dal pozzo quando si apre la porta e si lascia entrare nella propria casa il mondo virtuale, che spesso non rappresenta il meglio di noi umani. Auguro ogni bene a lei e al suo ragazzo. 

  48. 47
    lorenzo merlo says:

    Protocollo: schema rigido.
    Meccanicista: uomini tutti trattati allo stesso modo come si fa con le macchine.
    Chi impiega inconsapevolmente questo schema cultuare, vissuto perciò come il solo esistibile, compie un’azione disumana. Alla stregua di quanto avviene con le ideologie. La relativa inconsapevolezza implica anche la perpetuazione di se stessi, della propria concezione del mondo e modalità storica di vita: immortalità.
    Arrogante in quanto ritiene – per quanto inconsapevolmente – di mettersi alla pari della natura, in quanto cerca perciò di costringere la vita entro la propria concezione delle cose. Una modalità che entro la propria società, famiglia, clan, circolo, club da arrogante si muta in giusta, doverosa, necessaria, separatoria, da difendere.
    Altrimenti detto, attraverso il molle piede di porco del concetto – l’entità più superficiale in termini di evoluzione umana – si crede di poter contenere e dirigere la vita.
    Così operando non si fa altro che riproporre la storia inclusa quella che certamente viene criticata: nessuna evoluzione.
    Se procedere così è egoisticamente ordinario, creativamente è esiziale. Un aspetto fondamentale se si intende l’uomo come potenzialmente infinito che perciò, per cultura personale elevata a ordine assoluto, viene ridotto a pochi parametri protocollabili.
    [dimmi se funziona]
     

  49. 46
    Antoniomereu says:

    Haaa Se il Cervino parlasse…!
    Certo direbbe che molti che lo toccano fanno parlare con sana invidia chi non lo fa…
    Che non vi sono limiti d eta’; la cima è dei centenni come dei decenni..(A proposito chi è stato il più anziano a salirmi?)
     
    Basta che tutti mi rientrino alla base sani e salvi senza dare la colpa nelle disgrazie ai miei sassi…se parlasse.
    Aspettando un intervento sul Gblog di Matteo e Federico.
     

  50. 45
    Riva Guido says:

    La gara a chi la combina più grossa non ha più limiti né tempi. Chi non se lo può permettere personalmente ricorre anche ai figli e agli animali, anche ” . . . per compiere una bella escursione in montagna”.

  51. 44
    Giovanni battista Raffo says:

    In primo luogo , quando un bambino di 7–10 anni nasce in un contesto montano è in grado, effettivamente, di fare quello che i bambini di città  senza spirito d’avvenura, immersi totalmene nel mondo dei videogame ecc, non riuscirebbero mai a realizzare.Inoltre, relativamente al tuo scritto, non vedo dove sta il problema.( Con adulto esperto che lo accompagna). Saluti.

  52. 43
    Marina Morpurgo says:

    Marcello Cominetti, ti ringrazio per l’educazione con la quale ti sei espresso. Se avessi letto con attenzione non parleresti di effetto della quota sui “giovani”, perché io ho parlato di bambini al di sotto dei 10 anni, che sono abbastanza diversi dai giovani. Comunque le “cazzate” sono il frutto degli studi decennali di un professore emerito di cardiologia e pneumologia, che oltretutto amava molto la montagna, tanto per essere precisi. 

  53. 42

    Ma che cazzo dici agh? Semmai il padre ha dovuto pagate una bella cifra perché il Cervino costa un botto e dubito lo abbia fatto se  figlio non era motivato di suo. Certo che la perversioni non ha limite.
    Mi sembrate invidiosi. Eccheccazzo.

  54. 41

    Direi che il padre ha risposto a tutti gli scettici conservatori del manga che se fosse x loro saremmo ancora nelle caverne. Qando mio figlio aveva sette anni e avva a iniziato la seconda elementare da una settimana, so presentò l’occasione di andare in mese in Tailandia con degli amici colleghi che avevano un figlio della stessa età. Mi feci dare il programma dalla maestra  che mi dava del genitore scriteriato come dice Crovella  e partimmo. Mio figlio fece un’esperienza di vita e crescita in tutti i sensi bellissima. La scuola non è solo quella con i banchi. E sorvolo sulle cazzate di Morpurgo sui giovani in quota. 

  55. 40
    Gengis Khan says:

    Sig. Tomasi,lei è una persona educata……….
    fossi io al suo posto un bel vaffanculo……….

  56. 39
    agh says:

    E’ difficile pensare che un bambino di 8 anni voglia scalare il Cervino senza “l’indottrinamento” preventivo, inconsapevole o no, palese od occulto, dei genitori. I bambini si plasmano come argilla come è dimostrato dai fanciulli della Hitler-Jugend   divenuti poi ottimi SS. In questo caso la vanità dei genitori può essere un rischio concreto per la crescita equilibrata del bambino. Non solo le colpe dei padri ricadono sui figli, ma anche le ambizioni.

  57. 38
    Enri says:

    Ribadisco ciò che ho già scritto. Non ci trovo nulla di particolare nel fatto che un ragazzino salga il Cervino nel senso sportivo e giornalistico del termine.
    Rimane una magnifica esperienza che questo ragazzino si porterà dietro tutta vita e sono contento che ci siano Papà che invitano i figli alla montagna.
    Che per me, anche fin da piccoli, è estrememente formativo e permette di vivere momenti che poi ti ricorderai sempre anche a 70 anni. Difficile fare paragoni con il calcio o altri sport, ma permettetemi, salire il Cervino (o altra montagna) è ben più che fare agonistica in piscina, in ogni caso molto molto molto meglio di tutti coloro che parcheggiano i figli davanti a tv e smartphone.
    Certo la risonanza mediatica di questa salita, come mi sembra quella al Monviso (non ricordo se in programma o già effettuata) può essere oggetto di riflessioni: è cosa fatta ad arte per dare risonanza mediatica alla cosa? forse, ma questa cosa la valuterà solo il Papà.

  58. 37
    Fabio Tomasi says:

    Sig. Crovella, ribadisco che non si cercava ne record ne “hurrà” ne approvazione ne quant’altro. Ma permettetemi di essere perlomeno infastidito visto che da un mese a questa parte, centinaia di perfetti sconosciuti, insistono a voler commentare come educo mio figlio, quali sport pratica, quali invece dovrebbe praticare, cosa fa nel tempo libero, cosa invece dovrebbe fare, quale visione della scuola dovrebbe avere ecc…
    Tutto questo perchè invece di essere andato a giocare a pallone o a Gardaland ha saltato DUE giorni di scuola (di cui uno era il primo ove i suoi compagni si sono presentati senza materiale perchè ci si salutava) per compiere una bella escursione in montagna.
    Cosa farà dopo aver scalato il Cervino ? non lo so, forse perfezionerà la techica di arrampicata, magari imparerà a giocare a tennis, forse un corso di barca a vela, proseguirà nel Karate, andrà avanti con lo sci club… chissà… la vita fortunatamente offre infinite alternative e possibilità per cui è tutto aleatorio e imprevedibile.
    Indipendentemente dall’essere salito o meno sui monti della Valle d’Aosta.

  59. 36
    Matteo says:

    “Un fatto privato vostro su cui nessuno di buon senso ha diritto di dire nulla”
    Beh Roberto, insomma…a dire il vero qualcuno ha ben stigmatizzato la mancanza verso il dovere fondamentale e qualcun altro ha ventilato che sia la volontà dei genitori a subornare il minore e continua a farlo anche dopo il chiaro intervento di Fabio)
     
    Io so solo che avrei voluto avere un papà così!

  60. 35
    Roberto Pasini says:

    Tomasi. Infatti non si parla di suo figlio. Un fatto privato vostro su cui nessuno di buon senso ha diritto di dire nulla e che spetta a voi gestire nelle sue valenze educative. Privato appunto e anche bello, a mio personale parere, con qualche cautela di buon senso che sicuramente avrete per evitare gli effetti di una precoce esposizione.  La riflessione è sui media e sui social e sulla loro tendenza a spettacolarizzare e “drammatizzare” anche il “normale” e su come gestirli soprattutto quando ci sono di mezzo dei minorenni che stanno sviluppando le basi fondamentali della loro personalità adulta. 

  61. 34
    Antoniomereu says:

    Signor Temuijn alias Gengis non ho detto che è meglio ( cosa ovvia) ma che dovremmo occuparcene.
     

  62. 33
    Carlo Crovella says:

    Ognuno esprime la propria personalità, sia nella valutazione dei fenomeni circostanti (anche di spicciola quotidianità come un’ascensione in montagna) sia nell’attività didattica (non solo in montagna, ma per es nel lavoro ecc). Io appartengo (da sempre) alla visione ideologica dei conservatori, sono nato in una famiglia di conservatori, sono stato educato con tali parametri e non potrei essere diverso da quello che sono. Scrivo articoli di stampo conservatore su testate (spesso locali) di impostazione conservatrice, nel mio piccolo svolgo un’attività culturale, civile ed anche politica con questa impostazione. Non posso esprimere idee differenti. Non condivido le scelte dei genitori del ragazzo, anche se riconosco la loro più ampia libertà educativa. Ma qui il punto non riguarda la volontà coercitiva o meno verso il ragazzo o i suoi genitori, bensì la liberà di pensiero nel commentare l’episodio. Chissà perché si dà per scontato che iniziative del genere debbano per forza innescare solo approvazione e urrà. Possono arrivare anche delle critiche, che restano sul piano del dibattito, non certo entrano nelle scelte educative degli individui.

  63. 32
    marco vegetti says:

    Non so che dire del fatto in sé, anche se tendo a pensare che sia stato, come dire, spinto dal padre. La cosa eclatante è che tutti si biasima la caccia ai record sugli Ottomila (non vedenti, più vecchio, più giovane, senza gamba, senza braccia, e chi più ne ha più ne metta) e poi si “esalta il RECORD, perché di questo si tratta, in questione. Rimango dubbioso…

  64. 31
    Fabio Tomasi says:

    Buongiorno a tutti. Sono il papà di Federico. Leggo tanti commenti con tante troppe inesattezze, preconcetti, giudizi affrettati.
    Dunque capitolo scuola:
    Federico per l’escursione sul Cervino ha saltato 2 giorni di scuola. Lunedi 13 e martedi 14 si sono presentate le migliori condizioni metereologiche possibili di tutta l’estate. Mercoledi 15 era a scuola. Domenica scorsa invece escursione sul Monviso, il giorno dopo era a scuola. Assenze per malattie negli ultimi 7 anni di scuola (da quando ha iniziato la prima elementare) = 0 (ZERO).  
    Nessuna ricerca di record o performance semplicemente gli piaceva scalare, si è allenato e voleva salire quella montagna. Lo ha fatto nei tempi medi indicati sui siti specializzati, significa che era pronto e preparato anche a detta del professionista che lo ha accompagnato. Conosco 11 enni che perdono 4 – 5 giorni per tornei di sport più noti e tradizionali (calcio, tennis…) ma non si crea tutta questa polemica. Non so se diventerà il nuovo “Messner” dubito visto che siamo una famiglia di città e Federico è fisicamente piccolo e minuto, mi ha già detto che il prossimo anno vuole salire sulle Cime di Lavaredo, ma contestualmente perfezionarsi in barca a vela quindi non so. So per certo che era contento di averlo fatto, che lo ha chiesto e cercato da due anni allenandosi per riuscirci. 
    Ah… a proposito della vanità… nessuno dei suoi compagni / amici sapeva ne del Monviso ne del Cervino. Sono stati informati da un’insegnante che lo ha saputo dai media.
    Davvero curioso che si stigmatizzi un’escursione in montagna e non si parli mai dell’obesità infantile, del contesto socio – educativo di certi campi di calcio di periferia, delle ore e ore passate da adolescenti davanti a internet o ai videogames, dei 16 enni in giro all’una di notte a fare non si sa bene cosa o delle coetanee svestite che ballano e postano sui social… ad ogni modo… 
    un saluto a tutti
    Fabio Tomasi

  65. 30
    Enri says:

    @23
    Hai ragione, la spettacolarizzazione che si fa oggi è eccessiva. Anche io ho pensato che tutto sommato quali ragioni vi erano per mettere su Repubblica o il Corriere che un ragazzino di 11 anni ha fatto il Cervino?
    se penso a cosa devono fare i figli degli sherpa …. vogliamo confrontare le prestazioni sportive? o i ragazzi africani che oni giorno per andare a prendere acqua si fanno degli ultratrail !

  66. 29
    Roberto Pasini says:

    Interessante guardare sulla pagina FB di Gogna le numerose foto d’epoca di bambini sul Cervino inviate da un lettore, compresi bambini che poi sono diventate guide.  Niente di nuovo dunque nella sostanza. Erano foto private poi riportate in un articolo di giornale che però il lettore non riporta. Sarebbe stato intrigante fare un confronti. La novità sembra essere nella rappresentazione e nell’enfasi che oggi viene data all’evento attraverso i social. 

  67. 28

    E dai Merlo, non si capisce niente.

  68. 27
    lorenzo merlo says:

    Il protocollo è meccanicista quindi disumano. Impiegarlo tende alla propria immortalità. È arrogante nei confronti della vita, non entro la propria società. Impedisce la libertà della bergosiana forza vitale. Replica la storia. Se procedere così è egoisticamente ordinario, creativamente è esiziale.
     

  69. 26
    Gengis Khan says:

    meglio salire il cefvino a 11 anni che a 11 anni averri mano un kalashnikov
    saggezza esotica

  70. 25
    Alberto Benassi says:

    il crovelliano pensiero
    “come tanti soldatini che diventeranno dei bravi e rispettosi cittadini”
    E chi si rebella KAPUTT

  71. 24

    Bravo Crovella, la maggior parte fa come te, siine confortato.  Però la vita, secondo me, è un’altra cosa. Per fortuna c’è ancora la possibilità di scegliere, per noi prima e poi per i nostri figli. Just another brick in the Wall.

  72. 23
    Roberto Pasini says:

    Enry, infatti in se’ la cosa non è così particolare. Ma come sottolinea Gallese l’aspetto interessante è proprio la “rappresentazione” che ne viene fatta. E qui entrano in gioco il ruolo dei genitori e della guida, in cui colgo un leggero profumo di marketing, con il dovuto rispetto del lavoro altrui.  Di questo infatti si parla, del suo significato in generale come indice di un comportamento sociale che punta alla spettacolarizzazione anche del “normale” o quasi e delle sue conseguenze. Se non lo conoscete guardatevi Tik Tok, il social dominante nei giovanissimi, cosa gira e fatevi qualche domanda, non moralista o giudicante, ma solo “che significato  ha? Quali conseguenze può avere? Come reagirà e metabolizzera’ l’esperienza il ragazzo è un fatto suo personale che non ci riguarda. 

  73. 22
    Matteo says:

    Giusto!
    Altro che andare in montagna, il loro dovere è la scuola, unica possibilità di crescita sana e formazione costruttiva.
     
    https://www.youtube.com/watch?v=fvPpAPIIZyo

  74. 21
    Carlo Crovella says:

    14: non emerge dagli scritti, ma la performance dell’11 enne pare non esser avvenuta solo in un week end canonico (sabato+domenica), ma, da quello che si legge sui giornali, ha sconfinato almeno nel lunedì, che era il primo giorno di scuola dopo i 2 anni di DAD. Probabilmente si sarà riposato qualche altro giorno, per cui avrà perso mezza settimana di scuola. Non sono certo quei pochi gg in particolare che lo renderanno analfabeta o meno, ma c’è il rischio che in quella famiglia si consolidi il concetto che non è un tabù far tagliare gg di scuola al ragazzo per consentirgli (o addirittura spingerlo?) a fare ascensioni. Con la mentalità che mi contraddistingue, io questo lo trovo antieducativo: è un errore genitoriale. I mie figli, che ormai sono belli adulti, fanno montagna nel tempo libero e ci sono arrivati con i loro tempi (cioè senza assolutamente che li cissassimo a far questo o quello), ma le principali preoccupazioni di noi due genitori sono sempre state improntate alla loro formazione e crescita.  Prima del Cervino (che cmq non hanno fatto) c’è sempre stato concettualmente la vacanza studio-lavoro in UK o in Germania o in Francia ecc. E’ ovvio che ognuno è libero di impartire l’educazione che ritiene opportuno ai propri figli, ma nel nostro ambiente ci teniamo molto a far sì che le esperienza di montagna siano esperienze di costruzione della personalità del futuro adulto. Questo approccio (che offriamo sia ai nostri figli anagrafici sia agli allievi e i giovani in generale) non può convivere con propensioni alla ribellione nella vita.  A chi ha la mia mentalità, episodi come quello del Cervino sono una evidente stonatura e penso che genitori equilibrati tendono ad evitarli. Lo stesso dicasi per quei genitori che consentono/spingono ragazzini di 10-15 anni a vivere reclusi nei campus delle società calcistiche (Juve, Inter, Milan…) sperando che diventino i nuovi Maradona… oppure quelli che fanno sciare i figli fra i pali tutti i gg (tagliando scuola) per farli diventare star da Coppa del Mondo… C’è un fondo di morboso in tutto ciò: mi pare patologico e poco “educativo”, poveri figli…

  75. 20
    Antoniomereu says:

    Complimenti Enri per la tua montagna in tenera età e per il commento in generale…dovremmo arrovellarci sicuramente di più per undicenni che abbracciano AK 47 o che si strappano le unghie per terre rare…

  76. 19
    Paolo Gallese says:

    Io lavoro con i bambini proprio sul fronte dell’approccio all’ambiente naturale.
    Ma questo caso, del quale non conosco i protagonisti ed il loro vissuto, mi spinge a una riflessione fuori dal coro e differente. 
    Come potrebbe essere interpretata da tutti coloro che le osservano dal di fuori? E che magari hanno un’esperienza nulla, o buona nella media, della montagna?
    Non mi preoccuperei particolarmente per quello che ha potuto vivere questo bimbo fortunato e caparbio. Mi interessa invece come i media a larga diffusione stiano diffondendo la notizia. E cosa questa potrebbe innescare in molti poco esperti.
    A volte penso che le parole magiche ‘guida alpina”, “preparazione “, “organizzazione ‘, possano scivolare via dall’immaginario collettivo di fronte a “bambino”, “Cervino”, “scalato”… con tutto ciò che ne potrebbe conseguire in termini di desiderata personali.

  77. 18
    Enri says:

    Boh, io ho fatto un 3000 a 6 anni, 4000 a 11, il Cervino a 15….per questo non mi sono sentito nè forzato, nè un recordbaby….ai tempi, chi da piccolo andava in montagna, di solito andava appiccicato agli scarponi del padre e non si pensava a tante cose….poi la montagna o la odiavi o te ne innamoravi. A me è accaduta la seconda cosa.
    Chissà quanti di voi hanno fatto cose ben più dure e da più giovani…
    Secondo me stiamo arrovellandoci su una questione da poco.
    La cosa certa e’ che mi ricordo perfettamente di quei momenti, l’esperienza che ne ho ricavato è stata piena e consapevole e rimangono i giorni più belli della mia vita…
    Immagino quanti di voi avranno gli stessi giorni.
    saluti

  78. 17
    Roberto Pasini says:

    Indurre nel proprio figlio un’idea di eccezionalità, a maggior ragione pubblica e su ampia scala, è molto rischioso. Può non proteggerlo dalla frustrazione quando al termine dell’adolescenza, con elevata probabilità, scoprira’ la sua normalità. In passato forse si esagerava con la frustrazione come metodo educativo (quando prendevo ottimi voti mio padre mi diceva: normale , hai fatto il tuo dovere e il tuo lavoro come io faccio il mio) ma potenziare un io grandioso infantile nel tempo, come vedo spesso fare oggi, ha le sue controindicazioni. Uno degli ultimi lavori che ho fatto è stato un programma di sviluppo manageriale per giovani “alti potenziali” di una grande azienda italiana, tra i trenta e i trentacinque anni. Una generazione che a me piace molto e su cui ho grande aspettative. Uno dei punti deboli su cui abbiamo dovuto lavorare di più è  stato proprio questo senso di “eccezionalità” indotto dalle famiglie e dalle scuole prestigiose che avevano frequentato con la connessa incapacità di accettare in modo maturo la “normalità” che caratterizza buona parte della vita lavorativa e della vita in generale, e di lavorare in modo cooperativo e non solo competitivo con altri accettati come partner e non solo come specchio della propria vanità. Potenziare  a dismisura l’ego per ottenere prestazioni elevate può anche distruggere le persone sul lungo periodo, perché i riflettori del palcoscenico non rimangono sempre accesi. Ne abbiamo già parlato anche a proposito dell’andare per monti. 

  79. 16
    Alberto Benassi says:

    Non capisco perché ci si incaponisca a pensare che esiste un “solo” modo di approcciare la montagna (quello prestazionale, ribelle ed anticonformista),

    9 Crovella.
    prestazionale NO!!
    Ma: ribelle e anticonformista è quello giusto!!

  80. 15
    Alberto Benassi says:

    Le perplessità che fa Pasini sono sagge.
    La società dello spettacolo di oggi porta a sbandierare come sono bello,  come sono bravo.
    Per un minore , il problema sono i genitori che lo dovrebbero tutelare e non rischiare di farlo diventare un fenomeno da baraccone per poi vantarsene.

  81. 14
    Riccardo M. says:

    Crovella, dopo un’esperienza così bella e formativa, dopo aver seguito gli insegnamenti della guida (molto più rilevanti che qualche nozione – pur fondamentale –, in quanto se disattesi possono portare a gravi conseguenze) con quanta voglia e carica in più il ragazzo andrà poi a scuola? Tutti noi sappiamo che, dall’essere stati in montagna nel weekend, la serenità e il desiderio di lavorare bene non possono che beneficiare! E poi, parliamone, non sarà un weekend in montagna che pregiudica la formazione (io, personalmente, alle elementari facevo di tutto nel weekend tranne che studiare, e garantisco che la mia formazione non ne ha risentito…)

  82. 13
    Marina Morpurgo says:

    Però, Matteo, le popolazioni che vivono a quelle quote hanno caratteristiche genetiche particolari, e i bambini nascono lì.https://magazine.unibo.it/archivio/2018/11/20/nel-genoma-di-tibetani-e-sherpa-la-chiave-per-combattere-l2019ipossia

  83. 12
    Matteo says:

    Hai ragione Marina, mia mamma, medico anche lei, diceva lo stesso.
    Anche se qualche perplessità la ho, considerando che ci sono intere popolazioni che vivono a quelle quote (e anche conoscendo i medici che fino agli anni sessanta sostenevano che sopra gli ottomila era morte certa!)
     
    E di sicuro le cacce al record non sono mai benefiche, tantomeno quando sono i genitori che li cercano per interposti figli; ma non credo che sia di questo che si sta parlando.

  84. 11
    Roberto Pasini says:

    Ciò che mi colpisce non è tanto il fatto in se’ ma la sua socializzazione con tanto di foto non mascherate e nome e cognome. Si tratta di un minore. Mi immagino i compagni di scuola e tutto il resto. Questo aspetto di protagonismo e di società dello spettacolo mi inquieta di più. Il messaggio è che le cose si fanno per essere protagonisti e renderle note al mondo. Qui non c’entra il ragazzo ma i genitori. Questa mancanza di discrezione e di tutela della sfera privata mi colpisce.

  85. 10
    Marina Morpurgo says:

    Mio padre era molto amante della montagna e un luminare della cardiologia, fino ai 10 anni non ha voluto che superassimo i 4000 metri di quota perché sosteneva che ci fosse un rischio alto di mal di montagna severo, con conseguenze potenzialmente gravi. Quindi credo che eventuali cacce al record non siano benefiche.

  86. 9
    Carlo Crovella says:

    Non capisco perché ci si incaponisca a pensare che esiste un “solo” modo di approcciare la montagna (quello prestazionale, ribelle ed anticonformista), per cui chi ci va in modo diverso è uno che “non va in montagna” tout court. Questa prevenzione stride in generale, ma in particolare sul tema del giorno. Riporto  quanto scritto sul sito del CAI Torino sul nostro Gruppo Giovanile. Io non sono coinvolto in questa bellissima realtà della nostra Sezione e quindi l’attività dimostra che non è solo l’idea di uno “scriteriato” come me, ma una prassi qui piuttosto diffusa (da quello che mi risulta anche in moltissime altre realtà CAI). Si comprende facilmente che “non si accelerano i passi”. Può capitare che escano anche fior di futuri alpinisti (sempre dilettanti, cioè che vanno in montagna nel tempo libero), ma l’obiettivo istituzionale non è quello, bensì garantire ai ragazzi di vivere esperienze all’aria aperta (lontani dallo screen di un device), in contesti emotivamente sani e non esasperati.
    Alla Sezione di Torino del Club Alpino Italiano l’attenzione verso i giovani è viva fin dai tempi della fondazione del Sodalizio. Il Gruppo del CAI Torino, ricostituito il 21 luglio 1980 in una “storica” riunione al Monte dei Cappuccini, è il naturale punto di aggregazione per i giovani della Sezione e per quanti vogliono avvicinarsi “in sicurezza e simpatia” al mondo della montagna. Lo stile particolare del Gruppo Giovanile, dinamico e informale, in linea con la secolare tradizione del CAI, crea un ambiente che è al contempo attraente per giovani e giovanissimi ed una garanzia per i genitori. Il Gruppo Giovanile organizza gite sociali invernali (escursioni con racchette da neve) ed estive(gite escursionistiche di ogni tipo lungo tutto l’anno)

  87. 8
    Riva Guido says:

    Deresponsabilizzare più di così non si può! Bravo Matteo, ma ancor più bravissimi i genitori dell’undicenne.

  88. 7
    Alberto Benassi says:

    La mia sensazione è che salire il Cervino a undici anni sia invece una evidente forzatura. Psicologico-emotiva più che in senso tecnico.

    non si può generalizzare.
    Spesso i genitori impogono ai propri figli di diventare dei futuri sportivi professionisti, quello che a loro, in gioventù,  non è riuscito di fare. Questa è una evidente forzatura, magari al figlio un gli frega nulla.
    Se il ragazzo si diverte, qual’è il problema di portalo in vetta al Cervino?
     
    Credo che per un ragazzo immaginare e vivere l’avventura sia importante. Se ripenso a quando ero un bimbetto, mi rivedo a immaginare e vivere situazioni avventurose,  a fare giochi avventurosi e anche pericolosi con altri ragazzi. Ogni tanto qualcuno si faceva del male.
    Non è il luogo che conta, ma  se il ragazzo si diverte e se si sente libero di farlo oppure no., se ci mette del suo.

  89. 6
    Matteo says:

    A meno che tu sia un idiota scriteriato, portare i bambini in montagna fa tremare i polsi per la responsabilità che ti assumi, che sia camminare, sciare fuori dalle piste o arrampicare.
    E’ anche molto difficile dosare obbiettivi e difficoltà per evitare di stremarli o, al contrario, di annoiarli.
     
    Però è di gran lunga la più bella e di soddisfazione che si possa fare in montagna.
    Brava la guida e bravo Federico: tra due o dieci anni farà quello che vuole e magari non arrampicherà mai più, ma di sicuro saprà controllare la paura e la fatica e avrà chiaro che per raggiungere qualcosa a cui si tiene occorrono tutte e due.
    E di certo conoscerà la differenza tra la realtà e il video di uno smartphone.

  90. 5
    Antoniomereu says:

    Senza nulla togliere…
    Prossima puntata l’ipovedente in solitaria?La mamma che sgravida in cima o la supernonna? 
    Siamo fatti così …mi viene in mente la battuta di  Gene Wilder in Frankestein junior 
    …SII PUO’ FAREEE. ..!!!!

  91. 4

    Le guide portano in montagna tutti. La motivazione che ha ogni cliente resta di quest’ultimo.
    Vero è che avere una persona leggera legata alla corda è molto più sicuro che averne una pesante. 
    Le parole di Crovella sembrano scritte da uno che in montagna non ci va, un po’ come quelle di Rambaldi, che però è giustificato.
    Bravo Matteo! (Perché il merito spetta al capocordata)

  92. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Ai neopapà propongo il seguente progetto: «Neonati che scalano il Cervino».

  93. 2
    Ale says:

    Almeno quando sei legato con un bambino, visto che la teoria dei contrappesi funziona, non rischi di farti tirar giù ad ogni passo. Io preferisco un bambino entusiasta ad un brontosauro brontolone che pesa 30 kg più di me , quando vai di conserva.

  94. 1
    Simone Di Natale says:

    Come al solito qualcuno prende un caso particolare, di cui probabilmente conosce poco niente, come pretesto per sparare il solito pippone sui valori del suo piccolo mondo e regalarci la sua lezione di vita…..contento lui….

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