Che bello. . . vado a vivere in montagna!

Ma se vogliamo cercare un sentiero che si districhi tra futuro tecnologico e tradizionalismo escludente, queste righe potrebbero servire. E interrogano più le nostre miserie che quelle altrui.

Come ovunque, vivere in montagna vuol dire affrontare le ataviche esi­genze umane del cibo, del riparo e della relazione con altri simili o supposti tali. Ma con alcune caratteristiche particolari.

Il patrimonio immobiliare nei piccoli paesi montani si suddivide tipicamente in proprietà delle famiglie locali, seconde case gelosamente tenute vuote e rivendute dai figli appena muoiono i vecchi e una parte in abbandono per motivi vari, tra cui quello del “non si vende ai foresti”, l’emigrazione o la proprietà comune tra quindici cugini che non si mettono d’accordo tra loro. A quest’ultima tendenza vorrebbero opporsi operazioni di rivalutazione del capitale immobiliare da parte di cordate di investitori privati, con nuove forme di albergamento, di attività ricreative e produttive. Un’iniezione di capitali che avvia la riqualifica­zione dei “borghi” come finora è avvenuto per i quartieri delle città, estendendo l’effetto “località turistica” anche al di fuori delle aree montane tipicamente coinvolte, come quelle dello sci.

Insomma, contrariamente alla narrazione del villaggio ripopolato da abitanti operosi, l’acquisto preventivo di intere borgate “abbandonate” da destinare ad artisti e lavoratori da remoto ricade appieno nelle consunte dinamiche della turistificazione con i suoi effetti. Modaiola ma strutturale, in quanto tocca i vincoli di proprietà, questa “riscoperta” della montagna non è né nuova né bella. Servizi di ristorazione e albergamento, lavoro stagionale, dipendenza dal capitale importato da altrove, privatizzazione degli spazi comuni.

Si ripropone come in città una grande differenza tra chi è “padrone della baracca” e chi ci lavora da dipendente, a differenza della struttura sociale storica dei paesi, dove tutti avevano accesso a un pezzo di terra con cui sostenersi.

Se quindi cercate un posto dove andare a vivere, presto scoprirete alcune tendenze. L’effetto turismo, di nuovo o vecchio tipo, diffonde la speranza per ogni proprietario di rudere di essere padrone di un castello, per cui attende il momento in cui diventare ricco vendendo a qualche straniero bianco. Se ci sono turisti che pagano “senza consumare la casa”, scordatevi di affittare per viverci. Se non ci sono, e quindi siete in una località isolata e poco attrattiva, può succedere il contrario: dovrete superare una certa diffidenza per il foresto al di sotto di un certo reddito. Salvo fortunate eccezioni.

In queste condizioni, se non cercate un investimento che metta capitali al ripa­ro dalla svalutazione, probabilmente vi ritroverete con il solito rudere da ristrutturare in bioedilizia, a pagare un eterno affitto in un tugurio con impianto elettrico vintage e nessuna isolazione, o troppi in una stanza.

Allora perché non lanciarsi in un bel “progetto” con i vostri migliori amici o compagni per realizzare quello che, da soli, vi pare difficile. Attenzione ai luoghi comuni sulla… “comune” e sforziamoci di ideare gli strumenti che crediamo utili. È tutt’altro che automatico far diventare una patata divisa in quattro meglio che una patata da soli. Condividere non è solo dividere, vuol dire anche diminuire, sommare e moltiplicare, altrimenti non funziona, tanto è vero che la maggior parte dei progetti agricoli, comuni, case condivise o insediamenti di collettivi “in lotta”, fallisce miseramente nei primi sei mesi di vita. Sobrietà sì, per forza, felice un po’ meno. Comunità, lotte locali, relazioni possono portare a delle belle scottature se prese come ricette miracolose, o novelle leggi morali.

Se pensate vi siano masse di gente in attesa di illuminanti vati organizzatori, uscite dal piccolo mondo delle assemblee di movimento: esse non esistono, o si guardano bene dal volerlo essere. Il Capitale offre di meglio che delle estenuanti, burocratiche e soffocanti assemblee organizzative, per di più menate da noi che non riusciamo neanche a organizzare noi stessi. Ad esempio: avendo la possibilità di acquistare un immobile, uno degli scogli difficilmente superati è quello della differente legittimità tra proprietari e usuari che convivono insieme o utilizzano gli spazi; al contrario, l’acquisto condiviso spesso si scontra con l’impasse dell’assemblea orizzontale che in caso di disaccordo non trova facile soluzione, aggravata dal fatto che nessuno riesce solitamente a liquidare la parte posseduta dall’altro.

E tralasciamo il caso in cui nel gruppo siano presenti delle coppie che malauguratamente si separano! I meccanismi di coppia all’interno di progetti collettivi, nella presa di decisioni e nella loro realizzazione, andrebbero ben soppesati, sia quando le coppie funzionano, con differente profondità e velocità di elaborazione delle questioni rispetto gli altri, sia quando non funzionano, con attriti che sfiancano il gruppo.

Dunque, che fare? Per quanto riguarda gli spazi di vita, sappiamo che la disposizione degli spazi, che d’altronde non si può scegliere più di tanto, determina le relazioni. Pretendiamo tra noi una ovvia propensione alla condivisione, ma non sappiamo cosa sia questo ovvio. Per allentare le frizioni è saggio tutelare lo spazio individuale. Usciamo dallo schema della casa mononucleare tanto quanto da quello della “comune” dove tutto è condiviso.

Se spazi grandi sono difficili da trovare, ispiriamoci tanto ai villaggi di capanne come ai Wagenplatz. Ci sono esperienze interessanti fatte di costellazioni di unità singole, stanze che si scaldano con poco, sparpagliate nello spazio e rispettate come spazi intimi a fianco dello spazio comune, purché questo sia ciò che tiene unito e nutre il gruppo. Uno spazio che a loro volta tutti sentano prioritario utiliz­zare, rendere accogliente e funzionale. Questo avverrà solo se questo spazio sarà materialmente importante, quello dove semplicemente “si sta”, dove sicuramente becchi qualcuno quando passi di lì. Sarà importante solo se lo riteniamo tale, ma anche se sarà piacevole starci. Se nell’economia del gruppo sarà un orpello delle case individuali, utile solo saltuariamente, esso avrà vita breve finita la presabbene. Al contrario, se sarà l’unico luogo a disposizione dei componenti del gruppo, tenderà ad alimentare i conflitti.

Si possono ottenere spazi comuni in vari modi, anche con forme associative formali e locali aperti in determinati giorni e orari: associazioni che gestiscono spazi ricreativi, biblioteche, doposcuola o circoli in forma volontaria, senza scopi commerciali. Spesso sono le vecchie scuole di borgata in disuso. Aperti o meno al pubblico, questi spazi possono costituire nel resto del tempo il salone e la cucina collettiva, avere una postazione per computer, connessione e stampante; bagni comuni, lavatrice, frigo; centri di documentazione, spazi per ospitare amici di passaggio e, al di là dei luoghi di vita veri e propri, laboratori dove mettere tutta l’attrezzatura per le attività predilette dal gruppo, essiccatoi, macchine per la pa­sta o per cucire, attrezzi agricoli, per fare il vino, per il legno, per la riparazione dei dispositivi elettronici, delle auto, delle moto, del trattore. E poi strumentazione per le attività di piazza come megafono, fotocopiatrice, impianto musicale, gazebo, tavoli pieghevoli, generatore elettrico o cucine da campo. Tutta dotazione collettiva che ci rende autonomi, capaci di mobilitarci per ogni evenienza e che, da soli, è difficile racimolare e mantenere.

Nella condizione in cui più della metà dell’anno avere un luogo caldo è imprescindibile, pensiamo quanto tempo e fatica vengono liberati da spazi comuni dove mangiare, passare le serate e le giornate uggiose, studiare e complottare, lavarsi, bere e fumare, prendersi cura gli uni degli altri. Un luogo vivo che diverrà facilmente attrattivo, creando dinamiche positive con l’ester­no. Qui sarà possi­bile affrontare con abilità la questione dell’accesso all’ener­gia, sia la corrente elettrica (potrebbe essere l’unico luogo agganciato alla linea che alimenta gli altri, per non moltiplicare i contratti) che il riscaldamento.

Le alte sfere politico-militari europee, per fare guerra alla Russia, hanno preventivamente siglato accordi con Israele, Turchia e Azerbaijan per nuove fonti di approvvigionamento di gas: questo, oltre spiegare molti retroscena dell’attualità, ci ricorda che energia è potere. Nulla si fa senza premunirsi sotto questo aspetto. Per quanto ci riguarda, essere autonomi su queste cose non è una questione secondaria, ed essere in territori montani e rurali fa la differenza: c’è bisogno di energia per il riscaldamento, per cucinare, ma questa è facilmente accessibile. È una buona occasione per dotarsi di attrezzature non immediatamente alla portata di ognuno, apprendere e condividere capacità, per lavorare fianco a fianco con lo scopo di liberare tempo ed energie per ognuno.

Più che Torio, Litio o gas, è il tipo di stufa a essere in cima alle preoccupazioni del neofita (pellet o legna? Termocucina, stufa “economica” o da riscaldamento?).

Ma questo è un falso problema, se nessuno la accende. Senza legna e senza stufa accesa non esiste spazio comune utilizzabile e sembra che abbiamo un proble­ma con le attività primarie, di cura, che riguardano gli spazi comuni. Come per la pulizia del bagno e della cucina, la spesa (è di nuovo finito l’olio, di nuovo il caffè!) il comune arriva sempre dopo al personale, riproducendo su scala collet­tiva quella che è la divisione del lavoro tipica dei sessi e dei generi nella famiglia tradizionale. Occuparsi di stare e far stare bene, curare l’ambiente in cui viviamo non è un accollo, è il principio che sbandieriamo quando, nelle lotte, proponiamo un diverso rapporto con l’ambiente che abbiamo intorno.

Per quanto riguarda la stufa, sebbene sembrerebbe ben più semplice scaldare un luogo unico in più persone che tanti luoghi separati da soli, normalmente funziona al contrario: tutti con la casa calda (con l’olio, il caffè e il bagno pulito) e gli spazi comuni freddi e vuoti, consumando tre, quattro, sei volte più combustibile. Se abbiamo un’inten­zione diversa sforziamoci affinché il luogo comune sia quello più caldo e curato, che frequentarlo possa essere una piacevole sorpresa. Invitiamoci, condividiamo il meglio che abbiamo. E ricordate: raccogliere legna in un terreno non vostro è considerato un furto dalle comunità locali, non facciamolo sotto casa.

Nello spazio comune si può stabilire il cuore materiale di quelli che potremmo chiamare gruppi di confidenza. Luoghi dove condividere parte della giornata con attorno piccoli spazi più intimi dove “decomprimere” e da utilizzare per momenti più individuali. Non è difficile né costoso, anche con materiali di recupero, costru­ire piccoli moduli abitativi in fienili, sugli alberi, nei terreni a seconda di quanto si possa dare nell’occhio o meno. Sono le alternative ecologiche che vanno assolutamente strappate al mercato elitario della bioedilizia e riportate tra le sapienze popolari. In terreni non troppo in vista si possono posizionare camper o roulotte alla moda dei pastori, o ottenere singole stanze in vecchie case di famiglia divise tra parenti e spesso abbandonate.

Queste porzioni di fabbricato non sono in sé autonome, spesso non hanno acqua e bagno, ma sono abitabili e spesso gratuite dato lo scarso valore. Serve, però, godere della fiducia dei proprietari. Possono essere usate se inserite in un contesto di collettivizzazione degli altri spazi. Anche l’occupazio­ne può essere una strada, sapendo che è materia molto delicata in paesi dove tutti sanno tutto e la proprietà è spesso ripartita tra gli abitanti stessi. Ma non sempre.

Con le dovute cautele, spazi della curia, di vecchie attività turistiche andate in malora, ruderi di persone emigrate cent’anni fa e, sempre più, immobili andati più vol­te all’asta fuoriescono dalle proprietà degli abitanti storici: con un po’ di dedizione e qualche dritta da informatori locali possono diventare possibilità da esplorare.

Per quanto riguarda il reddito, lasciate pur cadere ogni velleità agricola: la montagna è abbastanza avara in quanto a produttività, anche se pensate di vendere liquorini in boccettine più piccole di un bicchiere. I terreni sono piccoli, pendenti, suddivisi, e la stagione è breve. Non ci si inventa agricol­tori da un giorno all’altro, tanto meno in montagna. Serve terra, centinaia di ettari di terra per prendere i premi della PAC. Certo, l’illegalità, o meglio l’eccezionalità rispetto alle norme, sono una caratteristica contadina avvezza a contrabbando, vendita in nero, caccia di frodo od occultamento di raccolti. Ma la struttura della famiglia contadina non è fatta di reddito, piuttosto di tante persone che lavorano di continuo e vivono insieme senza sprecare nulla. Sotto questo aspetto mi spiace, il mondo contadino non aprirà le porte di un’arcadia perduta. Una vita agreste permetterà di radicarsi cioè sapere chi siamo, ridare forza alle nostre mani, vivere in una dimensione più umana, darà una temporalità scandita dalle stagioni e dalla luce del sole ma non certo dei soldi.

Una buona parte del problema del reddito si risolve abbassando quanto più possibile le spese, e condividendo le fonti di dispendio (affitti, assicurazioni, ri­scaldamento). Ciò nonostante, il vil denaro serve e stando ai forum sul deep web c’è chi si arrangia come può: se la montagna diventa città, attrezziamoci di conseguenza.

È noto che lavorare sia il peggior modo di racimolare soldi, come sa chi lavora nei bar e nelle cucine, anche quelle in quota. Non viviamo in un romanzo un po’ retro dove fare una rapina in banca era, oltre che più semplice, considerato ardito ma onesto, eppure apprendiamo con stupore che sono ancora in voga le truffe ai danni delle assicurazioni, delle piattaforme digitali, dei trasporti o dei grossi monopoli, aziende che certo non piangono per maltolti tutto sommato miseri. Non sembrano il colpo del secolo, ma evidentemente tutto fa brodo. La disoccupazione di rimpatrio, a cui si aveva diritto con pochi giorni di lavoro all’estero, è stata abolita e sono controllate con più attenzione le residenze – e le connessioni – delle persone in carico alle varie forme di reddito sociale e disoccupazione dei Paesi del nord Europa.

Anche il furto ai danni della Grande Distribuzione o a monopolisti vari (dalle catene fai-da-te ai duty free degli aeroporti alle boutique più chic, non certo in paese) pare ancora ampiamente praticato dagli amanti dei tabacchi e dei profumi, nonostante l’aumento di dispositivi di antitaccheggio, biometria, intelligenza artificiale applicata ai movimenti furtivi (vedi il software Veesion acquistato da Carrefour, MD, CONAD, SIGMA, CRAI) e, banalmente, telecamere fin nei parcheggi (sconsigliate le fughe da telefilm con l’auto intestata alla mamma).

Anche se può non essere auspicabile prendere una denuncia per pochi euro, evidentemente l’illegaiità è tutt’altro che passata di moda. Forse perché, per quan­to disprezzabile, viviamo in una parte di mondo dove l’abbondanza materiale è un fatto. L’iperproduzione è foriera di immensi mali, ma inevitabile: la sovrabbondanza di merce è un cardine del capitalismo. Se non siete feticisti o accumulatori seriali, la merce non ha nulla di attraente in sé. È l’esproprio la vera gioia immate­riale che questo sistema non può né offrire né vendere. Come diceva Lucio Urtubia, grande falsario anarchico, “los adelantos son para todos“, bisogna adeguare gli strumenti ed essere sempre aggiornati. Anche il banditismo sociale si aggiorna e seppur nei toni minori di quest’era poco entusiasmante, narra una diversa scala di valori rispetto alla proprietà, alla merce, al lavoro. E parla della gioia che sta nell’atto di rottura di un mondo triste.

Tornando a noi, dopo aver capito che non era una svolta piantare tutto quello zafferano o vendere porcini ai ristoranti, i lavori periodici o stagionali vanno ancora per la maggiore, purtroppo. Spesso pongono delle consi­stenti ipoteche sulla continuità dei progetti locali, ma, come l’emigrazione stagionale di un tempo, permettono di dedicare i mesi liberi dal lavoro dipendente alla progettualità condivisa. Sempre che non abbiate già prenotato un volo per il Messico appena rientrati dall’alpeggio, dal rifugio o dall’impianto per lo sci.

Fare un orto collettivo è un errore da principianti – dicono che nessuno sia rimasto amico dopo averci provato – eppure una forma di condivisione e organizzazione comune la dovremmo pur trovare, se non vogliamo ammettere che l’individualismo neoliberista sia l’unica organizzazione sociale possibile. Abbiamo insomma parecchio da fare.

In montagna tutto è lontano e i mezzi di trasporto pubblici abbastanza rarefatti, ma l’uso condiviso di un mezzo privato resta complicato. Se avere l’auto è praticamente d’obbligo per vivere in montagna, approfittiamone per usarla e ridare corpo a un certo nomadismo, sifone alla mano. La montagna sta a cavallo di territori ampi, ridefiniamone la geografia anche con le quattro ruote sotto al sedere. Impariamo a ripararla, dotiamo­ci collettivamente di una piccola officina, di attrezzi (facilmente recuperabili nei fai- da-te) e di capacità guardandoci un po’ di tutorial se non si può imparare da qualcuno.

Più semplice è la condivisione di automezzi di lavoro (un trattore, un’ape, uno scassone anche senza targa da usare nei campi), ma soprattutto è una buona mossa trovare un lavoro annuale comune che paghi le spese di ciò che verrà usato collettivamente. Ciò risolve a monte il “chi paga?” e appiana le differenze costituendo un fondo comune preventivo. L’interdipendenza è il vero collante di ogni comunità umana ed è proprio quello che il neoliberismo espropria, appropriandosi e facendo commercio di tutto ciò che potrebbe essere scambiato e condiviso mutualmente. Se preferiamo lavorare e fare da soli, pensando che questa sia la libertà, auguri, il mercato offre ampie alternative. La libertà non la si prende, la si crea.

Tutto ciò che è comune genera un’organizzazione, che sia stabilita a monte o si produca di fatto secondo propensioni, capacità, voglie. Queste propensioni sono assai feconde, e assecondarle può portare al gruppo risul­tati insuperabili con programmi e compiti assegnati per dovere. È poco interessante stabilire l’equilibrio tra organizzazione ed estro, o porvi dei limiti, eppure se vogliamo parlare di comune, e ne parliamo perché non crediamo che la libertà sia raggiungibile da soli, dobbiamo capire fin dove sia necessario nutrire il comune, e come farlo, perché c’è sempre qualcosa che nessuno ha voglia di fare. Lungi dal porre al centro “l’assemblea orizzontale”, Dio ce ne scampi finché si può ricorrere a strumenti più informali e più piacevoli. Al bando i formalismi e i conformismi, i giochi di ruolo e le alleanze, i “sarò breve” e i “sono d’accordo con gli interventi precedenti”, e soprattutto il suo prodotto tipico: un’altra assemblea, per parlarne meglio.

L’assemblea è un “male necessario”, ma non è una soluzione salvifica. Anzi, andrebbe usata solo dove altri strumenti non sono sufficienti. È un luogo che può diventare di prevaricazione, detestabile, noioso, controproducente per la prosecuzione di una finalità comune. C’è chi le domina e chi le subisce, singolarmente o in gruppo, e difficilmente si esce da una assemblea volendo ripetere l’esperien­za. Bisogna dedicarsi a fondo alla sua preparazione sperimentando nuovi stru­menti, con un lavoro previo da parte di tutti. Altri momenti collettivi possono servire come momenti di scambio di informazione, di opinione, che riequilibrano il potere di chi ha parlantina e chi no. Solo in seguito il momento decisionale di­venta paritario, se tutti hanno avuto accesso per tempo alle informazioni, hanno avuto modo di ragionarvi e di esprimersi, c’è stato spazio per proposte differenti.

Dovrebbe essere un momento dedicato, idealmente lontano da troppe contin­genze. Condizioni che vanno create dedicando un’enorme quantità di energie e di tempo. L’assemblea dovrebbe essere breve, con un orario di fine certa e delle decisioni inequivocabili riassunte al termine, prima di una lenta emorragia di par­tecipanti. Bisogna poter rivalutare le decisioni, non per cambiare continuamente idea, ma perché se le cose funzionano o no lo si verifica successivamente, a contatto con la realtà e, spesso, con i limiti che ognuno ha nel fare ciò che aveva in carico di fare. La reale convinzione di ognuno sulle decisioni prese insieme e la loro messa in pratica vanno verificate. Altrimenti significa che qualcosa non funziona, o nella presa di decisione, o nella adesione al collettivo. Utile, in ogni caso, affidare in modo più agile e autonomo le decisioni operative a piccoli sotto­gruppi con un mandato chiaro, e diluire lo scambio di informazioni nei momenti informali. Così le assemblee possono diventare più snelle e piacevoli, affiancan­dosi ad altri strumenti organizzativi.

Qualcuno potrebbe allora pensare che chi fa da sé fa per tre, che il coordina­mento non sia necessario. O che “nessuno deve dirmi cosa fare”. Nelle condizioni in cui siamo immersi e che ci permeano, ci sembra che l’organizzazione entri sempre in conflitto con l’individuo e la sua “libera” espressione. Ogni impegno preso è un vincolo, e la libertà non comprende vincoli, no? Ma può, questa li­bertà, essere materialmente indipendente da ciò che ci circonda? L’idea di essere sempre “liberi” da ogni impegno e vincolo, dalle persone vicine, l’ideologia del “se voglio quando voglio”, è figlia del neoliberismo e della mercificazione di ogni attività, sopperibile solo con una rispettiva quota di denaro. Cioè col circo­lo vizioso del lavoro salariato, che si appropria del nostro tempo di vita e delle nostre forze.

Stare in montagna dovrebbe aiutarci a superare le costrizioni imposte dal tempo odierno, riavvicinarci alla soddisfazione autonoma delle necessità senza l’obbligo di acquistarle sul mercato. Non con l’autosfruttamento lavorativo. Non ri­nunciando all’abbondanza, ma rivedendo questo concetto che non è per forza da intendere come accumulo di cose ed esperienze.
L’abbondanza è anche il tempo, l’assenza, il gusto, la soddisfazione, il bello.

Un sole che, come diceva qualcuno, si conquista sul­le barricate. Non ci sono isole felici, spazi dove sot­trarsi a questo mondo sen­za sbatterci contro.

Riusciamo a risalire la china delle necessità im­poste o preferiamo lascia­re queste utopie al tempo accessorio del dopo-la­voro, priorizzando il proprio personale accumulo di capitale (economico, co­gnitivo, relazionale)? Viviamo in una società complessa dove non basta certo autoprodursi il cibo per essere liberi, ma se non rompiamo il ricatto materiale offerto a ognuno di noi dal neoliberismo, non svilupperemo, anche nelle idee, meccanismi capaci di rottura.

Usciamo dal nostro sgangherato nucleo pseudorurale. Non c’è nulla di meglio per rinsaldare un gruppo, o farlo fallire subito (tanto meglio), che cimentarsi in qualche spedizione goliardica. Lasciate i telefoni, o il tele­fono comune, sul tavolo. Condividiamo le amicizie, andiamo a trovare e scovare altri come noi. Abituiamoci a fare e ricevere visite a sorpresa.

Avere riferimenti nelle altre valli, città e territori è importante per poter fare trasferte collettive, sia per passare del tempo ludico che per mutualismo, che per sapersi orientare nelle mobilitazioni, arrivare con destrezza e sapere in cosa poter essere utili. Con la leggerezza di chi viene da fuori e la rassicurazione delle infor­mazioni di chi è sul luogo. Al di fuori di formazioni e doveri militanti. Momenti importanti che retroalimentano il gruppo e rinnovano il vincolo comune una volta ritornati, stimolano la riflessione sul che fare, permettono di ragionare, ogni tanto, senza le pastoie in cui ci si ritrova a casa propria. Ricordiamoci, se vogliamo invi­tare qualcuno da noi, che dobbiamo essere i primi ad andarlo a trovare.

Mai come oggi siamo facilitati nel tenere i contatti con chiunque nel mondo, anche se dovremmo davvero dedicare un po’ di attenzione agli strumenti che usiamo. Probabilmente non riusciremo a impedire il diffondersi della fibra o del 5G, ma potremo, già che le subiamo, saper maneggiare applicazioni, crittografie, VPN e altre diavolerie altrettanto bene che una motosega o un flessibile a batteria: fanno parte delle cose indispensabili che collettivamente possiamo riuscire a utilizzare bene, che le amiamo o no. Nessuno nasce imparato e c’è sempre qualcuno che può insegnarci, in una economia di scambio se ognuno impara a fare qualcosa tutti ne godremo a vicenda.

La vita moderna nelle città espelle sempre più persone. Qualcuno, potendoselo permettere, ricerca migliori condizioni. Altri semplicemente non sono più disposti a essere un pezzo meccanico della catena di valore. Obbligati a produrre, ob­bligati a spendere, e ora, col telelavoro, volontari controllori di se stessi al posto del capo ufficio. È la mente il nuovo campo di battaglia. Chiedete a chiunque “come stai?” Probabilmente dirà “sono stanco”. La stanchezza prodotta dal lavoro mentale a cui ci obbliga il mondo delle macchine “intelligenti”.

La vita agricola o di montagna, non è per forza liberatoria o più piacevole, soprattutto se preferite fumare canne sul divano. Ma la gioia che può dare la rottura di questo spettro è eccezionale. Questo è quello che possiamo fare da qui. Aprire dei varchi, liberare il tempo, rompere lo spettacolo, inceppare la macchina anche solo per dispetto, per gioco, per guardarsi negli occhi e ridere. Creare fratture. Solo qui può maturare la gioia. Anche se è un risultato parziale, anche se la strategia non è ancora chiara.

Che bello. . . vado a vivere in montagna! ultima modifica: 2026-04-30T05:23:00+02:00 da GognaBlog

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19 pensieri su “Che bello. . . vado a vivere in montagna!”

  1. Cominetti. Appunto. Courmayeur sarebbe un altro bel caso da studiare nella sua trasformazione antropologica dall’apertura della Galleria del Bianco ad oggi. In parte lo ha fatto Paolo Paci nel suo libro sul Monte Bianco. Non ha subito il percorso di Crans Montana difendendosi di più anche per una scelta di “posizionamento” dei portatori di interesse locali che hanno preferito tenersi stretta la loro clientela tradizionale medio alta e lasciare che un certo pubblico andasse dall’altra parte del traforo. Ma non so cosa succederà con il cambio generazionale e il passaggio di mano delle proprietà. 

  2. Cominetti. La media borghesia italiana che si è comprata un appartamento a Crans Montana in uno dei megacondomini finto alpino con discoteche, bar, strarbuck, saune, campi da squash e che ci vive un po’ più del solito con i figli, non solo d’inverno per sciare, non penso cerchi il tabernacolo. E quello è il mercato,  non le nicchie dei neorurali e dei neomontanari a cui vendi la baita da ristrutturare in qualche posto un po’ fuori mano perché difficile da trasformare in città in quota. E’ li che punteranno probabilmente in futuro. Al mare ormai c’è poco da sfondare, anche se ci provano, ci provano ancora eccome. 

  3. Sono convinto che il “vivere in montagna” non esista, perché ho vissuto in tanti posti di mare, di montagna, medi (cit. Elio e le storie tese),  da giovane con i miei genitori e vivo in una valle alpina da 44 anni, e mi sono convinto che la differenza la fa il numero di abitanti.
    La città è il posto più affollato in cui vige lo stato di mors tua vita mea, mentre nei piccoli centri ci si odia e aiuta tra tutti. I servizi sono più scomodi in proporzione al numero di abitanti ovunque. Più abitanti=più servizi.
    Sia nell’articolo che nei commenti ho trovato solo luoghi comuni e supposizioni.
    Vivere in un posto significa condividerne gioie e dolori, ovunque si viva.
    Vedere la montagna come il solito tabernacolo è da ignoranti e sarebbe ora di smetterla. So che non succederà.

  4. Se le condizioni di vita in città peggioreranno anche i processi immobiliari di “riqualificazione urbana” potrebbero diventare un business meno attrattivo. Potrebbe dunque verificarsi uno spostamento di parti di città a quote più alte, dando vita a processi simili alle “rapallizzazioni” al mare negli anni ‘60, questa volta però a scopi non di vacanza ma residenziale o semi residenziali. Non dimentichiamo che le operazioni immobiliari di questo tipo muovono capitali enormi e hanno un potere diciamo di “influenza” fortissimo. Per ora è solo un’ipotesi, spero proprio di non esserci più. 

  5. Minoranze. Che non fanno assolutamente tendenza. Si esemplifica a mio avviso una  ” cinttadinizzazione” della montagna, una trasformazione sociale come quella da cacciatori/raccoglitori in agricoltori.

  6. Sempre Membretto sottolinea che il fenomeno migratorio non riguarda tutte le località montane ma solo quelle che per dimensioni e servizi sono in grado di competere con le aree urbane. In questo modo la città con i suoi riti, i suoi luoghi e la sua cultura colonizza le comunità locali più esposte al contagio è più disposte a farsi contagiare. Quindi è un’emigrazione di comodità non “ideale” come quella di 20/30 anni fa ben rappresentata dal film “Il Vento fa il suo giro”. E’ quella di Crans Montana, ex località turistica per l’alta borghesia e oggi invasa dal ceto medio urbano.Temi su cui riflettere. 

  7. La tesi di Membretti e’ diversa e si fonda anche su analisi quantitative, anche se poi il libro per ragioni espositive ha più un carattere “narrativo”. Lui lega le migrazioni all’aumento delle temperature che nelle stagioni più calde renderà difficile la vita urbana e alla possibilità di lavoro da remoto, almeno per una parte della settimana e per chi lavora nei servizi. Le migrazioni del ceto medio si accompagna ad una migrazione straniera di “servizio” che in molte località turistiche e’ evidente come è evidente la sostituzione di forza lavoro locale con forza lavoro straniera in molte attività che per vari motivi non sono più esercitate dai residenti tradizionali. 

  8. Mah a me paiono solo “migrazioni” radical scic….. l’umanità si sta inurbando.
    9/10 chi va nei borghi ci vanno con redditi creati altrove.
    9/10 che ci vanno credendo di farcela tornano.
     
    Xchè non accettare questa urbanizzazione e lasciare metà terra a se stessa ??

  9. Un’analisi interessante del fenomeno si trova nel volumetto del sociologo Andrea Membretti: “Migrazioni verticali” Donzelli, 2024. Analizza le tre “migrazioni”: quella dell’upper class, quella del ceto medio e quella del proletariato di “servizio” prevalentemente straniera. Ne mette in evidenza le caratteristiche specifiche: dimensioni, motivazioni, localizzazioni e impatto sulle comunità e culture locale. Particolarmente interessante visto il terribile fatto di cronaca l’analisi delle trasformazioni sociologiche e strutturali di Crans Montana negli ultimi 30 anni e le implicazioni antropologiche del trasferimento della citta’ in montagna. Un piccolo libro ma pieno di spunti di riflessione. 

  10. Se uno avesse visto il bellissimo film “Il Vento fa il suo giro” del regista Giorgio Diritti, probabilmente ci penserebbe due volte prima di trasferirsi dalla città in un piccolo paese di montagna!
    Ogni tanto penso con un po’ di tristezza a questo film, in particolare a quella strega (una brava attrice naturalmente) che curava quattro mucche e che ostacolava con i mezzi più biechi l’insediarsi in paese di una giovane e bella famiglia di allevatori francesi provenienti dai Pirenei. Era una feroce e inutile custode di un territorio ormai abbandonato (ma se ti trovi davanti una così mentre passeggi pacificamente su un sentiero di montagna, che fai? La prendi a piccozzate? No, non serve, vincerebbe ancora lei, anche se è a mani nude! Allora fuggi giù per il sentiero a rotta di collo, ma neanche questo serve, è più veloce di un camoscio! L’unica via di salvezza è salire una parete di 8a, sempre che non la ritrovi in cima ad aspettarti!).
    Nel film vincono la malignità, la superstizione, il pettegolezzo, l’ottusità e l’invidia di poche persone a scapito dell’intero paese, che perde in questo modo una occasione di rinascita e di riscatto.
    Questa migrazione inversa dalla città alla montagna costituisce per me un’ottima notizia per i paesi montani in via di spopolamento.

  11. Può essere che metteranno pure l’eliscuolabus e l’eliraccolta differenziata del rut.
    Leonardo ringrazia.

  12. Tra pochi anni ( forse solo 5 o 6) la montagna sarà il posto peggiore dove vivere, tra: elicotteri di soccorso, elicotteri da lavoro, eliski, elicotteri alla Bortolo Oliva, aerei in sorvolo, aerei di scuola pilotaggio, aerei di linea tutto sarà un delirio di rumore. Molto meglio in centro a Torino con tripli vetri e vicino a un parco.

  13. L’articolo è divertente, pare di leggerezza sovrastrutturale ma non lo è a mio avviso. Eppure nella sua lunghezza da romanzo qualcosa in più delle condizioni socioeconomiche delle aree interne, si poteva dire. Dei motivi dell’abbandono e spopolamento, del piano del governo di accompagnamento all’inevitabile (?) declino, dell’ assalto ai crinali di banditesche compagini private di rinnovabili presunte ( eolico-industriali). Della differenza sostanziale tra borgo e paese (e non me ne voglia Franceschini). Dei differenziali di produttività in agricoltura e delle loro ragioni . Mi permetto poi di osservare che la condizione metromontana viene appena sfiorata, ma, anche qui, credo nasconda, anche una dinamica dei redditi, metropolitano Vs. montano in controtendenza rispetto al passato. Comunque la situazione delle aree interne, nella mia esperienza, dodici anni di Appennino parmense, è veramente complicata. L’articolo fa sorridere, soprattutto nelle parti in cui le assemblee di movimento diventano di condominio e viceversa. Ma invece  dovrebbe far pensare, ché, come spesso irrido i milanesi, della montagna oltre lo sci, non capiscono un c. Lo scambio ineguale tra città e montagna, spesso ai limiti del parassitismo, è  tema serio. Tema d’acqua e di energia.

  14. Io sono un “cittadino” per DNA congenito. Ovviamente faccio riferimento a una città come Torino, che è una città molto particolare, inserita in un semicerchio di montagne e con il mare a un’ora e mezza di auto. In più vivo in una partizione molto specifica di Torino, un quartiere semplice, ma vicino al grande parco del Valentino e al fiume Po. Per cui ho tutto della città e ho anche tutto (o cmq molto) del fuori città. Con 40 km dalla città sono0 già in montagna. Se invece prendo la bici, in tre isolati sono sul lungo fiume, alla base della collina, e faccio un giro di anche due ore praticamente fuori da contesti “metropolitani”. Mi sono dilungato su Torino, perché spiega la mia preferenza individuale per la vita cittadina, almeno 5-6 gg a settimana. Altre metropoli, Milano in primis (per quel poco che la frequento), presentano contesti molto diversi. Se abitassi in tali città, forse la penserie molto diversamente, chissà.
    Tutto ciò premesso, io non solo non provo la necessità di andare a vivere in montagna, ma non la capisco neppure (da parte di nati in città: se uno già nasce in montagna, il discorso è differente). Ovviamente ognuno è libero di fare quello che vuole e per certi versi è meglio che le borgate abbandonate rivivano di vita nuova, ci mancherebbe. Ma il principio esistenziale in sé mi sa di “fuga” dal proprio io. Ci si illude, cambiando radicalmente scenario di vita, di cambiare il proprio stile di vita, cioè di superare le incongruenze e i problemi dalla propria esistenza. Ma in realtà spesso ciò non accade perché, se esistono dei problemi esistenziali, in genere essi sono “dentro” alle persone e non conseguenti al loro circondario. Per cui, pur spostandosi, alla fine non cambia nulla e si resta insoddisfatti lo stesso.

  15. Provo a immaginare la domanda: “Se vai in montagna che ci vai a fare?”. E la risposta: “Ammesso e non concesso di resistere al freddo e alla fame, non vale la pena andare in montagna per fumare una canna tra una discussione e l’altra”.

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