Diventare aspirante guida e poi…

Una vita d’alpinismo – 92 – Cento Nuovi Mattini – 4 (AG 1980-004)

La spedizione al K2 aveva impedito, nel giugno 1979, a me e Renato Casarotto di partecipare alla sezione “roccia” del corso per aspiranti guide. Rimediammo nel 1980, perciò ci ritrovammo a Misurina.

Stavo “rubando” giorni al mio ancora troppo nutrito programma dei Cento Nuovi Mattini, però era un dovere. Dovevo pur concludere.

Tra gli allievi c’era anche Manolo, finalmente potevo fare quattro chiacchiere con colui che, volente o nolente, stava accentrando su di sé tutta l’attenzione del mondo dell’arrampicata.
Se ho un ricordo di quella settimana fu di certo il mercatino che si svolgeva ogni sera nella camera che condividevo con Renato. Avevo portato con me una quintalata di attrezzatura e vestiario da montagna, roba che avevo accumulato negli anni. Prezzi favolosi, tanto che più o meno tutti mi comprarono qualcosa e alla fine non avevo più nulla da riportare a casa. Solo gli istruttori non potei annoverare tra i miei “clienti” ma di certo avevano uno “status” da difendere… e li capisco.

Il corso durava sette giorni, ma furono solo quattro le giornate in cui arrampicammo. Non ricordo perché. Pioggia?

Capo Fìgari, Alessandro Gogna sulla 3a L di Poseidon, 1a ascensione, 24 giugno 1980

Il 16 giugno 1980 mi ritrovai sulla via Comici al Mulo, una cima secondaria posta accanto alla Cima Ovest di Lavaredo. Non ricordo praticamente nulla di quell’ascensione, certo non tra le migliori del grande Emilio. Come istruttori erano presenti l’amico Luciano Tenderini e Andrea Sarchi, gli altri allievi erano Luciano Soccol, Renzo Springhetti, Giacomo Zepp Corona e Marco Simoni. Il giorno dopo andammo alla Tofana di Rozes sul Primo Spigolo. Tenderini era stato sostituito da Alziro Molin, che quindi faceva coppia con Sarchi nel tenerci a bada. Gli allievi: Soccol, Springhetti, Simoni, Corona, Guido Salton, Giovanni Majori, Andrea Majori, Carlo Rocca, Antonio Briciola Peccati e un altro ancora che non ricordo. Anche qui possiamo dire che quando l’ultimo cominciava ad arrampicare, il primo era già oltre metà salita…

Capo Fìgari. Marco Preti sulla 4a L di Poseidon, 1a ascensione, 24 giugno 1980

Il 18 giugno altro cambio di istruttore: con Sarchi questa volta c’era Gian Paolo Zortea. Assieme a Soccol, Springhetti, Simoni e Corona mi ritrovai a scalare sul Campanile Dimai. La via Normann-Neruda fu solo un tentativo, con precipitosa ritirata sotto la pioggia.

Il 19 giugno andammo allo Spigolo Giallo della Cima Piccola di Lavaredo. Evidentemente dovevo essere parecchio amato da Sarchi, perché anche questa volta c’era lui, assieme all’altro istruttore, Claudio Schranz, persona di grande rilievo con la quale feci un’amicizia che dura ancora oggi. Gli allievi erano i soliti: Soccol, Springhetti, Simoni e Corona. Anche dello Spigolo Giallo ricordo poco, si vede che il ricordo di quando l’avevo salito 14 anni prima occupava tutta la memoria a disposizione…

Capo Testa: Ivo Mozzanica su Fessura del Nido di Gabbiano, 26 giugno 1980

Poseidon
Archiviato con successo il corso, ero aspirante-guida. La cosa mi riempiva di gioia. Ma non avevo certo tempo di cominciare a trovarmi clienti…

Qualche giorno dopo ero già in Sardegna, per la parte sarda dei Cento Nuovi Mattini. Ma era anche una vacanza. Ma appunto la vacanza in Sardegna con Nella non stava andando benissimo, tra noi c’erano delle tensioni che con una certa frequenza affioravano con motivazioni abbastanza futili ma tradivano radici più profonde e complesse.

Molti anni dopo mi trovai sul diario due pagine scritte da Nella, ricordo ancora le parole dure che ancora mi pesano come macigni: «… io ero il tuo tramite con il mondo esterno, ero quella che doveva andare avanti a spianarti la strada, si era innescato quel perverso meccanismo di dipendenza che è stato scambiato per amore. Non è libera scelta, è costrizione, è un bisogno che imprigiona e che inevitabilmente ti porta a ribellarti, a cercare di fuggire… ero trattata sempre come una madre alla quale si chiede tutto e non si deve niente…».

Era un po’ che non vedevo Marco Preti, mio compagno alla prima italiana della Salathé al Capitan. E il fatto di trovarci per caso su una spiaggia sarda fu una gioia per entrambi. Lui era lì con la moglie e altri amici, io cercavo di coniugare spiaggia, convivenza e arrampicata. Ma anche lui aveva portato il materiale necessario, così gli proposi di andare a Capo Fìgari. Questo è quell’enorme promontorio di calcare mesozoico ben visibile a chi sia vicino ad attraccare a Olbia con il traghetto. Le pareti orientali strapiombano sul mare, mentre quelle a nord e a nord-ovest appoggiano su estesi pendii di macchia.

Capo Testa: Ivo Mozzanica su Fessura del Nido di Gabbiano, 26 giugno 1980

L’uomo è qui intervenuto in ogni modo, cominciando con il tradurre «Golfo Aran­ci» ciò che prima si chiamava Gulfu di li ranci, cioè dei granchi. Per fortuna Capo Fìgari per buona parte è inaccessibile e vi è sopravvissuto un densissimo intreccio d’olivastri, di filliree, di lecci e di ginepri. E là dove l’uomo è invece intervenuto ecco comparire i cisti, le calicotome e quell’erba dura e alta che si chiama ampelodesma.

Capo Testa, Ivo Mozzanica su Cascata di Ghiaccio fuso, 26 giugno 1980

Era già l’una di pomeriggio, un caldo spietato faceva frinire milioni di cicale e grilli mentre con il mio pullmino arrancavo su per una fatiscente sterrata che aveva tutta l’aria di arrivare in cima, al Faro. Così era infatti: lasciammo Nella a guardia in mezzo ai mufloni e ci avventurammo in leggera discesa verso il ciglio del burrone nostra meta. Indovinammo che stare sul ciglio e seguirlo fino all’esaurimento del risalto era vincente. Poi traversammo alla base delle rocce, fino ad arrivare in una meravigliosa conca di calcare grigio racchiusa tra due pilastri. Individuata una serie di fessure, le seguimmo per cinque lunghezze di corda stupende. Giunti ancora in cima, intitolammo la via a Poseidon, per via della sua regale vicinanza al mare. Si arrampica sempre su un calcare assai simile a quello della Pietra del Finale, molto più ricco di lichene di ogni colore. Il calcare che costituisce questa struttura è lo stesso del Supramonte, è lo stesso che tanto attrae gli arrampicatori nelle Gole del Verdon; ma talvolta, specialmente sulla parete nord-ovest, è più giovane e più tenero, con molti buchi e maniglie insospettati. In ogni modo un’arrampicata stupenda, quel 24 giugno 1980.

Capo Testa. Ivo Mozzanica su Fessura del mio Sangue, 26 giugno 1980

Capo Testa
Sconvolto da raffiche di maestrale delle Bocche di Bonifacio, sbattuto dai marosi in tempesta, irto di punte, blocchi e pinnacoli, l’ambiente selvaggio di Capo Testa non è mai stato adatto agli insediamenti umani. Accanto alle formazioni granitiche dalle forme più fantasiose, prospera una rigogliosa macchia mediterranea. In particolare qui spicca la vistosa ginestra efedroide che in primavera colora di giallo intenso vaste zone di panorama: però anche sono presenti il corbezzolo, che d’au­tunno tinge di rosso la macchia con i suoi frutti, l’olivastro, i ginepri che un tempo erano certamente più diffusi e dei quali ancora oggi si può ammirare qualche esemplare, e poi ancora il cisto, il mirto e il lentisco.

Capo Testa. Assicurato da Alessandro Gogna, Ivo Mozzanica è sulla via del Cannellone, proprio sulla struttura che dà il nome alla via. 26 giugno 1980.

La speculazione ha già invaso abbondantemente Capo Testa. Non dimentichia­mo che la Costa Smeralda è assai vicina, come pure la Costa Paradiso. E a proteg­gerlo dall’invadenza del cemento non basta certo il sottile istmo che lo collega alla terraferma, tra le Baie di La Colba e di S. Reparata, ambedue perseguitate dalla mercificazione dei terreni e invase dalle villette e dai servizi adiacenti.

San Pantaleo, Punta Sant’Andrea: Alessandro Gogna su passo chiave di T38°, prima ascensione, 28 giugno 1980

La colonizzazione turistica della Costa Smeralda e della Gallura è ormai sede di fenomeni di costume ben pubblicizzati sulla carta patinata delle riviste. Tutti ab­biamo visto le spiagge di arena candida, gli yacht con bandiera panamense, uomini rudi alle vele, capitani in giacca blu e bottoni dorati, tutti nati abbronzati, come pure belle ragazze a seno nudo; sappiamo che i fondali sono «incontaminati», il lusso è «discreto», la «massa» è lontana ma vediamo pure che il personale alberghiero non è locale, come pure i proprietari di quest’«impresa», e così vediamo anche altro pub­blico medio avvicinarsi alle ricchezze «proibite» di Costa Smeralda, magari in vil­lette di serie B, magari vicino agli stagni con le zanzare.

Ornella Antonioli da prima su Fionda di Davide, parete nord-ovest del Monte Urpio, 1 luglio 1980

Su Lo Scarpone avevo letto di alcune arrampicate che Ivo Mozzanica aveva compiuto con la moglie, amici e clienti nella zona di San Pantaleo e Capo Testa. Gli telefonai e non feci fatica a prendere un appuntamento con lui, che a Capo Testa era praticamente di casa.

Capo Fìgari, 6 luglio 1980. Ornella Nella Antonioli sull’ultima lunghezza del Pilastro del Divorzio, 1a ascensione.

Le sue vie avevano tutte la caratteristica di essere completamente in libera, ma anche senza chiodi: magari non estreme ma di certo non da sottovalutare. Ero davvero curioso di questa roccia di Capo Testa, di quei tafoni così incredibili nella più totale mancanza di geometria di un paesaggio irreale e irripetibile. Il 26 giugno c’incontrammo, lui mi condusse alla via del mio Sangue, poi alla Fessura del Nido del Gabbiano, la Cascata di ghiaccio fuso e per concludere, gran finale, sulla via del Cannellone (per via di una sottile lingua di granito incastonata in un ampio camino). Arrampicammo quasi sempre d’aderenza e in spaccata, giocando molto sull’appoggio delle mani.

Valle dell’Orco, Sergent, Fessura della Disperazione, 10 luglio 1980. Gabriele Beuchod sulla famigerata 2a L.

Già allora c’era la colonia semipermanente hippy d’ambo i sessi che, vivendo da trogloditi, associava la propria spazzatura a quella risputata a terra dal mare delle Bocche di Bonifacio.

T 38°
Il paesaggio della Gallura orientale è indissolubilmente legato all’antropizzazione e alla «valorizzazione» turistica della Costa Smeralda. Il tratto di costa tra Porto Rotondo e Baia Sardinia, ricco d’insenature sbocco di antiche valli, dai colori vividi e abbaglianti, è ormai profondamente alterato. In allegria il Mediterraneo è diventato «Club Mediterranee» e questo mondo soft è come un’isola nell’isola, con un proprio falso stile, con proprie leggi mondane e speculative: un’isola in cui la natura è siste­maticamente aggredita e sfruttata, dove ogni masso, ogni macchia verde, ogni an­golo azzurro non è più per sé ma esiste in funzione di contorno e di colore a beneficio di chi, da tempo immemorabile disabituato a discernere, confonde innocentemente (ma non tanto) un malinteso amore per la natura con la realizzazione dei propri sogni di vacanza élitaria, come non fosse sufficientemente netta la differenza tra una fo­resta secolare e un giardino pubblico dove si porta a spasso il cane o ci si prostituisce. Certo in Riviera ligure s’è visto di peggio, ma gli auto­treni carichi di blocchi di granito continuano a imbarcarsi da Olbia per il «continente» e sempre scrosciante è il diluvio di sacchi di cemento che vengono consumati sull’Isola.

Valle dell’Orco, Piccolo Caporal, Marco Marantonio assicurato da Roberto Bonelli sulla via Mellorco, 11 luglio 1980

Ma se ci si allontana un po’ dal mare, del quale il turista per fortuna non può fare a meno, se ci si accosta ai rilievi della Punta Cugnana, delle Torri di S. Pantaleo, del Monte Canu, ecco che si ritrova l’autentico ambiente della Gallura, sempre più mi­nacciato, accerchiato, ma ancora esistente e genuino. I grandi blocchi di granito sono immersi in un verde ancora consolante, l’incredibile varietà di forme del granito grigio-chiaro oppure roseo continua a essere modellata dagli agenti atmosferici. Questi castelli s’impongono nell’aspro-dolce paesaggio della Gallura come turriti edifici, ma in realtà la loro essenza non è solo geografica e architettonica. Queste sfingi parlano a chi vuole e può ascoltare. Chi ha la mente ingombra di tecnica delle co­struzioni, chi cerca d’investire, chi vuole ottenere belle fotografie per reportage, chi vuole cacciare di frodo o pescare di nascosto, chi non vede altro che un arrampicare quantizzato da gradi artificiosi: tutte queste persone potranno un giorno capire il linguaggio della pietra?

Valle dell’Orco, Piccolo Caporal, Gabriele Beuchod sulla via Mellorco, 11 luglio 1980

Quel 27 giugno era ventoso, Nella e io rimandammo per ore la nostra visita a San Pantaleo, poi non ce la feci più e da una spiaggia grigia volsi il muso del pullmino verde verso Arzachena. Nella non protestò più di tanto, tanto sole non ce n’era.

Sotto alle Rocche di San Pantaleo feci un rapido censimento delle vie di Mozzanica visibili, poi puntai alla Torre di Sant’Andrea. Salii da solo. Il vento forte era insopportabile da chi, come mia moglie, riteneva di essere lì per caso. Così, dopo avermi fatto sicura sul primo tiro, lei rinunciò. Rabbia dall’Ovest è una bella via, non difficile, che mi permise d’individuare una fessura stupenda. In alto è un labirinto di camini, corridoi e spuntoni assai suggestivi.

Dormimmo lì, e l’indomani fummo più fortunati. Risalii con lei Rabbia dall’Ovest, poi attaccammo una serie di fessure che ci portò all’elegantissima fessura adocchiata il giorno prima, una via che fu poi ripetuta anche da Manolo che ne raddrizzò la parte inferiore. T 38° perché, dimenticavo, la povera Nella con il vento del giorno prima si era beccata anche la febbre.

Gabriele Beuchod sale slegato sulla 2a L della via Grassi allo Scoglio di Mróz

Fionda di Davide
Non so cosa mi spinse quel 1° luglio ad avvicinarmi al Monte Urpio. Forse il tempo nuvoloso a temperatura non elevata può spiegare di aver voluto arrampicare. Ma perché là? Forse perché eravamo nei pressi della Grotta di Ispinìgoli e vidi una struttura evidente e di facile accesso e realizzazione. Lo sperone nord-ovest del Monte Urpio, alto 110 metri, ci offrì 5 lunghezze non difficili e su buona roccia, su una o due delle quali Nella si avventurò da prima. Riscendemmo all’attacco, che era sulla strada per il pullmino. Non chiedetemi perché mi frullasse in testa quel nome, Fionda di Davide. Non lo ricordo.

Valle dell’Orco, Placca Cavalieri Perdenti, via Foglie d’Autunno, 12 luglio 1980: Gabriele Beuchod

Ci avvicinò un pastore con il suo cane. Subito pensai che volesse dirci che lì non potevamo stare: invece Giovanni Lai ci chiese che cosa cercavamo su quelle rocce.

– A me piacerebbe andare in quella “nurra” – diceva indicandoci un buco ovale a metà parete, poco lontano dalla via che avevamo appena salito. Di sicuro ci aveva visti arrampicare. Andammo a fare un bel bagno caldo nella fonte di S. Giovanni (oggi chiusa), poi tornammo da lui. Nel frattempo era andato in auto a raggruppare le sue capre. Non avevo faticato a con­vincerlo e così lo portai alla nurra, con un tiro di trenta metri di quarto grado. Dentro non c’era assolutamente nulla se non quintali di guano e una scritta di speleologi.

Per Giovanni fu terrore puro la discesa a corda doppia, si risollevò solo arrivato in fondo. Ci invitò a cena, anzi, come disse lui, “ad assaggiare un po’ di pane frattau”.

Come tutti i paesi sardi anche Dorgali ha un doppio volto, fatto di viuzze antiche e di finestre che si socchiudono ma anche di negozietti di articoli turistici e di rumorosi motorini che scorrazzano nei sensi unici. A casa sua, a Dorgali, ci fu una bella serata: conoscemmo il padre, uomo d’altri tempi, che avrebbe voluto che tornassimo alla grotta per tra­sportare giù il guano, il concime di maggior valore. Ma l’indomani mancarono al­l’appuntamento…

Valle dell’Orco, Placca dei Cavalieri Perdenti, via Foglie d’Autunno, 12 luglio 1980. Roberto Bonelli assicurato da Marco Marantonio.

Pilastro del Divorzio
Ci recammo così alla galleria che, traforando l’ultimo baluardo del Supramonte, si affaccia sul Mar Tirreno di Cala Gonone. Una volta la galleria non c’era e i due paesi erano isolati: tanto quanto i sardi vivevano di pastorizia e un po’ di agricoltura, la colonia di ponzesi di Cala Gonone si dedicava a una proficua pesca. Tra i due abitati era più di 400 m il dislivello lungo la salita della Scala Homines che separava meglio di una fumosa galleria due mondi così diversi.

Cala Gonone era gonfia di bagnanti, un centro balneare con le scritte in tedesco, dove tutti sono contenti, chi spende e chi incassa. Percorso il «centro», mal digerito l’asfalto della paz­zesca strada per Cala Fuili, transitato nei geometrici viali di un quartiere residenziale lottizzato all’osso e simile a un lager, messo piede in uno squallido market per com­prare pane, ci ritenemmo saturi della visita e fuggimmo ancora.

Marco Marantonio sulla placca risolutrice dopo il diedro della via Gogna dixit, Valle dell’Orco

Il 6 luglio, ultimo giorno di vacanza burrascosa (per le ragioni già accennate), tornai con Nella a Capo Fìgari: entrambi eravamo alla ricerca di una rappacificazione, di un momento sereno. Durante la salita di Poseidon avevo notato, sulla sinistra, un pilastro che faceva al caso nostro, non troppo difficile, estetico. Nella si mosse bene, sia nella macchia a rischio zecche, sia sulle verticali rocce del pilastro. Mi è caro il suo sorriso, all’ultimo tiro, eternato in una bella foto. Un sorriso che mi comunicava un amore irrinunciabile. Pilastro del Divorzio, mancato, potremmo aggiungere.

In giro per le valli piemontesi
Dopo la parentesi sarda, con Marantonio e Beuchod andai in Valle dell’Orco, dove ci attendevano parecchie mete. Il 10 luglio 1980 salii il must della zona, la Fessura della Disperazione al Sergent. Quella era la quinta ascensione della via e fu un’esperienza indimenticabile. C’era anche Roberto Bonelli che però non volle salire con noi, di certo pago dell’averla già salita nella prima ascensione con Danilo Galante e Paolo Lenzi (19 maggio 1974).

Valle dell’Orco, Placca Cavalieri Perdenti, via Gogna dixit, 1a ascensione, 12 luglio 1980: Marco Marantonio
Sbalzo del Vandalino, val Pellice: Alessandro Gogna sulla 1a L di Lamponi profumati, 13 luglio 1980

Ma il giorno dopo fu con noi quando ripetemmo sul Piccolo Caporal la via Mellorco, un itinerario salito da Gian Carlo Grassi e Giuseppe Miotti il 6 giugno 1980. La cordata comprendeva un mellista e un orchista di chiara fama e il nome nacque spontaneo: Mellorco.

Il Piccolo Caporal, è una struttura poco evidente, chiamata anche Paretina Infelice, piuttosto nascosta e timida, ma di discrete dimensioni, situata sulla Parete di Balma Fiorant, tra il Sergent a sud-ovest e il Caporal a nord-est. Esposta a sud-est, è una parete abbastanza articolata di placche sovrapposte e quasi verticali. A sud invece precipita più verticalmente ma la parete è meno larga. Il basamento non è orizzontale, entrambe le basi delle due pareti convergono in un punto più basso che divide in due il largo canalone erboso e sassoso sul quale l’intera struttura si appoggia. Alta circa 200 m nel settore centrale di maggior potenza, si può quotare a circa 1550 m il suo punto più basso, la base dello sperone che divide la parete sud dalla parete sud-est.

Sbalzo del Vandalino, val Pellice, via Lamponi profumati: Gabriele Beuchod, 13 luglio 1980
Gruppo Castello-Provenzale, val Maira, Punta Figari: Marco Marantonio su Superfigari, 14 luglio 1980

L’itinerario non è molto estetico, ma offre una bella arrampicata non difficilissima. In ogni caso sulla Paretina Infelice si è abbastanza fuori dal mondo.

La giornata era ancora giovane, pertanto con Marco e Gabriele andammo allo Scoglio di Mróz a salire la via Grassi. Gabriele Beuchod volle salire slegato l’intera via. Questa, pressoché tutta in fessura a incastro di mano e di pugno, è tra le più belle di questo genere, molto consigliabile in ambiente selvaggio.

La via della Torre Staccata era stata aperta da me e Leo Cerruti il 10 giugno 1973, mentre Gian Carlo Grassi e Gabriele Griseri percorsero la loro il 29 maggio 1974. Sulla Rivista Mensile del CAI, 1974, pag. 251, erano apparse entrambe le relazioni. Le vie erano chiamate via della Torre Staccata e via dello Spigolo Est. Occorre notare che pur essendo la via Grassi esposta a est essa non supera per nulla lo spigolo est dello Scoglio o per lo meno lo percorre solo nella parte alta (in comune con la Torre Staccata). Così il nome non ebbe fortuna e oggi si parla di via Grassi. Mentre invece via della Torre Staccata è diventata via Gogna.

Punta Figari, via Superfigari: Sergio Savio, 14 luglio 1980
Gruppo Castello-Provenzale, Alpi Cozie, val Maira: Sergio Savio sullo spigolo della Castiglioni Sud alla Torre Castello, 14 luglio 1980

Il 12 luglio con Marco, Gabriele e Roberto saliamo la Placca dei Cavalieri Perdenti per la via Foglie d’Autunno, più che altro per esplorare la possibilità di una via nuova.

La Placca dei Cavalieri Perdenti è un’enorme placconata liscia, esposta a sud-est, con un dislivello di circa 280 metri, incastonata nella vaga Parete di Balma Fiorant. Più esattamente è situata tra il Cubo a est e la Parete dei Falchi a sud-ovest. A prima vista, a contatto com’è con colossi tipo Parete dei Falchi, non è molto imponente. Poi però si realizza che per colpa della prospettiva si ha un giudizio cattivo sulle reali dimensioni, e presto ci si abitua a «vederla» come realmente è. Subito dopo a Foglie d’Autunno, senza Roberto, salimmo in prima ascensione Gogna dixit: il nome si riferisce alla sicurezza con la quale avevo capito che la via era possibile e alla «gentile» determinazione con la quale convinsi i miei compagni. Certamente una delle più difficili vie di aderenza della valle dell’Orco. Roccia eccellente, niente erba.

Gabriele Beuchod sul tetto orizzontale della via dei Tetti a Zeta, Rocca Provenzale. Si noti la direzione della verticale data dal materiale appeso in cintura.
Rocca Provenzale, 15 luglio 1980: 1a in libera della via dei Tetti a Zeta. Gabriele Beuchod all’uscita del tetto chiave.

Il 13 luglio eravamo in Val Pellice, sempre il trio vincente con Marco e Gabriele. Su segnalazione di quest’ultimo, andammo alla Sbalzo del Vandalino. Gabriele ci aveva convinti ad andare a ripetere la via che aveva avevo aperto da poco con Roberto Bonelli, Lamponi profumati.

Lo Sbalzo del Vandalino è un risalto di rocce verdi (prasite-anfibolite) emergenti dal costone nord-est del Monte Vandalino 2121 m. Rivolto a sud-ovest, lo Sbalzo è alto al massimo 100 metri circa e si appoggia sul letto del torrente Vandalino. Proprio in questo punto, di fronte allo Sbalzo ed esposta a est, è un’altra parete, più alta, che chiameremo Parete di Imbergeria (dal nome della frazione sita al di sopra). Assieme allo Sbalzo forma una stretta gola che chiude la parte finale del vallone del Vandalino prima che esso sbocchi in val Angrogna. La località è estremamente solitaria e suggestiva, il rumore dell’acqua è parte del paesaggio, come pure le grigio-verdi placche striate di tetti che costituiscono la Parete di Imbergeria. La solitudine è tale da sfiorare il completo abbandono. La via è intelligente, ben delineata in mezzo ai tetti, una bella possibilità per un bel pomeriggio di primavera o autunno.

Gruppo Castello-Provenzale, val Maira, Rocca Castello: Giulio Beuchod sul diedro Calcagno, 16 luglio 1980
Rocca Sbarua, Torrione Grigio, 17 luglio 1980. Gabriele Beuchod sulla via Motti-Grassi

Tra le numerose belle vie che percorrono le pareti del gruppo Castello-Provenzale, avevo scelto due itinerari di grande prestigio. Il 14 luglio con Gabriele, Marco e il cuneese Sergio Savio salimmo la via Superfigari alla Punta Figari che combinammo con la successiva salita della via Castiglioni Sud alla Torre Castello. Ma qui ci ritrovammo a salire assieme alla coppia francese Jean-Jacques e Martine Rolland. Riguardo alla combinazione l’intuizione si rivelò azzeccata, con una magnifica arrampicata su roccia eccellente. Indimenticabile.

Rocca Sbarua, Torrione Grigio, 17 luglio 1980: Alessandro Gogna sulla via Motti-Grassi
Valle Stretta (Bardonecchia), Parete dei Militi, via De Albertis: Gabriele Beuchod assicura Roberto Bonelli, 18 luglio 1980

L’altro itinerario che m’intrigava era la via dei Tetti a Zeta sulla parete est-nord-est della Rocca Provenzale: su questa, giallastra e delimitata a sinistra dalla pa­rete est e a destra dal Gran Diedro Rosso della For­cella Ribaldone, ha notevole spicco un diedro irrego­lare a tratti strapiombante intersecato da tetti che formano una caratteristica «zeta» sul fondo del die­dro. Questo dà la direttiva. Davvero spettacolare il passaggio in libera del secondo tetto, opera di Mike Kosterlitz nel lontano 1970. Per il resto la via è elegante anche se è un po’ breve il tratto difficile. La salimmo il 15 luglio, con Sergio, Marco e Gabriele.
Il giorno dopo scegliemmo qualcosa di più classico e di più potabile, con la via del Diedro Calcagno alla parete est della Rocca Castello. Il fratello di Gabriele, Giulio, rimpiazzò Sergio Savio.

Valle di Susa, Parete di Catteissard, via del Risveglio, 19 luglio 1980
Valle di Susa, Parete di Catteissard, via del Risveglio, 19 luglio 1980. Marco Marantonio sulla 4a L assicurato da Roberto Bonelli.

Il 17 luglio fu la volta della Rocca Sbarua, precisamente la via Motti-Grassi sul Torrione Grigio. La via, aperta nel gennaio 1966, rappresentava l’allora ultimo problema logico della Sbarua e non poteva mancare nel mio menù. L’essere in tre (con Marco e Gabriele) non rese possibile su questo itinerario le fotografie al primo di cordata. Ne sarebbe valsa la pena, ma pazienza.

Ancora con gli stessi, dopo aver preso su Roberto, andammo in Valle Stretta. Qui Marco fece sciopero, dunque salii la via De Albertis alla Parete dei Militi con i soli Gabriele e Roberto. La via la collegai alla via Rivero che avevo salito anni prima. E questa combinazione non l’abbiamo certo proposta noi per primi…

Valle di Susa, Parete di Catteissard, via del Risveglio: Roberto Bonelli sulla 3a L, assicurato da Marco Marantonio, 19 luglio 1980.
Marco Marantonio sulla variante Galante della via Centrale della Parete di Borgone (Valle di Susa)

A lungo rimandata, alla fine optammo per andare alla Rocca Rossa di Catteissard. Era il 19 luglio, decima giornata di arrampicata consecutiva. Bonelli aveva già percorso la Via del Risveglio, il capolavoro di Danilo Galante (aperta con lo stesso Roberto e con Gian Carlo Grassi il 5 maggio 1974). Questo itinerario godeva di fama assai sinistra, ma non poteva mancare: se non era un Nuovo Mattino, non so cos’altro poteva esserlo… La squadra era composta da Marco, Roberto, Gabriele e da me. Fu una stupenda arrampicata libera, in ambiente dolomitico, molto isolato dal resto civile della Valle di Susa.

21 luglio 1980, Monte Plu, Valli di Lanzo: al centro è lo Spigolo Grigio
Marco Marantonio sullo Sperone Grigio integrale al Monte Plu (Valle d’Ala di Lanzo)

Il 20 luglio era rimasto con me il solo Marco. Decidemmo di andare su una parete un po’ meno impegnativa: scegliemmo la via Centrale alla Parete di Borgone. Questa struttura è molto valida, comoda e vicina. L’arrampicata è un po’ ostacolata da ciuffi erbosi qua e là. La via Centrale è forse quella che più di tutte si salva da questo punto di vista. Non sono rimasto comunque entusiasta.

Il giorno dopo, 21 luglio, stufi della calura estiva della bassa quota, Marco ed io andammo alla via dello Sperone Grigio del Monte Plu, in Val d’Ala di Lanzo. Lo avevo già salito, sapevo della sua bellezza, specie se Integrale, in unione cioè alla variante diretta aperta nel 1966. E anche questa non mi deluse.

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Diventare aspirante guida e poi… ultima modifica: 2022-02-25T05:48:00+01:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Diventare aspirante guida e poi…”

  1. 12
    albert says:

    Per diventare  Guida Alpina, come Insegnante, Infermiere , Medico ecc.la trafila è lunga con molte forche caudine da attraversare..persino i test d’ingresso o  il portofolio  delle scalte affronatate  prima come libero dilettante.Poi, se si arriva ad esercitare remunerati piu’o meno il giusto ed in maniera stabile, ci si accorge che sarebbe servito molto meno..il cervello ed il corpo tormentati per anni in esami assurdi.Spesso poi , nel lavoro conseguente, il peso della burocrazia e delle scartoffie e’preponderante…occorrerebbe avere l’avvocato ed il commercialista e l’assicuratore ( per una guida l’ingegnere che controlla i materiali usati  , la scadenza, l’usura, le microcrepe nei metalli…il grip delle suole..che ansia!).

  2. 11
    albert says:

     Alla domanda:”Perche’arrampichi” o”Perche’scali una montagna?”sono state date molte risposte dalle piu’ complesse e cervellotiche alle piu’ semplici..”perchè è lì”. Almeno scoperta una ragione inusuale :”Per cercare guano di..volatile !” Forte!

  3. 10

    Infatti, conosco molti giovani atleti del verticale e garisti, che sono i figli degli arrampicatori della mia generazione. Mi capita spesso di parlare del passato e non riesco a trattenere di dirgli che dello scalare si sono persi l’era anarchica e ribelle che abbiamo vissuto quando l’arrampicata in falesia si è staccata dell’alpinismo diventando attività a sé. 
    Pare che il risultato ottenuto sia quello di avere consegnato alla generazione odierna falesie a norma e perfetti rocciodromi in cui esercitare tanti muscoli e poche emozioni. Per me non è cambiato nulla, se non l’età del mio corpo, perché mi diverto come 50 anni fa, con in più molte possibilità anche se preconfezionate. Mi spiace solo per i miei coetanei che si sono adattati, con i loro figli, all’arrampicata domopak di oggi, dimenticando comodamente quel tempo in cui si arrampicava anche per spirito di ribellione verso gli scarponi grossi dei caioti e per il puro divertimento dello stare insieme. Spesso mi porto in falesia una chitarra, ma perlopiù mi sento compatito dai presenti. Non dandomi fastidio continuo a picchiare sulle corde quello che mi piace, dicendomi che come recupero tra un tiro e l’altro è meglio suonare che far sicura. E comunque dipende a chi.

  4. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    Se poi usiamo le parole della lingua italiana, di cavalli pazzi”, di fatto se non di nome, liberi e selvaggi, allora ne esistevano innumerevoli branchi. Altro che gli atleti olimpionici del giorno d’oggi!

  5. 8
    Alberto Benassi says:

    Ne so una più di Tank Crovella😂😂

  6. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    Concordo con l’autorevole pensiero benassiano. Ho controllato sulla rete e il risultato è il seguente:
    “Ezio Cavallo, l’indimenticabile e mitico Crazy Horse” (Franco Carbonero, Planetmountain, 4.2.2021).
     
    Dunque all’epoca esistevano due Crazy Orse.

  7. 6
    Alberto Benassi says:

    Scusate l’ignoraza, ma Crazy Horse non era anche il soprannome  di Ezio Cavallo?
    Gia compagno di tante avventure di Grassi?

  8. 5

    Piacevole polpettone.

  9. 4
    CARLO BARBOLINI says:

    Bell’articolo!

  10. 3
    GognaBlog says:

    Per (2). Poseidon è una bellissima via, perché la roccia è davvero ottima e strana. E’ vero, in queste foto ci sono erba, fiori (e licheni che però non danno alcun fastidio) che sembrano inquietanti. Però era giugno… in altre stagioni di certo è differente.

  11. 2
    Carlo Crovella says:

    Le prime due foto… brrr! arranmpicata molto erbosa, pare introducano ad un articolo di gardening… le aLtre molto belle, sia per la qualità della roccia che per le inquadrature. Molte di queste foto fanno ormai parte della storia, anzi sono leggenda pura, perché comprese in Cento Mattini o anche in Mezzogiorno di Pietra. Io personalmente sono molto affezionato alla foto di Cateissard (bassa Val di Susa, due passi da To), dove Bonelli (detto Crazy Horse) sta “cigolando” sul passaggio, come usava dire lui… Dopo la diffusione dei quella foto, con la fama del libro, per un paio di annetti ci fu la coda su quel passaggio, coda di emuli del Nuovo Mattino, a farsi fotografare esattamente nella stessa posizione… 

  12. 1
    Alberto Benassi says:

    P
    Il 16 giugno 1980 mi ritrovai sulla via Comici al Mulo, una cima secondaria posta accanto alla Cima Ovest di Lavaredo

    La Comici al Mulo l’ho fatta anche io.
    Non ci sembro male. Con un tiro anche non banale.

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