Due parchi, cento anni, sei parole

Due parchi, cento anni, sei parole
di Toni Farina

Due parchi: Abruzzo (Lazio e Molise) e Gran Paradiso. Cento sono gli anni trascorsi dalla loro nascita. Una ragione più che valida per fare festa. E sono stati soprattutto giorni di festa con tanto di taglio di torta quelli trascorsi a Roma da venerdì 22 a domenica 24 aprile 2022 all’Auditorium Parco della Musica. Tre regioni di incontri finalizzati soprattutto a enfatizzare i risultati raggiunti. In primis la salvezza delle specie simbolo dei due parchi, orso marsicano e stambecco che uniti vivacizzano il logo ideato per il centenario.

E non sono risultati di poco conto, considerati i 69 anni trascorsi dal 1922 al 1991, anno di approvazione della legge quadro nazionale che ha dato finalmente origine a un sistema nazionale di aree protette.

Un evento nazionale che sarà seguito da eventi locali fino alla primavera del 2023. Sarà opportuno che in tali sedi non ci si limiti alle celebrazioni, ma si ragioni sui cento anni a venire che si annunciano tutt’altro che semplici.

L’evento nazionale che ha avuto eco mediatica soprattutto grazie alla presenza il primo giorno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Presidente non ha gratificato la platea con un intervento, ma la sua presenza è stata comunque un importante segno di attenzione istituzionale.

Officianti ufficiali della celebrazione sono stati i due presidenti: Giovanni Cannata, fresco di insediamento alla guida del Parco nazionale d’Abruzzo, e Italo Cerise che a settembre terminerà il suo secondo mandato alla guida del Parco nazionale Gran Paradiso. Dieci anni di impegno finalizzato in gran parte a consolidare il rapporto con le amministrazioni e comunità locali, a superare i dissidi che hanno caratterizzato la vita del parco. Obiettivo in buona parte raggiunto, considerata la folta presenza dei sindaci in sala, con tanto di fascia tricolore.

Molte le parole proferite negli incontri. Gli autorevoli intervenuti hanno ribadito concetti importanti, a partire dal valore della tutela della biodiversità, esaltato soprattutto da Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi: “l’Italia è il primo paese in Europa per varietà di specie naturali” (ma non è certo il primo per impegno nella loro tutela, aggiungo io).

Parole come un fiume in piena, dal quale ne ho tirate a riva quattro: laboratorio, territorio, governo, limite.

Laboratorio. I parchi “laboratorio di sostenibilità ambientale”, non è una tesi coniata di recente, ma nella tre giorni romana la tesi è stata ufficialmente sdoganata. Molti interventi hanno ribadito il concetto. Ma quanti l’hanno affermato con cognizione di causa? Perché se la missione dei parchi è questa, le risorse messe oggi a loro disposizione sono men che ridicole. Risorse finanziarie e risorse umane, la cui carenza è stata ampiamente ribadita dal Presidente Cerise.

Territorio. Termine che va per la maggiore, per i primi posti se la gioca con “sinergia” e “fare sistema”. Ascoltare il territorio, valorizzare il territorio, cose così, insomma. Ma, qual è il territorio di competenza di un parco? Soprattutto di grandi parchi come i festeggiati che interessano più regioni. Possono limitare la loro azione di governo all’area interna ai confini? Se così fosse la missione di cui sopra è fallita in partenza. Si pensi solo al turismo, alla mobilità dei flussi. Quando nel consiglio direttivo del Gran Paradiso di cui faccio parte affermo che il parco inizia non a Ceresole o a Ronco, ma a Torino (per quanto riguarda il Piemonte), sono guardato in modo “strano”. Tuttavia, il flusso di visitatori motorizzati che preme ai confini dell’area protetta, fuggendo dalla città nelle torride domeniche estive è un problema la cui (difficile) soluzione va cercata fin dalla città o dalla pianura. E il parco volente o nolente è coinvolto.

Governo. O per meglio dire “governance”, termine tecnico che non poteva non entrare a buon diritto. Gli abissali ritardi nel rinnovo degli organi direttivi degli enti (presidente in primis) sono un vero handicap per la funzionalità degli enti. Ritardi in buona misura dovuti alla ricerca quasi paranoica della condivisione locale, con i veti incrociati e il bilancino a dosare l’alternanza fra regioni e comuni. E la competenza dei candidati quasi sempre messa nell’angolino.

Limite. Il termine ha in realtà brillato per l’assenza. A quel che ricordo, soltanto il direttore del Parco d’Abruzzo (Lazio e Molise) Luciano Sammarone ne ha accennato in una slide, facendo riferimento a forme di turismo in espansione, quale il turismo detto esperienziale o la fotografia naturalistica. Un segno questo di quanto tale termine continui a creare inquietudini.

A queste quattro parole ne aggiungo due che, al netto dei cali di attenzione, non ho udito negli interventi: libertà e pace.

Libertà. “Acque libere: uomini liberi – Qui comincia il paese della libertà”. Si incontrano queste parole su alcune bacheche collocate all’inizio di alcune frequentate mulattiere del Parco Gran Paradiso. Fanno parte di un manifesto dedicato al parco dallo scrittore e cineasta francese Samivel. Subito a seguire però Samivel specifica: “La libertà di comportarsi bene”.

Come declinare questo invito oggi, 2022, anno secondo della transizione ecologica? Cosa vuol dire comportarsi bene in un parco naturale? Un luogo in cui Homo sapiens dovrebbe entrare in punta di piedi, perché la priorità andrebbe data agli altri esseri viventi. Per il Parco nazionale Gran Paradiso la risposta arriverà con l’approvazione del regolamento. Norme che dovranno sanare vuoti in diversi ambiti, da una puntuale pianificazione territoriale alla fruizione turistica. Norme che daranno un segnale per i 100 anni a venire.

Pace. Non so il terzo giorno di incontri, ma nei primi due questa parola non è giunta. Eppure, di questi tempi, un appello neppur troppo simbolico, alla pace fra Uomo e Natura sarebbe stato una bella cosa. Perché la pace fra uomo e natura non è poi molto diversa di quella fra uomini.

Auguri a noi e ai due parchi centenari. I prossimi cento sono un bel dilemma.

Appendice
C’è stata un’altra assenza durante la tre giorni romana: le associazioni di tutela ambientale. Gli “ambientalisti”. Nessun spazio è stato riservato alle associazioni negli interventi. Solo Legambiente aveva uno spazio espositivo dell’area detta “villaggio dei parchi”. Come interpretare tutto ciò?

Il movimento della protezione della natura è ormai obsoleto? Un fastidioso ingombro?

Un residuo del passato, di cui non si avverte più necessità? I parchi hanno dunque lasciato l’alveo originario per avventurarsi verso sorti magnifiche e progressive? Per una risposta non ci sarà da attendere 100 anni.

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Due parchi, cento anni, sei parole ultima modifica: 2022-05-01T05:09:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Due parchi, cento anni, sei parole”

  1. 3
    Toni Farina says:

    Quale autore del testo, in seguito a sollecitazioni, mi pare opportuno integrare l’appendice relativa all’assenza delle associazioni di tutela ambientale.
    “C’è stata un’altra assenza durante la tre giorni romana: le associazioni di tutela ambientale. Gli “ambientalisti”. Nessun spazio è stato riservato alle associazioni negli interventi. Solo Legambiente aveva uno spazio espositivo dell’area detta “villaggio dei parchi”. Come interpretare tutto ciò?”
    Tale affermazione non vuole tanto essere una critica agli organizzatori dell’evento, quanto la constatazione di un dato di fatto. E’ una realtà che tra i relatori non ci fosse un rappresentante delle associazioni, ma questo è soprattutto dovuto alla debolezza politica dei movimenti storici della difesa dell’ambiente naturale.
    Si badi bene: nessuna critica (faccio parte delle associazioni da decenni) ma una semplice, amara presa d’atto. Così come occorre prendere atto di un certo “isolamento” dei rappresentanti delle associazioni nei consigli direttivi degli enti parco. D’altronde  la sensibilità ambientale dei cittadini del Bel Paese è politicamente inconsistente. E se i Verdi in Italia non superano il 2,1% ci sarà pure una ragione. In epoca di transizione “ecologica” è quanto meno una contraddizione.

  2. 2
    Filippo Petrocelli says:

    Non credo che in queste occasioni istituzionali,  celebrative e spesso autoreferenziali, si prestino per approfondire i temi e le loro criticità. Ben più grave dell’assenza delle associazioni ambientaliste (che in Italia sono generalmente mosse da spirito meramente antagonista o da spinte emotive di vario genere) mi pare l’assenza di tecnici, persone che sappiano cosa significa gestire e pianificare grandi aree protette, sia dal punto di vista prettamente ambientale ed ecosistemico che da quello economico e sociale. Dunque uno spazio servirebbe anche a chi i parchi li abita, li ha scelti come dimora. Che piaccia o no, nei parchi resistono ancora residue realtà sociali, spesso con grandi difficoltà. 

  3. 1
    Paolo Gallese says:

    Che non ci fossero le associazioni ambientaliste non mi stupisce. L’ambito pubblico è da sempre geloso dei suoi poteri e delle sue prerogative. Soprattutto è da sempre certo del suo ruolo, avvertendo come fastidiosa e perturbante la presenza di gruppi di cittadinanza (magari neppure locale).
    Certo è che spesso le associazioni ambientaliste (alcune sezioni) mostrano livelli di fanatismo che non aiutano. Ma escluderle ritengo sia comunque un errore.
    Riguardo la gestione futura dei parchi, vedo i due estremi incombere: l’allentamento delle regole da un lato (e tutti sappiamocosa comporti), oppure l’inasprimento delle stesse, con conseguente rischio di porre talmente tanti divieti da rendere quei lunghi del tutto inavvicinabili.
    Ed è un rischio culturale di lungo periodo molto grave.

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