Fabbri, il giudice del Vajont

La sera del 9 ottobre 1963, alle 22.39, una frana di 270 milioni di metri cubi si staccò dal fianco del Monte Toc, al confine tra il Veneto e il Friuli. La frana precipitò a 100 km all’ora in un lago artificiale e l’acqua fuoriuscendo creò una gigantesca onda, simile ad uno tsunami, che uccise 1917 persone, di cui 487 bambini e ragazzi; 451 vittime non sono mai state ritrovate.
Tutto era nato dalla necessità di creare un rapido sviluppo in aree rimaste economicamente arretrate, ma soprattutto dalla volutamente scarsa conoscenza della situazione geologica contrapposta alla troppa fiducia nelle scienze “esatte”.

Fabbri, il giudice del Vajont
di Maurizio Reberschak
(pubblicato su Le Dolomiti Bellunesi, 2019-2)

Il 6 maggio 2019, all’età di 86 anni, è deceduto a Belluno Mario Fabbri, unanimemente conosciuto come «il giudice del Vajont». Magistrato dal 1959, fu prima pretore a Rovigo e poi giudice istruttore nel Tribunale di Belluno; nominato magistrato di Cassazione, svolse le funzioni di presidente di sezione del Tribunale di Belluno, e dal 1998 di procuratore della Repubblica nel medesimo Tribunale. Infine gli fu conferito dal Consiglio superiore della Magistratura il titolo di procuratore generale della Repubblica presso la Suprema Corte di Cassazione. Cittadino onorario di Longarone, nel 2013 (nella ricorrenza del 50° anniversario del disastro del Vajont) gli venne conferito il premio speciale della Provincia di Belluno nell’ambito della manifestazione “Pelmo d’oro”.

La diga del Vajont prima della frana

Senza Fabbri il processo del Vajont non sarebbe stato fatto. Senza il giudice Fabbri, senza l’uomo Fabbri, sicuramente le cose sarebbero andate diversamente da come lui ebbe il coraggio, la forza, la tenacia, la competenza di impostarle. Probabilmente si sarebbe avuto un altro Vajont, giudiziario, che avrebbe seguito un filo conduttore diverso, quello della «catastrofe naturale», della «natura crudele», della «sciagura pulita» (come la stampa definì il Vajont al momento del disastro), e non quello del «disastro prevedibile, previsto e imminente». Fu la sua caparbietà, la sua logica del diritto, la sua ferrea convinzione del «primato della giustizia», a non farlo mai piegare di fronte a poteri privati e pubblici ben più forti di quel suo essere un giudice giovane che da poco aveva vinto un concorso in magistratura, fresco di nomina al Tribunale di Belluno, cui venne assegnato l’incarico di giudice istruttore di un processo che fin dall’inizio si prefigurava come macroscopico, capace di spezzare le ali anche al più navigato di magistrati con esperienze pluriennali. Ma furono proprio le impreviste circostanze in cui venne a trovarsi a dettare la sua forte convinzione della coerenza giuridica.

Tutto cominciò il 9 ottobre 1963 alle 22.39: il disastro del Vajont. Frana di 266 milioni di mc di un’intera montagna, il Monte Toc, che in un minuto alla velocità di 100 km all’ora coprì l’intera valle del torrente Vajont ostruita da una diga alta m 261,60 e costruita dalla società elettrica SADE, attestandosi oltre la diga stessa a un livello superiore ad essa di ben 165 metri. La montagna sostituì il vuoto della profonda valle, riempito d’acqua fino all’altezza di quasi 240 m sulla verticale della diga. L’onda gigantesca di 50 milioni di mc sollevata dalla montagna e precipitata nell’acqua, si alzò fino a 150-300 m di altezza sulla sponda opposta, dove si trovava l’abitato di Casso, per poi ritornare indietro di rimbalzo, dividendosi in due flussi opposti di onde, la maggiore delle quali di 25-30 milioni di mc sormontò fino a 200 m circa l’orlo della diga incanalandosi nella gola del Vajont, che, per effetto imbuto, ne incrementò la violenza d’urto. Giunta allo sbocco sulla vallata del Piave, la bomba d’acqua scoppiò con la violenza calcolata pari a due atomiche di Hiroshima. Tutto avvenne complessivamente in 4 minuti. Le conseguenze? Distruzioni totali… 1.917 morti, i cui resti nei giorni successivi vennero raccolti perlopiù a brandelli fino alla foce del Piave nell’Adriatico, a 150 km di distanza.

Dopo la frana

La magistratura di Belluno si attivò subito dopo l’evento. «La notte del 9 ottobre» raccontò nella sua requisitoria nel novembre 1967 il P.M. Arcangelo Mandarino «circa un’ora dopo il disastro, l’autorità giudiziaria era sul luogo della sciagura e, assunte le prime sommarie informazioni, iniziava le indagini e impartiva le disposizioni più urgenti per l’assistenza agli scampati e il recupero e l’identificazione delle salme». «Poiché l’indagine si presentava lunga, complessa e delicata – proseguiva ancora Mandarino – con provvedimento 14 febbraio 1964, gli atti vennero trasmessi al giudice istruttore». Fu allora che a Fabbri venne assegnata a pieno titolo l’istruttoria del processo, pur avendo egli collaborato da subito col procuratore Mandarino a vari atti, come l’attività – penosa e dolorosa – dell’Ufficio riconoscimento vittime, e il sequestro di atti e documenti concernenti la diga del Vajont, effettuati in numerose istituzioni pubbliche e private.

Fabbri aveva 31 anni e si trovò ad affrontare un processo che avrebbe travolto qualunque altro magistrato. Aveva svolto l’attività di cancelliere prima a Rovigo e poi a Nereto (Teramo), non molto lontano dalla natia Macerata. Vinto il concorso in magistratura nel 1959, venne assegnato alla pretura di Rovigo, per poi essere destinato – proprio nel 1963, ma prima del disastro del Vajont – al Tribunale di Belluno. L’istruttoria sul Vajont fu il primo incarico di grande rilievo conferitogli nel febbraio 1964, incarico estremamente difficile e oltremodo pesante per un giovane magistrato alle prime armi. Ma ciò che a molti, soprattutto agli inquisiti, sembrò un limite da sfruttare per trame vantaggio, contando su «amici e uffici» ben più potenti del giovane giudice, che già avevano a lungo agito per ottenere consensi, autorizzazioni, concessioni (come era avvenuto sistematicamente nella lunghe fasi di pressioni durante le progettazioni e la costruzione della diga), in realtà si rivelò la forza inattesa: la giovinezza di quel magistrato poggiava sulla coerenza del mandato basata sulla convinzione della legalità e della giustizia, le uniche guide di orientamento per compiere con correttezza professionale e rigore etico il compito assegnatogli.

Fabbri non guardò in faccia nessuno e non si lasciò intimidire da alcuna istituzione e alcun potere. Tirò dritto per la sua strada senza indulgere a pressioni, sollecitazioni, timori, che avrebbero potuto condurlo a cedimenti. Duro con istituzioni e uomini che non avevano esercitato i propri doveri, non avevano svolto i loro compiti con correttezza, non avevano guardato al bene comune, avevano operato delittuosamente. Ma fortemente sensibile agli aspetti umani che avrebbero anche potuto minarne la coerenza: il suicidio di uno degli imputati alla vigilia dell’apertura del processo lasciò in lui un doloroso segno indelebile, affrontato con la consapevolezza che da giudice aveva svolto il proprio compito con coerenza fino in fondo.

Dopo la frana

L’indagine istruttoria durò ben quattro anni e si concluse nel febbraio 1968. Tutta la vicenda gli apparve fin dall’inizio talmente immane e illogica da portarlo ad aprire in esordio la sentenza istruttoria con una citazione della Bibbia: «In quel giorno le acque irruppero (…), ingrossarono e crebbero grandemente e andarono aumentando sempre più sopra la terra (…) e sorpassarono le vette dei monti (…). E ogni carne che si muove (…), tutto quello che era sulla terra asciutta e aveva alito vitale nelle narici, morì (Genesi, 7-11,18,22)».

Un lavoro immane, quello svolto dal giudice istruttore. Si trattò anzitutto di organizzare ai fini giudiziari la mole di documenti sequestrati, senza modificare e stravolgere l’originaria logica degli archivi da cui provenivano. I documenti erano stati accatastati all’inizio in locali del carcere bellunese di Baldenich, l’unica sede in grado di accoglierne la grande quantità. Fabbri ottenne di poter disporre della collaborazione di personale giudiziario sia civile (va ricordata soprattutto la preziosa collaborazione del cancelliere Giorgio Cavallini) che militare, polizia penitenziaria e carabinieri. Dal lavoro metodico e preciso uscì un «fascicolo giudiziario» – un vero e proprio archivio processuale – utilizzabile grazie a uno strumento realizzato da Fabbri intitolato Indice cronologico dei documenti sequestrati, che contemplava ben 5.205 documenti unitari, ora consultabile nell’Archivio processuale del Vajont, temporaneamente in deposito nell’Archivio di Stato di Belluno, costituito da più di 250 buste.

Oltre agli atti sequestrati, basti ricordare la raccolta degli interrogatori eseguiti in sede di polizia giudiziaria e in sede istruttoria, gli esami dei testi sempre in istruttoria, le deposizioni rese dagli imputati, le perizie medico-legali: un vero catalogo della memoria «a caldo» del disastro del Vajont. Di queste memorie Fabbri inserì un significativo campionario all’interno della sentenza istruttoria. Particolarmente impressionanti risultano quelle in cui si ricordano i momenti precedenti e contemporanei al disastro. Se ne riporta un piccolo significativo e terrificante estratto.

Longarone, 10 ottobre 1963

6 ottobre
«Il sei ottobre turisticamente sono passato per la strada del Vajont e ho potuto notare che la strada da quattro o cinque tornanti dopo la diga (…) era completamente sconvolta, presentando fessure notevoli nelle murature (30, 40, 50 centimetri), spostamento delle stesse e ruotamento e la sede stradale era completamente sconvolta, con avvallamenti (Giuseppe Beghelli)».

7 ottobre
«Girammo la zona della frana e notammo che sul terreno si erano verificate numerose spaccature piccole e grandi in alto e in basso, aumentanti di ora in ora (Felice Filippin)».

8 ottobre
«Ci trovammo a ripassare all’inizio dello smottamento, notammo che la frana si muoveva a vista d’occhio e che il terreno della frana si era abbassato (Felice Corona)».

«Dissi (all’ing. Biadene): secondo lei il Toc cade? E lui mi rispose: “Il Toc potrebbe cadere stasera come tra trenta anni” (Marco Corona)».

9 ottobre
«Incontrai tale Chiamulera dipendente della SADE in compagnia di altro tecnico, piccolo veneziano. Il Chiamulera disse testualmente: “Fate presto ad andare a casa perché questa sera viene giù il Toc” (Anna Chercher)».

«Mi telefona ora il geometra Rossi che le misure di questa mattina mostrano essere ancora maggiori a quelle di ieri, raggiungendo una maggiorazione del 50%!! (cioè da 20 centimetri a 30 centimetri). Si nota anche qualche piccola caduta di sassi dal bordo ovest (verso diga) della frana. Che Iddio ce la mandi buona (Alberico Biadene)».

«Io quella sera sento questo rumore di frana, apro la finestra e questo rumore aumentava in modo straordinario, contemporaneamente a questo un bagliore (…) C’era poi una colonna d’acqua molto alta, che ha poi distrutto molte case, e il terremoto, con un boato tremendo, spaventoso, e poi tutto il resto. L’onda più o meno arrivava alla sommità del campanile. Dunque, se Casso è nel più alto circa 250 metri dalla diga, senza esagerazione è stata verso i 300 metri (don Carlo Onorini)».

«Quella sera rientrai da Longarone molto tardi con la mia 600 (…). Ero giunto al bivio all’inizio di Erto e avevo veduto gli operai che sbarravano la strada con cavalletti, quando, improvvisamente, sentii la macchina traballare e mi accorsi che stavo volando verso l’alto. Mi ritrovai sulla circonvallazione, dopo un volo di 80, 100 metri (Bortolo Corona)».

«Il primo ferito che ho soccorso è stato un bambino di circa 10 o 12 anni (…), tale ragazzo, come appresi, era stato trovato (…) con una gamba fratturata. Il ragazzo è deceduto dopo otto giorni all’ospedale di Pieve di Cadore. Parlava, mi riferì che stava dormendo a letto e di essersi trovato dove venne soccorso, senza sapere il perché (dott. Gianfranco Trevisan)».

«Senza sapere il perché»: questa domanda senza risposta del bambino Guido Marin è la chiave di lettura per capire cosa sia stato il disastro del Vajont. Senza un perché che non si poteva assolutamente trovare. La sentenza del giudice Fabbri ruotava tutta intorno all’interrogativo del bambino Guido, che divenne quasi punto di riferimento, o meglio un’icona giudiziaria, per la ricostruzione degli eventi e l’identificazione dei responsabili.

«Perché – si legge nella sentenza istruttoria – anche ciò, riteniamo nel preciso e ineludibile dovere dei giudici: dovere giuridico e morale, se non vogliamo che in avvenire, in nome del progresso tecnico, dell’esigenza produttiva dello Stato, del profitto di pochi o di molti, i nostri stessi figli siano testimoni e vittime di analoghe tragedie. Se non vogliamo, soprattutto, che essi (come il primo ferito, soccorso dall’eroico medico condotto di Longarone in quella triste notte) si trovino, improvvisamente, soffocati dal fango “senza sapere” questi e molti altri “perché”».

E tutto ciò «per l’ossequio dovuto alla Giustizia, che è sinonimo di civiltà». Fabbri rivendicò con forza e senza mezzi termini il primato del diritto: «Intendiamo la giustizia, non solo come fine della nostra fatica, ma soprattutto come strumento di essa, cercando di uniformarci al concetto di “giusto” che equivale a “legale”, a quello di “giustizia secondo diritto” che significa “coscienziosa applicazione delle norme dell’ordinamento vigente”».

Il processo, che avrebbe dovuto svolgersi a Belluno, fu invece sottratto al giudice naturale di quel tribunale e trasferito per ordinanza della Cassazione al Tribunale dell’Aquila adducendo il motivo di «legittima suspicione», dovuta ad un’ipotesi di turbamento dell’ordine pubblico per esacerbazione degli stati d’animo della popolazione, e per conseguenza ad una mancata serenità dei giudici. All’Aquila quindi si svolsero i processi in Tribunale e in Corte d’Appello (novembre 1968-ottobre 1970), mentre la sentenza finale della Cassazione venne emessa nel marzo 1971, a soli 15 giorni dalla data che avrebbe fatto scattare la prescrizione dei reati.

La sentenza finale ritenne colpevoli soltanto due imputati su 11 che erano stati rinviati a giudizio. La pena di 5 anni di reclusione, di cui tre condonati, venne comminata ad Alberico Nino Biadene, direttore del Servizio costruzioni idrauliche della SADE prima e vicedirettore generale dell’Enel-SADE di Venezia poi, nonché direttore dell’ufficio produzione ed energia dei medesimi enti. A Francesco Sensidoni, ispettore generale del Genio civile presso il Consiglio superiore dei lavori pubblici, fu applicata la pena di tre anni e 8 mesi, ci cui tre condonati. Pene tutto sommato lievi di fronte all’entità del disastro, del numero dei morti causati, delle colpe individuate, ma significative per la sostanza, perché per la prima volta in Italia una sentenza penale colpiva insieme l’esponente di una società industriale e finanziaria privata e un uomo appartenente all’istituzione pubblica dello Stato.

Mario Fabbri

L’istruttoria di Fabbri portò ad almeno tre innovazioni del diritto, che crearono «giurisprudenza». La sentenza istruttoria quindi fece «testo», influenzando in seguito alcune modalità della procedura penale e anche del diritto costituzionale, e costituendo precedenti per successivi processi. Si tenga presente che tutto si svolse secondo le modalità imposte dal Codice di procedura penale allora vigente, risalente al 1930, che era stato corretto solo parzialmente con l’avvento della Repubblica. Ma, pur rispettando i vincoli soprattutto accusatori imposti dal codice, Fabbri diede ampio spazio alle garanzie difensive, affiancando sempre all’impianto accusatorio che si veniva costruendo un’ampia tutela della difesa per gli inquisiti in nome del principio della parità delle posizioni – accusatoria e difensiva -, che sarebbe poi stata sancita dalla riforma del codice avvenuta soltanto nel 1988.

La sentenza fu decisiva anzitutto nel modificare i rapporti di collaborazione -pur nel rispetto della reciproca autonomia – tra potere giudiziario e potere politico, due dei cardini fondamentali della separazione dei poteri della Costituzione italiana. Ciò si concretizzò con la concessione da parte del giudice istruttore alla Commissione parlamentare sul disastro del Vajont, istituita nel maggio 1964, di documenti secretati in sede istruttoria in ottemperanza alla distinzione dei compiti e alle funzioni dei due poteri e delle loro diverse competenze, che non avrebbero creato interferenze nei loro diversi e distinti ambiti. In precedenza la concessione di documenti processuali al Parlamento era avvenuta in Italia solo una volta ma in modo limitato, alla fine del secolo XIX, in occasione del processo conosciuto come «scandalo della Banca di Roma», banca legata allo Stato pontificio, che coinvolse ampia parte della classe politica italiana. Fabbri, andando contro il parere del presidente del Tribunale e del P.M. di Belluno, ottenne dalla Corte di Cassazione di poter concedere in copia parte dei documenti sequestrati alla Commissione d’inchiesta che li aveva richiesti. Da allora la prassi trovò sempre più ampio sviluppo nei rapporti tra magistratura e Parlamento, come attestano le esperienze di successive commissioni parlamentari d’inchiesta, come quelle sulla mafia, sul terrorismo, sulla P2 e così via.

1963. Il procuratore capo di Belluno, Arcangelo Mandarino, e (a destra) Mario Fabbri.

La seconda novità fu costituita dalla nomina di una seconda commissione tecnica per procedere a una nuova perizia d’ufficio, dopo che la relazione finale di una prima commissione, costituita dal P.M. che nel novembre 1965 aveva presentato una relazione ritenuta intrisa di «vena defensionale», quindi pregiudizialmente assolutoria nei confronti degli indagati, non sorretta da elementi scientifici obiettivi, carente nella letteratura di riferimento per casi analoghi già noti a livello internazionale. Il giudice istruttore quindi rigettò impostazioni e conclusioni della prima commissione tecnica d’ufficio, diretta dal geologo Michele Gortani; ne fece parte tra gli altri anche il geologo Ardito Desio, che un decennio prima, nel 1954, aveva guidato la spedizione italiana alla conquista del K2. Il giudice Fabbri ritenne che i membri della commissione fossero stati condizionati da legami accademici e professionali, diretti o indiretti, con esponenti del mondo accademico già consulenti della SADE, primo fra tutti il geologo Giorgio Dal Piaz, per decenni il maggior geologo di riferimento della SADE, che aveva intrecciato rapporti e legami personali con l’ideatore e progettista della diga del Vajont, Carlo Semenza.

Fabbri fece fatica a trovare tra gli accademici italiani un geologo che non fosse condizionato dagli ambienti accademici e industriali e soprattutto che, pur avendo avuto contatti professionali con Dal Piaz, non fosse succube anche del solo ricordo del «luminare». Tra i numerosi scienziati italiani contattati, soltanto uno diede la disponibilità: Floriano Calvino (fratello dello scrittore Italo), che allora insegnava geologia nell’Università di Padova, feudo di Dal Piaz, il quale ne condizionava ancora l’impostazione con la sua aurea di «chiara fama» anche dopo il pensionamento e la morte. Una specie di nume tutelare al quale si doveva devozione anche dopo morto. Il mondo accademico fece pagare cara a Calvino l’autonomia della sua decisione, non rinnovandogli prima l’insegnamento a Padova e penalizzandolo poi nei concorsi universitari. Non è fuori luogo ricordare che nel 1985, dopo il disastro di Stava in Val di Fiemme che causò 268 morti, Calvino sarebbe stato il perito di parte civile nel processo penale contro gli imputati.

Una foto storica mostra un momento dei soccorsi prestati da forze dell’ordine in occasione della tragedia del Vajont. Foto: ANSA/UFFICIO STAMPA/POLIZIA DI STATO

Il giudice istruttore dovette allora individuare all’estero competenze e disponibilità di scienziati, ottenendo l’accettazione di due francesi – il geologo Marcel Roubault e l’ingegnere idraulico Henri Gridel – e uno svizzero, Alfred Stucky. Costoro furono coinvolti non solo nell’esame dei documenti raccolti durante l’istruttoria, ma anche nell’esecuzione di prove sperimentali, come quella che si svolse nel laboratorio di geologia applicata nell’Università di Nancy in Francia, sede del professor Roubault. In queste circostanze, per la prima volta furono messe a disposizione dei tecnici direttamente nelle loro sedi estere copie dei documenti processuali necessari per lo svolgimento delle indagini. I periti conclusero che la catastrofe del Vajont era prevedibile, attesa, imminente, che erano stati ignorati completamente altri casi già studiati per eventi analoghi in precedenza verificatisi e che l’entità del fenomeno era stata sottovalutata.

Il terzo aspetto innovativo riguarda l’influenza della sentenza sia sul piano giudiziario che su quello culturale generale. È significativo notare come nella perizia si parli di «errore di giudizio» e di «fallimento» dei tecnici responsabili, termini che sarebbero stati ripresi nella valutazione data dall’UNESCO nel rapporto del 2008, redatto per l’Anno internazionale del pianeta Terra (International Year of Planet Earth. Global Launch Event 12-21 February 2008), che individuò nel disastro del Vajont la prima storia esemplare di incomprensione di un disastro evitabile: «Il disastro del bacino del Vajont è un classico esempio delle conseguenze del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che tentavano di risolvere».

30 gennaio 2014, Belluno. Il giudice Fabbri alla presentazione del libro Che Iddio ce la mandi buona, la frana del Vajont.

A dimostrazione di come il processo impostato inizialmente in istruttoria dal giudice Fabbri abbia costituito un punto di riferimento irrinunciabile per altri analoghi processi svoltisi successivamente, basta ricordare il richiamo esplicito a quell’esemplare precedente processuale, nella sentenza del processo svoltosi all’Aquila contro i componenti della Commissione grandi rischi della Protezione civile (concluso in primo grado nell’ottobre 2012), i quali in una riunione svoltasi alla vigilia del terremoto dell’Aquila, il 6 aprile 2009 e definita «un’operazione mediatica» dal capo della Protezione civile Guido Bertolaso, avevano sottovalutato le possibili conseguenze di un eventuale evento sismico. Erano state fornite «informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell’attività sismica in esame, venendo così meno ai doveri di valutazione del rischio connessi alla loro qualità e alla loro funzione e tesi alla previsione e alla prevenzione e ai doveri di informazione chiara, corretta, completa». «Non si tratta di “processo alla scienza” – motivò il giudice Marco Billi – ma di processo a sette funzionari pubblici, dotati di particolari competenze e conoscenze scientifiche, chiamati per tali ragioni a comporre una commissione statale, che, nel corso della riunione, effettuavano una valutazione del rischio sismico in violazione delle regole di analisi, previsione e prevenzione disciplinate dalla legge». Come aveva impostato Fabbri nella sua sentenza istruttoria per il disastro del Vajont…

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Fabbri, il giudice del Vajont ultima modifica: 2020-08-10T05:33:51+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Fabbri, il giudice del Vajont”

  1. 4
    atanasio kostis says:

    Il Giudice Fabbri ha operato secondo coscienza, a lui va la mia riconoscenza per aver dato il meglio di se. La pena inflitta non è stata proporzionale al disastro causato , non sono un giudice se fosse dipeso dalla mia volontà i responsabili finivano tutti in galera ed avrei buttato la chiave.Nessuno aveva delle attenuanti, giorni prima del disastro la popolazione di Erto e Casso aveva sentito tremare le case ,i contadini che allora lavoravano sul Toc avevano visto le crepe, quindi non occorre essere dei geologi o fisici per capire che il monte stava franando era solo questione di tempo. Se passate da Longarone andate sulla diga ed ascoltate il silenzio “TOMBALE” fa venire i brividi dopo quasi 60 anni.

  2. 3
    grazia says:

    Sono sempre stata sensibile al tema della Giustizia (scritto con la lettera maiuscola proprio in virtù del grande valore che riveste per me) e di tanto in tanto, da quando ne sono venuta tristemente a conoscenza, penso alle vicende incredibili e inaccettabili del Vajont. Mi capita anche di parlarne ai miei ospiti, osservando certi scempi paesaggistici che non sono in armonia con il paesaggio e mettono a repentaglio la vita di molti esseri viventi che, avulsi dalla natura e non più capaci (per volontà o per cammini esistenziali) di eleggere un luogo favorevole all’insediamento e, talvolta, abbindolati dalla sicurezza di un lavoro, finiscono per affidarsi ad altri, senza sospettare che qualcuno potrebbe aver stabilito di risparmiare sulla qualità e quantità dei materiali usati oppure possa aver omesso un rilievo geologico, o ancora abbia preferito allontanare quei tecnici che non hanno dato il loro benestare per costruire. 
     
    Non conoscevo l’identità del giudice che seguì le indagini e non avrei certo immaginato che fosse così giovane e anche così determinato nel seguire la via della Giustizia.
    Soprattutto in questo pazzo tempo storico da coraggio sapere che tra gli esseri umani esistono questi fari, che potranno guidarci anche nel futuro incerto che va prospettandosi. 
     
    Grazie.

  3. 2
    Luigi Federico Martin says:

    Articolo interessante completo una vera ricostruzione storica da pubblicare e diffondere nelle scuole anche per onorare la memoria del giudice Fabbri vero esempio di imparzialità e grande coraggio e saggezza 

  4. 1
    lorenzo merlo says:

    Vajont. Un emblema dell’ontologia del Potere. E anche della possibilità individuale di non appiattirsi ad esso. 

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