Fermare il coronavirus è difficile

Nella corsa contro il tempo per mettere a punto le armi contro il coronavirus arriva una speranza dagli Usa con l’annuncio del primo lotto di vaccino pronto alla sperimentazione sull’uomo. È stata l’azienda biotech Moderna, con sede nel Massachussets, ad annunciare la notizia di un primo passo in avanti. Il primo lotto del vaccino sperimentale mRna-1273 è stato già spedito all’Istituto nazionale delle allergie e malattie infettive, per avviare la fase 1 della sperimentazione clinica su un piccolo numero di persone.

Fermare il coronavirus è difficile
(intervista a Giulio De Leo)
di Laura Montenero
(pubblicato su L’Eco di Bergamo del 26 febbraio 2020)

La diffusione del contagio da Covid 19 è al centro dello studio di centinaia di scienziati infettivologi, virologi e biologi molecolari. In tutti i laboratori del mondo si lavora alla ricerca spasmodica di un vaccino. Altrettanto fondamentale per gli esperti è la ricerca delle origini del coronavirus di cui nei giorni scorsi si sono vagliate varie congetture – specie sulla rete – che spaziano dalle cause naturali a quelle che implicano errori umani avvenuti nel laboratorio di Wuhan e addirittura ad azioni complottistiche di superpotenze rivali. A poter fornire qualche risposta con solide basi scientifiche è l’Ecologia delle epidemie e delle malattie, una scienza relativamente nuova che studia come integrare ecologia, salute umana e lotta contro le malattie infettive con un importante componente ambientale nel ciclo di trasmissione. Ne abbiamo parlato con il professor Giulio De Leo, bergamasco, dal 2012 alla Stanford University in California come ordinario nel Dipartimento di Biologia e ricercatore del Woods Institute for the Environment. Dal 2015 è codirettore, con la dottoressa Susanne Sokolow, del Programma per l’Ecologia per le malattie, la salute e l’ambiente.

Professor De Leo, stiamo esagerando, ci siamo fatti prendere dal panico e dalla psicosi?
«Direi che la risposta dev’essere articolata, ma la sintesi è: non proprio, le misure precauzionali prese fino ad ora hanno un fondamento anche se per il momento il rischio è contenuto ed i casi sono ancora estremamente limitati. La scorsa settimana ci sono stati 650 mila casi di influenza, tutta un’altra cosa, ma allora perché il Covid 19 (nCoV-2019) ci fa paura? Perché il tasso di mortalità è per il momento decisamente più alto, da 40 a oltre 100 volte maggiore che nel caso dell’influenza – in funzione del campione di riferimento che si prende – e questo comprensibilmente fa paura se dovessimo affrontare un’epidemia su grande scala in Italia (o in Europa). D’altro canto è vero che la percezione del rischio è estremamente soggettiva, è stato scritto in questi giorni. Non sono un esperto della materia, ma c’è lo zampino dei nostri ricordi della peste di manzoniana memoria, e del fatto che questi virus simili a quelli influenzali sono in un certo senso pervasivi e democratici, non c’è un modo semplice per evitare il contagio: infatti bloccare completamente la diffusione è difficile e potrebbe rivelarsi impossibile».

Le misure prese dalle Regioni e dal Governo sono giustificate?
«Per me sono state prese a buona ragione per rallentare la diffusione della epidemia. Siccome è un virus che ha caratteristiche simili a quelle influenzali, con l’avvicinarsi della bella stagione (meno freddo, meno irritazione delle vie respiratorie, più tempo passato in luoghi aperti) c’è una possibilità che l’epidemia rallenti naturalmente fino a sparire. Nel frattempo, i laboratori di tutto il mondo stanno lavorando intensamente per identificare e produrre antivirali efficaci e, in prospettiva, vaccini».

Come potrebbe evolversi il contagio nelle regioni colpite?
«Nell’inverno dello scorso anno i casi di influenza sono stati 4.780.000 con 198 decessi, se ben ricordo. Quindi un milione di contagiati è una stima possibile, soprattutto in assenza di misure di contenimento che aiutino a rallentare la diffusione mentre ci avviciniamo alla primavera. 200.000 corrisponde ad un 80% di casi asintomatici o deboli, 20% quelli conclamati e più gravi, il 3% di decessi (6.000) è una stima ragionevole, in linea con quello che è successo probabilmente a Wuhan con un tasso di mortalità del 4% dei casi accertati. Ma al di fuori della provincia di Hubei il tasso di mortalità è stato dello 0,16% se ben ricordo, 25 volte più basso che a Wuhan, ma sempre 40 volte più alto che quello di una normale influenza. Quindi, con una efficace azione di contenimento per rallentare il picco di infezione – come quelle messe in atto attualmente – il numero di decessi potrebbe essere decisamente inferiore».

È un virus sconosciuto di cui non abbiamo anticorpi…
«Non credo che ci siano ancora risultati definitivi riguardo lo sviluppo di una risposta immunitaria duratura, neppure sul tasso di evoluzione di questo coronavirus ma si tratta certamente di un virus nuovo, probabilmente, come emerge da studi genomici, mantenuto in popolazioni di pipistrelli. E qui c’è un aspetto interessante, soprattutto nella prospettiva dell’ecologia delle malattie…».

In che senso?
«È noto che la crescita della popolazione umana e il cambiamento d’uso del suolo modifica il paesaggio in modo non sempre favorevole alle popolazioni selvatiche, incluso i pipistrelli. Studi condotti in Australia, ad esempio, hanno mostrato che modificazioni del paesaggio spingono i pipistrelli a volare più lontano per trovare le risorse necessarie a nutrirsi. Inoltre sotto stress i pipistrelli (che hanno un sistema immunitario particolarmente efficiente che gli permette di tenere a bada molti agenti patogeni che risultano invece assai virulenti per altre specie, incluso l’uomo), tendono naturalmente a rilasciare fluidi corporei (tipicamente urina e feci) con una maggiore carica virale. Ancora non sappiamo cosa sia successo in Cina, ma un’ipotesi suggestiva è che il virus sia passato dai pipistrelli ai pangolini, la specie di mammiferi più soggetta a commercio illegale in Cina per consumo di carne e le supposte proprietà per la medicina tradizionale. Il commercio illegale porta nei mercati animali selvatici che si trovano a stretto contatto fra loro e con altri animali di produzione, generalmente in condizioni igieniche precarie o, comunque, non ideali, rinchiusi in gabbie che possono essere accatastate una sopra l’altra, quindi con fluidi corporei (sangue, feci, urine, saliva) che contaminano animali differenti.

In particolare gli Rna virus, come il coronavirus in questione, hanno elevati tassi di mutazione e quindi, in questo crogiuolo di specie differenti e nella contiguità fra animali e persone (ad altissima densità, si pensi che Wuhan ha 11 milioni di abitanti) nella lotteria evolutiva che avviene giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, trovano ad un certo punto per puro caso, la combinazione giusta per saltare da un ospite ad un altro (come dal pipistrello al pangolino nello scenario prima menzionato) e quindi anche nell’uomo. E così si crea un lungo ponte tra pipistrelli e pangolini, ad altre specie selvatiche e domestiche e, purtroppo, alla fine, anche all’uomo».

Secondo lei, perché è arrivata improvvisamente qui da noi al Nord?
«Prima la Lombardia, perché proprio lì? C’è sempre una buona componente puramente aleatoria, casuale, insomma, un po’ di sfortuna. Ma la verità è che la Lombardia in particolare è la regione più popolata d’Italia, e il nord è più popolato che il sud, le condizioni climatiche sono più favorevoli per agenti patogeni delle vie aeree che al sud. Non a caso la Lombardia ha comunque sempre il maggior numero di casi di influenza “normale” (anche se, proporzionalmente, il minor numero di casi gravi o di decessi)».

Pertanto, l’origine del virus è naturale ma c’è sempre la mano dell’uomo che la favorisce.
«Diciamo che la combinazione di (1) deforestazione e frammentazione e cambiamento d’uso del suolo, (2) commercio illegale di specie selvatiche e (3) la concentrazione incredibilmente elevata e totalmente innaturale di animali di specie diverse, selvatici e domestici e persone nello stesso posto a stretto contatto, come nei mercati da cui sembra sia partita questa epidemia, è una miscela micidiale che, come dicevo, nella lotteria evolutiva delle mutazioni dei virus, porta inevitabilmente prima o poi a qualche agente patogeno di fare “Bingo” e passare (spillover) dal suo ospite naturale all’uomo. Negli ultimi 20 anni è già successo almeno quattro volte (Sars, Mers, Ebola e ora il coronavirus) e, se continuiamo così, è altamente probabile che succederà ancora, e ancora, e ancora».

Perché si diffonde così facilmente?
«Il problema di questo coronavirus è, quasi paradossalmente, il gran numero di casi potenzialmente asintomatici e lievi, con trasmissione prima che la malattia diventi conclamata, per questo è così difficile fermarlo e, ragionevolmente, l’unica cosa che possiamo fare è almeno quello di rallentare in tutti i modi la diffusione».

Giulio De Leo

Negli Stati Uniti dove lei vive e lavora non se ne parla molto.
«È vero, qui non se ne parla molto (a parte nelle università), forse perché per il momento sembra un problema relativamente remoto (ma tutte le principali aziende della Silicon valley hanno già da un paio di settimane bloccato tutti i viaggi in Cina in via precauzionale). Vedremo come va a finire, ma la possibilità che arrivi anche qui non è trascurabile».

Dica la verità, è preoccupato?
«A livello personale sono preoccupato per mia mamma che abita nella nostra bellissima Bergamo (il coronavirus a Wuhan ha un tasso di mortalità del 15-18% nelle persone con 80 anni o più), e un po’ di preoccupazione ce l’ho anche per noi over 50enni se si pensa che il medico che aveva lanciato l’allarme a Wuhan (ricevendo una reprimenda dagli organi governativi per procurato allarme) è morto a 33 anni – insomma, un rischio c’è anche per noi per quanto, come dicevo, esistono infezioni antibiotico resistenti nei nostri ospedali con numeri impressionanti: circa 10 mila decessi da infezioni antibiotiche resistenti in Italia. Viviamo in un mondo pericoloso comunque, non dobbiamo farci prendere dal panico ma seguire le direttive del ministero della Salute e delle autorità sanitarie. A titolo personale, Roberto Burioni è un grande virologo e consiglio ai miei di seguire la sua pagina Facebook. E’ competente e preparato, di lui mi fido».

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Fermare il coronavirus è difficile ultima modifica: 2020-03-01T04:56:32+01:00 da Totem&Tabù

14 pensieri su “Fermare il coronavirus è difficile”

  1. 14
    Fabio Bertoncelli says:

    👍😊😊😊

  2. 13
    paolo says:

    Sembra di sì. si vedrà.
    Grazie Fabio per le tue due enormi parole !!!
    Auguri a tutti i non più giovani, anche a quelli che non ci credono ancora 🙂 
    Mio figlio mi lascia riprendere a “rompere”, ma dice che devo farlo con moderazione  🙂 
    Intanto lui qualcosa per ragionare l’ha messo: alcuni siti.

  3. 12
    Fabio Bertoncelli says:

    Paolo, stai bene?  😓😓😓
     

  4. 11
    lusa says:

    il Nord sta contaminando tutta l’italia se non se ne stanno a casa loro chiusi in casa.Abbiamo i migranti in casa nostra. Il pericolo non sono più i migranti Africani.

  5. 10
    paolo says:

    Massimo, il video è del 28 febbraio e oggi è il 7 marzo: ha azzeccato tutto!
    Qualcuno direbbe: maledetti scienziati che sanno le cose e non le dicono prima !

  6. 9
    Massimo Silvestri says:

    Si è proprio per questo che l’ho girato ad Alessandro.  Guardate anche il video al messaggio 6.
    Saluti. 
    Ms
     

  7. 8
    lusa says:

    Ottimo articolo!!👍👍👍👍👍

  8. 7
    Giuseppe Balsamo says:

    Massimo, penso che l’impatto del consumo di suolo e del cambiamento climatico sugli ecosistemi alteri equilibri con risultati che possono essere difficili da prevedere.
    Quindi può anche darsi che in virtù di questo siano aumentate le occasioni di contatto fra specie, con maggiori probabilità del virus di vincere il biglietto per il “salto”.
    Ma di quanto ? Di una quantità significativa ?
    Per quel che vale, ho i miei dubbi.
    Personalmente ritengo che “la concentrazione incredibilmente elevata e totalmente innaturale di animali di specie diverse, selvatici e domestici e persone nello stesso posto a stretto contatto, come nei mercati da cui sembra sia partita questa epidemia” sia, come base per il “salto”, una causa molto, molto più probabile.
     
    Faccio infine notare che le “concentrazioni incredibilmente elevate” di animali e persone non sono un’esclusiva dei mercati cinesi.

  9. 6
    Massimo Silvestri says:

    Per info, per tutti (non riguarda strettamente il tema del post):
    https://www.padovanet.it/notizia/20200229/video-diamo-la-parola-agli-scienziati-intervista-al-prof-pal%C3%B9
    Buona settimana.
    MS

  10. 5
    Massimo Silvestri says:

    Avete letto con attenzione nell’articolo la risposta alla domanda ‘In che senso’?
    Si dice che proprio le alterazioni ambientali hanno portato specie a cambiare ecosistema e quindi ad essere più suscettibili: successivamente trasmettere il virus a specie superiori. In questo senso il ‘salto di specie’ può essere correlato alle alterazioni dell’ambiente (od alle variazioni di clima conseguenti alle alterazioni). Ricordo che nel testo ‘Storia culturale del clima’ già da me citato in un recente post si racconta proprio come l’avanzata della piccola era glaciale tra il 1300 ed il 1800 aveva creato le condizioni per le grandi epidemie di questo periodo.
    Saluti.
    MS

  11. 4
    Giuseppe Balsamo says:

    Ringrazio la redazione del blog per l’ottimo articolo pubblicato.
    Per rispondere a Massimo Silvestri, anche io ritengo improbabile una connessione fra consumo di suolo e nuovo coronavirus. Mi sembrano molto più plausibili le opzioni 2 e 3 (soprattutto la 3).
    Mia opinione, che vale per quel che è.
     
    A proposito di antiche patologie e di cambiamento climatico: segnalo il tema “virus dai ghiacciai”, finora poco più che una curiosità ma tornato recentemente alla ribalta sull’onda del coronavirus:
    https://www.repubblica.it/scienze/2015/09/14/news/quel_virus_preistorico_potrebbe_risvegliarsi_per_colpa_del_riscaldamento_globale-122597610/
    http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/biotech/2020/01/28/-cina-scoperti-antichi-virus-intrappolati-nei-ghiacci-_b4436bbc-a771-4fda-8c6e-e71c0988eb17.html

  12. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Secondo gli storici, la peste nera del 1348-1350 sterminò un terzo della popolazione europea. È come se, ai giorni nostri, morissero venti milioni di italiani (su sessanta); piú, naturalmente, tutti quelli degli altri Paesi, dalla penisola iberica fino alle repubbliche caucasiche. 

  13. 2
    Massimo says:

    No non c’è connessione alcuna tra uso del suolo e pandemia. Da che esistiamo come specie periodicamente siamo decimati da virus e batteri . Ora riusciamo a controllare le malattie ed a differenza del passato ci difendiamo senza  che facciano milioni di morti.

  14. 1
    Massimo Silvestri says:

    «Diciamo che la combinazione di (1) deforestazione e frammentazione e cambiamento d’uso del suolo, (2) commercio illegale di specie selvatiche e (3) la concentrazione incredibilmente elevata e totalmente innaturale di animali di specie diverse, selvatici e domestici e persone nello stesso posto a stretto contatto, come nei mercati da cui sembra sia partita questa epidemia, è una miscela micidiale che, come dicevo, nella lotteria evolutiva delle mutazioni dei virus, porta inevitabilmente prima o poi a qualche agente patogeno di fare “Bingo” e passare (spillover) dal suo ospite naturale all’uomo. Negli ultimi 20 anni è già successo almeno quattro volte (Sars, Mers, Ebola e ora il coronavirus) e, se continuiamo così, è altamente probabile che succederà ancora, e ancora, e ancora».
    Questa è una cosa gravissima. Quando in un altro post vi dicevo che l’alterazione del clima (ammesso e non concesso che ci sia di mezzo l’uomo, personalmente ritengo che la responsabilità sia solo parziale) è solo una parte del problema intendevo dire proprio questo: il problema è molto più globale, riguarda l’alterazione degli ecosistemi (ad es. delle foreste), il consumo di risorse non rinnovabili (ad esempio le cave di pietra e di calcare per il calcestruzzo, i giacimenti di minerali, ecc.) il sovrasfruttamento del mare e degli oceani …. in tutti i casi con danni nella stragrande maggioranza dei casi irreversibili all’ambiente. Ed i risultati sono proprio questi. Quasi nulla avviene per caso: solo le variazioni genetiche naturali sono imputabili al caso, tutto il resto ha una causa ben precisa, ancorché non palese ad una analisi superficiale.
    Voi cosa ne pensate? Siete ad esempio d’accordo che il cambiamento di uso del suolo sia connesso a quanto sta accadendo con il covid-19?
    Buona domenica.
    Massimo Silvestri

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