Sofferta esperienza

Pubblichiamo un articolo che ci riporta al tempo in cui gli alpinisti che anelavano all’abituale ritrovo nella sede del loro gruppo di appartenenza, potevano sempre trovare dei compagni con cui condividere, con estrema naturalezza e spontaneità, le loro iniziative, e realizzare insieme importanti e soddisfacenti arrampicate, sul tipo di quella che qui viene descritta. Nonostante siano ormai passati quasi quarant’anni da quel periodo, non tanto per la descrizione particolareggiata di quella difficile invernale, quanto per il rapporto umano in cui predominano la sincerità dei sentimenti, il riconoscimento della qualità degli amici, lo stile mentale con cui si andava in montagna, veniamo posti di fronte ad una situazione attuale nella quale i protagonisti di questa prima invernale difficilmente avrebbero potuto riconoscersi. È facile e utile allora pensare a un confronto che, se anche non può prescindere dall’inarrestabile progresso che contraddistingue la storia dell’uomo, ci farà pure riflettere se, anche in seno dell’alpinismo, in questo rapido cammino non si sia lasciato per la strada qualcosa che gli era fondamentalmente caratteristico, e che adesso ci manca. Si tratta evidentemente di quei valori che nel racconto rimangono pudicamente nascosti, ma come sottintesi, e che pure si intravedono in una lettura attenta che ci consente di individuare, insieme a dimenticate forme di amicizia sincera e durevole, l’esposizione genuina di quella passione per l’alpinismo che rendeva accettabile, come sua parte integrante, qualsiasi adattamento alla durezza ed alla sofferenza, in ogni imprevedibile circostanza (Renato Frigerio).

Sofferta esperienza
(prima invernale alla Ovest-nord-ovest del Pizzo Ligoncio)
di Annibale Borghetti
(pubblicato su Uomini e Sport n. 31, ottobre 2019 e, in originale su Con noi in montagna del gruppo alpinistico lecchese Gamma, nel 1981))

Una giornata di lavoro come tante altre: sono assorto nei miei pensieri, quando Luca, il fratello minore che lavora con me, mi chiede: “Verresti a fare una invernale?”.
“Accettato”, dico io.

I versanti nord-occidentali di Sfinge e Pizzo Ligoncio, d’estate. Foto: Mario Sertori.

L’obiettivo è il Pizzo Ligoncio 3032 m, nel massiccio del Masino. È una salita invernale di tutto rispetto, perché affronta una “via” tracciata nel 1938 dal celebre Alfonso Vinci (con Paolo Riva, 11 luglio 1938, NdR), in una zona caratteristica per l’asprezza e il senso di solitudine dell’ambiente. Per di più si tratta di una prima invernale, che noi tentiamo su una via tanto severa, che anche nella bella stagione viene ripetuta non più di tre o quattro volte. È la classica invernale del tipo più rigoroso, dove l’itinerario estivo di alto interesse alpinistico, anche se non di estrema difficoltà, richiede il massimo impegno: evidentemente non dal punto di vista tecnico, quanto da quello della resistenza e della sicurezza, per la presenza di difficoltà tipiche, quali ghiaccio e vetrato. Questi insidiosi elementi mancano, a parità di condizioni, sulle vie di sesto grado, con verticalità assoluta della roccia. Si sapeva soltanto che nell’agosto del 1959 gli alpinisti lecchesi Riccardo Cassin, Casimiro Ferrari, Antonio Pioppo Invernizzi e Giulio Milani, effettuarono una delle prime ripetizioni di questa via. Luca l’ha fatta nell’estate di quest’anno e ne è stato completamente sedotto. Penso che la consideri un banco di prova, per poter fare un confronto con gli altri alpinisti che da tempo ammira.

I versanti nord-occidentali di Sfinge e Pizzo Ligoncio, d’estate. Foto: Mario Sertori.

Era già dall’anno scorso che pensavo alle invernali, ma non avevo mai avuto l’occasione di cimentarmi. Trovandoci poi il venerdì in sede con i Gamma, avremmo chiesto a Maurizio Villa e Mario Valsecchi di completare le cordate. I compagni ci sono: ora bisogna pensare al materiale che servirà, e così iniziamo a domandare consigli ad amici più esperti di noi. Dopo tutti gli impegnativi preparativi, non mi sembra vero di essere in macchina con Maurizio per dare l’avvio a questa esperienza. Il 23 dicembre 1980, arrivati a Novate Mezzola 212 m, lasciamo la macchina a Mezzolpiano 300 m e proseguiamo a piedi in Val Codera. La nostra meta per oggi è l’osteria del Baffo a Codera 825 m, dove ci fermeremo a cenare e dormire, per ripartire il mattino seguente e raggiungere Luca e Mario all’attacco della parete. Strada facendo, ad Avedè, un fantastico gruppo di baite, incontriamo un pastore che avevamo conosciuto un paio di domeniche prima, durante la ricognizione alla parete. Parlando assieme, arriviamo a Codera, un grosso paese, costruito di sasso, e abitato anche d’inverno da 30-40 persone, dove l’accoglienza di questa gente semplice è delle più cordiali. Il signor Emilio ci avrebbe svegliato alle 6: ma chi avrebbe dormito quella notte?

I pensieri erano rivolti alla parete: ce l’avremmo fatta? Non è un’impresa troppo grande per noi? Il tempo resterà bello? Sono interrogativi che però non mi tolgono la tranquillità. La preparazione di un alpinista a un’impresa difficile comincia e continua oltre l’allenamento atletico e le previsioni logistiche. Il colloquio con gli amici, i consigli dei più esperti, perfino la comprensione della ragazza che si ama, servono a dare la sicurezza e la certezza della riuscita, senza le quali sarebbero troppo frequenti gli insuccessi e gli abbandoni.

Ci avviamo che è ancora buio, con le pile frontali. Conosciamo già la strada e questo ci facilita il compito. Si raggiunge il rifugio Brasca 1304 m, all’Alpe Coeder, proprio sotto le aspre e selvagge vette delle Cime dell’Averta, del Ligoncio e della Sfinge. È una valle che offre un paesaggio di rara bellezza, che si fa ammirare in continuazione, rendendo così meno dura la lunga a faticosa marcia di avvicinamento. Qui bisogna calzare i ramponi per superare una cascata di ghiaccio.

“Ma sì, vedrai che li prendiamo presto Mario e Luca”.

Arriviamo al bivacco Valli, posizionato a fianco del Sass Carlasc, nell’ampia Val Spassato, dove i due hanno lasciato quasi tutto il materiale.

“Come facciamo a portare su tutto in due?”.
“Va bene, proviamo a fare gli zaini pieni, poi vedremo”.

Lasciamo il bivacco Valli 1920 m: la marcia verso la parete è faticosa. Si affonda nella neve e il ritornare a galla è una frustrante sofferenza fisica. Intanto possiamo osservare la parete del Ligoncio nella sua completa e stupenda realtà: la sua bellezza si svela completamente là sulla parete, dove il vento e il gelo hanno, con rara maestria, scolpito arabeschi strani e bizzarri: si alternano dei tratti di ghiaccio a speroni di granito scuro.

“Strano, non li vediamo ancora quei due, non rispondono neppure alle nostre chiamate”.
“Giuro che se non ci hanno aspettato… dovranno sentirci, e poi… dovranno vedersela con noi”.

Finalmente sentiamo battere un chiodo e questo ci fa subito sentire meglio. Purtroppo loro non ci sentono ancora, perché il vento probabilmente disperde le nostre voci. Non pesa più nemmeno lo zaino, affondare nella neve non dà più fastidio; eccoli sono lì, hanno già superato il canale di neve e stanno attrezzando la traversata che porta sotto le difficoltà. Dopo vari richiami, riusciamo a parlarci: ci dicono di fermarci sotto a dormire perché dove stanno loro non c’è spazio. È un dialogo concitato per sapere qualcosa sulla loro avanscoperta. Ci sentiremo la mattina dopo, quando ci saremo ricongiunti.

Sono appena le 14, la sete comincia a farsi sentire, il fornello per scaldare il tè l’hanno loro. Non berremo qualcosa di caldo che la sera del giorno successivo, ora ci accontentiamo di bagnarci le labbra con la neve. Non ci resta quindi che metterci al riparo sotto un sasso ed entrare nel sacco a piuma a riposare, nell’attesa dell’alba. Ci addormentiamo quasi subito, anche per non pensare alla sete. Vengo svegliato da Maurizio che vuole sapere che ora è. Immagino di intravvedere i primi bagliori dell’alba, ma il responso dell’orologio è tremendo: sono appena le 17.30! Come faremo ad arrivare alla mattina?

“Toh, bevi… una sigaretta” dico a Maurizio.
Si vedono le luci delle pile e la fiamma del fornello sopra di noi.
“Guarda, Luca e Mario stanno facendo la loro piccola fiaccolata”.

Oggi è la vigilia di Natale, la nottata è splendida; ci sarà senz’altro la fiaccolata sulla ferrata del Pizzo d’Erna, con “buseccata” finale. Pensa che bello essere anche noi con le nostre donne e gli amici! Ma perché sono qua, se quando sono in queste situazioni vorrei essere a casa e viceversa? Non so neanche io quello che voglio!

Non vado in montagna per sapere fin dove possono arrivare i miei limiti, come ho letto su qualche libro, ma ci vado perché mi piace come attività, come lezione di vita, come amicizia, per provare esperienze formative e costruttive. Il giorno in cui non sentirò più niente di tutto questo non avrò nessun ripensamento per smettere.

Personalmente sentivo la necessità di provare l’esperienza di una salita in invernale, dopo aver gustato, attraverso relazioni, confidenze, diapositive e film, momenti di gioia e di sofferenza provati dai miei amici. Finalmente la notte è passata, il tempo è bello, possiamo muoverci anche noi. Risaliamo il canale di neve e, dopo una traversata abbastanza pericolosa, ci uniamo a Luca e Mario.

“Buon Natale” gridiamo a Mario impegnato in un tiro sopra le nostre teste. Luca, che aveva salito questa via in estate, consigliava di raggiungere una cengetta. Le ore scorrono veloci ed è già buio quando riusciamo a raggiungerla. Salgo sui jumar, non senza un po’ di paura. L’imponenza delle pareti che ci circondano, il silenzio profondo di questa valle, le previsioni, che danno brutto per stanotte e domani, sono preoccupazioni più grandi di noi. Arrivo in fermata e il fornello sta già assolvendo la sua funzione. Mario come al solito è già pronto per bivaccare.

Il momento del bivacco rappresenta per tutti una gioia per il fatto di ritrovarci assieme e poter parlare e scherzare con tranquillità. Si crea attorno un’atmosfera di familiarità più che amicizia, che infonde un senso di sicurezza e di padronanza della situazione.

Che giochi di contorsionismo e acrobazie per metterci nell’amaca! Ho una sete feroce, ma il deglutire mi provoca il vomito. Penso che la causa sia lo stare così tanto tempo senza bere.

Stiamo parlando di momenti vissuti durante la giornata, quando mi sento cadere nel vuoto: un chiodo dell’amaca si è staccato. Mille pensieri passano per la mente, ma non riesco a fissarne nella memoria uno per materializzarlo e passare all’azione. Sento un strattone, il metro di corda che avevo lasciato molle per muovermi meglio è andato in tiro e mi fermo, bloccato provvidenzialmente. Perdo una buona mezz’ora per risistemare tutto quanto, ma anche questo serve per far passare il tempo. Fa un freddo terribile: quando siamo tutti a posto sono ormai le 23. Penso a tanti appassionati dell’alpinismo, che in simili condizioni hanno dovuto bivaccare in parete per due o tre notti consecutive, e la loro passione e la loro grandezza mi appare di una misura quasi irreale. Passano solo due ore, quando sento Luca che si muove e si lamenta per la scomoda posizione: ha degli spuntoni di roccia sotto la schiena. Mi giro nel sacco per consentirgli di cambiare posizione, quando vedo delle nubi avvicinarsi. Bisogna prendere subito una decisione: tornare indietro o proseguire? Non vale la pena di aspettare l’alba: decidiamo di proseguire.

lo scaldo del tè, Mario e Luca preparano le corde, Maurizio schioda la fermata. Anche questa piccola organizzazione serve per affrettarci. Luca parte deciso: ci sono tre tiri ancora prima di uscire dal pilastro nero.

Dopo alcuni metri perde la pila frontale, la luna piena è nascosta tra le nubi: mi chiedo come faccia ad arrampicare al buio. La paura di cambiamento repentino del tempo mi spinge a ricordare anche le più piccole caratteristiche della parete per trame vantaggio nell’eventualità di un ritorno con le corde doppie. Mi danno la voce: è il mio turno per salire. Risalgo sui jumar lentamente, per il freddo. Sono contento di muovermi: l’azione e il superamento delle difficoltà mi distolgono dai pensieri. L’attesa prolungata alle soste a volte è più difficile di un passaggio duro, chiaramente preferisco l’azione all’inedia forzata.

Mario sta superando l’ultimo tiro del pilastro: mi fa ridere la sua maniera di imprecare contro gli occhiali che gli si appannano e contro i chiodi che non entrano bene. Dopo poco sento che informa Luca di essere arrivato in sosta: io, senza nascondere il mio entusiasmo, lo riferisco a Maurizio. Ora si prosegue più velocemente, la parete si corica, è meno verticale, ed è più articolata morfologicamente. Tengo d’occhio l’orologio e le nubi minacciose che scorrono veloci sopra di noi; in cima ci deve essere vento forte. Grido a Luca di mettere qualche rinvio di corda e di non rischiare per niente, anche per non dover fare sempre dei pendoli per le corde penzolanti quando bisogna risalire. Noto che la corda comincia ad avere dei punti di lesione. Ogni tanto io e Maurizio ci fermiamo a fumare una sigaretta, approfittandone anche per riposare un po’. Le spalle cominciano a farmi male perché lo zaino pesa maledettamente e così anche le braccia sono indolenzite, dovendo recuperare lo zaino dopo aver superato ogni tiro.

I versanti nord-occidentali di Sfinge e Pizzo Ligoncio d’inverno

Siamo ormai alti e penso che usciremo in giornata. Ci proponiamo già di ritornare quest’estate, quando il clima sarà più mite e distensivo. Sono le ore 16, è già da stanotte che non bevo più: non ricordo chi mi abbia insegnato a tenere in bocca una pastiglia di Enervit mentre mangio la neve. Sembra proprio un’aranciata. Mario mi avverte che Luca sta superando l’ultimo tiro. La notizia mi fa quasi male perché, non avendo gustato i tiri precedenti, vorrei che la salita si prolungasse di più per poterla godere meglio. È assurda questa sensazione, quasi contraddittoria.

La certezza di essere arrivato in cima mi dà sicurezza, lucidità e raziocinio. Raggiungiamo Mario sull’ultima sosta. Mancano pochi metri, viviamo questi momenti trepidando tutti e tre nell’attesa che Luca raggiunga la vetta. Finalmente un richiamo ci risveglia da questi attimi fantastici, la conferma dell’esito positivo della nostra avventura. Partiamo, prima Maurizio poi io, salendo sulle corde che Mario ha bloccato in sosta per farci evitare pericolosi pendoli. Pochi attimi più tardi anche Mario arriva e tutti e tre ci indirizziamo verso la cima: sono le 16.45 del giorno di Santo Stefano (26 dicembre 1980, NdR).

La sommità del Pizzo Ligoncio si trova sotto i nostri piedi, la via Vinci in invernale ce la siamo lasciata alle spalle, l’abbraccio che ci scambiamo è di vera amicizia, fratellanza, dopo una via che abbiamo sentito profondamente ancora prima di averla fatta.

Mentre preparo la prima doppia, penso al Ligoncio, un nome che resterà sempre impresso nella mia mente, un’esperienza maturata e vissuta che mi servirà per tutta la vita.

Ora, a posteriori, sento di poter dire che ripeterò una simile esperienza, questo come volontà soggettiva, e speriamo solo che me ne venga posta l’opportunità.

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Sofferta esperienza ultima modifica: 2020-03-01T05:49:54+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Sofferta esperienza”

  1. 5
    paolo says:

    A proposito di “VERO ALPINISMO” come questo ormai poco praticato almeno qui da noi.
    Leggete queste due di oggi dello schietto Denis: l’intervista prima e dopo la censura……. magari fra poco verrà cancellata. 🙂 
    http://montagnamagica.com/denis-urubko-nulla-e-definitivo/?fbclid=IwAR0MvRcHNYVdSL4U-lLAVkbKecIhhD2_FS1D3m93ECVaJc7KFQsy-V2YV2I 
    https://www.montagna.tv/156954/il-futuro-di-denis-urubko-con-uno-sguardo-critico-al-passato/
    L’informazione italiana vien sempre “scolorata” ?

  2. 4
    Paolo Gallese says:

    Bel racconto di sensazioni, aspettative, atmosfere. E poi io alla Val Masino sono affezionato.

  3. 3
    daniele brunelli says:

    gran bel racconto di un Natale passato pericolosamente.
    senza nulla togliere al valore della salita invernale di cui sopra ed ancor meno all’umana esperienza dei quattro protagonisti, nel racconto non si accenna al fatto che nella delicata traversata iniziale furono utilizzate corde fisse che, non rimosse in seguito, rimasero – ahimè – in loco per quindici anni almeno.
    mi risulta peraltro che quella dell’abbandonare spezzoni di corda in parete fosse abitudine abbastanza diffusa nel realizzare simili imprese di prima ripetizione invernale…
     

  4. 2
    Grazia P. says:

    Grazie per aver pubblicato il racconto, è va una bella testimonianza. 
    Sono d’accordo con te, Carlo.
    E questo vale anche per il rientro: è raro che ci si incontri per condividere un viaggio con racconti e foto. Viene tutto appiattito dal continuo invio di immagini durante le esperienze vissute, che sottraggono presenza agli attori e sorpresa e immaginazione agli interlocutori. 

  5. 1
    Carlo Crovella says:

    L’articolo mi ha appassionato. Due considerazioni, spero di essere sinteticissimo. Prima: sono stato in zona d’estate, alla Sfinge. Gia’ d’estate l’ambiente mi ha messo timore. Ero giunto con la baldanza di chi è abituato a fare vie nel Bianco e pensavo di bere un bicchier d’acqua, invece…Figuriamoci d’inverno e soprattutto in quegli inverni d’una volta… quindi complimenti e chapeau. Due: a proposito dell’introduzione. Che bello quando ci si incontrava “in sede” una sera di settimana (chi il mercoledì, chi il giovedì, chi il venerdì…) per confrontarsi de visu e combinare l’uscita del weekend. Oggi impazza whatsapp, con i suoi gruppi, tutto è più impersonale. Un po’ di tempo fa avevo un combino con (presunti) amici per una semplicissima scialpinistica. Mi trovo all’appuntamento mattutino: nessuno. Passano 10 minuti, poi 15…sempre nessuno. Prendo il telefono per chiedere spiegazioni e vedo un messaggio delle 2 di notte. Siccome si era aggiunto un individuo che era in un’altra valle, alle 2 di notte hanno cambiato meta. Alle 2 di notte, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Detesto questo modello: ho spento il telefono e sono andato da solo a fare la gita originaria. Cose che non capitavano quando si combinava la sera in sede. Ciao!

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