Fiumi di Corsica

Paliri: la wilderness dietro l’angolo
(Corsica sud-orientale)
di Carlo Crovella

A fine luglio 1981, cioè la “bellezza” di quarant’anni fa, ho vissuto una delle mie più eccitanti avventure esplorative, in un contesto di completa wilderness, come diremmo oggi. Una wilderness dietro l’angolo, considerata la vicinanza geografica.

Si è trattato della risalita del Torrente Solenzara fino al Refuge de Paliri. Siamo nella zona del Col di Bavella (Corsica sud-orientale), a dimostrazione che non è necessario recarsi dall’altra parte del mondo per incontrare due fattori chiave dell’avventura: isolamento ed esplorazione.

Refuge de Paliri, in una foto abbastanza recente. Foto: sito GR20.

Merita ricordare come andarono le cose, anche se si tratta di spicciola quotidianità personale. Mio principale coéuipier di quel momento era tal Luca Maina, compagno di liceo e di mille altri momenti di vita (medesima società di canottaggio, sciate in Valsusa, escursioni/arrampicate nelle montagne piemontesi, recite di teatro d’avanguardia, partecipazione ad accesi dibattiti politici ecc ecc ecc). I lettori del GognaBlog lo hanno già conosciuto nel resoconto della discesa delle Gole di Gorropu in Sardegna (https://gognablog.sherpa-gate.com/discesa-integrale-delle-gole-di-gorropu/), un’altra avventura che ha molto in comune con questa, ma che è stata realizzata nel 1991, ovvero dieci anni dopo la vacanza in Corsica.

Luca ed io facevamo parte della stessa combriccola di amici, ci siamo mossi quasi sempre in gruppo (più o meno numeroso), ma in alcune occasioni abbiamo organizzato, noi due soli, delle “uscite” mirate a obiettivi per precisi.

A fine luglio del 1981 (entrambi ventenni) combinammo una “spedizione” in Corsica in perfetto stile globetrotter: appuntamento alla stazione di Porta Nuova (raggiunta ciascuno a piedi da casa propria), treno per La Spezia, traghetto (passaggio ponte) per Bastia e poi completo giro dell’isola contando solo su mezzi pubblici, autostop o… pedibus calcantibus.

Zaino in spalle con tutto il carico per due settimane: tenda, sacco a pelo, materassino, pila, Camping Gaz, borraccia, spazzolino da denti, un minimo di abbigliamento e viveri base (cioè scatolette) da integrare con (rari) alimenti freschi presi in loco. L’idea era di vivere giorno per giorno, dormendo à la belle étoile o in tenda “alla selvaggia” (non certo nei campeggi organizzati).

Les Aiguilles de Ferriate dal Torrente Solenzara, luglio 1981. Foto: Arch. Carlo Crovella.

L’obiettivo di massima era quello di spostarsi quotidianamente per compiere l’intero giro dell’isola. Potevamo accelerare o rallentare il ritmo, sapendo però che dovevamo rientrare a Bastia per una data ben precisa, in quanto avevamo il biglietto prenotato per il traghetto di ritorno (sempre su La Spezia).

Il giorno prima di partire, mi arrivò a casa il numero fresco fresco della Rivista della Montagna (luglio 1981), con un ampio articolo incentrato sulla zona di Bavella, nella Corsica sud-orientale. In particolare c’era la relazione di una risalita esplorativa di un torrente, risalita che (immagino l’estate precedente) era stata realizzata da un gruppo di torinesi, di cui conoscevo la più parte anche perché ruotavano attorno a Enrico Camanni, allora “giovane” redattore di RdM, anche se alpinista già noto nell’ambiente.

Si trattava della risalita del Torrente Solenzara con l’obiettivo di raggiungere il Refuge de Paliri, situato proprio sullo spartiacque principale e importante posto tappa della traversata escursionistica nota come GR20. Dal nome del rifugio, quella per noi due diventò l’avventura del Paliri. Il luogo si rivelerà ancora più magico del previsto.

Dunque, avevo lo zaino pronto in camera e, poco prima di prendere il treno, mi precipitai in copisteria per fotocopiare l’articolo. Al tempo non si disponeva di device personali: i pc in casa erano ben là da venire e così le stampanti/fotocopiatrici.

Scalpitante d’entusiasmo, in treno feci leggere a Luca l’articolo e decidemmo di cogliere al volo il “suggerimento” degli amici. Sbarcati a Bastia, con la corriera raggiungemmo il paese costiero di Solenzara, dove ci accampammo sulla spiaggia fuori dal paese. Lì si era formata una piccola comunità che viveva in stile hippy, piuttosto friendly ed anticonformista, per cui il nostro soggiorno si prolungò un po’ più del previsto, perché ci facemmo rapire dalle mollezze di un contesto inusuale per noi, rigidi sabaudi.

La spiaggia di Solenzara. Foto: www.iha.it.

Ma ben presto riemerse il nostro stoico “senso del dovere” e, all’urlo “Paliri! Paliri!”, di prima mattina imboccammo con veemenza la strada asfaltata che dal mare sale verso il Col di Bavella. Pensavamo di mangiarci in un boccone i molti chilometri davanti a noi, ma dopo tre km eravamo stesi al suolo, sfiancati dal caldo asfissiante, oltre che dallo zaino pesantissimo. Per fortuna un pietoso automobilista locale, sopraggiunto nel frattempo, si impietosì a vedere questi due zombie stesi a lato della strada e ci offrì un passaggio sul suo pick up: in breve raggiungemmo il punto dove occorre abbandonare la strada asfaltata.

Parte bassa del Torrente Solenzara, luglio 1981. Foto: Arch. Carlo Crovella.

Affrontammo così il torrente. Chiamarlo “fiume” è troppo, ma “torrente” è un po’ poco, almeno nella parte iniziale: ampie e frequenti pozze di acqua verde-azzurra, spesso delimitate sui bordi da lastre di granito chiaro ed assolate. E’ un cliché tipico dei fiumi/torrenti della Corsica: splendidi bagni in vere e proprie piscine naturali.

Tipica piscina naturale della Corisca: bagni senza limiti. Foto: www.iha.it.

Scoprimmo ben presto che avevamo fatto benissimo a raccogliere l’astuto suggerimento dell’articolo, quello cioè di indossare pantaloni lunghi, cercando anche di tenere le braccia coperte: il maquis corso (la macchia mediterranea) è micidiale, le rive ne sono infestate, i rovi hanno rami robusti, con spine davvero agguerrite e spietate. In certi punti occorrerebbe aprirsi la strada col machete: bisogna invece cavarsela con ampi giri che prima si allontanano del corso d’acqua e poi gli si ravvicinano.

La wilderness è però assicurata al 100%: non incontrammo esseri umani per due giorni pieni, dall’autista che ci diede il passaggio fino agli escursionisti del Paliri.

Lungo il torrente seguimmo la relazione (perfetta!) riportata su RdM e raggiungemmo nel tardo pomeriggio la descritta balconata dove cenare e bivaccare. Nessun essere umano in giro, solo una notte incombente e piuttosto fredda fra pareti ertissime, boscaglia fitta e costante rumore dell’acqua sottostante.

Al mattino, nel dormiveglia del primo chiarore, lo sguardo mi cadde sul sacco a pelo di Luca. Qualcosa non mi tornava: c’era una macchia nera, grossa come una noce. Ma la macchia si muoveva, saliva verso il viso dell’amico. Urlai, lui si scosse e il ragno venne prontamente scacciato. Io ero senza occhiali e quindi ricordo vagamente solo un grosso ragno nero. Luca mi disse che, a suo giudizio, si trattava di una temibile vedova nera… Bah, chissà, forse l’episodio fu tramandato ai posteri con toni eccessivi, come nell’epopea omerica. In ogni caso, una bella avventura: eravamo completamente isolati e senza possibilità di comunicazione alcuna (i cellulari non si immaginava neppure cosa fossero…), per cui un morso velenoso sarebbe stato un problema non da poco.

Torrente Solenzara: “magica” wilderness, luglio 1981. Foto: Carlo Arch. Crovella.

Il secondo giorno la salita si rivelò sempre più complessa e faticosa: ricordo ai lettori che noi avevamo sulle spalle l’intero zaino per due settimane. Salendo di quota il torrente si riduce di portata e spesso scompare, in compenso il maquis è sempre più fitto e intricato e le rocce diventano a volte quasi verticali, con qualche arrampicatina sul bordo delle varie cascatelle. Nessuna difficoltà particolare, ma scivolare in queste risalite avrebbe comportato il rischio di finire a bagno con lo zainone sulle spalle, magari in pozze profonde dove non si toccava con i piedi…

Parte alta del percorso: tipica cascatella del Solenzara, luglio 1981. Foto: Arch. Carlo Crovella.

Ad un certo punto iniziai ad essere preso dall’ansia: temevo di non uscire in cresta ancora con la luce. Non stavamo rischiando chissà che, però eravamo stanchissimi e decisamente a corto di vivere e di acqua, un altro bivacco non sarebbe stato comodo e neppure privo di apprensione.

Ma, improvvisamente, eccoci sullo spartiacque, sotto i nostri piedi anziché altro terreno in salita, si presentava un’ampia vallata degradante in un bosco fittissimo. Il senso di orientamento ci fece scegliere la direzione corretta: svoltammo alla nostra destra. Restava però un po’ di timore, per la notte incombente: sarebbe stato il colmo bivaccare sul crinale!

Poco dopo mi imbattei in un segno bianco e rosso: eravamo sul GR20! Mai segnale antropico scatenò in me maggior felicità. Pensare che, oggi, mi batto per una montagna meno antropizzata, senza tacche di vernice e indicazioni varie. Però è vero che allora c’erano pochi segni umani rispetto alla proliferazione indiscriminata di oggi, quindi quei pochi servivano davvero. I tanti segnali di oggi spesso sono superflui e costituiscono solo una forma di inquinamento dell’ambiente incontaminato.

Refuge de Paliri, in una foto abbastanza recente. Foto: www.gadan.it.

Giungemmo al rifugio del Paliri proprio con l’ultimissima luce. Il rifugio è graziosissimo, ma quella sera era pieno zeppo di escursionisti: è un posto tappa del GR20 e quelli erano gli anni in cui la traversata stava diventando famosa, cioè molto frequentata. Mangiammo pigiati nella sala-cucina, attirati lì più che altro dal calore (fuori, col buio, la temperatura cala sensibilmente anche in piena estate, si è oltre i 1000 m). Per dormire Luca trovò un posto ancora libero nel piccolo dormitorio, infilandosi di taglio fra altri escursionisti, mentre io preferii la solitudine del tavolo in legno della sala. Potenza dei vent’anni: se dormissi oggi su un tavolaccio così duro, mi sveglierei come uno sacco di patate preso a calci per tutta la notte.

La mattina successiva indugiammo più del solito nel fare colazione. Col senno di poi interpreto la nostra inusuale inerzia come desiderio di rinviare il più possibile l’abbandono di quel luogo, un vero paradiso: il Paliri.

“Ambiente Paliri”. Foto: www.gadan.it.

Ad un certo punto non era più possibile trovare altre scuse per ritardare ancora la partenza e così imboccammo il sentiero che conduce verso il Colle di Bavella, nel cui spazio camping fra gli abeti sperimentammo che là si crea una piccola comunità di climber, dai connotati molto caratteristici. In epoca successiva tornerò a Bavella per realizzare qualche arrampicata ed anche vere e proprie discese di canyoning. Infatti Bavella è un luogo magico, specie per le opportunità che offre, ma (rispetto al Paliri) è già molto più caratterizzato dalla presenza umana, anche se la permanenza al Colle è un’esperienza da non perdere: si è letteralmente circondati da una selva di guglie granitiche, tutte da arrampicare.

Le guglie che circondano il Colle di Bavella: sconfinato terreno d’arrampicata. Foto: www.gadan.it.

Tuttavia il mondo del Paliri, che dista un’ora e mezza a piedi dal Colle, è un anfratto a se stante, specie se si esce dal sentierone del GR20: è wilderness pura, è un contesto ancora più selvaggio del già attraente mondo di Bavella.

“Ambiente Paliri”. Foto: www.gadan.it.

Tornando al luglio del 1981, non disponevamo di materiale da arrampicata né della voglia di cercare grane aggiuntive e, anzi, di grane logistiche ne avevamo già per conto nostro: dovevamo trovare il modo di raggiungere la costa occidentale dell’isola. Scendemmo verso Zonza e Propriano, mescolammo i tratti pedestri con auspicati passaggi in auto. Un paio di questi passaggi risultarono così caratteristici che me li ricordo ancora con assoluta precisione.

Dapprima una R4 (auto tipica del periodo, col noto cambio vicino al volante), guidata da due forestali autoctoni, molto “rustici”, che puntavano a farsi belli con noi cercando di parlare italiano. In realtà veniva fuori un linguaggio artigianale, perché mescolavano termini francesi ed altri tratti dal loro dialetto, che ha una base comune con il genovese (almeno nei suoni). Uno dei due, volendo fumare (ovviamente una Gouloises!), prese dalla tasca la scatoletta dei fiammiferi e, sbatacchiandola vicino all’orecchio, mi disse “La buatta degli allumetti”, evidente italianizzazione de “la bôite des allumetes”.

Caratteristico esemplare di Renault R4

Successivamente per un lungo tratto fummo invece accompagnati da un ragazzo corso, più o meno nostro coetaneo, che frequentava l’università a Marsiglia, ma era tornato sull’isola per i mesi estivi. Costui guidava una Citroën Mehari, altro must (specie estivo) dell’epoca: Luca si sedette al suo fianco, io mi accomodai (insieme agli zaini) sul cassone posteriore, senza telone, tenendomi avvinghiato con le mani sul bordo, in particolare nelle curve prese a tutta velocità.

La mitica Citroen Mehari, dei tempi più scanzonati.

Fu una discesa terrificante: il nostro eroe guidava come un pazzo, scendendo a perdicollo lungo una delle tante strade corse, tortuose e piene di curve cieche. Uscendo a tutto gas da una di queste, ci trovammo di fronte un’altra auto: il nostro guidatore sbandò verso destra (cioè verso il bordo del precipizio) e la ruota posteriore andò a sbattere contro un grosso paracarro, che mantenne l’auto in strada, evitandoci di ruzzolare già nel burrone. Più che un paracarro si trattava di un pietrone, dipinto di bianco e col cappuccio nero per camuffarlo a mo’ di paracarro: evidentemente era stato messo proprio lì dopo che, in passato, si erano verificati diversi incidenti. Chi conosce le strade interne della Corsica sa che spesso, laggiù nei burroni, si intravedono delle carcasse di auto: vengono abbandonate perché è antieconomico recuperarle.

Insomma fu più pericoloso scendere da Bavella al mare che salire lungo il torrente stando completamente isolati per due giorni! Giunti sullo spiaggione di Propriano, ci inginocchiammo a baciare la sabbia e ci godemmo il tramonto del sole che si immerge letteralmente nel mare.

Tramonto sulla spiaggia di Propriano. Foto: www.robertobiffi.com.

La vacanza si completò a meraviglia: sempre con lo stesso stile improvvisato risalimmo la costa occidentale e prendemmo in ultimo il mitico trenino corso per tornare a Bastia. Traghetto, treno ed tornammo così a Torino, “stanchi ma felici” (come si scriveva nei temi da bambini).

Pur ritornando in zona numerose volte negli anni successivi, è da un bel po’ che non mi è più capitato di mettere piede nella zona del Paliri, ma spero che il Paliri non sia cambiato, almeno non radicalmente. Mi raccontano di un rifugio sempre affollato nel periodo estivo, ma il grosso degli escursionisti scorre lungo il GR20. Non credo proprio che il circo sommitale del torrente Solenzara abbia registrato molti passaggi. Questo vallone è la classica dimostrazione che per incontrare la wilderness non è necessario recarsi dall’altra parte del mondo.

Per affrontare questa wildernes dietro l’angolo non servono materiali ipertecnologici né allenamenti mostruosi. Noi avevamo solo tanta voglia e ci cacciammo nel torrente con le scarpe da ginnastica, una salopette di jeans, un berretto per il sole, zainone e, in mano, un (pesante) sacchetto del supermercato con i viveri di scorta! Certo, c’era l’entusiasmo dei vent’anni e questo non sempre lo si ritrova in epoca successiva…

Carlo Crovella durante la risalita del Torrente Solenzara, luglio 1981. Foto: Arch. Carlo Crovella.

Per vivere davvero lo spirito della wilderness è fondamentale l’isolamento, fattore che sicuramente caratterizza la risalita del Solenzara. Ricordo ancora ai lettori che per due giorni completi non incontrammo essere umani: solo torrente, fitto maquis e incombenti pareti di granito rosato.

Non sono geloso di questi piccoli tesori e anzi mi fa piacere descriverli pubblicamente per stimolare futuri ripetitori così come, quarant’anni fa, l’articolo di Camanni & C fu un importante suggerimento per me e Luca. L’importante è che chi si inoltra in questi luoghi selvaggi li conservi sempre integri come li ha creati la Natura. Saremo capaci? Questa è la vera sfida.

Bavella, fantasia di granito
(risalire un fiume in Corsica: un’avventura alla portata di tutti)
di Enrico Camanni e Carlo Valente
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 45, luglio 1981)

A qualcuno forse l’idea di risalire un fiume in Corsica potrà sembrare strana; certamente non a chi in Corsica è già stato e quindi sa che una delle maggiori peculiarità e attrattive dell’isola è data proprio dai fiumi con le loro pozze verdissime, in cui è possibile fare dei bagni fantastici. Se dunque i fiumi corsi sono tanto allettanti, perché non sceglierne uno e provare a seguirlo fino alla sorgente? Così è nata la nostra idea di risalire la Solenzara nella zona di Bavella. Quello che abbiamo vissuto in quei due giorni lungo il torrente è andato ben al di là delle nostre stesse previsioni: il rapporto sicuramente più intenso e completo con la natura che avessimo mai sperimentato. Credo che quasi tutti i visitatori della costa sud-orientale della Corsica conoscano la Solenzara per il fatto che nel suo decorso inferiore essa è affiancata per un buon tratto (circa 10 km) da una delle strade più spettacolari e frequentate dell’isola: quella che dal centro marino di Solenzara porta al Colle di Bavella. Pochissimi però conoscono il decorso superiore del torrente, dato che la strada se ne discosta ampiamente per portarsi alla Bocca di Larone e quindi al Colle di Bavella. La parte alta della Solenzara attraversa quindi una regione isolatissima, completamente priva di sentieri tanto che per percorrerla l’unico modo è appunto quello di risalire il torrente stesso o qualcuno dei suoi affluenti. Significativo a questo riguardo è il fatto che nel corso della nostra piccola «spedizione» siamo rimasti 29 ore senza vedere anima viva e quasi 24 senza notare traccia di precedenti passaggi di persone (orme, rifiuti, ecc.). Credo che la passione per l’esplorazione, per lo sconosciuto, sia qualcosa di innato nell’uomo, ma per noi che viviamo in un mondo in cui tutto è calcolato, programmato, computerizzato, il piacere di poter scegliere, inventare sia pure solo un itinerario o una via senza uscire dal nostro continente, sia qualcosa di veramente eccezionale. Ed è proprio questo qualcosa che si può trovare risalendo la Solenzara o compiendo l’ascensione della Punta Tafonata del Paliri, ma non lungo il pur bellissimo GR 20 delle montagne corse.

Sulla Bocca di Larone con lo sfondo delle Aiguilles de Ferriate. Foto: G. Calieri.

Il bacino alto della Solenzara. ricoperto per gran parte dalla foresta di Sambucu, è delimitato a nord-ovest dalle bizzarre pareti delle Aiguilles de Ferriate e della Punta Tafonata del Paliri, e costituisce l’importante riserva di caccia di Bavella. In questa regione infatti vivono numerosissimi mufloni (noi stessi abbiamo visto uno splendido maschio mentre si abbeverava in una pozza) e nidificano vari uccelli rapaci (poiane, bianconi, corvi imperiali) e altri.

L’itinerario da noi percorso, che attraversa la zona da nord-est a sud-ovest, non è certamente l’unico possibile, ma è probabilmente il più completo e spettacolare, in quanto si mantiene sempre a ridosso delle cime più elevate. In ogni caso, nella scelta dell’itinerario si tenga presente che è consigliabile abbandonare il letto, seppur stretto, del torrente per addentrarsi nella macchia.

Nella parte più alta del percorso la vegetazione è molto fitta e si apre di tanto in tanto lungo il torrente, lasciando vedere le guglie che si alzano direttamente dal bosco. Foto: G. Calieri.

Per dare un’idea precisa della regione è forse meglio considerare tre fasce, anche se in realtà queste si succedono senza soluzione di continuità. La prima zona, che giunge all’incirca fino alla quota 247 m, è costituita da rilievi ancora abbastanza dolci ricoperti da boschi di pino marittimo; le montagne più elevate con le loro pareti granitiche appaiono solo in lontananza. Il letto del torrente ha una larghezza che varia dai 5 ai 10-12 m ed è costituito prevalentemente da grossi massi arrotondati sui quali si procede con relativa facilità; numerose sono le pozze più o meno grandi e profonde, comunque sempre limpidissime e molto attraenti. E’ questa l’unica zona in cui si trovano ancora tracce di passaggio umano.

La seconda fascia è compresa pressappoco tra la quota 247 m e la quota 600 m circa, dove la Solenzara, ridotta a piccolo torrente, comincia a tratti a scomparire tra le rocce. La vegetazione è costituita prevalentemente dall’intricata macchia mediterranea, sempre però ricca di pini marittimi; il torrente ha un decorso estremamente irregolare, interrotto spesso da salti di roccia che formano delle bellissime cascate ma che obbligano l’escursionista-esploratore a lunghi e faticosi aggiramenti nella macchia o a brevi e divertenti arrampicate. E’ questa forse la parte più interessante dell’itinerario: la Solenzara infatti forma in questo tratto le pozze più spettacolari: piccoli specchi d’acqua verdissimi, circondati da un mare di vegetazione su cui incombono le fantasmagoriche pareti delle Aiguilles de Ferriate e in cui precipitano allegre cascatelle. A tratti si ha veramente l’impressione, per l’aspetto selvaggio dei luoghi, di trovarsi in una foresta equatoriale: è proprio in questa regione disabitata che è più facile vedere il muflone.

Fino a quota 350 m circa, l’acqua del torrente è alla temperatura ideale per un bagno rinfrescante e per qualche tuffo nelle frequenti pozze scavate nella roccia. Foto: G. Calieri.

La terza e ultima fascia si estende all’incirca da quota 600 m fino all’incontro con il GR 20, a quota 950 m, al di sotto dell’incombente parete della Tour de Paliri. E’ questo il tratto più faticoso della salita, anche se non meno interessante dei precedenti. La Solenzara è ridotta a piccolo ruscello il cui letto, sempre più esile e spesso secco, è intagliato tra ripide pareti granitiche, picchi e massi giganteschi. Il progredire su questo terreno è piuttosto difficile, in quanto il letto del ruscello è spesso sbarrato da paretine o agglomerati di massi levigati dall’acqua. Anche la scelta dell’itinerario è complessa perché non sempre è agevole capire quale diramazione sia la più importante. Nell’ultima parte si ricominciano a notare segni della presenza umana e questo indica che ormai si è molto vicini al GR 20.

Nella parte inferiore del suo corso, il torrente è piuttosto piatto e si apre la strada su scivoli di roccia, fra massi arrotondati. Foto: G. Calieri.

Alcuni consigli pratici
Sono indispensabili scarpe da ginnastica, calze, cibo per due giorni, saccopiuma ed eventualmente materassino per la notte. E’ consigliabile poi portarsi dietro un paio di pantaloni lunghi e una maglietta con le maniche lunghe per i percorsi nella macchia; eventualmente una corda per assicurarsi. Utili sono pure bussola e altimetro; per quel che riguarda la cartografia è sufficiente la carta IGN 1:100.000 n. 74 (Corse Sud) ma è consigliabile l’uso delle carte 1:25.000 dell’IGN, anche se forse questo sminuisce un po’ l’aspetto più tipicamente esplorativo-avventuroso di quest’esperienza. L’itinerario è percorribile da chiunque abbia voglia di camminare, sia in grado di superare difficoltà di II grado su roccia e sia in possesso di un minimo senso d’orientamento. Si tenga presente che l’automobile viene lasciata a circa 18 km dal luogo d’arrivo (il Colle di Bavella), per cui ci si regoli di conseguenza. La statale 268 è comunque piuttosto frequentata e non è difficile venire caricati da un’auto di passaggio; inoltre in estate vi è anche un servizio di autopullman, ma molto raro.

Les Aiguilles de Ferriate dalla Punta Tafonata del Paliri. Foto: Enrico Camanni (da RdM).

L’itinerario
1° giorno. Si lascia l’automobile in un grande piazzale raggiungibile con una strada sterrata di un centinaio di metri; tale deviazione è situata, per chi giunge dalla costa, 1 km circa dopo il ponte sulla Solenzara e, per chi giunge da Bavella, nel punto in cui la strada si affianca al fiume. Si procede saltando di masso in masso lungo l’ampio letto del torrente in direzione sud-ovest. Dopo circa 40’ la Solenzara compie una brusca curva a sinistra (sud-est) e successivamente un’altra a destra che permette di riprendere il cammino in direzione sud-ovest. Tutta questa parte del percorso è ricca di limpidissime e calde pozze in cui è giusto preventivare almeno un bagno ristoratore. In 3 ore circa si giunge alla quota 197 m dove si trova la prima grossa biforcazione: da destra si stacca il Ruisseau de San Petru (piccola pozza con cascatelle) che dovrebbe permettere di raggiungere la statale 268 tra la Bocca di Larone e il Colle di Bavella. Si prosegue lungo il torrente visibilmente più stretto, mentre il paesaggio si fa sempre più aspro e selvaggio. Si giunge così in un’ora e mezza o due alla quota 247 m dove si lascia sulla sinistra (sud-sud-est) un’ampia valle per seguire il torrente che scende serpeggiando tra le rocce da una valletta più stretta sulla destra (sud-ovest). Qui il paesaggio si fa decisamente più aspro e il torrentello supera rumoreggiando alcuni salti di roccia che richiedono qualche attenzione (passaggi di I e II grado). Dopo circa mezz’ora di marcia faticosa ma divertente si arriva ad una pozza bellissima, chiusa lateralmente da pareti piuttosto alte. Si sale sulla sinistra nella macchia tra salti di roccia biancastra, sino ad arrivare a una specie di balconata che domina la vallata. Qui, nel corso della nostra mini-spedizione, ci siamo fermati a bivaccare (tempo totale 5-5.30 ore).

Nei dintorni del Colle di Bavella sono molteplici le possibilità escursionistiche, qui in un classico look anni ’70-’80. Foto: Giorgio Daidola (da RdM).

2° giorno. E’ consigliabile partire di buon’ora, un po’ per evitare il caldo (a questa altitudine l’acqua della Solenzara è piuttosto fredda per farci il bagno), un po’ per la lunghezza del percorso ancora da compiere. Dalla balconata si prosegue in piano per un centinaio di metri nella macchia; appena possibile è conveniente scendere per ritornare sul torrente. Segue un tratto in cui la Solenzara è sommersa dalla vegetazione e riporta alla mente le immagini viste al cinema dei film sulla giungla. In poco più di un’ora si giunge ad una pozza splendida, dominata da un salto di roccia rossastra su cui l’acqua forma una cascatella. Il salto si supera sulla destra con facile arrampicata, quindi il fiume piega un po’ a sinistra e si porta a ridosso delle bastionate rocciose che costituiscono le pendici delle Aiguilles de Ferriate. Il paesaggio si fa ancora più aspro e procedere diventa sempre più faticoso: è un continuo superare massi incastrati, aggirare alberi caduti, scalare paretine. Ancora una biforcazione importante sopra ad una pozza (forse l’ultima): prendere a sinistra tra massi enormi. Da questo punto il torrente ogni tanto scompare per ricomparire qualche centinaio di metri più in alto. Si lascia a sinistra un immenso torrione e si arriva a un punto in cui il cammino è sbarrato da una paretina di una decina di metri, mentre sulla destra si addentra tra le rocce il letto secco di un ruscelletto: proseguire direttamente per la paretina (II grado) in direzione della sempre più evidente Tour de Paliri, caratterizzata da una strapiombante parete di granito di 150 metri di altezza. Bisogna ricordarsi di prendere acqua in una delle ultime polle perché non se ne incontra più fino alle Bergeries de Paliri. Nell’ultimo tratto la valletta diventa più ampia, ricompare il bosco di pini marittimi accompagnato da un fitto sottobosco di felci. Quando il letto del ruscello diventa praticamente piano, è sufficiente spostarsi di pochi metri a sinistra per incontrare il GR 20 (5 ore). Facendo attenzione a seguire sempre i segni bianchi e rossi (lasciare quasi subito un grosso sentiero sulla sinistra), si giunge in circa mezz’ora alle Bergeries de Paliri, dominate dalla Punta Tafonata de Paliri, dove è possibile rinfrescarsi a una sorgente. Di qui in un’ora e mezza, sempre lungo il GR 20, attraverso il Col de Finosa si giunge a Bavella (tempo totale 7-8 ore).

9
Fiumi di Corsica ultima modifica: 2021-06-09T05:24:00+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Fiumi di Corsica”

  1. 7

    Bavella e dintorni sono probabilmente uno dei posti più belli del pianeta! 
    Ho demolito pochi anni fa una Mehari del 1970, arancione come quella della foto, poi dipinta di verde scuro a pennello da mio padre, con la vernice avanzata dalla otturazione delle persiane di casa. Non voleva si recasse  così ci ha dipinto la macchina. 
    Una curiosità: ma il più vicino dei due tuffatori che panciata ha dato nell’acqua?

  2. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    “Ma tutti quei giorni e quelle salite finiranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.”
    … … …
    Che posso dirvi a consolazione? Nulla. Questa è la vita…

  3. 5
    Carlo Crovella says:

    Nel mio caso, il pieno coinvolgimento organizzativo fin da giovanissimo nelle attività del CAI è stato indiscutibilmente propedeutico anche per ottimizzare le mie uscite private. Imparare a muovere 200 persone (tali erano allora le uscite della ns Scuola) su terreno innevato, quindi potenzialmente pericoloso ad ogni metro, ha permesso la costituzione di una particolare forma mentis che in me ha favorito anche un’intensa attività personale. E’ stato fenomeno comune a tutti noi di quel giro e ai tanti altri coinvolti in analoghe esperienze. Organizzare un’uscita per due, come questa, era una bazzecola rispetto alle problematiche delle uscite istituzionali. Mi considero molto fortunato perché ho potuto provare entrambe le esperienze e la mia visione della montagna ne è uscita molto rafforzata. Le due facce dell’attività, quella del CAI  e quella privata, si sono sviluppate in modo costantemente parallelo e complementare. Era un continuo dai-e-vai fra le due attività, ma se proprio devo mettere i puntini sulle “i”, riconosco che è stata l’attività istituzionale (quella nel CAI) a irrobustirmi e quindi ad aprirmi verso nuove esperienze personali (come questa del Paliri) che, forse, formandomi esclusivamente da solo non avrei neppure preso in considerazione di affrontare.  Ecco perché sono così affezionato e riconoscente verso l’ambiente del CAI Torino. In ogni caso, questo “dai-e-vai” ha determinato una particolare sinergia di cui apprezzo ancora oggi i risvolti positivi. Se vago ancora per creste e valloni sperduti, dopo tutti questi decenni, lo devo alla particolare formazione dei miei anni giovanili.

  4. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Ebbene, Carlo, pure io sono iscritto al CAI. Però non ti rivelo da quale anno, manco sotto tortura… Sono stato istruttore in non so piú quanti corsi di alpinismo.
     
    Ma quando ripenso agli anni in cui lo spirito e il corpo vagavano liberi e selvaggi per le Alpi, mi viene come un groppo in gola.
    Che sia raucedine? 
     

  5. 3
    Carlo Crovella says:

    A essere precisini, sono stato iscritto al CAI da mio padre nel 1969: avevo 8 anni. Nell’81, a 20 anni, da molto tempo ero già attivamente coinvolto nella Scuola di scialpinismo: se non sbaglio, ero aiuto-istruttore e quello stesso inverno o forse quello dopo sono entrato nel team di Direzione. Dimostrazione che si può facilmente essere “ministeriali” (cioè far parte attiva del CAI, anche ideologicamente) e continuare a sviluppare una propria linea di ricerca, libera e incondizionata, con avventure che lasciano il segno per tutta la vita. Ciao!

  6. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Signori, dopo “Il cielo d’Irlanda” di Fiorella Mannoia, ecco a voi i “Fiumi di Corsica” di Carlo Crovella. Stupendo il primo, e bello pure il secondo.
    … … …
    Ah, il nostro Carlone, prima di intrupparsi nelle legioni caine, era un cavaliere libero e selvaggio!

  7. 1
    giorgio pesce says:

    crovella ma quante cose hai fatto? però che varietà, non solo arrampicate, questa esperienza deve essere stata unica

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