Free solo, mito e responsabilità
(quando il rischio diventa spettacolo)
di Sara Peracchia *
Dialogo con Andrea Di Bari
C’è una differenza sostanziale tra il rischio vissuto e il rischio esibito. Tra l’esperienza intima e la performance spettacolarizzata. Da psicologa, studiosa dei processi della mente, ma anche da arrampicatrice amatoriale che riconosce il linguaggio della roccia e del corpo in parete, c’è una domanda che mi accompagna da tempo: cosa spinge una persona a scalare senza protezioni, sapendo che un solo errore può significare la fine della propria esistenza?
L’arrampicata è una pratica che mette inevitabilmente il corpo a confronto con il limite. Un infortunio vissuto arrampicando mi ha ricordato, in modo concreto, quanto sottile possa essere il confine tra padronanza e vulnerabilità quando il corpo incontra la roccia. Ogni movimento richiede attenzione, presenza, capacità di restare lucidi anche quando la paura si affaccia. Chi pratica arrampicata apprende presto che la componente mentale è parte integrante della performance quanto forza e tecnica.
Nel free solo questa dinamica si radicalizza: la caduta non rappresenta un rischio contemplato, ma un esito irreversibile. È questa radicalità a trasformare il gesto in qualcosa che interroga lo sport, ma anche la psicologia di chi lo pratica e di chi lo osserva. Letto in chiave psicologica e psicoanalitica, il free solo apre a domande più profonde sul rapporto con la paura, perfezionismo, identità, bisogno di riconoscimento e confronto con il limite estremo dell’esperienza umana.
Non si tratta solo di una particolare modalità dell’arrampicata, ma di un fenomeno umano e simbolico che racconta molto del nostro immaginario contemporaneo: il modo in cui pensiamo il rischio, il successo e la figura, sempre affascinante e ambigua, dell’uomo straordinario.
Proprio da questa doppia ottica, da psicologa e da chi, seppur da amatrice, conosce l’impresa dell’arrampicare, è nato il desiderio di interrogare più a fondo questa pratica. E cosa fare, allora, se non discuterne con qualcuno che quel confine lo ha attraversato davvero?
Per questo ho deciso di approfondire il tema con Andrea Di Bari, arrampicatore e autore de Il fuoco dell’anima, conosciuto a un evento su “Paura e Montagna” e con cui ho condiviso diverse scalate nelle falesie abruzzesi.
Andrea Di Bari è stato uno storico ex atleta professionista ed uno degli scalatori più attivi ad alti livelli negli anni Ottanta e Novanta, protagonista di alcune tra le più significative solitarie del Centro Italia di allora, in un’epoca in cui l’arrampicata sportiva era appena sbocciata e il free solo non era un prodotto da vendere, ma una pratica silenziosa, radicale, profondamente personale. In quel periodo non esistevano social network, dirette streaming o documentari globali. L’arrampicata era ancora profondamente legata alla tradizione alpinistica e il free solo, più che performance da mostrare, era spesso un gesto silenzioso, personale.
Oggi il contesto è decisamente cambiato. Il rischio può diventare spettacolo, il gesto estremo narrazione e l’individuo straordinario una figura mitica della cultura contemporanea. Ed è su questo confine sottile e profondamente problematico, che si muove questo dialogo.
L’incontro con Andrea Di Bari
Vorrei che questo incontro fosse un attraversamento lucido di un confine, quello tra gesto intimo e spettacolarizzazione, tra ricerca esistenziale e costruzione mediatica, tra libertà individuale e responsabilità. Oggi il limite tra esperienza personale e narrazione pubblica è sempre più sottile e il gesto individuale diventa contenuto, esposizione, immagine collettiva. Da questa tensione nasce la mia curiosità, comprendere cosa significhi davvero confrontarsi con una pratica così radicale, intrecciando storia dell’arrampicata, esperienza vissuta e riflessione psicologica, per restituire uno sguardo “altro” sul free solo.
Sono molto curiosa di capire cosa pensi, da scalatore di un’altra generazione, del free solo: so che lo hai praticato anche tu…
«Sì. Ho vissuto un periodo intenso di solitarie da ragazzo. Agli inizi degli anni Ottanta il contesto era radicalmente diverso. L’arrampicata era prettamente alpinismo e il free solo era spesso una modalità di allenamento, non solo un atto dimostrativo. Io ho iniziato a scalare nel 1979, non esisteva ancora l’arrampicata sportiva. A Roma il riferimento era Pierluigi Bini, che a sua volta era stato influenzato da Heinz Mariacher, che aveva visto scalare senza corda in Dolomiti, sulla Micheluzzi del Piz Ciavazes. Il luogo simbolo di quell’epoca ‘79/’82 per noi romani era la falesia del Monte Morra, oggi in disuso. Per prepararsi a vie di 800, 1000 metri, come la Nord-ovest del Civetta o la Sud della Marmolada girava voce che Bini saliva circa duemila metri di allenamento in giornata. Se ogni volta ti leghi, ti sleghi, fai sosta, recuperi il compagno, non ce la fai. Così si scalava senza corda, su vie sotto il proprio massimo livello, ovviamente. Roberto Ciato, uno dei miei più importanti compagni di cordata di allora, mi ha ricordato tempo fa che c’è stato un periodo che addirittura la lasciavamo proprio a casa».
Che tipo di allenamento era?
«Era un allenamento sul fondo. Avevamo un foglietto: per fare così tanti metri dovevamo ripetere tot volte la Zapparoli, la Gigi, la Dado e via con le crocette per tenere il conto. Salivo una via di 60 metri, scendevo slegato da un’altra di 70. Facevamo metri su metri come manovali. La pausa pranzo, poi di nuovo su e giù. Insieme a me e Ciato c’erano i fratelli Giuseppe e Roberto Barberi, Marco Forcatura, Luca Grazzini, Maurizio Tacchi, Furio Pennisi, Lorenzo Nobile e Bruno Vitale, tra quelli che ricordo. Siamo stati miracolati. A parte, purtroppo, l’incidente mortale di Beppe Albinio in Dolomiti sulla parete nord dell’Agner, insomma ci è andata super bene».
Da psicologa e da arrampicatrice non posso non pensare alla paura, una delle emozioni primarie più potenti. In free solo cosa succede a quella paura: resta, si trasforma o sparisce?
«Resta, eccome. Io la mattina mi svegliavo sapendo che potevo non tornare a casa. Lo dico adesso che ho sessantacinque anni e due figli e mi fa effetto ripensarci. Nonostante la paura avevo un impulso potente e inesorabile che mi imponeva di andare. Sapevo che durante quella giornata avrei scalato almeno cinque, sei ore e che non dovevo sbagliare proprio nulla, ma l’azione limita la paura. Quando sei lì, una volta in parete, non c’è spazio per la dispersione mentale: sei obbligato a stare nel qui e ora. Il piede va dove va messo, la mano va dove va messa. Anche se la gestione dell’emozione era improvvisata. Non sapevamo nulla di yoga, training autogeno, bioenergetica».
Poi nel tuo percorso succede qualcosa: l’incontro con una psicologa e l’inizio di un lavoro molto più strutturato su di te. Come nasce? Cosa ti ha portato lì?
«Sì. Dopo l’incontro con Marisa Orsini, psicologa e psicoterapeuta in analisi bioenergetica, che mi fece un’intervista nel 1987, pubblicata su una rivista di psicoanalisi e sport. Marisa mi chiese come gestivo la paura. Le dissi la verità: improvvisavo. Feci quindi un anno di lavoro con lei, sia di training autogeno che di bioenergetica. E lì c’è stato un prima ed un dopo. Un Andrea Di Bari prima di Marisa ed un Andrea Di Bari dopo».
Prova a tornare con la memoria a quel ragazzo romano di diciannove anni, cosa lo spingeva davvero a fare tutto questo?
«Non l’adrenalina. Io non ero drogato di adrenalina, ero drogato di perfezionismo, ma poi capii, con l’aiuto di Marisa, che tutto questo era anche un voler dire al mondo che c’ero anche io, al di là della classica patologia narcisistica da manuale e certamente, soprattutto, era anche un modo per dimostrare a me stesso di saper esorcizzare, dominare e superare il rapporto conflittuale con mio padre che è uno dei personaggi principali del mio libro. Era l’occasione che tanto avevo aspettato dalla vita per il mio riscatto esistenziale. Quando in foto, vidi per la prima volta le Alpi, seppur così distanti dalla mia città, ebbi l’illuminazione che lì sarei stato finalmente me stesso. Solo io e le montagne da scalare. Era il mio sicuro Shangri-La. La montagna, come archetipo, rappresenta l’axis mundi, un ponte verticale tra terra e cielo, un possibile strumento per innalzarmi dalla miseria di quel violento quartiere asfittico dove ero nato e sopravvissuto. La scalata simboleggia un rito di passaggio, il superamento dei limiti fisici e mentali».
In quel momento della tua vita, accanto alla ricerca personale, c’era quindi anche il tema del riconoscimento?
«Certo, c’era anche il piacere della gratificazione di tornare nel quartiere dove venivo riconosciuto finalmente diverso da tutti, quello che faceva l’alpinismo vero. Mi guardavano come un marziano, avevo solo vent’anni. Vedi… lessi una volta che lo scrittore Vincenzo Cerami, allora giovanissimo allievo di Pier Paolo Pasolini, chiese al poeta cosa si dovesse fare per essere felici nella vita: Pasolini gli rispose “basta che non fai quello che fanno tutti”. Grande insegnamento contro l’omologazione ed il conformismo».
Arriviamo a Honnold, vedendolo senza corda sul grattacielo Taipei; ma prima, tu l’hai visto?
«Mi è bastato vedere uno spezzone di pochi secondi sui social, dove lui, da una evidente comoda posizione di una più facile direttrice per la salita ad almeno 200 metri dal suolo, decide di fare un traverso orizzontale alla sua sinistra per andare ad agguantare lo spigolo del grattacielo con su una struttura di scivoloso metallo strapiombante, il tutto solo per fare più scena. Quindi, cosa vuoi che ti dica, no, no, no, mi sono rifiutato proprio… poi ero anche molto prevenuto, confesso, perché l’aver visto il film Free Solo mi aveva un tantinello irritato, con quella scalata certamente spettacolare, straordinaria ed unica al mondo, ma così sul filo del rasoio, proposta come prodotto commerciale, mi ha infastidito profondamente».
Se hai vissuto anche tu diversi free solo, che cosa distingue la tua esperienza da quella di Honnold?
«Intanto, le ho fatte da giovanissimo, da ragazzo inconsapevole. La mia ultima solitaria, quella più importante, è stata la Zarathustra e Nonna Jole sulla Prima Spalla del Corno Piccolo del Gran Sasso, fatta senza corda nell’agosto del 1985, a 24 anni. Una salita di più di 200 metri, in sequenza subito dopo un’altra della stessa lunghezza ma un po’ più facile sulla Seconda Spalla, La notte delle Streghe, quindi circa 450 metri di free solo. Descrivo accuratamente la genesi e la storia di quella scelta nel mio libro. Tecnicamente ero ben al di sopra della difficoltà massima delle vie (6a+ su roccia perfetta). Avevo anche un buon allenamento mentale per tutte le precedenti solitarie del periodo del Morra, più una alpinistica sempre al Gran Sasso sul Campanile Livia. Allora, come livello tecnico, avevo un solido 7b+ lavorato e 7a a vista, inoltre avevo salito la via con la corda la settimana precedente, quindi ero conscio che le percentuali di possibilità di caduta erano accettabili. Dieci anni dopo la rifeci per la terza volta in cordata e mi impressionò profondamente ripensare me stesso senza corda lì, con le dita protese su quei piccoli appigli, ero un uomo felicemente cambiato.
Coincidenza, proprio nello stesso anno, mese, e forse anche giorno in cui feci queste salite, Honnold nasceva, per questo motivo reputo questi eventi difficilmente comparabili. La mia esperienza può distinguersi per averla vissuta come un fatto intimo. Esistono “casualmente” due foto di me slegato sulla parete, ma non pensai minimamente di chiamare nessun fotografo, erano del mio caro amico di scalate Donatello Amore che passava casualmente su una ferrata poco distante. Non ho raccontato della salita e non vendetti l’evento a nessuna rivista, come facevo al contrario per le mie performance in gara o in falesia, essendo allora un professionista, mentre le salite di Honnold, soprattutto le due importanti che sappiamo, sono sì performance eccezionali, ma sono soprattutto eventi mediatici, commerciali per la massa, con le macchine da presa accese pronte per farci un film. Sul El Capitan, in particolare, la percentuale di possibilità di caduta erano molto alte per i fallimenti precedenti con la corda, c’era seriamente la possibilità che potesse sfracellarsi sotto gli occhi della troupe, vista la difficoltà della via e l’imponenza della parete».
Quindi, se interpreto correttamente quello che stai dicendo, il punto di maggiore criticità riguarda soprattutto la dimensione mediatica e la spettacolarizzazione del rischio?
«Dal mio punto di vista, un conto è il confronto intimo con la montagna, con il limite, con qualcosa di molto profondo dentro di te, con spirito di ricerca, come esperienza unica e irripetibile, ed altro conto è il free solo mediatico, perché quello che si evidenzia e che risalta è solo un prodotto da vendere, una storia costruita per essere esposta e consumata dal pubblico: lo vediamo tutti, è lampante. Ti racconto, anzi ti confesso una cosa, verso fine anni ‘80 ogni tanto mi chiamava Rai2 per fare degli speciali sull’arrampicata, che grazie anche alle gare era la novità che stava diventando sempre più fenomeno attrattivo a livello mediatico. La giornalista Paola Tanziani mi propose di fare una scalata insieme alla montagna spaccata di Gaeta, una stupenda, spettacolare parete di cento metri a picco sul mare da dover raggiungere in barca. L’avevo scalata molte volte, quindi mi balenò in mente di proporgli di farmela fare in free solo, per la possibilità di avere personalmente un riscontro mediatico notevole, essendo la tv di stato. Un pessimo cattivo pensiero, ne abbiamo tutti, non c’è nulla di male, ero un professionista e vivevo solo di quello, ma grazie al cielo mi vergognai subito della mal pensata ed anche del mio attacco narcisistico; mi resi conto che avrei offerto una immagine deviante della mia amata disciplina quale ritengo l’arrampicata, con rischio alto di possibili emulazioni da parte di ragazzi, capii che sarebbe stato un esempio diseducativo che non mi avrebbe fatto più dormire sereno e mi avrebbe dato problemi di autostima davanti ad uno specchio… ».
Tornando al film, tra tutte le scene, qual è stata quella che ti ha dato più fastidio?
«La scena in cui la sera prima il regista dice al suo staff con tono grave: se cade tu avvisi i parenti, tu chiami i soccorsi, tu avverti la moglie, ecc., o quando ancora il regista si gira di spalle mentre Honnold affronta il passaggio chiave perché non riesce a guardare. Il terrore di poter assistere con i propri occhi alla non impossibile tragedia di Honnold in caduta libera. Non trovi che tutto questo sia un tantinello fare ipocrita? L’agosto del 1998 vidi due ragazzi tedeschi più o meno ventenni precipitare per 300 metri dalla Cima Ovest di Lavaredo mentre stavo scalando la Comici sulla Grande, posso assicurare che fu una scena terribile che mi rimase impressa davanti agli occhi per settimane. Quindi, cosa vuoi che ti dica, ho trovato il film pessimo sotto il punto di vista dell’intenzione. Se vogliamo parlare della scalata sul Taipei 101, poi… il fatto che ci fosse la diretta di Netflix dietro… qui ancora a maggior ragione si è trattato solo di un prodotto da vendere come una lattina di birra.
In tutta onestà, a me tutto questo non piace, devo essere franco, poi ciascuno la pensasse come vuole, ci mancherebbe. Quando ho saputo della latenza di 10 secondi imposta da Netflix per poter interrompere la trasmissione in caso di caduta, ho provato una profonda tristezza. Era l’ennesima riprova del rischio trasformato in merce da vendere. Poi, come ha detto Messner, il percorso sarà stato ben al di sotto del livello massimo di Alex, ma questo non elimina l’imprevedibilità del corpo. Anche quando sei tecnicamente preparato puoi lussarti una spalla, stirarti un tendine, avere un problema improvviso. E’ successo a me ed a numerosi altri miei compagni durante una salita. C’è anche chi afferma che Honnold è libero di fare quello che gli pare, non sono per nulla d’accordo… Ha due figli, la più grande di tre anni, non può fare quello che gli pare. Parlo da padre, non puoi fare quello che ti pare se metti al mondo due creature che dipendono da te».
Tutta questa esperienza ci porta dritti al tema della responsabilità morale. In che modo te ne sei sentito coinvolto?
«Ne sono coinvolto perché dopo circa 47 anni di arrampicata sono sempre più convinto che l’arrampicata possa e debba anche essere vissuta come uno straordinario strumento di evoluzione interiore, mentre a causa dei moderni mezzi mediatici, purtroppo, viviamo immersi in una diseducativa cultura narcisista manipolatoria che ha bisogno dell’uomo straordinario da mettere in vendita, un po’ come una merce da scaffale. I veri uomini straordinari positivi sono quelli che hanno dimostrato con l’esempio della propria vita etica, sensibilità, nuove prospettive filosofiche, valori universali. Dobbiamo fare molta attenzione all’eterna fascinazione/trappola del mito. Ci sono stati ragazzi che, dopo aver visto video di free solo, sono andati a scalare senza corda, ne ho conosciuti un paio. L’emulazione esiste, c’è poco da fare e purtroppo esiste anche una casistica di incidenti mortali a seguito di questa pratica. Ci sono nomi e cognomi».
A questo punto, mi viene da chiederti se e quanto è pericoloso il mito di Honnold?
«Fai questa domanda a me, che in realtà è una domanda che farei io a te. È pericoloso se diventa un modello. Perché non tutti hanno gli strumenti per distinguere. Perché non tutti hanno la stessa risposta neurofisiologica alla paura. Sembra che lui abbia un’amigdala che risponde meno. In cima alla Zarathustra mi sono sdraiato al sole riflettendo intensamente su quello che avevo appena vissuto. Mi dissi “adesso mi godo questo presente”, analizzando la salita appena vissuta ho realizzato di averla fatta senza problemi, con buon margine, godendomela in alcuni tratti e capii che avrei potuto farne di più difficili, ma mi son subito detto “ok, ok, mi son tolto la soddisfazione di poter aver vissuto l’unicità di questa esperienza, ma adesso basta così, la vita deve andare avanti…” Capii, insomma che il meglio della mia vita doveva ancora arrivare. E così è stato. La mia compagna di vita, i figli, la vita da vivere intensamente, tante esperienze, incontri con uomini e donne eccezionali che hanno ampliato l’orizzonte riflessivo e concreto della mia vita. Tutto questo, credimi, vale infinitamente molto di più di qualche emozionante free solo, che non rifarei mai e poi mai se potessi per magia tornare indietro nel tempo con la consapevolezza attuale. Se oggi ripenso a quella solitaria, non provo orgoglio. Fu certamente una giornata particolare, emozionante ma che rivedo con un certo straniamento, consapevole soprattutto della buona sorte di essere sopravvissuto, il che non è poco».
Se dovessi descrivere in una frase il segreto della sopravvivenza di Honnold, pensando anche un po’ sulla tua sopravvivenza?
«Il segreto della sopravvivenza di Honnold? Non saprei dirti, dovresti chiederlo a lui, immagino avrà una cura minuziosa dei suoi progetti ed una vita sana, se vuole sopravvivere a se stesso: credo che ad un certo punto uno dovrà fermarsi, no?
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Ed è forse qui il nodo centrale. Quando il rischio smette di essere un passaggio e diventa un’identità, qualcosa si blocca. Il mito affascina, ma non salva. La vita ancora da vivere, invece, sì. L’intervista non si chiude con una sentenza, ma con una domanda che resta sospesa: Cosa stiamo davvero cercando, quando “abbiamo bisogno” di guardare qualcuno rischiare la vita al posto nostro?
Forse, come suggerisce Andrea, la risposta non è sulla parete, ma nello sguardo di chi scruta in se stesso. Non cerchiamo il gesto in sé, ma ciò che quel gesto risveglia dentro di noi: la nostra paura della fragilità, il desiderio di superare i limiti, la necessità di confrontarci con ciò che ci mette a nudo. Guardare l’altro rischiare ci offre uno specchio: ci dovrebbe obbligare a chiederci chi siamo, cosa temiamo e cosa desideriamo veramente. In questo senso, l’esperienza estrema altrui non dovrebbe essere un evento mediatico da consumare, ma uno stimolo per esplorare la nostra psiche e il nostro rapporto con il rischio, la responsabilità della vita che ci resta da vivere.
Sara Peracchia * è psicologa dell’adulto e dell’età evolutiva. Si occupa di psicologia del trauma e regolazione emotiva, con particolare attenzione alla mente in situazioni di stress e di limite. I suoi interessi di ricerca includono il rapporto tra esperienza corporea, gestione della paura e comportamento umano in condizioni di rischio. Accanto all’attività clinica coltiva un interesse per i contesti in cui mente, corpo e limite si incontrano. Arrampicatrice e speleologa amatoriale, osserva il mondo come spazio simbolico in cui si intrecciano esperienza individuale, immaginario culturale e rappresentazioni contemporanee del rischio.
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Concordo e sottolineo totalmente quello che ha scritto Enri. Il sorriso e la spontaneità del ragazzo di un tempo sono scomparsi travolti da una valanga di dollari.
Di Andrea Di Bari io ricordo una foto mentre di mano destra si lancia verso un piatto su una via chiamata “il morbo di Ciato”. Andrea, correggimi se la mia memoria sbaglia. Perché dico questo? Per contestualizzare. Le solitarie nate allora hanno meno se non poco o nulla a che spartire con quelle odierne. Io ho ancora in mente Giovanni Giovannino Massari su Schifinix, Finale ligure, via che avrò’ salito almeno 50 volte ed ogni volta l’ho salita pensando a Massari, che l’aveva salita slegato. Oggi Honnold sale il grattacielo di Taipei per 500 mila dollari e in diretta, un paio di commenti: poteva farsi furbo e chiedere 5 milioni di euro? Glieli avrebbero dati certamente. Poteva evitare e rimanere “solo” colui che ha salito Free Rider senza corda. Confrontare Massari poi Edpinger poi Alain Robert con l’attualità non è possibile e non ha senso: quelli hanno generato ciò che poi è accaduto nei decenni ( forse secoli, vedremo) successivi. Oggi chi sceglie di fare affari con Netflix, a mio modesto avviso, si ferma lì. Mi spiace, perché Honnold aveva tutte le carte in regola per diventare l’idolo delle future generazioni. Lo può ancora fare, ma l’ispirazione deve restare sincera e senza compromessi, proprio come esige una solitaria.
https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/laura-tiefenthaler-basta-parlare-di-solitarie-il-rischio-aumenta/?
Mi viene in mente ora…ma l’avete mai visto il video di quel tipo ad Arco che fa la via slegato…..
Tanta roba , da manuale di psichiatria , da fare vedere agli specializzandi…..
@40 Piacere – dolore – ricompensa sono i punti cardini nell’analisi di Anna Lembke in “L’Era della Dopamina”, tra quello che si droga, quello che costruisce macchine per l’autoerotismo (Poi le getta nella spazzatura, andando a ripescarle poco tempo dopo, duplice pentimento)e pure chi viene menzionato – guarda caso? Honnold! Con la sua amigdala in off -e tutto quello che gli va dietro-.
Magistrale la tua conclusione Roberto.
comprendo chi prosegue un cammino pericoloso e questo vale per chiunque: un carpentiere sul tetto, un magistrato con la scorta o chi traccia righe bianche sull asfalto mentre il mondo gli sfreccia a pochi centimetri
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Io credo che si tratti di motivazioni diverse dal denaro: una “solitaria” è monetizzabile solo da pochi grandi come Honnold , Robert , o Edlinger.
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Chi fa il carpentiere , il magistrato o il pilota non cerca deliberatamente il rischio , anzi si protegge ove possibile con dei DPI.
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Il carpentiere , se dovesse arrampicarsi userebbe la corda , perché la sua etica è finalizzata a ridurre il rischio , non a ingigantirlo.
Enri più che la sfida parola per me poco sensata vi si trova il gusto ; hai presente le fragoline di bosco una piccolissima vale un kg di fragole coltivate a acqua , l unica arrampicata fatta da me slegato ,forse perché la prima, forse perché facilotta è l’unica che rimane stampata indelebile nella mia mente centimetro dopo centimetro tensione e paura , il tuo corpo da scoprire in versione scimmia antropomorfa ,le altre cento ,mille arrampicate decisamente più verticali salvo episodi , passaggi e momenti sono sbiadite fatte forse appunto a chilo.
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Sulle responsabilità familiari personalmente concordo,all’arrivo dei figli e anche un po prima ho appeso le scarpette ma uno vale uno , fosse stata la mia fonte di reddito o una ragione di vita assoluta avrei continuato , comprendo chi prosegue un cammino pericoloso e questo vale per chiunque: un carpentiere sul tetto, un magistrato con la scorta o chi traccia righe bianche sull asfalto mentre il mondo gli sfreccia a pochi centimetri. Trattadosi di scelte mentali non ordinarie di capacità fisiche particolari e chi fa free solo ne ha veramente tante sia l una che l altra …talmente tante da risultare distanti e incomprensibili ai più, accostare a questi personaggi (e lo sono) metriche standard di comportamento sociale e volerli magari appiattire a potenziali suicidi lo trovo sbagliato tanto quanto farne dei miti o dei fenomeni da circo.
Qui si è parlato di arrampicata ma esiste una quota di persone che non riescono a vivere una vita “normale” senza giocare a scacchi con la signora vestita di nero, nonostante abbiamo responsabilità verso altri. E questo si manifesta in diversi campi come emerge ogni giorno leggendo le cronache. A volte è giustificato dalla necessità ma anche chi lo fa per lavoro ci mette comunque del suo. C’è poi chi lo fa per “piacere” diciamo così. Siamo essere complicati, il richiamo al senso del dovere per alcuni non è molto efficace nel contenere il comportamento quando diventa compulsivo e autodistruttivo. Aiuta di più la consapevolezza del perché non puoi vivere senza ma questo richiede che la persona decida di guardarsi dentro da solo o accompagnato. Passaggio non facile.
@34. Parole sante che sottoscrivo dalla prima all’ultima riga.
34 credo Andrea che qui sei andato ad appurare certe nozioni che forse erano rimaste in sospese nell’intervista e l’esempio del figlio con disturbi a scuola dopo la perdita del padre per cause oncologiche maligne è assolutamente efficace e vai a collegare molti punti. Honnold confida di aver intrapreso l’abitudine del freesolo proprio per le sue vicissitudini in famiglia. Quello che stona è che puntualizza soltanto il rapporto materno, che lo faceva cadere nel “pozzo senza fondo dell’auto commiserazione” e in parte la perdita del padre. Nei due libri che ho letto “Nel Vuoto – Solo in Parete” e soprattutto in “La Salita Impossibile” è approfondita questa sua situazione esistenziale. Che però, e qui mi accodo al pensiero di tutti, non sia moralmente corretto seguire un modello di vita simile (dopo aver consegnato alla storia dell’arrampicata l’impresa che sicuramente ha chiuso un cerchio e dopo aver messo al mondo due figli) questo è legittimo e consentito pensarlo. Honnold è un caso a parte, quello del solista sopravvissuto a tutte le prodezze più folli. Quando Dal Prà su “Solitari” spiega le ragioni della solitaria (le sue) e la naturalezza nel disintossicarsi da una condizione che dovrebbe riguardare solo una parte di vita, invita al disincanto e alla maturità.
Certo che la perdita di un genitore per ragioni difficili da comprendere per un bimbo è un trauma importante che non si supera facilmente. Ha descritto molto bene il lungo periodo di “odio” verso il padre il figlio di John Harlin nel suo libro e il processo di superamento che è avvenuto attraverso l’identificazione. Ci sono persone che pur consapevoli del problema non possono farne a meno. Esattamente come disse Harlin alla moglie : io sono fatto così, non posso vivere altrimenti. Ne uccide più la depressione che la scalata solitaria. Il tema etico si pone su un altro piano rispetto alla comprensione delle leve dell’animo umano. Anche un eventuale approccio clinico agli orientamenti suicidi non può partire da una valutazione etica, perché allora non si prenderebbe in carico quasi nessun paziente.
Circa la responsabilità verso i figli sono totalmente d’accordo. Se non mi sbaglio Edlinger smise di fare solitarie dopo che nacque sua figlia.
Ma vado oltre: la responsabilità l’abbiamo di fronte a molte altre persone, se ci pensiamo bene e, innanzitutto a noi stessi. Il solo fatto di essere vivi implica avere delle responsabilità. Io mi arrabbierei parecchio “con me stesso” se decidessi di buttare via la mia vita sfidando la sorte (e in parete molti lo fanno) e impedendomi di avere tanti altri giorni in cui vivere la mia passione, magari semplicemente pensando nuove salite, nuovi progetti, nuove esperienze. Pensate cosa avrebbe perso la storia della scalata se Edlinger, Alain Robert, solo per stare in falesia, fossero deceduti da molto giovani ed ancora poco noti in una delle loro solitarie? Io non ho mai fatto salite senza corda, non ho quindi mai provato cosa spinga uno scalatore a farle e comunque, da alcuni di loro, ne sono rimasto sempre affascinato. L’unica cosa che mi sento di dire, ovvia, è che chiunque pratichi questa modalità dovrebbe sempre essere ben sincero con se stesso e non farlo per un senso di sfida, altrimenti cosi non vive a lungo.
Da psicologa ho una visione leggermente diversa del ruolo e responsabilità genitoriale. La questione non è che i figli “debbano farsene una ragione”. Un figlio può comprendere e rispettare le scelte del genitore, ma resta il fatto che il genitore rappresenta la sua base sicura. Bowlby, Liotti e gli autori cognitivo-evoluzionisti hanno mostrato come la minaccia di perdere una figura di attaccamento attivi bisogni profondi di protezione e sicurezza. Per questo il disagio di un figlio davanti a comportamenti ad alto rischio non è un capriccio né una pretesa di controllo ma una reazione umana profondamente legata alla natura dei legami affettivi
Ciao Roberto e scusate se mi intrometto, siamo d’accordo abbastanza su tutto, solo una cosa ci tengo a precisare, la dinamica luttuosa che andrebbe ad impattare un nascituro di pochi anni, posso assicurarti che è una delle tragedie più dure e segnanti il futuro dello stesso, (altro discorso e lì posso convenire con te riguardo un ragazzo/a dai 18/20 anni in su, anche se la mazzata durissima gli arriva uguale come sappiamo).
Un nascituro di pochi anni, diciamo da 1,5 fino alla preadolescenza (Sara mi correggerà nel dettaglio se sbaglio di qualche anno), sente oscuramente e biologicamente che la sua sopravvivenza dipende dalla presenza fisica costante di entrambi i genitori. La perdita di uno solo di essi (la dinamica è pesantissima anche per le semplici separazioni, come risaputo, studiato e dimostrato da tutti gli specialisti) ripeto la perdita di uno solo di essi, crea un trauma durissimo che lo segnerà pesantemente a vita, tanto è vero che esistono professionisti psicoterapeuti esperti, dedicati e specializzati a dare appoggio a chi subisce simili tragedie. Ciascun aspirante genitore dovrebbe essere educato fin da ragazzo alla conoscenza di questi meccanismi psichici che possono riguardare futuri nascituri, dovrebbe essere materia formativa ma le nostre scuole sono quello che sono e lasciamo stare…
Ti dico solo un episodio, e purtroppo ne conosco diversi, ho una carissima mia conoscenza che ha perso il marito per cancro non molto tempo fa, ha due figli, 12 il maschio e 10 la femmina. Giorni fa mentre conversavamo mi ha rivelato che è stata chiamata di urgenza dai professori di scuola perché suo figlio di 12 sulla LIM (la lavagna elettronica) della classe ha fatto una ricerca: “da quale altezza ci si deve buttare per essere sicuri di morire”.
Solo per farti capire quanto sia arduo se non impossibile “arrangiarsi” per gestire un simile evento…
Quindi ancora una volta il mio pensiero che ribadisco con forza, un genitore con due figli piccoli non deve (no non dovrebbe), proprio non deve fare simili belinate alla Honnold in qualunque campo outdoor o altri ancora.
Il “senso di responsabilità” ritengo altro non sia che una definizione “sociale” dell’istinto di conservazione della specie. Se metto al mondo un figlio, lo accudisco, lo educo, lo cresco nel modo che ritengo giusto. Diventa un po’ difficile fare tutto ció se mi sono spiaccicato alla base del Capitan.
Per quanto riguarda le mogli/compagne concordo che sanno con chi vanno a stare, anche se … credo sia nota a tutti la “mutazione genetica” che interviene in molte compagne di vita, specie dopo il matrimonio …
I partner che si accompagnano a persone nelle quali il senso di responsabilità e’decisamente meno forte del bisogno di mettersi continuamente alla prova sfidando la morte e magari decidono di farci pure dei figli sanno benissimo con chi hanno a che fare e ne sono affascinati, a meno che sia presi dall’istinto “salvifico” io ti salverò’. Non si metterebbero probabilmente con un tranquillo soggetto standard. Per quanto riguarda i figli, i genitori non li scegli, quello che ti capita ti capita e devi fartene una ragione e gestire le conseguenze, se ci riesci.
Lo “spettacolo” messo in piedi da Netflix utilizzando Honnold è’ un format televisivo che appartiene più alla tradizione circense degli acrobati senza rete che ci hanno emozionati da bambini che non alla tradizione gladiatoria che piace a Trump nella versione moderna dove si menano di brutto e una volta si uccidevano. Per quanto riguarda chi nella vita, magari qualche volta o di frequente avendo sviluppato una dipendenza, mette in atto attivita’ potenzialmente mortali senza ritorni economici o di immagine non bisogna dimenticare che l’umano va “Al di là del principio del piacere” e che l’istinto di morte esiste ed è possente, unito al sentimento gratificante di ritorno: io sono più forte della morte. Altrimenti non si spiegherebbero alcuni comportamenti della nostra specie che appaiono singolari ad una considerazione razionale, ma notoriamente il cuore ha delle ragioni che la ragione non può comprendere.
Al mio commento #29 “start” va ovviamente letto “star”.
Tra i predecessori di Honnold, nei commenti non è stato citato l’esempio per eccellenza: Patrick Edlinger, che divenne una start anche per il grande pubblico, grazie a La Vie au bout des doigts, che fu trasmesso dalla TV francese e fu candidato al César come miglior documentario.
Non condanno Honnold che sale il grattacielo, ma il pubblico urlante del Colosseo.
Nel discorso a mio parere si dimentica l’aspetto “economico/finanziario” del personaggio. Il motivo per cui Honnold è noto, ergo guadagna è proprio il fatto di fare free solo estremi. Oggi probabilmente, dopo l’ impresa di “Free solo” può campare di rendita(lui e la sua famiglia), è diventato un volto noto anche ai profani. Ognuno “vende” le capacità che ha, le sue sono queste, spero possa permettersi di non prendersi ulteriori rischi simili d’ora in poi
Nel discorso a mio parere si dimentica l’aspetto “economico/finanziario” del personaggio. Il motivo per cui Honnold è noto, ergo guadagna è proprio il fatto di fare free solo estremi. Oggi probabilmente, dopo l’ impresa di “Free solo” può campare di rendita(lui e la sua famiglia), è diventato un volto noto anche ai profani. Ognuno “vende” le capacità che ha, le sue sono queste,personalmente spero possa permettersi di non prendersi ulteriori rischi simili d’ora in poi
23 Ecco per l’appunto negli USA il BASE Jumping è illegale non solo dai grattacieli ma anche dentro i confini dei parchi nazionali, quindi gli Yankee trovano libero sfogo qua da noi a grandi masse. (Questo intendo dire che fa male, entrare in Val Corpassa alle sei del mattino e trovarti un vespaio di paracaduti in picchiata sui piazzali, bon, che tipo Marco Milanese lo stimo per come lo pratica e capisco il suo rapporto con il rischio come capisco Honnold o Odermatt o ancora Killian)
Chiuso il discorso salti matti, vedo che si esprimono opinioni sull’assolo ostinatamente stigmatizzando o mitizzando il freesolo, ma merita un approfondimento pure l’argomento Rope-solo, con portavoce validi del settore, tipo Stefano Ragazzo, Fabi Buhl, Silvia Vidal, Andy Kirkpatrick… Oppure basterebbe aprire Solitari di Fabio Palma che è succoso di testimonianze e riflessioni, la più profonda fra tutte quella del Pierin.
Chi mi chiede “insegnami l’autosicura” o peggio “modificami il grigri” solitamente non si rende conto di cosa si tratta in verità e gli dico di lasciar perdere.
Il free solo di Hannold a Taipei non è niente in confronto ad un free sola femminile notturno alla stazione di Lampugnano.
👁️ che ci avviciniamo molto pericolosamente al concetto di “divieto”. Io la tuta alare nn la indosserei mai e poi mai e poi mai. Maaaaa … anche sul Capitan nn ci andrei slegato (dai, giusto un traverso alla base stile Capo Noli 😜).
20 ciao Antonio, sì infatti ci ho pensato subito dopo aver inviato il commento, un tempo si trattava appunto di materiale di VHS reperibile tramite le riviste specializzate e comunque erano fonte d’ispirazione per i frequentatori amatoriali domenicali, il senso del pericolo e dell’auto conservazione veniva naturale dalla passione stessa, non ti sognavi di imitare Alex arrancando sui primi centimetri del grattacielo solo per postarlo sui social ( uhff… Ma è così difficile ammettere che il problema sussiste da quando esiste sto circo del web, è necessario uno/a strizzacervelli?)
Chiesero a Mark Twight se nell’ambiente alpinistico ci fossero individui come il pallone gonfiato che in quel momento si atteggiava da deficiente al poligono da tiro “Vivo – nessuno.” Punto.
I deficienti imitatori li ritroviamo ovunque, per strada, sui sentieri in MTB, perfino nelle discoteche.
Più che accanirmi sul concetto di paternità di Honnold, vedrei piuttosto di chiudere i battenti alle scorribande adrenaliniche delle tute alari (con e anche senza eli) che non è bello portare la famiglia in montagna e rovinare l’armonia per uno che si “spaciecca” contro le rocce.
E allora, rinnovando l’invito al prossimo dibattito neuroscientifico alla Amy Farafowler,parliamone.
“Potente” li usava già il mitico Rigoni Stern a proposito della naja (“naja potente”, per l’appunto).
Dev’essere un bel modo di dire del NE
15 Barry è vero delle passate pellicole aggiungerei il capolavoro di Mariani che sale tre volte il Cerro T. per filmare Marco Pedrini e che riesce ancora a inquietarmi quando lo rivedo …però erano rivolti come documenti ad una nicchia o se vuoi tribù che interpretava e fagocitava un prodotto raro e allora quasi artigianale , attualmente invece ci si rivolge alle masse e/a in tutte le salse possibili cinema ,tv,web e piattaforme…il fine è solo pecunia per restare ai tempi del Colosseo ;a parte qualche trailer il film di Honnold io non l ho visto e dai commenti non son l unico ,non è forse indicativo?O è un caso?
14 Enri ;potente è un gran bell aggettivo per quel libro…non volevo paragonare i due personaggi ,totalmente distanti nei tempi metodi e nell loro vissuto ma solo indicare all autrice motivazioni delle scelte e approfondire l argomento cosa che Robert come pochi sa spiegare…
Ehm … scusate @18 e @17, “Andrea” è “Barry” ? (@15)
Molto belle sia l’intervista che le considerazioni di Andrea sul free solo e concordo anche con Marcello sul fatto di non recriminare su quello che si è fatto da giovani perché ogni stagione della vita ha i suoi perché.
Da buon boomer romantico e come praticante assiduo del free solo per molti anni ho sempre visto questa attività come un momento intimo e personale (con al suo interno cose positive e negative) per cui la spettacolarizzazione delle super imprese di Honnold mi sono sembrate da subito come cose molto private sfacciatamente esibite in pubblico.
Niente da dire su ciò che fanno gli altri ma avrei trovato molto difficile programmare una data precisa per esibirmi in un’arrampicata solitaria proprio perché per me arrampicare slegato e’ una ricerca personale di controllo e perfezione e, mi spingo a dire, anche forma d’arte (infatti come dice giustamente Andrea colpisce e fa riflettere chi la guarda) e serve un’ispirazione che difficilmente si ha a comando…
Sull’emulazione il discorso, oltre al free solo, coinvolge anche tante altre attività ma mi sento di dire che copiare un altro senza una spinta personale che ti viene da dentro e senza sentire un’ attività rischiosa come un’esigenza (anche sbagliata) non è mai una scelta che ti può dare qualcosa.
Sono d’accordo con quasi tutto quello che dice Andrea, tranne che sul recriminare a se stessi l’avere scalato senza corda quando si era giovani.
Nel mio piccolo ho fatto qualche via slegato in montagna (il termine free solo l’ho sempre trovato ridicolo) e ricordo che mentre lo facevo stavo benissimo e sentivo che era la cosa più giusta di tutte da fare in quel momento. Ripercorrendo spesso certe vie che ho fatto senza corda ho provato un senso di “tempo che passa” che mi fa stare bene, e quindi non mi sento di criticarmi. Sono stagioni della vita.
I film di Honnold non li ho mai visti, anche se ho di lui stima come alpinista e sicuramente l’avere salito freerider slegato me lo fa vedere come un extraterrestre ma non di certo come un esempio da seguire.
Dan Osman e Dean potter erano invendibili…..per motivi a tutti noto….honnold e perfettamente allineati con lo spirito del tempo …. è pure ecologista …
Poi Massimo rispetto… se lui ha deciso di campare così fa bene bravo…finché va bene a lui …a me non piace ….troppo pulito…troppo bravo ragazzo…
No.
Anche una volta si scalava slegati per la pellicola.
Christophe Profit con l’elicottero che gli ronzava intorno sulle trilogie o sul Dru? E come lui molti suoi compatrioti degli anni ottanta, tipo la Destivelle che sulla Devils Tower passa dalla modalità rope-solo a free solo perché al grigri posizionato giù in sosta s’inceppa la corda? Henry Barber che si trovò ad attendere i comodi dei cameraman mentre si esibiva slegato sulle scogliere a picco sull’oceano, metà anni settanta? Thomas Budendorfer e la famosa reflex appesa ad un cavo sotto l’elicottero per riprenderlo più da vicino e la telecamera sul casco che gli pesava come un avvoltoio aggrappato? Manolo con l’orologio Sector su Trimurti? Maestri? Il ragno delle Dolomiti su e giù per le vie del Brenta…
Honnold, Arnold, Steck, Potter, Leclerc ecc. hanno forse soltanto portato avanti un’arte alzando il livello, a volte con contenuti poetici e a volte terribilmente disastrosi ma non andrei a generalizzare sempre con Honnold capofila, padre di famiglia irresponsabile (?), per rispetto di chi ha oltrepassato l’estremo limite del sogno e ha aggiunto la data di decesso accanto a quella di nascita. Per un ideale. Auer, Lama e Leclerc sono morti legati ai loro compagni di cordata, non nelle solitarie e la loro arte ci mancherà per sempre.
Studierei un po’ i classici e i riferimenti storici come nelle avanguardie dell’arte e tralascerei neuroscienze. Respect.
Spiderman è un libro potente, uno dei migliori che io abbia letto. Alain Robert ha poco a che vedere con Honnold, e’ uno che la Migdala ce l’ha ancora tutta intatta ma non si sa come riesce a salire Polpot in Verdon in free solo. Un personaggio Inarrivavile, come dice bene il suo ortopedico nella prefazione . Robert ha indirizzato una generazione di climber non tanto per i suoi successi, che rimangono insuperati, quanto per come ha affrontato le sconfitte, gli incidenti, i lunghissimi recuperi. Honnold non è al suo livello e gli manca parecchio , non basta salire Free Ride per superare Alain.
Si può essere professionisti, fare cose estreme mai fatte prima ma bisogna farlo con stile altrimenti….si finisce per diventare ridicoli e patetici…
Lo conosci il signor Alex huber..? ..mai sentito parlare di the kommunist..?
Ecco un esempio di estrema sobrietà….
Grazie Andrea, un bel ricordo ma non solo; sono riflessioni non banali di chi la solitaria la fece quando non faceva notizia, ma solo tanto rischio. Quando parli dei vostri allenamenti ricordo che anche Piero Bellotti ed io usavamo andare al Morra e mettere corde fisse sulla via di Dado e sulla Zapparoli; sarà stato l’85 o l’86. Salivamo la Dado facendo scorrere il Prusik e scendevamo dalla Zapparoli allo stesso modo. Così arrampichi sempre senza soste, fino a quando ti si approno le mani. Una volta il giro lo facemmo per 10 volte ma alla fine più d’una volta restammo appesi ai Prusik…così però il “fondo” era assicurato.
“Frisolo” è un professionista che ha fatto una cosa che nessuno prima aveva mai affrontato.
E non doveva dirlo a nessuno ? 😳
@ Antonio Mereu
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Quello che volevo dire io è che quel dado / bullone dello sterzo , o il Jesus Christ Bolt che regge le pale del rotore dell’ elicottero , sono “tocs de fer” che non hanno una psiche, non hanno emozioni , possono rompersi con una probabilità trascurabile , ma sono fieramente indifferenti al vento , alla pioggia , alle malattie si stagione e alle telefonate fuori luogo.
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Io non so fare free solo , e potrebbero farmi sbandare e. cadere non solo problemi hardware , ma anche affezioni a cui il bullone è indifferente: rumori improvvisi , deconcentrazione , colpi di vento , polvere negli occhi , un uccello che mi caga in testa, il sopraggiungere delle tenebre , ansia , presa che si spezza che non mi fa cadere , ma mi distrae e mi fa uscire dal focus.
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Noi umani siamo fighi , ma infinitamente più fragili del bullone.
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Difficile conoscere la ragione che ha innescato le cadute di Preuss o di Heini Holzer , ma credo che le cause hardware siano solo un sottoinsieme delle possibili.
Bobby ;indubbiamente!ma è a quel “bullone di un dado che mentre guidiamo affidiamo la pelle miliardaria. In parete da soli è rappresentato da un sasso smosso da chissà chi o da cosa oppure una viperetta dispettosa che non è la vera estranea…un vero dado da gioco ,e anche mortale.
Per ultimo su Honnold e cameraman e piattaforme;una cosa così intima pura e indescrivibile ,un po il graal di molti arrampicatori venderla a milioni di spettatori qualunque e continuare a chiamarla “Solo” è un po da paraculi , non è invidia la mia “solo “un opinione.
Come ho già avuto occasione di dire in precedenza, mi sono rifiutato di vedere il film di Honnold che scala il grattacielo. Il tempo dei gladiatori al Colosseo che divertono con la loro morte in diretta il pubblico assetato di sangue, per me è morto e sepolto da secoli.
Bravo Andrea Di Bari.
Un umano è incredibilmente più complesso di un dado , e ha un valore di molti miliardi di dadi.
Per le consapevoli plausibili concrete domande che si pone in premessa all articolo Sara l autrice, consiglio la lettura dello straordinario e bell esaustivo libro” Spiderman”edizioni versante sud dove Alain Robert climber fuoriserie ( 70% di abilità motorie conseguenti a due gravissimi incidenti) spiega molto bene il perché delle sue scelte di vita e anche la complessa comprensione/ convivenza e accettazione familiare delle stesse.
È più im/prevedibile un dado che si svita ,un perno che si spezza su una moto un auto da corsa o un fisico allenato molti gradi al di sopra del free solo affrontato ?
Marco lavanzecchia bere con sto caldo produce risultati ……incomprensibili…..
Evviva gli spit e ben messi !!!!!!
Ugo si guarda sapendo già che l’ha sfangata… Cambia le cose. Anche se hai ragione… è una storia un po’ inquietante.
E che minchia è la bioenergetica?
Anch’io ho un paio di piccole, tenere esperienze di free-solo. Inizi anni ‘80. Entrambe in montagna ed entrambe nella “mia” Val Pellice. Il canale nevoso sulla Nord del Granero e la cresta “Accademica” sul Bric Boucie. Avevo poco più di 20 anni. Se ci penso adesso da vecchiotto mi sudano le mani e mi chiedo chi me lo ha fatto fare di prendermi quei rischi nel pieno della vita.
Ma non riesco a “rispondermi”. Ogni epoca della vita è “figlia del suo tempo” e altro non mi viene da dire. Il film di Honnold mi ha impressionato molto, ma non mi sento di muovergli accuse come fa il Di Bari. È anche lui un “figlio del suo tempo”, semplicemente in una dimensione sideralmente superiore alla mia. Inoltre è uno che campa di arrampicata, mentre io “tiravo righe” al tecnigrafo di un ufficio tecnico di Torino.
È vero che puó scatenare emulazione ed è vero che qualcuno puó averci lasciato la pellaccia. Ma … ognuno è padrone di se stesso e quindi se capita “allargo sconsolato le braccia”.
Concordo invece completamente con il climber romano quando dice che in presenza di un paio di figli bisognerebbe adottare comportamenti responsabili nei confronti delle creature che hai deciso di mettere al mondo.
ps ricordo che quando vedemmo il film io e mia moglie affibbiammo ad Honnold il soprannome di “Frisolo” (ottenuto contraendo il titolo del film), l’ottavo nano arrampicatore (che poi Honnold è pure bello alto …).
Condivido pienamente quanto espresso da Andrea di Bari in questa bella intervista.
Personalmente mi sono sempre rifiutato di vedere lo “spettacolo” delle solitarie di Honnold. Mi sarebbe parso un ritorno ai tempi dei gladiatori quando i romani andavano al circo per assistere allo spettacolo della possibile morte in diretta.