Nato a Torino il 4 gennaio 1936, Gianni Vattimo è morto a Rivoli (TO) il 19 settembre 2023.
Gianni Vattimo, un “debole” in montagna
di Carlo Crovella
Seppur schierati su fronti nettamente opposti (io sono, da sempre, un convinto sostenitore del “pensiero forte”…), Vattimo è una personalità che ha dato lustro alla cultura torinese.
Con una modalità tutta sua ha rappresentato un risvolto particolare dell’essere sabaudi: quello della coerenza indefessa ai propri valori. Fino alla fine.
La sua vicenda umana degli ultimi anni lascia in tutti noi un fondo di tristezza. Non riesco a trovar altre spiegazioni se non l’appannamento conseguente al declino senile.
Nessuno (neppure i suoi avversari concettuali) può considerare completa la conoscenza dell’esistenza senza aver letto i suoi testi. Oltre ai libri più eruditi, ce n’è uno di montagna. Senza essere un grandissimo alpinista (ma neppure un semplice merendero), Vattimo ha bazzicato per i “bricchi” (piemontesismo per “monti”) e ha raccolto infine i suoi ricordi e le sue riflessioni nel volumetto Magnificat, che merita la lettura da parte di ogni vero appassionato di montagne.
“La scoperta dei monti con la Gioventù Cattolica, la coltivazione della pratica alpinistica dell’età adulta in compagnia di alcuni personaggi dell’ambiente arrampicatorio torinese, l’incontro con Walter Bonatti ai tempi della conduzione dei primi programmi televisivi in Italia. Il racconto di una passione intensa, dai ricordi felici delle prime scalate coronate dal canto del Magnificat sulle vette, alle salite impegnative come la cresta Kuffner nel Monte Bianco, al rimpianto per la ritirata sul Cervino; il tutto condito di divertente ironia e di riflessioni “alte” sui significati che può assumere l’andare per monti quando incrocia le parole che accompagnano la vita di ognuno o i moderni interrogativi del rapporto dell’uomo con la natura e con le altre persone (recensione tratta da libridimontagna.it (Libreria Monti in città, Milano)”.
Gianni, il cattolico gay che insegnò il postmoderno al Sessantotto
di Pasquale Quaranta
(pubblicato su lastampa.it il 20 settembre 20203)
La forza della debolezza. Il mondo della cultura piange la scomparsa di un gigante del pensiero italiano, Gianni Vattimo, noto come il filosofo del «pensiero debole», nato a Torino nel 193 e morto all’età di 87 anni all’ospedale di Rivoli, dove era ricoverato in gravi condizioni.
A confermarlo a La Stampa è l’assistente e compagno per 14 anni del filosofo, Simone Caminada, 38 anni, che lo ha assistito con la madre: «Non gli è mancato l’affetto dei suoi cari amici e dei tanti allievi che si son spesi come figli fino all’ultimo, dei collaboratori di casa e dei tantissimi sconosciuti sui social». «Mia madre come ogni sera gli ha detto “ci vediamo domani, Gianni” e lui ha avuto la forza di indicare “no”», ha aggiunto poi il giovane sul profilo Facebook del professore, dove aveva precedentemente scritto il suo epitaffio, volutamente ironico e concordato con il professore: «Ero debole. Gianni Vattimo»
Vattimo è stato il più grande analista del pensiero di Martin Heidegger, dopo aver studiato con maestri come Karl Löwith e Hans Georg Gadamer. Oltre ad essere stato professore emerito dell’università di Torino, ha insegnato anche all’estero e ha ricevuto lauree honoris causa da prestigiose università internazionali.
Oltre alla sua carriera accademica, Vattimo ha anche intrapreso una carriera politica come europarlamentare, e ha contribuito alla divulgazione della filosofia conducendo programmi televisivi per la Rai e collaborando con La Stampa.
Gay e cristiano: “La religione come spinta per combattere le ingiustizie. »
L’intellettuale ha giocato anche un ruolo pionieristico nella promozione dei diritti delle persone lgbtq+, definendosi «omosessuale e cristiano».
Questa «vocazione speciale», come ha affermato in un’intervista rilasciata in occasione del Salerno Pride 2005, ha contribuito all’elaborazione del pensiero debole, la corrente filosofica che lo ha reso celebre.
«Lotto per i diritti delle minoranze – ha dichiarato – ma non come Pasolini, che era molto più estremo; lui si sentiva un Gesù crocifisso dai suoi nemici. Io non la vivo in questo modo».
Ha aggiunto inoltre: «L’ingiustizia per me, tra le altre cose, consiste nell’aver mai potuto corteggiare i miei compagni di scuola. In questo senso, il Cristianesimo mi ha spinto a combattere le ingiustizie».
L’elaborazione del pensiero debole
«Ecco, se non fossi stato gay, non avrei mai intrapreso questa profonda riflessione sulla non normatività delle essenze naturali, che costituisce l’anima del pensiero debole. Quindi, anche se non è una filosofia particolarmente gaya, credo che ci siano connessioni importanti». Il pensiero debole, che abbraccia l’idea di abbandonare le affermazioni dogmatiche di verità assolute e universali a favore di una visione più modesta e aperta della filosofia, ha avuto origine proprio dall’esperienza di marginalizzazione di Vattimo in quanto omosessuale e cristiano, incluso il suo scontro con le gerarchia ecclesiastica: «La Chiesa – ha detto – è stata sempre sessuofoba perché colpire la gente sul sesso era un modo per tenerla legata». Negli ultimi anni d’insegnamento universitario ha sviluppato una concezione di Cristianesimo «secolarizzato», un’interpretazione che non richiede necessariamente la benedizione delle istituzioni ecclesiastiche.
L’infanzia segnata da una tragedia
Vattimo è nato nel cuore di Torino, secondo figlio di un poliziotto originario della Calabria. La sua infanzia è stata segnata da una tragedia: suo padre è scomparso quando aveva appena un anno e mezzo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la loro casa fu distrutta dai bombardamenti, costringendo la famiglia a trasferirsi a Cetraro, in Calabria, dove rimasero per circa due anni. È stato solo nel settembre del 1945 che fecero ritorno a Torino, portando con sé le cicatrici e le memorie della guerra.
Il precoce interesse per la filosofia
Fin da giovane, Gianni Vattimo ha manifestato un precoce interesse per la letteratura e la filosofia. Durante il suo soggiorno in Calabria, ha pubblicato una poesia in un’antologia intitolata Poeti italiani per l’amore e la bontà, a proprie spese. Inoltre, ha scritto un breve romanzo ambientato a Cetraro, che narrava il tentativo di due giovani di costruire un modello di aeroplano. Tuttavia, nonostante il suo talento, il manoscritto non fu pubblicato a causa della chiusura del giornale Gazzetta dei Piccoli.
La fede e la militanza in Azione Cattolica
Durante gli anni al liceo classico Vincenzo Gioberti, Vattimo è stato attivo membro della Gioventù Studentesca di Azione Cattolica e ha contribuito alla rivista Quartodora, dimostrando fin da allora il suo spirito critico e il suo profondo impegno sociale. In diverse occasioni, si è identificato come un «cristiano militante», citando l’influenza di Jacques Maritain, Emmanuel Mounier e Georges Bernanos sulla sua fede religiosa. Questa influenza ha progressivamente orientato il suo pensiero, portandolo a prendere le distanze dal razionalismo storico, dall’Illuminismo e dalle filosofie di Hegel e Marx.

Un percorso accademico straordinario
Dopo aver conseguito la laurea in filosofia a Torino nel 1959, Vattimo ha intrapreso un percorso accademico straordinario. Ha completato una specializzazione a Heidelberg, in Germania, dove ha studiato sotto la guida di eminenti maestri come Karl Löwith e Hans Georg Gadamer, introducendo successivamente il loro pensiero in Italia. Nel 1964 è stato nominato professore associato e nel 1969 ha ottenuto la cattedra di professore ordinario di estetica all’università di Torino. Durante gli anni ‘70, ha anche ricoperto il ruolo di preside della facoltà di Lettere e Filosofia nella stessa università. Dal 1982 al 2008, ha continuato a insegnare come ordinario di filosofia teoretica nella medesima istituzione. Anche dopo aver acquisito lo status di professore emerito, Vattimo ha continuato a condividere la sua conoscenza con gli studenti in varie occasioni.
I programmi in Rai e la collaborazione con La Stampa
La passione per la filosofia lo ha portato anche a lavorare nei programmi culturali della Rai negli anni ‘50. Nel 1986 ha ideato e condotto il programma televisivo di divulgazione filosofica La clessidra su Raitre. Il professore ha collaborato con numerosi giornali italiani e stranieri, tra cui La Stampa, L’Unità, il manifesto, il Fatto Quotidiano, Clarín e El País, contribuendo con editoriali e riflessioni critiche su vari argomenti di attualità, politica e cultura.
Il comunismo cristiano improntato al dialogo
Il pensiero politico-religioso di Vattimo si è sviluppato in quello che ha definito un «comunismo cristiano» e un «comunismo ermeneutico». Questi concetti riflettono un approccio antidogmatico, orientato al dialogo e alla dialettica. Si opponeva alla violenza dell’industrializzazione forzata, dello stalinismo e alle tesi di Lenin e del terrorismo, sostenendo invece una sinistra improntata al rispetto delle differenze e alla convivenza pacifica.

L’impegno politico e la carica di europarlamentare
Gianni Vattimo non è stato solo un filosofo, ma anche un uomo politicamente impegnato. Ha militato in diverse formazioni politiche, tra cui il Partito Radicale, l’Alleanza per Torino, i Democratici di Sinistra e i Comunisti Italiani. È stato anche candidato nelle liste del Fuori!, una delle prime associazioni del movimento di liberazione omosessuale italiano fondata nel 1971 a Torino da Angelo Pezzana. Nel 2005, ha accettato la sfida di candidarsi come sindaco di San Giovanni in Fiore, in Calabria, per combattere quella che, a suoi dire, era la «degenerazione intellettuale» che affliggeva quella comunità. Il 30 marzo 2009, Vattimo ha annunciato la sua candidatura come parlamentare europeo per l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, ed è stato eletto rappresentante nella circoscrizione Nord-Ovest.

Gli amori della sua vita
Uno dei suoi grandi amori è stato Gianpiero Cavaglià, un brillante comparatista italiano e professore associato di lingua e letteratura ungherese a Torino. Parlando di questo rapporto, Vattimo ha scritto di «un legame privato strettissimo, durato quasi venticinque anni e interrotto solo dalla sua morte». Nel 2003, il filosofo ha vissuto un altro dramma personale quando il suo compagno da dieci anni, Sergio Mamino, uno storico dell’architettura, è deceduto a bordo dell’aereo che lo stava portando nei Paesi Bassi per effettuare l’eutanasia, a causa di un tumore ai polmoni. Vattimo era al suo fianco durante questo tragico evento. Nel 2010, ha sposato Marine Tedeschi, una medica e psicoterapeuta torinese, anche se il matrimonio è stato in realtà una scelta motivata dalla volontà di Vattimo di lasciare i suoi beni a una persona che riteneva meritevole. Tuttavia, successivamente ci ha ripensato e ha divorziato.
Il desiderio di unirsi civilmente con il suo assistente e la bagarre giudiziaria
Negli ultimi anni della sua vita, voleva unirsi civilmente a Simone Caminada, un assistente brasiliano di 38 anni che è stato condannato lo scorso febbraio a due anni di reclusione per circonvenzione di incapace.
Secondo quanto stabilito dal tribunale di Torino, il compagno del filosofo ha cercato di ottenere l’eredità, isolando l’intellettuale e prendendo il controllo del suo patrimonio. Di conseguenza, nonostante la coppia avesse avviato una procedura per l’unione civile al comune di Vimercate, in provincia di Monza, la Procura di Torino ha deciso per la sospensione temporanea dell’unione, in attesa della pronuncia della sentenza.
Gianni Vattimo ci lascia con il rammarico di non aver potuto esercitare un diritto, nonostante abbia dedicato tutta la sua vita a difenderlo per gli altri. È stato un faro di saggezza, la cui memoria ispirerà le future generazioni di filosofi e resterà indelebile nelle pagine della storia del pensiero occidentale.
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Evidentemente per Crovella la contrarietà può nascere solo dall’ignoranza o dall’astio.
Presso il Museo Nazionale della Montagna di Torino c’è una sezione con alcune belle foto di Aldo Risso che ritraggono Vattimo in alcune delle grandi vie che ha fatto, le Jourasses, il monte Bianco, il mont Midi.
Non è invece mai salito in cima al Cervino perchè, come spiegò in una intervista “lo zaino pesantissimo è il motivo per il quale non sono riuscito mai ad arrivare in vetta al Cervino. Il punto più alto che ho raggiunto con Alberto è stata la capanna Carrell. Una volta c’era un camino con una corda fissa e lì bisognava tirarsi su a forza di braccia. Sono arrivato alla capanna che non riuscivo più neppure a tenere il cucchiaio in mano.
Quando eravano colleghi al Parlamento europeo ho raccontato questo storia a Reinhold Messner e così mi ha promesso che mi avrebbe portato lui in vetta al Cervino. Mai poi non c’è più stata l’occasione e adesso, a settant’annio suonati, non mi sembra più il caso».
come volevasi dimostrare
Crovella, inizia a dubitare di te stesso che ti farebbe bene.
Tu sei efficace con le pecore cui probabilmente ti rivolgi solitamente, ma non con il “drappello” che ne ha pieni i maroni della tua spocchia.
Non siamo a un corso Cai né in bisogno di imbonimenti.
Dovresti esprimere i tuoi concetti guardandoli dal di fuori e non mettendoti al centro degli stessi. Provaci.
Questo è quello che provo ogni volta leggendoti, anche quando concordo cin ciò che esprimi.
@41. Non è cosi, non è come tu supponi. Il punto chiave è un altro: c’è un rifiuto aprioristico a recepire le informazioni (anche marginalissime come il concetto di “sabaudità”) perché apparteniamo a contesti ideologici opposti.
Nella vita sono molto apprezzato per la mie capacità didattiche, sia in ambito professionale sia nei miei molteplici contesti culturali e sportivi, come quello relativo alla montagna. Solo con questo drappello di 10-15 paladini della ribellione a tutti i costi non si concretizza la mia usuale efficacia didattica. Dubito che dipenda da me.
“Io 5-6 anni fa non ero ancora iscritto al Blog per cui ho delle giustificazioni per il mio non sapere.”
Caro Paolo, non crucciarti! Sei in buona compagnia! Praticamente tutti noi forumisti non sappiamo; anzi, non capiamo. Ancor peggio, siamo proprio duri di comprendonio. Cosí sentenzia il giudice sabaudo.
P.S. A me, quando capitano queste situazioni, viene sempre alla mente il film “Fantozzi contro tutti“. Chissà perché.
Oppure la barzelletta di quel tizio, contromano in autostrada, che si lamenta: “Ma guarda te! È pieno di pazzi contromano”.
Io 5-6 anni fa non ero ancora iscritto al Blog per cui ho delle giustificazioni per il mio non sapere, la mia durezza di comprendonio è un poco più morbida, non sono ripetente ma solo rimandato sine die. Certo che pensare di essere docente un po’ su tutto è una pretesa che sa ben poco di sobrietà mentale sabauda e lamentarsi che i dociuti (credo in gran parte ancora analogici e quindi con qualche abitudine a ragionare non per like) non comprendono è un prendere la vacca per le palle.
Non si diceva, ai tempi nostri analogici, che se tanti studenti non capivano poteva essere che il docente non sapesse insegnare ? Ancora un po’ prima, ci fu un tempo in cui un tizio, con abbastanza doti, pretese di insegnare avendo insieme un po’ di umiltà fino a lavare piedi, ma sapeva… camminare sulle acque.
No Alberto, sai quale è il vero problema?
Il problema è che “noi” ritorniamo volutamente sugli stessi argomenti, addirittura con gli stessi commenti, come se fossimo ancora a 5 o 6 anni fa e ci rifiutiamo di apprezzare e ringraziare il faticoso sforzo educativo che viene per noi profuso (direi piuttosto verbosamente profuso) con le medesime ispirate parole da 5 o 6 anni dalla sabauda, onnisciente, unica fonte di verità rivelata.
Questo è il problema.
Sai qual’è il tuo problema?.. Che il tuo modo di “educare”, non è insegnare o trasmettere agli altri le tue conoscenze, oppure la capacità di saper prima ascoltare, poi valutare, poi decidere. Te vuoi solo imporre il tuo pensiero che ritieni in assoluto sempre e comunque quello giusto. Imporre non è il modo corretto di educare. Non è un modo rispettoso. E’ un modo dittatoriale, autoritario. Lo si percepisce anche dal tuo tono, dal tuo modo di esprimerti.
Sabauda Insula, atque Nova Crovellia dicta!
@35 Difatti, hanno ragione i miei conoscenti che, da tempo, mi prendono in giro per il mio sforzo da “educatore”, dicendo che è fiato sprecato cercare di trasmettere cultura agli “ineducabili”. Ogni tanto mi lascio trascinare dalla conoscenza con Gogna e fornisco dei contributi, illudendomi che, passato del tempo, magari si sia concretizzato qualche miglioramento, almeno qua e là. Ma poi vedo che la realtà è sempre la stessa. Tornate volutamente sugli stessi argomenti, addirittura con gli stessi commenti, come se fossimo ancora a 5 o 6 anni fa. E’ veramente deludente. Certo che se questo, a suo modo, è uno spaccato della nostra società, non si può coltivare nessuna speranza per una ripresa futura del nostro Paese. Affonderemo irreversibilmente verso il terzo mondo, salvo alcune isole (isole sociali, non geografiche) molto particolari e dal difficile accesso.
Era sabaudo anche il giudice che ha condannato il compagno ???
Trovo profondamente ingiusto processare i rapporti affettivi
Ma se non t’importa nulla del pensiero altrui, di quello che gli altri pensano di te, che t’impegni a fare con i tuoi lunghissimi interventi a darci spiegazioni del tuo sapere, del tuo essere, dei tuoi impegni, delle tue passioni?
Risparmia fiato e tempo, Impegnali diversamente e con chi ti adora. Non spenderlo per chi come noi , non se lo merita.
L’incipit dell’articolo è emblematico:
Ovvero: Vattimo è una personalità che ha dato lustro alla cultura torinese, seppur Crovella sia schierato su un fronte di pensiero nettamente opposto.
Ma… e quindi?!? Cosa significa questa frase?
Dove Crovella sia schierato e come la pensi è assolutamente irrilevante nei riguardi del pensiero di Vattimo, il quale, mi pare, non ha certo bisogno dell’endorsement di Crovella.
Sta tranquillo che chi “comprende” il valore di una persona, non mi considera dalla credibilità barcollante. Chi ha dubbi sulla mia persona appartiene a un contesto di cui non mi importa un fico secco.
Per cui, fai la tua strada e non rompere
“In particolare è irritante rileggere per l’ennesima volta l’esempio di Vittorio Emanuele III, già esposto anni fa e anche allora smontato da me.”
Abbiamo preso atto delle tue spiegazioni e delle tue argomentazioni, già da un certo tempo in realtà.
Grazie.
Guarda però che l’unica cosa che tu sia riuscito a smontare è la tua già barcollante credibilità.
Lasciate stare Crovella! Siete tutti dei ritardati che non capite, ricordate, accettate quello che il Divino vi da in pasto… Lui, l’aveva già detto anni fa! Altro che altezzoso sabaudo, il nostro sembra Iddio che dall’alto del suo sapere ogni tanto (?!) si dispensa perle e chicche… Deve avere un Ego mica male, Sua Maestà…
Segnalo che la “questione sabauda” si è innescata su iniziativa altrui, come capita in mille altre situazioni. Qui in particolare è iniziata fin dai commenti 1 e 2 (e poi, ovviamente, si sono aggiunti i successivi anche i successivi). Il concetto di sabaudità e l’annesso aggettivo sabaudo (ne significato inteso in questo senso) sono concetti che ho spiegato mille volte. In particolare è irritante rileggere per l’ennesima volta l’esempio di Vittorio Emanuele III, già esposto anni fa e anche allora smontato da me. Idem per il copia e incolla della definizione dalla Treccani, fu fatto anche questo tempo addietro e spiegato da me. Non è possibile ri-tornare periodicamente sulle stesse cose, altrimenti non si va avanti. Non eravate al corrente del concetto di sabaudità? (sono allibito, perché è concetto noto a livello nazionale, come i bauscia milanesi o i trasteverini romani…), Cmq, non importa, si vede che non lo sapevate. Bene, prendetene atto a aumentate le vostre nozioni culturali. Dovreste ringraziarmi che vi ho spiegato una cosa che non sapevate. Poi però quyello che (faticosamente) vi spiego, deve essere dato per acquisto, sennò ogni volta si ricomincia da capo. Vale per questo concetto, come per qualsiasi altro (cannibali, Circa Barnun, ecc ecc ecc)
E non mi sembra un pensiero (aspirazione) debole.
A proposito di circo Barnum, quelli di Crovella piu che altro paiono gli intermezzi di un Bagonghi del pensiero misero: facci ridere Carlo.
Leggevo sempre gli articoli di Vattimo sulla “Büsiarda” (nomignolo affibiato dai torinesi a La Stampa per celebrarne la veridicità 😉). Mi piaceva molto il suo stile di scrittura anche se quasi sempre non ne condividevo i contenuti.
Apprendo dalla recensione del suo libro che in gioventù aveva salito la Kuffner al Maudit, come noto, una salita “di carattere” . Il pensiero sarà stato pure “debole” ma non il fisico, almeno nei suoi anni da montagnino.
Onore a Vattimo. Mi procurerò il suo libro.
3. L’intervista a Vattimo si trova sulla RdM 78. All’epoca l’avevo saltata a piè pari, ero più interessato agli articoli di arrampicata. Si articola sulla possibilità che free climbing e pensiero debole potessero avere delle affinità. L’episodio di Bonatti in realtà nacque in seguito ad un’intervista in un programma Rai, quando Bonatti disse a Vattimo che non conosceva le palestre torinesi, e lui gli rispose “ti porto io”.
Dovesse servire, invierò un’immagine al capo.
Quando si dice capacità di sintesi, chiarezza espositiva, andare dritti al nocciolo dell’argomento, una umiltà di base di vita, aspetti che, tra l’altro, vedrei abbastanza abbinabili a un concetto di sabaudità (e in cui vorrei riconoscermi pur essendo 50 km a sud, di Bra), dal 18 ottobre hanno un nuovo paradigma in questo blog: 18 commenti prima di arrivare nei dintorni dell’argomento, Vattimo, il suo pensiero, il suo percorso di filosofo, di uomo, anche di alpinista. Pagine intere di boria per nulla sabauda, di docenza non richiesta, di “capite un tubo” forse più bauscia, un po’ squallido. Certo, posso non leggere ma mi dispiacerebbe, da antico alpinista da quarto grado, appassionato del mondo montagna, estimatore di certi alpinisti, non ultimo il Capo e regista del blog.
Vattimo negli anni 70 aveva combattuto importanti battaglie politiche e sociali assieme ad Angelo Pezzana, libraio e fondatore del FUORI, a favore della comunità omosessuale, scontrandosi proprio con la chiusa “mentalità sabauda” imperante a Torino.Come ricordo personale ormai di decenni fa, mi era capitato spesso di scambiare con lui due chiacchiere durante l’intervallo ai concerti dell’Unione Musicale. Una persona garbata e molto ironica.
Crovella@18
Il suo modo di argomentare mi pare molto poco sabaudo, direi anzi piuttosto maleducato. Che lei abbia ascendenti in qualche altra plaga, non così riservata e discreta? Magari, horribile dictu, addirittura romano o milanese…
Rifacendomi alle parole malinconiche con le quali Gianni Vattimo concluse la sua intervista (vedi commento 3), il mio pensiero va a un uomo che si è reso conto del declinare della vita e rimpiange tristemente gli anni in cui era giovane e forte, libero e spensierato. E sognatore.
Per ritornare a quei tempi felici sarebbe disposto a cedere tutta la sua carriera, la posizione sociale, gli ori e gli onori.
Queste non sono tanto parole di un filosofo. Sono parole di un uomo che ha raggiunto la saggezza sulla propria carne viva, non sui libri.
Giulia, hai ragione!
Per ritornare in tema, domando a coloro che l’hanno conosciuto almeno un poco: che cosa pensate di Vattimo filosofo? di Vattimo alpinista? di Vattimo uomo?
Che cosa pensate della sua vita? del suo declino?
Esatto, Giulia. Da certe banalizzazioni regionalistiche, quando non addirittura comunali, Vattimo si sarebbe tenuto ben alla larga, da persona curiosa e insieme scettica quale lui era e aveva insegnato ad essere.
Vedo pochi pensieri su Vattimo e molte polemiche inutili su una questione poco interessante.
Peccato
E daiè, arriva l’altro. Gli ho già spiegato le cose anni fa, ad personam, e non le ha ancora capite.
L’Avvocato aveva uno stile di vita molto sabaudo. Di “birichinate”, anche con l’universo femminile, è probabile che ne abbia compiute milioni in più di Berlusconi, con la differenza che è sempre stato tutto ovattato, schermato, riservato, in vero stile sabaudo, per cui si sa pochissimo e soprattutto non si conoscono quasi i particolari. Di Berlusconi, invece, si sa quasi tutto o cmq moltissimo, perché le raccontava lui stesso, se ne faceva bello e in questo consisteva la sua natura di “bauscia” (nota: i bauscia NON sono tuti i residenti a Milano, ma solo quelli che hanno connotati particolari che ne caratterizzano lo stile di vita). Fra Milano e Torino ci sono 150 km di distanza geografica, ma sono due mondi molto differenti. Opposti.
E’ morto il 19 settembre? Ma oggi è il 18….
I sabaudi sono perfetti nel loro riserbo e nella loro discresione, sono modesti, etc… a Torino ci sono alcune persone serie, posate, che non sbagliano mai in montagna, sono i sabaudi, ma non tutti i torinesi sono sabaudi.
Era molto sabaudo anche Gianni Agnelli, tutta la sua vita è lì a dimostrarlo, o no?
Romani e milanesi, invece, sono tutti uguali, ipse dixit:
Un milanese lo riconosci a mille km di distanza: fasu tuto mi, ehlà!, figa! il danè ecc il romano idem, con le sue caratteristiche: caciarone, mangia e beve, amicone, parla a voce alta se non altissima… ecc.
Amen
Spero di chiudere questa stupida polemica, riportando la descrizione del circolo dei lettori, che è un’importante istituzione culturale torinese (sabaudissima!). ne esiste perfino una versione in lingua inglese (pee i turisti internazionali), dove si utilizza il termine “sabaudity”
Il Circolo dei Lettori incarna perfettamente uno spirito piemontese di cui sentirete spesso parlare: Sabaudità, declinata anche nella sua variante dell’aggettivo “Sabaudo o Sabauda”. Non si tratta di un semplice modo alternativo di chiamare gli abitanti del capoluogo piemontese, ma è un vero e proprio atteggiamento che caratterizza Torino e i torinesi.
E’ articolo pubblicato su La Stampa, è quello che fa fede. Lei stesdsa scrive che essere sabaudoi è una caratteristica della persona, può anche esserci – per svartiate ragioni imprevedibili – in un individuo nato lontano da Torino, ma quando costui arriva a Torino immediatamente si “riconosce”.
Cmq, il concetto di sabaudità è vecchio come il mondo e lo conoscono anche le pietre. Siete voi che vivete in un mondo tutto vostro, per cui non sapete nulla e parlate a vanvera
Crovella, citare come prova della validità e della storicità del concetto di “sabaudità” un articolo del 2018 di un’immigrata varesotta è fantastico.
Veramente fantastico.
Carlo si sta innervosendo…
Memore del saggio detto “Non stuzzicare il Carlon che dorme”, io ora taccio.
Ho già spiegato che “sabaudo” è un aggettivo che può assumere due significati diversi, a seconda che derivi da “sabaudità” o da “dinastia Savoia”.
L’affermazione “il sabaudo Vittorio Emanuele III non era sabaudo” è un gioco di parole e sta in piedi da un punto di vista terminologico.
infatti: il primo “sabaudo” significa “appartenente alla dinastia”, mentre il secondo “sabaudo” è connesso a sabaudità. In effetti il suddetto è uno dei tanti rappresentanti della dinastia che non avevano le caratteristiche della sabaudità. La sabaudità NON è una caratteristica della dinastia, ma degli abitanti storici di Torino: sono due concetti molto diversi.
Non credo che il termine “sabaudità” si trovi in dizionari o in enciclopedie, deriva dalla tradizione, dalla consuetudine, ma ormai è entrato nell’uso quotidiano. E di conseguenza anche l’iso dell’aggettivo “sabaudo” inteso come collegato a sabaudità. Mi stupisco che non lo abbiate mai incontrato prima… ormai si legge su tutti i giornali.
Ma poi insomma: i termini “milanesità” oppure “romanesco” sono ben noti a tutti, no?.
Un milanese lo riconosci a mille km di distanza: fasu tuto mi, ehlà!, figa! il danè ecc
il romano idem, con le sue caratteristiche: caciarone, mangia e beve, amicone, parla a voce alta se non altissima… ecc.
il torinese storico (ecco il vero senso di sabaudo, rispetto ai torinesi acquisiti) è caratterizzato dalla “sabaudità”, è come dire la torinesità storica. Non è difficile da capire.
a proposito di Gianni Vattimo e montagna…
mi ricordo di un’interminabile discussione sul pensiero debole, durante la salita della diretta Cambon-Francou sulla parete nord del Pic Sans Nom…alla faccia dell’alpinismo eroico (seppur la via sia tra quelle “eroice” del primo Cambon, prima della conversione allo spit).
il culmine della discussione fu al rifugio del Pelvoux, in discesa.
tentai in tutti i modi di convincere il Dario che la mancanza di docce in un luogo simile era piu’ che opportuna. e che pure lavarsi a pezzi nei bagni (ben spartani) non era consono al luogo, essendo acque reflue e sapone poco adatte all’ecosistema dei dintorni…
non ci fu nulla da fare, il suo edonismo ebbe la meglio. conclusi con un disperato:
“io so’ sudiscio, e vindi etico…hai capito il pensiero debole !?!”
anche se non ho ancora capito se rimanendo sudicio ero stato forte o debole 😀
Ammesso ma non concesso che la definizione corretta sia quella di Carlo (e non quella della meno autorevole Treccani), mi pare quindi di aver capito che il sabaudo Vittorio Emanuele III di Savoia non fosse sabaudo. Ho capito bene?
Insomma, è un po’ come dire: io sono emiliano e non sono emiliano.
… … …
“Io cammino e non cammino”, borbottò sconsolato un maggiordomo inglese, confuso dagli ordini contraddittori dei suoi padroni. Era una scenetta di un film comico di diversi anni fa. Chi se lo ricorda?
P.S. Mi si sono confuse le idee.
Riporto il finale di un articolo molto carino e dedicato proprio alla “sabaudità” (uscito su La Stampa del 2/12/18 : https://www.lastampa.it/rubriche/la-marziana/2018/12/02/news/sabaudity-1.34064312/):
E quando qualcuno riconosce che quelli che gli sono sempre stati imputati come difetti, dall’eccessiva serietà alla gentilezza misurata, sono in realtà i sintomi della sabaudità, non posso far altro che aprire discretamente le braccia in un sabaudissimo abbraccio e mormorare «Ecco, finalmente sei arrivato anche tu».
Per cui il termine “sabaudità”, da moltissimo tempo, ha un preciso significato che ormai va considerato in modo completamente autonomo dalla dinastia, con la quale non hanno nulla a che fare.
L’aggettivo “sabaudo” ha un duplice significato (può derivare da sabaudità oppure dalla famiglia Savoia), a seconda del contesto della farse.
Ma no, è così da secoli.
La Treccani non c’entra nulla.
A Torino sappiamo benissimo cosa sia la sabaudità, ne nasciamo “dentro” (ovviamente se siamo sabaudi…).
Esiste addirittura un sito dedicato espressamente alla “sabaudità”. Tra l’altro è da lì che ho preso la citazione. Ciò significa che non è un concetto che mi sono inventato io, ma è concetto molto diffuso. Può darsi che voi, non torinesi, non conosceste il concetto, ma dopo che l’ho spiegato migliaia di volte…. continuare a far riferimento alla definizione dell’enciclopedia-dizionario significa che mi fate solo sprecar tempo.
“ho spiegato esplicitamente cosa si intende per “essere sabaudi”, ovvero per “sabaudità…è un concetto che NON c’entra nulla con la famiglia Savoia,”
Ok Carlo, tu l’hai spiegato, d’accordo, ma qui si parla italiano, quindi fa testo la Treccani:
sabàudo agg. [dal lat. tardo Sapaudus, Sabaudus, abitante della Sabaudia cioè della Savoia, regione storico-geografica della Francia sud-orientale]. – Della Casa Savoia (o Casa Sabauda)…
Perciò tu sei liberissimo di pensarla e intenderla come vuoi la tua sabaudità, resta il fatto che in italiano è un’altra cosa.
Quanto alla correttezza delle tue convinzioni sul carattere “torinese” aristocratico e alle elucubrazioni toponomastico-caratteriali-ingegneristiche, sono appunto tutte tue.
E lasciano il tempo che trovano.
diciamo che è una visione un pò riduttiva della vita.
Accidenti! Sono almeno 5-6 anni, forse anche di più, che, qui sul Blog, ho spiegato esplicitamente cosa si intende per “essere sabaudi”, ovvero per “sabaudità”.
Tra l’altro è un concetto che NON c’entra nulla con la famiglia Savoia, con i componenti della famiglia. In termini tecnici si dovrebbe dire “dinastia”, ma uso il termine “famiglia” in modo che tutti i lettori mi capiscano: i componenti della famiglia Savoia non hanno nulla a che fare con il concetto di sabaudità. Storicamente ci sono stati dei Savoia molto sabaudi (il Duca degli Abruzzi per esempio), altre per niente “sabaudi”. Si conseguenza i sabaudi, i normali sabaudi che non appartengono alla “famiglia”, non hanno nulla a che fare con l’agire di questo o quel Savoia. Spero di non tornarci più su questo punto, avendolo io spiegato mille volte.
A titolo di preferenza personale, io utilizzo il termine “sabaudo” per indicare un particolare spaccato socio-culturale dei torinesi. I sabaudi non corrispondo a tutti i torinesi, cioè a tutti i residenti di Torino. Di conseguenza un altro concetto chiave da memorizzare è che NON tutti i residenti a Torino sono dei sabaudi.
Coerenza sabauda significa sistematica coerenza (bel caso di Vattimo per tutta la vita) con i dettami della sabaudità (vedi sotto) e Vattimo è stato fermo nella sua posizione, in pieno riserbo sabaudo, senza frignare come oggi fanno gli altri nella sua situazione.
Riporto qui una definizione di sabaudità, la trovo abbastanza azzeccata e quindi comprensibile a tutti.
“Sabaudità” = L’essere specifico di Torino, la caratteristica di ciò che è torinese. E’ un modo di essere, un modo di vivere, un modo di sentirsi. È tutto ciò che è implicito nell’austero rigore e nell’innato riserbo dei torinesi. Ma oltre al senso del dovere e alla proverbiale discrezione, c’è di più. C’è una città immersa nella bellezza, viziata dal buon cibo e coccolata dalla simmetria.
PS: “simmetria” è quella delle nostre vie cittadine, che si incrociano ad angolo retto, come in una scacchiera (le vie derivano dall’antico accampamento romano). Per estensione, i sabaudi tendono a “vedere” tutta l’esistenza nello stesso modo, come una scacchiera, come un foglio Excel (ogni cella ha due precise coordinate e, di converso, a ogni coppia di coordinate corrisponde una e una sola cella).
E’ una visione da “ingegneri” (ovviamente questa definizione va intesa in senso metaforico, ma non è casuale che a Torino ci sia uno dei più quotati Politecnici del mondo…).
Apparsa tantissimi anni fa sulla Rivista della Montagna, rammento una bella intervista a Gianni Vattimo. In precedenza credo che non l’avessi neppure mai sentito nominare.
Ebbene, il nostro filosofo si fece trasportare sull’onda dei ricordi del tempo che fu. Descrisse gli esordi e l’entusiasmo. Narrò di una volta in cui, forse nei primi anni Sessanta, la sua sezione CAI aveva invitato a una conferenza il grande Walter Bonatti, col quale ebbe anche occasione di arrampicare, con animo incredulo e riverente, in una vicina palestra di roccia. Vattimo ricordò pure una memorabile traversata del Monte Bianco, con partenza dal Col du Midi.
E cosí concluse, pieno di nostalgia di quell’età felice e spensierata: “Potessi ritornare indietro a quei tempi – poche storie! – darei via tutto il Pensiero Debole”.
… … …
Alessandro, se riesci a trovare quell’intervista, pubblicala!
Povero Vattimo, a cui viene appioppata qui una “coerenza sabauda” (ma che vor dì poi?), proprio lui che era stato fautore del pensiero debole e che aveva fatto delle contraddizioni una sacrosanta filosofia di insegnamento e di vita personale. Lasciamolo in pace, grazie.
——— ESSERE SABAUDI ———
“[…] ha rappresentato un risvolto particolare dell’essere sabaudi: quello della coerenza indefessa ai propri valori. Fino alla fine.”
Vale pure per Vittorio Emanuele III di Savoia?