Il bivacco torni a essere “luogo di responsabilità”

Il bivacco torni a essere “luogo di responsabilità”
di Teddy Soppelsa
(pubblicato su amicodelpopolo.it il 22 maggio 2026)

L’intervento di Fabio Bristot (“Non diamo la colpa ai bivacchi”, L’Amico del Popolo del 14 maggio 2026) ha il merito di spostare il dibattito fuori dalla polemica più semplice. Non sono i bivacchi, in sé, il problema. Sarebbe troppo comodo attribuire ad una struttura la responsabilità di trasformazioni culturali molto più profonde. Il bivacco non genera automaticamente superficialità, imprudenza o consumo della montagna. Semmai riflette il modo in cui oggi guardiamo e viviamo la montagna. Per questo forse il tema non è “difendere” o “condannare” i bivacchi, ma chiederci quale idea di montagna stiamo costruendo attorno ad essi. In sostanza, il problema siamo noi.

Il bivacco Feltre – Walter Bodo, piccola oasi tra le crode del Cimónega, a quota 1930 metri. A custodirlo dal 1959 è la Sezione CAI Feltre. Foto: Giacomo Frison.

Negli ultimi anni il bivacco alpino è diventato anche altro rispetto alla sua funzione originaria. Sempre più spesso viene percepito come esperienza gratuita: una notte diversa, una micro-avventura accessibile, un luogo suggestivo da raggiungere e condividere sui social. In alcuni casi il bivacco rischia così di trasformarsi in un piccolo prodotto turistico inconsapevole, inserito in una cultura che tende a rendere tutto rapido, disponibile, consumabile.

Eppure il bivacco nasce da un’altra visione. Nasce come presidio minimo in ambienti severi. Come riparo spartano. Come luogo dove l’essenzialità non è un difetto, ma parte stessa dell’esperienza alpina. Dentro un bivacco si entra sapendo che qualcuno, prima di noi, ha trasportato materiali, spesso a spalla, sistemato arredi, riparato tetti, verniciato, pulito. Esiste perché una comunità si è assunta una responsabilità verso la montagna e verso gli altri. Forse, allora, il punto è proprio questo: riportare il bivacco da “esperienza gratuita” a “luogo di responsabilità”. Non attraverso divieti generalizzati o chiusure, ma attraverso una nuova cultura della frequentazione.

Interessante, in questo senso, è anche il lavoro di ricerca sviluppato da Sara Calcagnì, giovane studentessa di Pelos che ha dedicato la propria tesi al tema dei bivacchi alpini. Attraverso interviste e un sondaggio che ha coinvolto oltre 220 partecipanti, emerge un quadro molto concreto: oggi la gestione delle informazioni sui bivacchi è frammentata; gli escursionisti spesso faticano a reperire aggiornamenti affidabili sulle condizioni delle strutture, ritrovandosi talvolta davanti a bivacchi già sovraffollati, mentre le sezioni CAI devono affrontare richieste continue e problematiche legate anche ad un utilizzo non sempre consapevole. In un tempo segnato dall’overtourism e dalla crescente pressione su alcuni ambienti alpini, forse la risposta non può essere soltanto ideologica. Servono anche strumenti intelligenti e rispettosi.

La proposta emersa dalla ricerca – una piattaforma dedicata ai bivacchi e alle sezioni CAI per migliorare comunicazioni e aggiornamenti – appare interessante proprio perché non nasce con l’idea di trasformare i bivacchi in strutture turistiche o di normalizzarne l’uso. Al contrario: parte dalla consapevolezza del loro valore originario come ricoveri essenziali ed esplora la possibilità di accompagnare l’evoluzione dell’escursionismo contemporaneo senza perdere il legame con la cultura della montagna. Forse il futuro sta proprio qui: non nel contrapporre apertura e restrizione, ma nel ricostruire consapevolezza.

Distinguere meglio tra bivacchi remoti e strutture ormai facilmente accessibili, immaginando per queste ultime forme di regolazione. Coinvolgere i frequentatori nella manutenzione e nella cura dei luoghi. Restituire valore a limite, preparazione, capacità di rinunciare. E utilizzare strumenti nuovi per evitare sovraffollamenti, migliorare le informazioni e alleggerire il lavoro delle sezioni CAI. Perché il rischio più grande non è l’eccesso di frequentazione dei bivacchi. Il rischio vero è che vengano frequentati senza più comprenderne il senso.

Un bivacco non è un albergo gratuito. Appartiene ad un’altra idea di montagna: meno consumabile e più abitabile. Una montagna fondata sulla fiducia reciproca, sull’essenzialità, sulla responsabilità personale.
E il modo in cui sapremo custodire questa idea dirà molto anche del futuro della nostra cultura alpina.
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La rabbia del presidente del CAI Veneto Francesco Abbruscato: «Le strutture montane non sono gioielli architettonici da esibire».

Ancora sprovveduti in quota
(nei bivacchi va eliminato ogni comfort)
di Francesco Dal Mas
(pubblicato su Corriere delle Alpi il 3 maggio 2026)

Troppi abusi nei bivacchi e il CAI Veneto perde la pazienza. «Via coperte, materassi e reti: resti solo l’essenziale, un semplice tavolato. Nei casi più critici, come nel caso del bivacco Fanton, va valutata la possibilità di un monitoraggio degli accessi (videosorveglianza, se non addirittura la chiusura a chiave, NdR) o, in alternativa, la rimozione totale della struttura». Motivi di sicurezza, evidentemente: per gli escursionisti, specie se improvvisati, e anche per i soccorritori, la cui vita talvolta è messa a repentaglio.

La dura reazione fa seguito al recupero di quattro veronesi, rimasti bloccati per sfinimento, mentre stavano salendo il 1° maggio verso il bivacco Fanton. I quattro, che avanzavano sprofondando nella neve, non erano più in grado di proseguire. Un altro intervento del Soccorso Alpino è avvenuto sul versante cibianese del Monte Rite, dopo la richiesta di aiuto di due escursionisti veneziani che avevano smarrito il sentiero. Ancora più difficile il salvataggio, da parte del Soccorso Alpino – questa volta di Valdagno e Recoaro Terme – per portare in salvo due escursionisti che si erano avventurati sulla Ferrata del Vaio Scuro, senza attrezzatura adeguata, senza abbigliamento da neve e perfino senza una pila. I due, dopo aver attaccato la ferrata verso mezzogiorno, l’hanno terminata alle 19, arrivando all’uscita. Ma per rientrare hanno intrapreso un sentiero quasi verticale e ancora innevato. L’intervento si è concluso alle 3 di notte.

Francesco Abbruscato, presidente regionale del CAI, afferma che dopo gli ultimi interventi del Soccorso Alpino, «ancora una volta chiamato a operare in condizioni estreme e al limite della sicurezza, cresce la necessità di una riflessione profonda e, forse, di un deciso cambio di rotta».

Abbruscato fa riferimento soprattutto ai «ragazzi poco equipaggiati e verosimilmente impreparati, che sono stati costretti a chiedere aiuto mentre salivano al Fanton, incapaci di affrontare condizioni ambientali che, in questo periodo di tarda primavera, risultano del tutto prevedibili per chi conosce la montagna».

Una veduta del bivacco Fanton, la struttura sulle Marmarole del CAI di Auronzo

Il presidente annuncia che il CAI Veneto, insieme alle Guide Alpine, al Soccorso Alpino e ai Carabinieri Forestali, va al rilancio della campagna “Montagna amica e più sicura”, con l’obiettivo di diffondere in modo capillare una cultura fondata su preparazione, prevenzione e conoscenza dell’ambiente. Ma – aggiunge – emerge con forza anche un altro tema: il significato stesso del bivacco. «Il CAI Veneto lancia un monito chiaro: basta con strutture che snaturano il concetto etico del bivacco, trasformandolo in qualcosa di distante dalla sua funzione originaria. Il bivacco deve rimanere un luogo essenziale, minimale, concepito per l’emergenza».

Il vicepresidente generale del CAI Giacomo Benedetti ha denunciato che «sempre più spesso ogni luogo viene letto come una possibile meta, ogni struttura come un’attrazione, ogni presenza umana come un servizio da offrire e da consumare». Ebbene, ha specificato, «il bivacco si colloca volutamente fuori da questa logica».

Che cosa significa? Lo chiarisce il presidente veneto. «Tanto per le strutture esistenti quanto per quelle future, proponiamo interventi radicali nei bivacchi, eliminando ogni forma di comfort superfluo» e nel caso specifico del Fanton, se non si riesce a blindarlo ad esclusivo servizio di chi ne ha necessità, lo si rimuova. E’ drastico, Abbruscato. «Il bivacco non è un’opera architettonica da esibire, né un’attrazione turistica. E uno spazio carico di storia e significato, una “stanza” del Club Alpino Italiano, dove si intrecciano le storie di generazioni di alpinisti: da chi era di ritorno dopo aver aperto nuove vie, a chi ha trovato rifugio, a chi ha affrontato la montagna nel suo volto più autentico».

Il presidente si dice ben consapevole che «queste sono scelte difficili, sicuramente antipatiche, che possono apparire in contrasto con il concetto di libertà proprio dell’alpinismo, ma», rileva, «è una libertà che non può prescindere dalla consapevolezza e dalla preparazione».

«Ricordo che, con l’equipaggiamento adeguato e la giusta esperienza», conclude Abbruscato, «resta sempre possibile vivere l’emozione unica di un bivacco sotto le stelle. Ed è proprio questa l’essenza più profonda del bivacco: essere un punto minimo nell’infinito della montagna. Un’esperienza che merita di essere preservata, senza compromessi».

Il bivacco torni a essere “luogo di responsabilità” ultima modifica: 2026-06-05T05:40:00+02:00 da GognaBlog

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27 pensieri su “Il bivacco torni a essere “luogo di responsabilità””

  1. Igne come Erto e Podenzoi richiedono un rinnovamento, un crollo della porzione di roccia per cause naturali che azzeri tutto. 

  2. Dai Barry, che te lo ricordi anche tu dove era il primo spit a ìgne …  eppure non mi sembra che siano venuti fuori male i climbers da là … anzi.. il top! Adès inveze… tutti inte ..Angheraz no! Angheraz è giusto che rimanga d’élite! 

  3. @17 … ma cosa vuoi divulgare? Il CAI primo responsabile di tutta la m…. che vediamo in montagna.. secondo peroni. ..  iniziassero loro a divulgare come Dio comanda.. Io sono per una montagna esclusiva non inclusiva … per l’inclusione mi basta e avanza la scuola. 

  4. @17 , non è più correct o meno correct… è così, punto. E visto che se sei oltre a Barry anche probabilmente Bona va da sè che la posizione tu dovessi esserne interessato ne avrai diritto per il semplice motivo di avere dimostrato che sei uno vero in montagna indipendentemente dal sangue blu. Niente orge in Angheraz! Solo purismo! Questa sarà la linea poi vediamo tra qualche anno il resoconto. Non vogliamo più vedere storie alla Dordei. E siete già fortunati che non mettiamo un chek point a Col di prà! 

  5. Secondo me il fatto che il bivacco sia più o meno spartano non c’entra proprio nulla con il fatto che sia vandalizzato o utilizzato come albergo a gratis.

  6. Ma di cosa ci lamentiamo se poi quando si sistema un bivacco lo facciamo modello albergo.

  7. Domanda: ma se il bivacco io lo userei SOLO in emergenza, come faccio a sapere prima che avrò un’emergenza? Devo iscrivermi e pagarlo prima a prescindere? Poi, tornato a valle, mi faccio rimborsare perché non l’ho usato? E come fanno  a credermi? Webcam sulla porta con wifi satellitare? Mi devo fare un selfie fuori dalla porta chiusa con lucchetto? Presto giuramento sulla tessera del CAI?
    1982, Bivacco Valsesia Gugliermina, sotto la Via degli italiani alla Parrot. Vetri tutti rotti, infissi delle finestre divelti, armadietto dei medicinali svuotato e divelto pure lui, coperte piene di buchi fatti coi ramponi.
    1982, le “nuove generazioni” manco erano nate…

  8. Decenni prima i fratelli Messner raggiungevano l’attacco delle vie con :”L’elicottero del babbo” , ossia la vespa del padre , unico mezzo di trasporto,

    Sono andato una vita a scuola in bicicletta prendendomi pioggia e rimanendo bagnato. Sono andato tante volte in montagna in bicicletta, poi mi sono evoluto e ci andavo con la vespa. Che tempi bellissimi.

  9. Interessante la parte dell’antro in Valcellina sul sentiero del Col Nudo , ma quello che mi viene in mente è: possibile che non riusciamo a vivere un’esperienza complessa e personale come una via o un escursione, senza una “meta” da instagrammare , che diventi insieme hashtag e suggello del nostro successo social (e )?
    Nell’altro articolo si contrappongono luoghi che sono adeguatamente “turisticizzati” a luoghi che soffrono di “undertourism” ; io non entro nel merito, ma è assurdo che una cima , un bivacco , una meta debbano essere dei luoghi unidimensionali davanti ai quali tutti proviamo la stessa esperienza: così si collezionano i francobolli , non i luoghi.
    Il passo successivo, visto che anche altri hanno raggiunto la meta , il luogo o il bivacco , è taggarlo con la nostra bella firma, a imperituro ricordo che siamo i migliori di tutti gli anonimi visitatori e differenziando la nostra esperienza.

  10. E come non ricordare chi trovò riparo per giorni, col meteo orrendo, dentro al bivacco in cima al Badile, dopo una Ringo Star in solitaria invernale e dimostrando, in seguito alla Cassin nel medesimo stile, la sua visione intima trascorrendo la notte all’esterno. Come anche chi all’ottava notte alle prese con la 5 di Valmadrera, sempre tutto solo d’inverno, si piazzò in cima alla Civetta invece che aprire il Torrani. Tuttavia ci sono stati anche forti alpinisti in passato con la mano pesante sulle serrature di porte e finestre.

  11. @12 non è più “correct”, pare purtroppo, non divulgare o crearsi piccoli angoli di pace come falesie nascoste pur rimanendo nel rispetto del luogo, ovviamente senza vernici-ferraglia e derivati del petrolio posti permanentemente. Sul versante sud del Col Nudo un suo “romantico frequentatore” adeguò un anfratto in spartano riparo, con tavolaccio di legno e raccolta degli stillicidi in un piccolo “Brent” scavato nella roccia. Stessa cosa la fece assieme al suo amico di cordata presso la cengia del Burel. Ora gira l’idea di un nuovo bivacco e con nuovo si presume dalle caratteristiche architettoniche fiche. Location di futuri raduni voracemente hastagati: cresta del Crep Nudo, realtà presenti in zona: Alta Via 7, tra le più impervie delle Prealpi. Non so come si esprimerebbe a riguardo il romantico frequentatore se fosse ancora tra noi, sarà che mi trovavo bene con lui e sicuramente mi ha influenzato, quando mi mostrava le sue enormi mani nere di terra a sistemare sentieri per i fatti suoi. Non dico niente mi nascondo e sistemo pure io. 

  12. Secondo me i giovani nel 2026 hanno possibilità superiori in termini reali a quelle dei loro genitori e nonni.
    Ai tempi del mio liceo, quarant’anni fa’ , io ero considerato “sfigato” perché raggiungevo la scuola in bici anziché in autobus.
    Eppure pedalare mi è sempre piaciuto e così me ne fottevo..
    Decenni prima  i fratelli Messner raggiungevano l’attacco delle vie con :”L’elicottero del babbo” , ossia la vespa del padre , unico mezzo di trasporto, e neanche loro si sentivano emarginati perché non andavano in giro in Lamborghini.
    Molti hanno il terrore di dire qualcosa contro una gioventù di merda che sa esprimersi solo copiando , rubando e vandalizzando , e non vuole nessuna responsabilità per questo.
    Il rispetto per i beni pubblici e privati è fondamentale, anche se qualcuno fa spallucce.
    Il problema non sono i soldi , ma è l’invidia sociale, che spinge qualcuno a cercare contrasti e torti dove non esistono , pur vivendo decisamente meglio della generazione precedente alla sua.
    Quando ero bambino , adolescente , giovane , non esistevano gli scooter elettrici, ma se prendevo in affitto una bici non l’abbandonavo certo in mezzo ad una strada e non la vandalizzavo come adesso è consuetudine con i beni pubblici.
    Sento quotidianamente persone che buttano rifiuti per terra o piantano l’auto in tripla fila , ma non è mai colpa loro, perché è colpa del cestino o del posteggio che mancano nel raggio di 10 metri …

    Uno gne gne continuo di menti maleducate , forse già i loro padri erano degli idioti maleducati.

    Il bivacco non è uno chalet di vacanza, è un bene pubblico da usare a rotazione e da custodire nel migliore dei modi 

  13. Chiamatelo “turismo cafone”, ma le cronache ne sono ormai piene praticamente ogni giorno. Non necessariamente in montagna, ma il fenomeno psico-comportamentale NON riguarda solo i bivacchi: è l”applicazione ai bivacchi di un fenomeno sociologico che un tempo NON esisteva o almeno NON esisteva in egual misura. Oggi manca completamente una sufficiente educazione a livello individuale.
    Dal Corriere odierno:
    https://lecce.corriere.it/notizie/cronaca/26_giugno_05/salento-il-turismo-cafone-produce-i-primi-danni-spiagge-piene-di-rifiuti-a-porto-cesareo-dune-devastate-a-torre-dell-orso-e3cbb8c2-8ff5-449c-b05c-2a64845b7xlk.shtml
     

  14. Quello che rileva è però l’utilità o l’inutilità alpinistica del bivacco, Io ho notato che bivacchi del tutto inutili (cioè NOn posti all’attacco di vie o sui passi dove funzionano da posto tappa di traversate escursionistiche) invitano a un uso non corrispondente a quello dell’andar in montagna e di conseguenza sono spesso luoghi in cui si verificano le cose meno gradevoli (eufemismo). Se iniziassimo a evitare nuovi bivacchi inutili e/o a togliere progressivamente quelli inutili già esistenti, sono abbastanza convinto che il fenomeno si ridurrebbe da sè. difficile che i cannibali organizzino este al bivacco del Pic Eccles o a a quello delle Dames Anglaises!

  15. Sulla mancanza di senso di responsabilità, basta giardarsi intorno. Ovviamente faccio di tutt’un’erba un fascio, come si usa dire. Parlo di “educazione” individuale, mondo di comportarsi. Ci sono le eccezioni virtuose, fra le giovani generazioni, così come c’erano e/o ci sono le eccezioni deplorevoli fra le vecchie e vecchissime generazioni. Ma la modalità di comportamento mede sono ben chiare: in genere “vandali” le giovani generazioni, in genere “rispettosi” i vecchi di oggi e/o i giovani dei decenni scorsi. A parte ciò, io che frequento le montagne da che ero in fasce e mi sono sempre interessato alle “cose” di montagna, compresa l’attualità, non ricordo nei decenni ’70-80 di episodi che oggi sono all’ordine del giorno: bivacchi usati epr feste e festini, lasciati come immondezzai, spesso puzzolenti anche perché ci hanno fatto doirmre dentro dei cani che hanno pure lasciato i loro “ricordini”… Io non li ricordo, il che non esclude che siano accaduti anche allora, ma escludo che si trattasse di fenomeni così diffusi come si riscontrano oggi.
     

  16. A breve sarà conclusa la costruzione di un nuovo bivacco in Angheraz non segnalato… na roba easy sot de en sas … fondamentale per chi vuole affrontare le pareti di 1400 m sul versante nord … la posizione verrà data solo ai Big … baci baci

  17. @8
    Credo che sia vero il contrario. Se guardo indietro a genitori e nonni vedo che vivevano di poco e niente, lavoro duro, sacrifici economici per lasciare casa al figlio, mai una sera al ristorante e le lampadine si tenevano fino all’ultimo filo non bruciato. Altro che. Oggi è vero il contrario, i giovani hanno troppo e se anche non lo hanno pensano di poterlo pretendere. Questo è il problema. Bonatti e soci sono stati giovani, noi siamo stati giovani e non abbiamo mai avuto il bisogno di un bivacco a due ore di cammino su un sentiero per provare l’ebbrezza della notte sotto le stelle, per poi sfasciare o, nella migliore delle ipotesi, sporcare il bivacco stesso. Le notti in montagna ce le siamo cercate anche senza bivacchi, solo con uno zaino in spalla e cercando di essere in grado di tornare a casa senza fare affidamento su nessuno. Non diamo la colpa al contesto economico che certo presenta difficoltà per quanto al lavoro ma che ha dato ai giovani molto di più delle generazioni passate come la mia ha avuto molto di più grazie a quelle precedenti. Qui ci sono due problemi: la maleducazione di alcuni, sono gli stessi che buttano la sigaretta per terra, che sporcano i marciapiedi con il loro cane, che …e il fatto che ci sia chi costruisce bivacchi dove non c’è ne è alcun motivo. Oggi parliamo tanto di ambiente, conservazione della natura, bene: molti bivacchi non hanno ragione di essere è semplicemente non andavano costruiti, oltretutto generano costi di manutenzione. Eliminiamoli, lasciando solo quelli che per evidenti ragioni alpinistiche possono servire per riparo ed ai quali mai nessuno potrà arrivare in scarpe da tennis solo per farsi il we in una struttura senza pagare. Ne abbiamo già parlato qualche settimana fa.

  18. recupero di quattro veronesi, rimasti bloccati per sfinimento, mentre stavano salendo il 1° maggio verso il bivacco Fanton. I quattro, che avanzavano sprofondando nella neve, non erano più in grado di proseguire. Un altro intervento del Soccorso Alpino è avvenuto sul versante cibianese del Monte Rite, dopo la richiesta di aiuto di due escursionisti veneziani che avevano smarrito il sentiero. Ancora più difficile il salvataggio, da parte del Soccorso Alpino – questa volta di Valdagno e Recoaro Terme – per portare in salvo due escursionisti che si erano avventurati sulla Ferrata del Vaio Scuro, senza attrezzatura adeguata, senza abbigliamento da neve e perfino senza una pila. I due, dopo aver attaccato la ferrata verso mezzogiorno, l’hanno terminata alle 19, arrivando all’uscita. Ma per rientrare hanno intrapreso un sentiero quasi verticale e ancora innevato. L’intervento si è concluso alle 3 di notte.
    Ma questi sprovveduti e spacconi HANNO PAGATO IL SOCCORSO ALPINO?

  19. Alla base della superiore frequentazione di un tempo dei bivacchi vi sono motivazioni di carattere meramente economico e demografico che pare nessuno abbia il coraggio di ammettere. Siamo un nazione impoverita dove i tanto vituperati giovani (per inciso chi scrive non lo è più da tempo purtroppo) hanno disponibilità economiche neppure paragonabili a quelle dei loro genitori o nonni; dove si assiste a processi sempre più massicci di elitarizzazione della montagna dove in un numero vieppiù crescente di località bisogna girare con la carta di credito fra i denti per chi ne dispone. Ne deriva che le poche aree rimaste di gratuità vengono ormai prese comprensibilmente d’assalto. Ma tranquilli; l’esazione arriverà anche in quelle. I primi esempi vi sono già grazie all’imperante tecnologia. Poi come accaduto per i parcheggi a pagamento, divenuti ormai un must delle località alpine, assisteremmo a macchia d’olio alla monetarizzazione dei bivacchi. In montagna ci devono andare gli abbienti. Come negli anni ‘20. Eh basta con ste’ torme di straccioni in giro per le crode! Resort extra lusso 5 stelle plus, impianti da 50 euri al colpo, parcheggi da 10 euri/h, bivacchi solo su prenotazione (rifugi a prescindere), chalet (suvvia, rifugio è terribilmente desueto!) con servizio d’alberghetto top, pranzi gourmet con chef auspicabilmente stellato. E vedrai che l’overtourism sarà solo uno spiacevole ricordo! E vissero tutti felici e contenti standosene a casina loro!!

  20. Il bivacco è diventato una struttura architettonica posta in ambiente alpino spettacolare da vedere fuori (vedi foto) e da vivere dentro come se fosse un camper. Spazi minimi (ma neanche tanto!) e organizzati al centimetro! Ci si può passare una bella settimana di vacanza alternativa. In rete di incontrano descrizioni come queste
    https://www.parmesse.it/2024/04/22/architettura-ad-alta-quota-bivacchi/
    Beh, a chi non verrebbe voglia di andarci e rimanerci per un po’ ‘a gratis’?

  21. Mi scusi Carlo Crovella ma , dire che oggi non c’è più senso di responsabilità e rispetto morale mi ha fatto un po trasalire. Partendo dagli anni 70 ,dove tutti i frequentatori , o quasi , di montagna era soci cai , riducevano i bivacchi, e bivacchi di alta montagna, quelli veri d’emergenza, in stato pietoso ,citarne uno per tutti ,capanna vallot. Ora , scaricare il tutto sulle generazioni attuali, mi sembra un po eccessivo e comunque, se mi costruite una bella casetta in montagna a poco più di due ore di cammino, posto bucolico , a gratis , o , ci vado eccome, poi pulisco ma intanto…..da qualche anno non sono più socio cai ,non mi rappresenta ma questa è un altra storia 

  22. P.S.: e aggiungo, per restare nel nostro piccolo mondo alpino quando eravamo giovani (anni ’70 e ’80) tutti i rifugi scaricavano rifiuti appena fuori della porta e i bivacchi spesso erano pieni di merda appena fuori e ben conciati dentro.

  23. “Purtroppo il senso di responsabilità NON fa più indiscutibilmente  parte della ns società, specie nelle generazioni più giovani… 
    Lo vediamo in TUTTI i risvolti dell’esistenza …
    il semplice appellarsi al senso di responsabilità è un’ingenua utopia…Se si vuole un risultato nel breve, occorrono le maniere forti”
     
    Cazzo ma che coglioni!
    Ma che vita di merda devi vivere per avere una visione così negativa e pessimista e pensare che l’unica soluzione sia sempre e solo surveiller et punir.
     
    Ti ricordo che quando eravamo giovani, in città di sera non si passeggiava, c’erano pestaggi per strada ogni settimana e sparatorie ogni mese e se beccavi tua moglie, figlia o sorella a trombare potevi cavartela con 3 anni di galera.
    Vent’anni prima invece, al tempo dei nostri padri, il senso di responsabilità civile, il rispetto per l’ordine e la gerarchia  avevano provocato 60-70 milioni di morti.
     
    O la tua definizione di “responsabilità” è di uno strabismo assoluto o la tua memoria è gravemente carente.
     

  24. I bivacchi inutili dal punto di vista alpinistico – almeno quelli! – devono essere eliminati.
    Per esempio, il Bivacco Fanton (vedi fotografia).

  25. Purtroppo il senso di responsabilità NON fa più indiscutibilmente  parte della ns società, specie nelle generazioni più giovani, parlo non solo dei 20enni, ma anche di certi 40-50enni. Lo vediamo in TUTTI i risvolti dell’esistenza e non solo nel modo di comportarsi in bivacco o nel generale modo di andare montagna (0 i famosi cannibali). Limitiamoci al tema in senso stretto (= bivacchi): il semplice appellarsi al senso di responsabilità è un’ingenua utopia, perché il senso di responsabilità NON c’è più in larghi strati socio-demografici. Se si vuole un risultato nel breve, occorrono le maniere forti, tipo chiudere molti bivacchi (smantellare quelli “inutili2 da un punto di vista alpinistico-escursionistico) e dare le chiavi solo dopo registrazione e al successivo controllo (se ci sono danni o sporcizia o vandalismi in generale), addebitare i costi ai responsabili che, al momento dell’originario ritiro chiavi, hanno firmato adeguato documento in cui si assumono detta responsabilità (carta cantat…). Oppure bisogna fare un discorso di lungo, se non lunghissimo, periodo, quello dell’educazione a come ci si comporta in montagna, discorso moto più ampio rispetto ai concetti della sicurezza (come attrezzo una sosta o come traccio con gli sci ecc). Roba da decenni e decenni, visto l’imbarbarimento in cui siamo caduti a livello di società nel suo complesso. Inoltre, non essendoci più il collegamento indiscutibile fra andare in montagna e iscriversi al CAI (che potrebbe/dovrebbe essere l’istituzione preposta all’educazione alla montagna), esisterà sempre la schiera di coloro che, avendo rifiutato l’iscrizione al CAI per partito preso, saranno “ineducabili” per definizione.

  26. “Il bivacco torni a essere luogo di responsabilità” 
    I vitelloni che svaccano come li fermiamo?

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